Il debito argentino: retrospettiva

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ARGENTINA

L’ANELLO DEBOLE DELLA CATENA MONDIALE DEL DEBITO

di Eric Toussaint*

23 agosto 2001

Guardate bene la data: questo scritto ha più di dieci anni. È stato scritto alla vigilia della rivolta popolare che spazzò via in pochi mesi quattro presidenti, ma è utilissimo: si capisce bene perché “doveva” esplodere quel movimento, che per qualche tempo saldò i picchetti degli operai licenziati e i cortei con casseruole delle signore del ceto medio.

L’ho ritrovato in un archivio di un mio vecchio computer, lo cercavo per documentarmi sulle date in cui il debito argentino ha cominciato a crescere più velocemente, e ho trovato che effettivamente coincidono con gli anni in cui anche il debito pubblico italiano ha cominciato a crescere.

Le cause interne erano diverse (la dittatura militare lì, la corruzione craxiana da noi), ma il contesto internazionale era lo stesso: all’inizio aveva pesato l’abbondanza di petrodollari offerti dalle banche a un basso tasso iniziale. L’Argentina aveva poi tentato l’avventura delle Malvine, e anche l’Italia comincia ad avere velleità imperialiste, e offre le sue truppe  per un presunto “corpo di pace” nel Libano del 1982, che non impedisce il massacro di Sabra e Chatila ma puntella efficacemente il governo di destra. Ci sarà poi la dimenticatissima e fallimentare impresa “umanitaria” in Somalia e tante altre partecipazioni a imprese imperialiste in Medio Oriente. Ecco perché si gonfiano a partire dagli anni Ottanta le spese militari e il debito… Penso che sia utile rileggerlo, e per questo lo inserisco sul sito. La traduzione è di Titti Pierini. (a.m. 11/1/12)

P.S. Su suggerimento di un visitatore del sito, ho inserito nella sezione I GRANDI NODI DEL NOVECENTO uno stralcio dal libro Il risveglio dell'America Latina, ed. Alegre, 2008, che ricostruisce le prime fasi del recupero dell'Argentina dopo il crollo del dicembre 2001: 2001. La crisi dell'Argentina. Ma rinvio anche a due scritti recenti, particolarmente utili per chi si batte contro il pagamento del debito: Katz: Argentina e Grecia, e soprattutto Dall'Argentina sul nostro debito. (a.m. 12/1/12)

 Argentina: anello debole della catena mondiale del debito

di Eric Toussaint

 Nel 2001, la situazione argentina è catastrofica: tre anni di recessione, dovuti all’applicazione di una politica neoliberista particolarmente aggressiva. In realtà, la decadenza dell’Argentina, cominciata sotto la dittatura (1976-1983), si è protratta per oltre vent’anni, con i vari governi successivi. Contrariamente a quanto sostengono certi settori, dopo la dittatura non c’è stata una reale rottura nella politica economica. Guardando in prospettiva, negli ultimi decenni i cambiamenti di governo non hanno modificato significativamente il processo di arretramento cui il paese era stato avviato dalla sua classe dominante.

Al confronto con quella degli anni 1940-1950-1960, l’Argentina di oggi è profondamente cambiata. Ha subito un arretramento come potenza industriale della periferia ed oggi la maggioranza della popolazione argentina vive peggio di trent’anni fa. Tra gli inizi della dittatura (marzo 1976) e il 2001, il debito è cresciuto di circa 20 volte, passando da meno di 8.000 milioni di dollari a circa 160.000 milioni. Nello stesso periodo, l’Argentina ha rimborsato intorno ai 200.000 milioni di dollari, vale a dire circa 25 volte quello che doveva nel marzo 1976 (cfr. tab. 1)

L’Argentina dimostra all’estremo la natura viziosa e infernale dell’indebitamento del Terzo Mondo (e della Periferia in generale). A causa del pagamento – e non a prescindere da questo – il paese deve nel 2001 circa 20 volte quello che doveva agli inizi della dittatura (gran parte dei prestiti sono serviti a rifinanziare precedenti debiti scaduti o per garantire il pagamento delle prossime scadenze). I pagamenti  del debito argentino hanno costituito e costituiscono tuttora uno spaventoso meccanismo di trasferimento di ricchezza prodotta dai salariati verso i detentori del capitale ( siano essi argentini o residenti nei paesi con maggiore sviluppo industriale, a partire dagli Stati Uniti e dall’Europa occidentale). Si tratta di un meccanismo semplice: lo Stato argentino destina una parte sempre più rilevante delle entrate fiscali (la maggior parte delle quali provengono dalle tasse pagate dagli strati popolari) al rimborso del debito estero e ai tanti vantaggi che concede al settore capitalista. Chi beneficia dei pagamenti effettuati dallo Stato argentino? I principali istituti finanziari internazionali, titolari di oltre l’80% del debito estero argentino. Il colmo è che, tramite i mercati finanziari nordamericani ed europei sui quali si emettono prestiti, i capitalisti argentini acquistano titoli del debito del proprio paese con denaro portato fuori da questo, per cui ricevono parte dei rimborsi.

