Il «dialogo» di Maduro visto dall’Avana

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Un articolo di Roberto Livi apparso sul Manifesto di oggi appare molto soddisfatto per l’apertura di un dialogo tra una delegazione del governo venezuelano e l’opposizione. Ho sempre apprezzato le corrispondenze di Livi, che hanno sempre informato con cautela e onestà su quel che accade a Cuba. Ma per il Venezuela non si tratta di una cronaca, bensì di un’opinione, che probabilmente riflette quella del governo cubano, che ha sempre sostenuto Chávez e anche Maduro, ma raccomandando prudenza e auspicando un dialogo. Come potrebbe non farlo, dato che il vertice castrista ha sempre avallato le larghe intese interclassiste praticate da molti governi “progressisti” compreso quello del Nicaragua, che si regge su un accordo con vari partiti di destra, e con le stesse gerarchie cattoliche ultrareazionarie, a cui ha concesso perfino la cancellazione della legge che consentiva l’aborto? In particolare Fidel Castro aveva raccomandato a Hugo Chávez, dopo i primi sintomi di un parziale ridimensionamento dei risultati elettorali, di non considerare in blocco le opposizioni come naziste: se hanno ottenuto oltre il 40% devi pensare a cosa le ha facilitate e di cosa sono scontente, non insultarle definendole in blocco escualidas. Inoltre non è un caso che la notizia dell’incontro arrivi dall’Avana e non da Caracas, da cui anche dopo questa prima riunione continuavano a partire attacchi velenosi all’opposizione firmati dalla vera anima nera del regime, Diosdado Cabello. (http://www.resumenlatinoamericano.org/2017/09/14/venezuela-diosdado-cabello-comenta-la-situacion-de-la-oposicion/ )

L’incontro è avvenuto mercoledì 13 in terreno neutro ( Santo Domingo), e secondo Livi è stato reso possibile dalla “accettazione da parte della maggioranza dei partiti della Mesa de Unidad Democratica (MUD) di partecipare alle elezioni regionali e comunali indette per la seconda metà di ottobre dal presidente Nicolás Maduro”. Una decisione che sarebbe stata contestata da alcune fazioni dei “duri” dell’opposizione, ma quasi sicuramente anche da settori dello schieramento chavista. Dopo l’insediamento, lo scorso 4 agosto, dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC), per Livi appariva “difficile prevedere che la strategia della tensione potesse lasciare spazio a un nuovo round della lunga crisi politica, caratterizzato dalle trattative e dunque dalla legittimazione del «governo eletto» del presidente Maduro. [Già, ma anche della legittimazione delle opposizioni: se fossero davvero naziste non si dovrebbe dialogare ma sparare...]

Va detto che Roberto Livi accetta la versione ufficiale, che afferma che l’ANC abbia avuto “il sostegno del voto di più di otto milioni di venezuelani”, ma l’apertura del dialogo si spiega meglio se si tiene conto di tutti gli elementi che rendono poco verosimile un tale risultato, conseguito approvando unilateralmente legge elettorale, ed eliminando gli osservatori neutrali che avevano garantito le elezioni precedenti. Gli otto milioni sono annunciati per chi vuole crederci, ma i dati veri, prezioso termometro, il governo li conosce bene... Comunque Livi presenta come un gesto di generosità la scelta di Maduro di offrire la partecipazione alle elezioni regionali fin qui illegalmente rinviate.

