Acosta: non riconosco più Correa

Stampa

“QUESTO CORREA NON LO RICONOSCO”

Intervista ad Alberto Acosta*

(Sin Permiso, 6 novembre 2002)

Sin PermisoChe ruolo hanno avuto i movimenti sociali nell’avvento di quest’ondata di governi “progressisti” in America Latina?

Alberto Acosta - Senza le mobilitazioni sociali, in particolare delle popolazioni e delle nazionalità indigene, in Ecuador e Bolivia, e senza la risposta di vasti settori della popolazione colpiti dalle strutture oligarchiche e più ancora dalla proposta neoliberista, questi governi sarebbero inconcepibili. Essi sono il risultato diretto dell’accumulazione storica delle lotte popolari e nessuno di questi governi, in maggiore o minor misura, è pensabile al margine di questi processi. Nel caso concreto dell’Ecuador, l’attuale presidente non sarebbe arrivato al governo senza questo processo storico di accumulazione. Purtroppo, però, egli non capisce questo dato della realtà e a volte ritiene che il suo successo sia stato un fulmine a ciel sereno, mentre già le nubi erano cariche delle lotte popolari.

D.Quali passi avanti si sono fatti con questi governi?

R. – Ci sono parecchie impostazioni che non condivido e a tratti mi accorgo che c’è un enorme processo di ritorno a quel che si faceva prima, pur essendo innegabili i passi avanti. Nel caso dell’Ecuador, non avere sottoscritto il Trattato di Libero Commercio ha rappresentato un passo molto importante, anche se adesso nel paese si sta discutendo un Trattato di Libero Commercio con l’Unione Europea. Si sono registrati importanti progressi nel recupero di sovranità e dignità internazionale con una politica seria e non è stata rinnovata la permanenza della base nordamericana di Manta, un fatto notevolmente positivo. Ma esistono dubbi per altri ambiti in cui il governo non riesce a dare una risposta netta, incluso sul piano internazionale.

Nei paesi che gravitano maggiormente in orbita bolivariana (Venezuela, Bolivia ed Ecuador), dove si è parlato di “Socialismo del XXI secolo”, credo si debba essere molto più cauti e più rigorosi nell’analisi. Innanzitutto, non esiste da nessuna parte il “Socialismo del XXI secolo”. Quello che io riesco a vedere è l’estrattivismo del XXI secolo. Si supera lo Stato neoliberista, che entra in crisi, si torna a recuperare lo Stato come fattore di sviluppo e si comincia a introdurre alcuni cambiamenti importanti, con un accentuato sistema di accumulazione estrattivista, dipendente dal petrolio e dai minerali. In Ecuador, petrolio. In Bolivia, gas e minerali.

Ciò malgrado, questi paesi hanno certo raggiunto una maggiore presenza dello Stato nella decisione dell’impiego delle risorse minerarie e petrolifere. Non si tratta più della fase liberista, in cui la destinazione era stabilita dalle imprese multinazionali. Adesso c’è una maggiore partecipazione statale alla rendita mineraria e petrolifera, e c’è anche una migliore distribuzione di tale rendita. Tuttavia, non viene intaccata la forma di accumulazione primaria estrattivista rivolta all’esportazione, non esiste una trasformazione della struttura produttiva, né in quella del commercio internazionale, né delle importazioni né delle esportazioni.

Nel caso dell’Ecuador, la faccenda è drammatica. Il petrolio si esaurisce e la scelta del governo è quella di aprire la porta all’industria mineraria di estrazione di metalli a cielo aperto su vasta scala. In tutti questi paesi, il DNA estrattivista della società e dei suoi governanti impedisce di essere coerenti tra quel che si pensa, quel che si dice e quel che si fa concretamente. Anche nel discorso esistono aberrazioni enormi, ad esempio quando il presidente Correa dice che se rimanesse vivo un solo condor [“per dar da mangiare al popolo”] sarebbe favorevole a farlo in fricassea, una cosa barbarica, poiché quel che si deve costruire è un paese in cui non si arrivi alla scomparsa di nessun condor, di nessuna specie, di nessun sistema ecologico.

D.Quali richieste sociali sono state soddisfatte con il governo di Correa?

R. – In Ecuador, il fatto di democratizzare la rendita mineraria e petrolifera si trasforma anche in un maggiore investimento sociale, nell’istruzione, nella sanità, nel residenziale pubblico. Nelle precedenti amministrazioni, nei governi neoliberisti, la priorità si dava al pagamento del debito estero. In questa fase, è prioritario l’investimento sociale. Prima, questo non arrivava al 4% del PIL, ora arriva all’8%. Rispetto alle multinazionali, negli anni passati si chiedeva che svolgessero tutta una serie di compiti, rendendo così marginale la partecipazione dello Stato. Adesso lo Stato interviene attivamente. Ed è anche certo che questo governo ha ottenuto i maggiori introiti petroliferi degli ultimi tempi. Questo si deve soprattutto agli elevati prezzi internazionali. Questo è un governo con molte risorse, ma ha il merito di avere destinato questo denaro all’investimento sociale. Ora, però, il problema grave è che questo investimento non si è tradotto in un miglioramento sostanziale delle condizioni sociali di ampi segmenti della popolazione. Qui c’è un problema preoccupante: lo stesso governo ammette che i poveri stanno “meno peggio”, per riprendere un documento ufficiale che utilizza questo concetto, ma i ricchi stanno molto meglio. È cresciuta la disuguaglianza. Il segmento più ricco della popolazione ha aumentato di 4 punti la sua quota di reddito

