Ecuador: un nuovo bilancio

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Ecuador: un nuovo bilancio

Pochi mesi fa avevo dato conto ampiamente in diversi articoli delle difficoltà del processo “bolivariano” evidenziate in Ecuador dal “golpe” del 30 settembre (ne segnalo almeno alcuni: Ecuador: un segnale d'allarme, Pericoli reali e immaginari, Ecuador in pericolo, Un commento da Quito…). Tento ora di affrontare un primo bilancio complessivo dell’ultima fase di governo del presidente Correa. Mi è stato molto utile un ampio articolo di Mario Unda e Ellis Bethania, apparso sulla rivista ecuadoriana “R” (anno III, gennaio-marzo 2011), Los conflictos de la “revolución ciudadana”, da cui ho tratto molti spunti.

Secondo i due autori del saggio, è nel corso degli ultimi due anni, dopo la seconda elezione di Correa nel 2009, che la promessa di una radicalizzazione della “revolución ciudadana” ha subito una smentita dai fatti, perché le ambiguità dei primi anni sono state risolte in una direzione opposta alle aspettative iniziali, e si è delineato più chiaramente un progetto di modernizzazione capitalista, che ha finito per scontrarsi con i movimenti sociali (in particolare con i lavoratori del pubblico impiego e con le loro organizzazioni, sacrificati in nome del cosiddetto “interesse generale”). Un dato che si riscontra anche in Venezuela, dove il rinnovo del contratto di questa categoria è rinviato da molti anni. In ogni caso, al momento di varare un “Codigo de la produción”, che doveva stabilire il nuovo quadro legale per i rapporti di lavoro, Correa ha cercato l’intesa soprattutto con le associazioni degli industriali, presentandosi come il rappresentante degli “interessi generali” e offrendo condizioni adeguate per l’accumulazione capitalistica. Come in Venezuela, anche in Ecuador il settore privato dell’economia si è rafforzato in questi anni proprio attraverso l’intervento dello Stato…

La vicinanza delle associazioni padronali ai partiti di destra si è ridotta così rispetto alle scadenze elettorali precedenti, ma si è consolidato quel modello “estrattivista” e “desarrollista” che era stato denunciato soprattutto da Alberto Acosta, ispiratore della prima fase della presidenza di Correa (si veda la sua posizione in Lo sperpero dell'America Latina), e che di fatto impedisce un vero sviluppo diverso dalla dipendenza assoluta dal petrolio e dal settore minerario. Di fronte al rischio di pesanti flessioni del prezzo del petrolio e di altri minerali, sempre possibile per un paese dipendente dalle esportazioni di materie prime nel caso di un protrarsi e/o aggravarsi della crisi economica mondiale, Correa ha puntato all’indebitamento, soprattutto con la Cina, che ha effettuato una penetrazione importante nel paese, come in tutto il continente (vedi Cina in America Latina).

Contemporaneamente una serie di leggi “attuative” della costituzione adottata nel 2008 hanno accentuato la tendenza presidenzialista che aveva già caratterizzato in passato la politica ecuadoriana, riducendo di conseguenza la partecipazione dei cittadini, che era stata auspicata molte volte nella costituzione, ma che si riduce in sostanza a un’appendice della politica governativa in termini di “consultazione” e di “socializzazione” di proposte calate dall’alto, senza assicurare un minimo di capacità di decisione. Il governo risponde alle critiche su questo terreno affermando che la democrazia partecipativa non può sostituire ma solo “completare” la democrazia rappresentativa, anche se di fatto lo fa in modo del tutto subordinato.

Che non si tratti di una questione filosofica astratta, si deduce dalle crisi che ci sono state nel corso del 2010 con le associazioni indigene, di cui avevo già parlato, riportando anche due articoli di Raúl Zibechi sull’argomento: Zibechi: conflitti pericolosi e Zibechi: Bolivia-Ecuador. Il nodo era la contraddizione tra le ottime formulazioni sui diritti della natura (la Pachamama…), sanciti nella costituzione, e la loro attuazione pratica, comprese le norme contenute nella “Ley de Recursos Hídricos”, che hanno provocato le maggiori polemiche con gli indigeni, irritati anche perché i diritti della “plurinacionalidad” sono riconosciuti solo se di fatto si subordinano alla visione occidentale o meticcia. Un problema delicato in un paese in cui la componente indigena è molto forte anche se non maggioritaria come in Bolivia.

