Grecia: aboliamo il popolo!

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Aboliamo il popolo!

 

Riproduco integralmente un numero dell’ottimo “Mininotiziario America Latina dal basso” curato da Aldo Zanchetta, perché cade proprio a proposito: oggi un coro di indignazione si è levato contro la “pretesa” di Papandreu di sottoporre a un referendum le misure proposte dalle autorità europee. Orrore, che c’entra la popolazione? Naturalmente non possiamo sapere se il referendum si farà, o se è stato un tentativo di ricambiare il ricatto dei creditori.  Vedremo.

In ogni caso l’articolo di Raúl Zibechi è proprio attuale e inquietante. Hanno potuto ignorare l’Islanda (nascondendo i fatti sotto una cortina di silenzio), più difficile farlo con la Grecia. E se fosse la Spagna o l’Italia a rifiutarsi di pagare debiti contratti da altri, che faranno? Ci bombarderanno?

Colgo l’occasione per segnalare anche l’ottima trasmissione di Report, in cui tra l’altro interveniva il padre della lotta contro il debito iniquo, Eric Toussaint del CADTM:  la trovate così: http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-8d786bde-265f-412e-a52f-aa631f06b93b.html

 

 

MININOTIZIARIO AMERICA LATINA DAL BASSO

A CURA DI ALDO ZANCHETTA

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n.40/2011 del 30-10-2011

Questi documenti sono diffondibili liberamente purché riprodotti integralmente e citando la fonte

 

 

I temi affrontati in questo articolo dal giornalista uruguayano Raúl Zibechi, ben noto ai lettori del nostro Mininotiziario America Latina dal basso, superano l’ambito latinoamericano e affrontano alcuni “temi globali” di grande importanza: l’estendersi delle pratiche autoritarie in vari campi del vivere, ad es. per tentare di arginare la crisi (per l’Italia vedi gli interventi europei tesi a commissariarci); l’influenza dei condizionamenti elettoralistici nella gestione della politica dei vari paesi, la criminalizzazione della protesta sociale (i casi di criminalizzazione di attivisti sociali si moltiplicano in Italia oscurati dall’opacità dei media). Zibechi termina sottolineando ancora una volta l’antidoto: moltiplicare le forme di auto-organizzazione e di resistenza dal basso. A.Z.

 

LA DEMOCRAZIA AI TEMPI DELLA CRISI SISTEMICA

 

RAÚL ZIBECHI

 

Dal colpo di Stato in Honduras, già più di due anni fa, si sono moltiplicati i segnali del fatto che le élites mondiali tendono ad affrontare la crisi sistemica in forma autoritaria, passando sopra alle forme democratiche che loro stesse prescrissero a suo tempo come modo per risolvere i conflitti sociali e politici. Anche se i colpi di Stato sono per ora un’eccezione, le pratiche autoritarie vanno naturalizzandosi ed estendendosi in un modo che può diventare un accerchiamento poliziesco-militare per le forze antisistema.

 

Giorni fa l’ufficialista Diario del Pueblo ha riportato l’intervento del presidente della Everbright Bank, Tang Shuangning, al Foro Economico Europa-Asia, che si è svolto a settembre a Xian (Cina nord occidentale), in cui questi elencava “le dieci contraddizioni della crisi del debito in Occidente” (Diario del Pueblo, 27 settembre). Secondo il banchiere cinese la principale contraddizione è “tra l’assistenza sociale estremamente alta e il sistema politico”. Sostiene che la concorrenza elettorale ha portato i politici a formulare promesse sul miglioramento del sistema di assistenza pubblica che hanno creato una “cultura dell’assistenza sociale”. La conclusione del banchiere cinese non ci è nuova: “Se l’Occidente non risolve la ‘democratizzazione estrema’ a livello di sistema politico e l‘eccesivo assistenzialismo a livello culturale”, non potrà risolvere nessuna delle sue gravi contraddizioni e tutto il sistema politico-sociale sarà in pericolo.

 

In un articolo intitolato “Post esemplificazione o post ideologia?”, il giornale ufficialista cinese si è posto alla fine di agosto la stessa domanda del giornale statunitense Time: “Può la democrazia risolvere i problemi economici dell’Occidente?” (Diario del Pueblo, 31 agosto). E la risposta è stata la stessa: un profondo scetticismo perché “la politica elettorale ha ristretto lo spazio d’azione di chi è al potere”. Malgrado possa sembrare strano, questa confluenza di opinioni tra le élites della superpotenza in decadenza e quelle della principale potenza emergente non deve stupire. In effetti, né gli Stadi Uniti né la Cina possono prosperare o sostenersi nel mondo attuale senza competere per le risorse naturali, cosa che presuppone quasi inesorabilmente mettere in primo piano l’accumulazione attraverso lo spodestamento, o la guerra, o qualunque altra speculazione. Tanto la democrazia come la sovranità nazionale sono intralci per l’accumulazione, per questo devono essere neutralizzate.