Vedremo più avanti come i capitalisti argentini si siano allegramente indebitati durante la dittatura, collocando all’estero buona parte di quel denaro (grazie alla fuga di capitali): la somma dei capitali collocati all’estero dai capitalisti argentini durante la dittatura supera l’ammontare dei debiti contratti (per la spiegazione tecnica del fenomeno si rinvia a vari lavori di questi autori, citati nella Nota bibliografica al termine dell’articolo: A. ed E. Calcagno; Aldo Ferrer; M. Rappoport, 2001, pp. 813-4; e nella sentenza Ballestero, Poder Judicial de la Nación, 2000). Soltanto nel periodo 1980-’82, le fughe di capitale, stando alla Banca Mondiale, sono arrivate a oltre 21.000 milioni di dollari (Rappoport, p. 825). Inoltre, i capitalisti argentini hanno ottenuto un enorme regalo: i loro debiti sono stati assunti dallo Stato al termine della dittatura.

 

Debito estero argentino 

Tab. 1 – Debito estero argentino

Anno Debito Servizio pagato
  (in milioni di dollari) (ammortamento + interesse)
1975 7.875 -
1976 8.280 1.616
1977 9.679 1.849
1978 12.496 3.310
1979 19.034 2.255
1980 27.072 4.182
1981 35.671 5.390
1982 43.634 4.875
1983 45.087 6.804
1984 46.903 6.281
1985 48.312 6.208
1986 52.449 7.323
1987 58.458 6.244
1988 58.834 5.023
1989 65.256 4.357
1990 62.730 6.158
1991 65.405 5.419
1992 68.937 4.882
1993 65.325 5.860
1994 75.760 5.771
1995 99.364 8.889
1996 111.934 13.054
1997 130.828 18.308
1998 144.050 21.573
1999(*) 147.881 25.723
2000 - 30.926
Servizio pagato 1976-2000 212.280  
 
Secondo l’OCSE, alla fine del 1999, il totale del debito estero argentino ammontava a 169.066 milioni di dollari!!! (OCSE, Statistiques de la dette extérieure [Statistiche del debito estero], OCSE 2001, p. 20).

FONTE: World Bank, GDF 2000, 2001; BCRA (Banca Centrale Rep. Argentina) ed elaborazioni dell’Autore.

 

Da allora al debito dello Stato si è aggiunto il carico di quello delle imprese private, dato che lo Stato stesso se ne è assunto l’impegno di fronte ai creditori. A partire da allora, i capitalisti argentini hanno conservato questa politica di evasione di capitali come se si trattasse di uno sport nazionale; a tal punto, che si potrebbe organizzare un campionato latinoamericano in materia e la squadra argentina potrebbe provare a vincerlo, pur scontrandosi con rivali notevoli (i capitalisti brasiliani, messicani e venezuelani sono pericolosi al riguardo).

Per altro verso, i debiti delle imprese pubbliche, anch’essi significativamente aumentati per decisione della dittatura, non sono stati cancellati se non quando si è intrapresa la privatizzazione di queste imprese. I governi venuti dopo la dittatura sono ricorsi alla scusa dell’indebitamento delle aziende pubbliche per privatizzarle, prendendo la “precauzione” che lo Stato preliminarmente ne assumesse i debiti (si veda più avanti il caso di Aerolíneas Argentinas, la compagnia aerea argentina). Si tratta dunque di un ulteriore regalo al capitale argentino o straniero. Diabolico!

Dopo un quarto di secolo in un contesto del genere, il paese è dissanguato. I salari e le prestazioni sociali sono scesi spaventosamente, la disoccupazione è elevatissima, i servizi pubblici versano in uno stato penoso, la povertà si estende a settori sempre più ampi della popolazione (includendone alcuni che in passato godevano di condizioni di vita piuttosto confortevoli), le casse dello Stato sono vuote, gran parte dell’apparato produttivo è in abbandono mentre il resto e in mani straniere. Ormai non c’è quasi più niente da privatizzare. Si sta già manifestando la protesta sociale (diversi scioperi generali e, dal 2000, blocchi stradali ad opera dei “piqueteros”, rivolte in città pauperizzate e in interi quartieri).