Le tensioni con le organizzazioni indigene sulla questione dell’acqua non hanno escluso quelle con le opposizioni parlamentari, e i settori industriali borghesi più interessati all’eliminazione di limiti all’utilizzazione privata delle acque pubbliche (imbottigliatori, allevatori di gamberi, coltivatori di fiori e impresari bananieri), che si opponevano agli articoli che avrebbero potuto limitare il campo d’azione delle loro imprese, e all’imposta sull’utilizzazione dell’acqua di mare (finalizzata ad arginare i danni enormi agli ecosistemi provocati dall’allevamento dei gamberi, che lasciano dopo pochi anni di sfruttamento un vero deserto). Lo scontro si era sviluppato con la Senagua (Secretaría Nacional del Agua), che difendeva il progetto in Parlamento, spalleggiata dalle organizzazioni indigene, ma è stato poi bloccato da un intervento radiofonico di Rafael Correa, ribadito in una successiva comunicazione televisiva a reti unificate. Il presidente ha accettato il punto di vista degli industriali e ha sconfessato la Senagua. La legge è stata quindi rinviata a tempi migliori, scontentando ecologisti e indigeni. Ma nel corso delle polemiche era stata fatta un’intensa campagna di delegittimazione delle organizzazioni indigene, alimentando di fatto il riapparire di sentimenti razzisti tra la popolazione. Negli stessi mesi in cui si discuteva la legge sull’acqua d’altra parte c’era stato un conflitto acuto tra il governo e alcune comunità indigene sui criteri della giustizia comunitaria tradizionale, che aveva portato a polemiche sgradevoli che presentavano gli indigeni come selvaggi non civilizzati (qualcosa di simile – proporzioni a parte - si è avuto in Venezuela con il caso di Sabino presentato da Roland Denis nell’ultima parte di Un testo dal Venezuela).

Così si spiega almeno in parte l’atteggiamento settario (ovviamente sbagliatissimo) di una delle organizzazioni indigene, Pachakutik, che ha reagito al “golpe” del 30 settembre unendosi alla richiesta di dimissioni di Correa proprio mentre era sequestrato dai poliziotti rivoltosi.

Diverso l’esito dello scontro sul “Codigo de la produción”: durante molti mesi di trattative il ministro della Produzione, Nathalie Cely ha finito per fare molte concessioni alle organizzazioni padronali, che lamentavano inizialmente che il governo dava loro incentivi con una mano, ma con l’altra proponeva condizionamenti inaccettabili. Facendo leva su evidenti differenze di orientamento nel governo, le associazioni degli industriali hanno potuto ottenere molto, e quindi hanno attenuato le polemiche, proprio alla vigilia del “golpe” del 30 settembre, in cui hanno tenuto un atteggiamento di sostanziale sostegno al governo.

Altre tensioni si erano avute con i rappresentanti del settore pubblico, con i maestri, con i pensionati, i pescatori e i lavoratori del servizio sanitario pubblico. La più grave si è sviluppata durente la discussione di una “Ley Orgánica de Servicio Público” (LOSP), e ha avuto attinenza con la protesta dei poliziotti, a cui ha fornito il detonatore. In una discussione di mesi la legge era stata emendata in Parlamento, facendo alcune concessioni alle preoccupazioni dei lavoratori interessati (molto sensibili a una norma sulle “rinunce forzate” di chi aveva passato i 70 anni, che sarebbero stati liquidati con una buonuscita per il 50% pagata con buoni dello Stato, e che faceva temere ulteriori licenziamenti massicci per “razionalizzare” l’apparato statale). Negli stessi giorni immediatamente precedenti il 30 settembre si era avuto il licenziamento di ben 600 lavoratori del settore petrolifero, con accuse contestate dagli interessati e ritenute calunniose. Proprio alla vigilia della protesta della polizia Correa aveva fermato col suo veto l’iter della legge modificata in parlamento.

Accanto a questi conflitti, ce n’era uno che coinvolgeva contemporaneamente destre politiche e corporative, ma suscitava anche preoccupazioni di altro genere negli ambienti accademici. Una “Ley de Educación Superior” ha portato a un avvicinamento delle università pubbliche a quelle private, in base al timore di un attacco all’autonomia dell’università, che veniva subordinata a un piano nazionale di sviluppo, mentre gli organi accademici erano sottoposti al diretto controllo dell’Esecutivo. Nel corso di un lungo dibattito il blocco parlamentare governativo di Alianza País aveva realizzato accordi con l’opposizione parlamentare e con rappresentanti delle autorità universitarie, modificando i criteri per la composizione degli organismi dirigenti. Una concessione alla destra, ma soprattutto alle esigenze di autonomia condivise da gran parte del corpo docente anche vicino al governo. Tuttavia Correa ha bloccato subito la legge col suo veto sconfessando gli accordi. La maggioranza di Alianza País si allineava, ma non senza inquietudini e proteste, e con un lungo strascico di manifestazioni studentesche.