 

In America Latina la crescente pressione dei settori popolari, indigeni e afrodiscendenti, contadini e poveri urbani, sta diventando qualcosa di intollerabile per le élites. Non era Manuel Zelaya lo scoglio in Honduras, ma il movimento sociale che avrebbe potuto trascinarlo con sé, quello che si cercò di neutralizzare con il golpe del 28 giugno 2009, come è stato dimostrato con il tempo. La principale tendenza autoritaria nel nostro continente è la criminalizzazione della protesta. Il governo di Sebastián Piñera si appresta ad approvare leggi che prevedono il carcere perfino per gli studenti che occupino pacificamente i loro luoghi di studio. In Colombia, in Guatemala e in Messico la violenza sistematica contro “los de abajo” viene praticata senza interrompere il funzionamento delle  “democrazie”. In Ecuador ci sono 189 indigeni accusati dalla giustizia di sabotaggio e terrorismo per aver bloccato delle strade.

Nella storia dei movimenti antisistema la partecipazione al gioco della democrazia elettorale è stata sempre una tattica sussidiaria, subordinata alla questione centrale, che è l’organizzazione delle forze per preparare le battaglie decisive. I dibattiti che hanno coinvolto le varie correnti rivoluzionarie si sono sempre accentrati sui modi per raggiungere gli obiettivi. Nel nostro continente si è instaurata la convinzione che le contese elettorali sono il midollo dell’azione politica e che attraverso queste si possano cambiare le relazioni di potere nella società. Ci sono letture che decontestualizzano a tal punto i processi storici  fino a dare ad intendere che fu l’ascesa al governo di questo o quell’altro dirigente ciò che permise l’inizio di un processo di cambiamenti. Omettono di dire che quelle persone vinsero le elezioni perché i diritti furono sconfitti previamente nelle strade, e che i movimenti avevano già modificato le relazioni di forza con tale incisività che la vittoria elettorale fu appena una sospensione, sempre parziale, del ciclo di lotte.

 

Richiama l’attenzione il fatto che coloro che postulano la descolonizzazione ricaschino in un’ottica eurocentrica. Quando Boaventura de Sousa dice che “la democrazia politica presuppone l’esistenza dello Stato”, e ripete quello che considera un principio dell’azione politica, “miglior Stato sempre; meno Stato, mai” (Visâo, 22 settembre), riflette sulla base dell’esperienza europea che non è, di sicuro, quello che viviamo in questo continente dove convivono diverse democrazie: comunitarie, delle periferie in resistenza, contadine, delle donne dei mercati, delle fabbriche, fino a formare un arcobaleno di modi di decidere al di fuori delle istituzioni rappresentative.

 

Il marxista indiano Ranahit Guha polemizza con il marxista britannico Eric Hobsbawm perché non è d’accordo che le ribellioni contadine siano “prepolitiche” o spontanee; lo considera uno sguardo d’elite e, ovviamente, eurocentrico. “Una rivolta era preceduta da una consultazione tra  contadini”, che poteva essere un’assemblea di anziani, una riunione di vicini o di masse fino a raggiungere un accordo (“Las voces de la historia”, Crítica, p. 104). Ora che le élites stanno per distruggere quello che più ci interessa delle democrazie – i diritti di riunione, manifestazione ed espressione – diventa più che mai necessario rafforzare ed espandere “la politica del popolo”, che è un “ambito autonomo”, secondo Guha.

 

Non propongo di scartare il processo elettorale. Dico di potenziare queste democrazie altre, faccia a faccia, che sono e saranno l’ambito dove “los de abajo” prendono le loro decisioni strategiche.

 Traduzione di Gaia Capogna

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Spiegazione del titolo

(per chi non conosce o ha dimenticato Brecht)

 

La soluzione

Dopo la rivolta del 17 giugno

il segretario dell’Unione degli scrittori

fece distribuire nella Stalinalle dei volantini

sui quali si poteva leggere che il popolo

si era giocata la fiducia del governo

e la poteva riconquistare soltanto

raddoppiando il lavoro. Non sarebbe

più semplice, allora, che il governo

sciogliesse il popolo e

ne eleggesse un altro?

 

Bertolt Brecht 1953



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