«Proclamare le elezioni regionali e riuscire a “sedurre” la quasi totalità della MUD – due partiti non hanno accettato, “Vente Venezuela” guidata da Maria Corina Machado (uscita dalla MUD) e “Alianza Bravo Pueblo” di Antonio Ledezma, altri gruppi di oltranzisti, come Bandera Roja erano già usciti dall’alleanza- è stata dunque una mossa vincente del presidente bolivariano: ha raffreddato le strade dopo mesi di manifestazioni, ha tracciato una rotta politica democratica per recuperare quella «legittimità democratica» che gli era stata negata e ha diviso e indebolito l’opposizione. Insomma «ha cambiato radicalmente lo scenario del Venezuela», come ha affermato il capo del Dipartimento di Studi politici dell’Università metropolitana di Caracas, Oscar Vallés. Il quale, come altri commentatori ostili al governo, ha criticato la Mud accusandola di essere soprattutto una macchina per competere nelle elezioni, visto che molti dei suoi dirigenti si sono formati nei processi e maneggi elettorali della Quarta Repubblica (come il famigerato Punto Fijo). Altri commentatori argomentano che le elezioni della ANC hanno convinto alcuni dirigenti dell’opposizione, come l’ex presidente del Parlamento Henry Ramos-Allup, che la strategia della tensione era arrivata al bordo della guerra civile e dunque che era necessario fare appello alla fine della violenza. Anche perché l’”unione civico-militare” voluta da Chavez aveva retto e le Forze armate hanno sostenuto il governo (nel quale peraltro sono ben rappresentate). Infine, molti amministratori pubblici della MUD non vedono ragioni valide per perdere il loro posto nel governo regionale o comunale, specie in un contesto elettorale locale dove, come succede in tutte le democrazie, sfumano le differenze ideologiche».

La descrizione del processo in corso nell’opposizione (che come i miei lettori abituali sanno io detesto e considero trogloditica) è abbastanza esatta, ma sorvola su un dato essenziale: questa divisione non è una novità, perché il cartello delle opposizioni è stato provocato dall’arroganza del governo Maduro che ha disconosciuto subito il risultato delle elezioni del 2015. La MUD è stato fin dall’inizio un cartello di gran parte degli scontenti, definirla “nazista” o “fascista” non è stato un errore, ma una infamia, che serviva a fanatizzare frange del chavismo. Pensare che “se sono nazisti, bisogna combatterli con le armi...” era una conseguenza logica in chi credeva al quadro fosco tracciato da Maduro e C.

Livi considera “un buon segnale che si apra, quantomeno si socchiuda, la porta al dialogo” ed evoca perfino le trattative realizzate in diversi periodi nell’Irlanda del Nord e nel Sudafrica e la pace da poco conclusa in Colombia tra il governo e la guerriglia delle Farc (e del Eln), che “insegnano che da un clima di guerra civile si può uscire mediante la via del dialogo e dei negoziati.”

Ma non condivido il suo ottimismo, perché come lui stesso ammette in Venezuela è “tragica la situazione che sperimenta buona parte della popolazione – da una drammatica assenza di medicinali e scarsezza di prodotti alimentari a un’inflazione fuori controllo che, secondo fonti internazionali, supera il 700% “, frutto di scelte sbagliate dello stesso ultimo periodo di Chávez, e non curate perché si preferiva attribuire la causa del disastro solo a una presunta “guerra economica”. Un accordo tra due blocchi politici entrambi liberisti oggi può concretizzarsi solo in una nuova ridistribuzione più equa della rendita del petrolio, che placherebbe una parte dei politicanti della MUD, ma non affronterebbe i nodi cruciali del paese. Quanto al dubbio sulla partecipazione alle elezioni che ha staccato dalla MUD alcune organizzazioni, devo ammettere che dopo la farsa dell’Assemblea costituente tirata fuori dal cappello di Maduro, ogni dubbio sulla sua correttezza è legittimo.

La conclusione è poco convincente, ma lascia capire che a questa scelta del “dialogo” sono contrari in molti: infatti Livi sostiene che «non vi è bisogno di condividere in pieno – o solo di accettare – la linea del governo per incoraggiare il dialogo». E poi invita a “smetterla con «la campagna mediatica» che demonizza «la dittatura» del presidente Maduro”. Che non è una dittatura, effettivamente, ma suscita critiche non solo per colpa dei mass media ostili...

(a.m.)



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