Più grave una crisi analoga sull’ipotesi di una riforma della giustizia fortemente punitiva nei confronti dei giudici, che dovrebbero essere subordinati all’esecutivo. La proposta dovrebbe essere varata in una “consulta popular”, cioè un referendum su varie questioni che si terrà il 7 maggio prossimo, e ha suscitato molte perplessità, soprattutto perché non è stata discussa in nessuna istanza della maggioranza, neppure nella direzione eletta appena in novembre. Le dieci domande si riferiscono a diversi temi, alcuni giusti ma demagogici, altri presi in prestito dalla destra, a partire da un ossessivo richiamo alla necessità di migliorare la sicurezza, allungando i termini di carcerazione preventiva. L’aspetto più grave è però una proposta (che piacerebbe a Berlusconi) di sostituire il plenum del “Consejo de la Judicatura” (equivalente del nostro Consiglio superiore della Magistratura) con una commissione tecnica di tre membri designati uno dal presidente della Repubblica, uno dall’Asamblea Nacional e uno dalla “Función de Transparencia y Control Social”, un organismo di controllo della pubblica amministrazione sostanzialmente verticistico e ancora senza una legge che lo regoli. Di fatto, un organismo collegiale verrebbe sostituito da un triunvirato di designazione presidenziale (in appendice riporto le dieci domande).

Le tensioni provocate dai metodi accentratori e presidenzialisti portavano a gennaio all’uscita dalla maggioranza prima di due parlamentari, poi di uno dei gruppi che avevano fondato Alianza País, nato nel 2004 col nome di “Ruptura de los 25” (il nome alludeva al venticinquesimo anniversario della riconquista della democrazia in Ecuador), e che l’anno successivo aveva avuto un certo ruolo nella cacciata del presidente Lucio Gutierrez. C’è qualche analogia con la crisi in Bolivia a cui alludevo nell’articolo Scontri evitabili, subito dopo le elezioni di Pasqua, in cui Evo Morales ha perso il posto chiave di sindaco di La Paz (il suo candidato è arrivato con 12 punti di distacco dal vincitore). Come in Ecuador Ruptura de los 25, il Movimiento sin Miedo (Movimento senza Paura), nato nel 1999 da una scissione dal MIR (Movimiento de la Izquierda Revolucionaria) dell’ex presidente Jaime Paz Zamora, aveva sostenuto Evo Morales fin dal 2005 ed aveva contribuito in modo determinante alla sua elezione.

Sono solo apparenti invece le analogie con il Venezuela, che ha conosciuto soprattutto nell’ultimo anno una forte tensione del governo con settori studenteschi di destra e con diversi ambienti accademici, non solo delle università private, e ha visto alla fine (il 4 gennaio 2011) un veto del presidente Hugo Chávez che ha rimandato alle camere la Ley de Educación Universitaria già approvata a colpi di maggioranza.

Chávez ha spiegato la sua decisione con la preoccupazione per la forma della legge, che ha “molti punti forti ma anche diverse debolezze”, e che potrebbe spegnere la battaglia ideologica caratteristica delle università. La diversità rispetto all’Ecuador è sostanziale: il veto di Chávez non appare una sopraffazione che cancella una mediazione faticosamente raggiunta nel Parlamento (come nei due casi ricordati) ma un invito a proseguire la discussione nel paese, per le strade, nelle università, senza risolvere a colpi di maggioranza una questione delicata. Casomai ci sono settori della maggioranza chavista, o meglio della sua sinistra, anche nelle università, che sono preoccupati che le manifestazioni della destra universitaria vengano combattute solo sottolineandone l’ipocrisia, la faziosità, o i finti scioperi della fame con pranzo al sacco, senza affrontare le cause strutturali del massiccio schieramento di una parte degli studenti con l’opposizione. Il problema è che il grosso delle università sono fin dall’inizio ostili al regime, pur ottenendo lauti contributi (anche per le università autonome, che poi li spendono per consolidare il proprio modello escludente…). Uno degli intellettuali più brillanti e apprezzati, Luis Britto García, in un convegno tenutosi al Centro Internacional Miranda di Caracas sulla “trasformazione universitaria” il 16 marzo ha detto che l’università riflette la mancata definizione del modello di società: uno dei principali errori della rivoluzione bolivariana è che si è rinunciato per undici anni a modificare l’assetto dell’università.