D.Dopo una fase in cui i governi in Ecuador non riuscivano a concludere il loro mandato a causa delle rivolte popolari, si è verificata una rinnovata “istituzionalizzazione”?

R. – Questo governo ha consentito la ricomposizione di alcune forze oligarchiche tradizionali e la creazione di nuovi gruppi imprenditoriali. Non esiste una messa in discussione che apra la strada al cambiamento strutturale. È vero, i poveri stanno “meno peggio”, e questo si riflette anche nel sostegno popolare al presidente Correa. Ma le questioni di disuguaglianza non si stanno risolvendo. Il governo affronta duramente il potere finanziario a parole, cerca di porgli dei limiti, ma non riesce ad arrischiarsi in qualche azione pericolosa. La banca ha ottenuto livelli di redditività migliori che non con le amministrazioni precedenti. E, questo, nonostante abbia un minore livello di influenza. La redistribuzione della terra non esiste. In un’intervista fattagli da Ignacio Ramonet, di Le Monde Diplomatique, Correa ammette che l’indice di Gini sulla proprietà della terra supera lo 0.9, una barbarie, e lui stesso riconosce di avere un ministero dell’Agricoltura che lavora esclusivamente per i grandi gruppi esportatori di prodotti agricoli, e adesso ha appena nominato un nuovo ministro dell’Agricoltura legato a questi gruppi. C’è un discorso a favore del mondo contadino, della sovranità alimentare, di ripensamento dell’organizzazione della società, di economia sociale e solidale, ma non si fanno concreti passi avanti. E c’è poi un problema con l’acqua: esiste una disposizione della Costituzione, l’articolo 12, in cui si dice che l’acqua è un diritto umano fondamentale, mentre nell’articolo 318 si dice che l’acqua non può assolutamente essere privatizzata… ma il governo non vuole procedere nella ripubblicizzazione dell’acqua.

D. - Come mai c’è una così grande differenza tra i diritti costituzionali ottenuti nel 2008 e l’applicazione e lo sviluppo delle leggi?

R. – Una spiegazione è che non abbiamo ancora capito che cosa significa una Costituzione. Lo stesso presidente della Repubblica non tira seriamente tutte le conseguenze di quello che è una Costituzione. Rafael Correa ha promosso con molto entusiasmo la Costituzione del 2008 ed è poi stato uno dei promotori perché venisse approvata nel referendum. Poi però, nella pratica, solo tre anni dopo che essa è entrata in vigore, ecco che propone cambiamenti che entrano in contrasto con principi fondamentali quali l’indipendenza della giustizia, o quali il rafforzamento del quinto potere o potere civico, che costituisce una novità di fondo, che ha a che vedere con la partecipazione dei cittadini. E poi ancora, si mette in moto la Legge sulle Miniere senza alcuna discussione democratica, con un vuoto enorme di partecipazione. Credo si tratti della prima grande rottura con la Costituzione. La Legge sulla Sovranità Alimentare e molte delle raccolte di leggi approvate sono in aperto contrasto con i mandati costituzionali, o non li rispettano. Non si parla, non si pratica, non si fa avanzare quello che è lo Stato plurinazionale.

D.C’è stata una precisa intenzione politica perché andasse avanti il progetto dello Yasuní?

R. – I dubbi del presidente Correa si possono spiegare, per un verso, con il fatto che egli non riesce a capire che cosa siano i diritti della natura. Per altro verso, con il fatto che egli è stretto dal bisogno congiunturale di risorse economiche per rispondere alle richieste rivolte allo Stato. Anche il presidente Correa è vittima del DNA estrattivista. Ha ripetuto più volte che non permetterà che si lascino le risorse naturali nel sottosuolo, perché la situazione sarebbe quella di un povero che se ne stesse seduto su un sacco d’oro. È sempre la stessa logica tradizionale.