“Siamo al potere da undici anni – ha detto - e non c’è stato un solo momento in cui abbiamo perso la maggioranza parlamentare, da quando è iniziato il processo a oggi. Come è possibile che non abbiamo mai potuto votare una legge sull’educazione superiore che chiarisse una volta per tutte in che direzione va il nostro sistema educativo?” Un altro docente, Andres Eloy Ruiz, si domandava dove erano stati formati gli studenti contestatori di destra, che avevano 3 o 5 anni quando è cominciata la rivoluzione bolivariana: non negli Stati Uniti ma nelle scuole e università venezuelane, dove però si è lasciata via libera alla conservazione e alla reazione. Britto García d’altra parte allargava il discorso dallo stato di “indefinizione” della società, all’esistenza di due Stati paralleli.

“Le misiones si sono dovute inventare perché mancava la chiarezza o la volontà per varare una legge di riforma dello Stato e imporne l’applicazione. Per questo è sorto uno Stato parallelo che realizza i suoi compiti, che fa sforzi tremendi per questo, e che molto spesso è mal finanziato e convive con l’altro, che non compie il suo dovere, è anchilosato e consuma quasi tutte le nostre risorse”, ha sostenuto Luis Britto, che ha aggiunto che è indispensabile chiarire il modello di società che vogliamo applicare e conquistare, per poter avere il coraggio di dettare norme che mettano le università venezuelane sotto controllo sociale. Sociale, sottolineo, non statale e governativo…

Appendice: La “Consulta Popular” proposta da Correa

Preguntas enmienda constitucional
1.- Con la finalidad de mejorar la seguridad ciudadana, ¿está usted de acuerdo en que la correspondiente ley cambie los plazos razonables para la caducidad de la prisión preventiva, enmendando la Constitución de la República como lo establece el anexo 1?

2.- Con la finalidad de evitar la impunidad y garantizar la comparecencia a los juicios penales de las personas procesadas, ¿está usted de acuerdo que las medidas sustitutivas a la prisión preventiva se apliquen únicamente para los delitos menos graves, enmendando la Constitución de la República como lo establece el anexo 2?

3.- Con la finalidad de evitar conflicto de intereses, ¿está usted de acuerdo con prohibir que las instituciones del sistema financiero privado, así como las empresas de comunicación privadas de carácter nacional, sus directores y principales accionistas, sean dueños o tengan participación accionaria fuera del ámbito financiero o comunicacional, respectivamente, enmendando la Constitución como lo establece el anexo 3?

4.- Con la finalidad de superar la crisis de la Función Judicial, ¿está usted de acuerdo en sustituir el Pleno del Consejo de la Judicatura por una Comisión Técnica compuesta por tres delegados designados, uno por el Presidente de la República, uno por la Asamblea Nacional y uno por la Función de Transparencia y Control Social, para que durante un período de 18 meses asuma todas y cada una de las funciones del Consejo de la Judicatura y pueda reestructurar el sistema judicial, enmendando la Constitución como lo establece el anexo 4?

5.- Con la finalidad de tener una más eficiente administración del sistema de justicia, ¿está usted de acuerdo en modificar la composición del Consejo de la Judicatura, enmendando la Constitución y reformando el Código Orgánico de la Función Judicial como lo establece el anexo 5?

Preguntas de la consulta popular
1.- Con la finalidad de combatir la corrupción, ¿Está usted de acuerdo que sea delito el enriquecimiento privado no justificado?

2.- Con la finalidad de evitar que los juegos de azar con fines de lucro se conviertan en un problema social, especialmente en los segmentos más vulnerables de la población, ¿Está usted de acuerdo en prohibir en su respectiva jurisdicción cantonal los negocios dedicados a juegos de azar, tales como casinos y salas de juego?

3.- Con la finalidad de evitar la muerte de un animal por simple diversión, ¿Está usted de acuerdo en prohibir, en su respectiva jurisdicción cantonal, los espectáculos públicos donde se mate animales?

4.- Con la finalidad de evitar los excesos en los medios de comunicación, ¿Está usted de acuerdo que se dicte una ley de comunicación que cree un Consejo de Regulación que norme la difusión de contenidos en la televisión, radio y publicaciones de prensa escrita, que contengan mensajes de violencia, explícitamente sexuales o discriminatorios; y que establezca los criterios de responsabilidad ulterior de los comunicadores o los medios emisores?

5.- Con la finalidad de evitar la explotación laboral, ¿Está usted de acuerdo que la no afiliación al Instituto Ecuatoriano de Seguridad Social de trabajadores en relación de dependencia sea considerada delito?

(a.m.30/3/11)

 



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