D.È un discorso analogo a quello del cane dell’ortolano dell’ex presidente peruviano Alán García[1]

R. – È il cane dell’ortolano di Alán García. L’immagine del povero seduto su un sacco d’oro è di Alexander von Humbolt, di ormai duecento anni or sono. Abbiamo creduto che con la sola elezione di un presidente le cose sarebbero cambiate, o che con il varo di una nuova Costituzione la società sarebbe stata diversa, ma non è così. E sta qui il problema di fondo: non è il solo presidente a non rispettare la Costituzione, non è il suo governo a non accettarla, è una società che non ha ancora capito che la Costituzione è la cassetta degli attrezzi per costruire democraticamente una società democratica. È lì che stanno i nostri diritti, i nostri doveri, le istituzioni, le procedure, le strutture per costruire un paese diverso. Ma si tratta di un compito della società. Questa Costituzione, senza ombra di dubbio, è quella che raccoglie il maggior numero di proposte, di richieste e di aspirazioni delle popolazioni indigene, il maggior numero di aspettative delle lotte di emancipazione dei popoli in Ecuador. Su questo non vi sono dubbi. In particolare, però, del movimento indigeno. E invece, il movimento indigeno non riesce a far propria la Costituzione per opporsi al governo a partire da questa, cosa che gli darebbe maggiore legittimità.

D. – Che rapporto hanno con il governo di Correa i movimenti sociali?

R. – Il governo del presidente Correa ha cercato di indebolire e di dividere il movimento indigeno. Poi, non essendo riuscito a cooptarlo, tenta di creare un suo proprio gruppo, vuole avere il suo personale gruppo di maestri organizzati, vuole avere la sua organizzazione sociale… La Segreteria dei Popoli non ha capito che doveva essere un punto di raccordo con i movimenti sociali per lavorare sulle loro richieste e creare le condizioni per discutere la costruzione di uno scenario di aspettative condivise. L’obiettivo della Segreteria non era quello di contribuire a che i movimenti facessero parte del governo.

Il problema del presidente Correa è che non è riuscito a capire la proposta della Rivoluzione Cittadina in tutta la sua portata. Egli si è fermato alla parte liberale della cittadinanza, dell’individuo, secondo cui occorre battersi contro le corporazioni, contro la concezione più strutturata degli interessi corporativi e degli interessi di potere. Su questo punto, egli non distingue una corporazione o un’associazione di banchieri da un’organizzazione indigena o contadina. Il corporativismo è quel che si vuole combattere, e sono d’accordo anche io, ma un’organizzazione sindacale o indigena non è una struttura corporativistica, ma è un’altra cosa. Uno dei punti più deboli del presidente Correa è che è un governo che sbandiera la Rivoluzione Cittadina, mentre è di pubblico dominio il deficit di partecipazione civica. E questo è un deficit che non si può assolutamente nascondere.

D.Il potere ha cambiato Correa?

R. – Credo di sì, io disconosco il Correa degli ultimi due anni. Conoscevo Correa, eravamo amici fin dal 1991. Questo Correa non lo riconosco.



* Alberto Acosta, ex presidente dell’Assemblea Costituente dell’Ecuador ed economista, è stato uno dei redattori del programma di governo del partito di Rafael Correa, Alianza País, nonché ministro dell’Energia e delle Miniere nel 2007. Come presidente dell’Assemblea Costituente ha coordinato gli impegni del processo “più partecipativo della storia del paese. Disaccordi con il presidente Correa lo hanno indotto ad allontanarsi e a denunciare dall’esterno la deriva estrattivista e scarsamente partecipativa della “Rivoluzione Cittadina”.

L’intervista è stata realizzata di propria iniziativa da Martín Cúneo, del collettivo redazionale di Diagonal, per Sin Permiso.

[1] [Ci si riferisce al lungo articolo dell’ex presidente del Perù, El sindrome del Perro del Ortolano (che parafrasa il titolo di una commedia di Lope de Vega), pubblicato sul quotidiano El Comercio il 28 ottobre del 2007; in esso si attaccano gli indigeni, le cui collettività si considerano proprietarie delle terre e, considerandole sacre, ne impediscono lo sfruttamento e la valorizzazione, che potrebbero invece proficuamente derivare da concessioni di grandi lotti a privati forniti di adeguati capitali e moderne tecnologie. Gli indigeni si comporterebbero come il “cane dell’ortolano”, che non ama le verdure ma che, essendo il custode del campo, impedisce ad altri di cibarsene (ndt)].

 

 

(Traduzione e cura di Titti Pierini. 23/11/11)

 

 

Questa intervista ad Alberto Acosta si ricollega all’ampio articolo di Claudio Katz, Katz: nubi sull'economia latinoamericana, che esaminava la situazione dal punto di vista economico. Acosta, sia pure con uno stile che rifugge dalle polemiche troppo aspre, spiega adeguatamente le ragioni che hanno portato l’esperienza dell’Ecuador a bloccarsi e a deludere una parte dei primi sostenitori della Revolución ciudadana. Segnalo anche alcuni testi importanti su Cuba che non è stato possibile tradurre per ora, e che saranno inseriti quindi in Actualidad latinoamericana. Il primo è Cuba y la China, che affronta il grave problema dell’attrazione che la Cina esercita su molti dirigenti cubani.



Tags: Alberto Acosta  Ecuador  Rafael Correa  rivoluzione cittadina