Chiaramente, l’Argentina è uno degli anelli deboli della catena dell’indebitamento internazionale., che probabilmente si spezzerà grazie a questo paese. Non vi è nulla di ineluttabile, tuttavia. La crisi può prolungarsi per anni. I colpi subiti durante la dittatura, tra il 1973 e il 1983, dalle organizzazioni dei lavoratori e dai movimenti sociali in genere registrano ancora i loro effetti, e sebbene il popolo argentino abbia mille ragioni per dire “basta!”, sembra dubbioso di fronte a un esito imprevedibile. Visto in prospettiva internazionale, un cambiamento di atteggiamento da parte dell’Argentina sul debito avrebbe sicuramente enormi ripercussioni. L’ammontare da rimborsare ai mercati finanziari dei paesi più sviluppati è tale che un mancato pagamento potrebbe destabilizzarli, fino a spaventarli e a costringerli ad intavolare il dialogo. Perché questo fosse favorevole agli argentini e ai paesi indebitati occorrerebbe che la pressione dei cittadini inducesse le autorità ad adottare per tutto un periodo una posizione decisa (diversamente da quanto accaduto con Alan García in Perù nel 1985, o con il regime brasiliano nel 1987), accanto a riforme economiche che favorissero una suddivisione progressista degli introiti nazionali tramite una politica fiscale redistributiva, promuovendo il ritorno alla sfera pubblica delle imprese privatizzate e privilegiando accordi regionali Sud-Sud rispetto ai rapporti commerciali con gli Stati Uniti, tramite l’ALCA (Accordo di Libero Commercio delle Americhe). Sospendere il pagamento del debito con l’estero e adottare una diversa politica economica implica la rottura degli accordi tra il governo argentino e il FMI, una rottura che non comporterebbe alcun danno e che anzi potrebbe essere vantaggiosa per l’Argentina. Per la popolazione locale e per i movimenti in cui questa si organizza si tratterebbe comunque di un’occasione. La coglieranno?

Al fine di facilitare la comprensione di come si sia arrivati alla situazione attuale per quanto concerne l’indebitamento, presentiamo di seguito una breve ricostruzione storica, a partire dalla dittatura.

 

Argentina: indebitamento e dittatura militare

Il periodo in cui il debito argentino è letteralmente esploso corrisponde alla fase della dittatura militare del generale Videla (1976-1981). La politica economica promossa da Martínez de Hoz, ministro dell’Economia della dittatura, a partire dal 2 aprile del 1976 segna l’avvio di un processo di distruzione dell’apparato produttivo, creando le condizioni per un’economia speculativa logorante per il paese. La maggior parte dei prestiti concessi alla dittatura argentina provenivano da banche private del Nord, che potevano contare sul completo accordo delle autorità statunitensi (sia la Federal Reserve sia l’Amministrazione nordamericana). I “maestri” argentini della politica di indebitamento erano il ministro dell’Economia, Martínez de Hoz, e il Segretario di Stato per il Coordinamento e la Programmazione economica, Guillermo Walter Klein. Per ottenere prestiti dalle banche private, il governo pretendeva che le aziende pubbliche argentine si indebitassero con le banche private internazionali, trasformandosi perciò in assi portanti della snazionalizzazione dello Stato, attraverso un indebitamento che comportava l’abbandono di gran parte della sovranità nazionale.

Tab. 2 – Sviluppo del debito estero 1975-1985

Anno Debito totale Aumento %
    (in milioni di dollari)  
1975 7.875 - -
1976 8.280 405 5,14
1977 9.679 1.399 16,9
1978 12.496 2.817 29,1
1979 19.034 6.538 52,32
1980 27.072 8.038 42,23
1981 35.671 8.599 31,76
1982 43.634 7.963 22,32
1983 45.087 1.453 3,33
1984 46.903 1.816 4,02
1985 48.312 1.409 3

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FONTE: Banca Centrale della Repubblica Argentina (BCRA), cit nella sentenza Ballestrero, p. 172

Indebitamento forzato delle aziende pubbliche

Quanto sopra affermato è così vero che la principale impresa pubblica argentina, la società petrolifera YPF (Giacimenti Petroliferi Fiscali) fu costretta a indebitarsi all’estero pur disponendo di risorse sufficienti a sostenerne lo sviluppo. Al momento del colpo di Stato militare del 24 marzo 1976, il debito estero di YPF ammontava a 372 milioni di dollari. Sette anni dopo, alla fine della dittatura, il debito era salito a 6.000 milioni di dollari. In sette anni, quel debito era aumentato 16 volte.

Pressoché nulla dell’ammontare di quel debito in divise straniere rimase nelle casse dell’azienda, ma finì nelle mani della dittatura, sotto la quale la produttività del lavoratore di YPF aumentò di un 80%. Il personale si ridusse da 47.000 a 34.000 lavoratori. Per aumentare gli introiti delle proprie casse, la dittatura diminuì della metà il denaro per commissioni che spettava a YPF per la vendita di combustibili. Di più, YPF fu costretta a raffinare il petrolio che estraeva presso le multinazionali Shell ed Esso, anche se avrebbe potuto dotarsi, vista la buona situazione finanziaria di cui godeva all’inizio della dittatura, della capacità di raffinazione adeguata alle proprie esigenze (integrando quella delle sue raffinerie di La Plata, Luján de Cuyo e Plaza Huincul). Nel giugno del 1982, l’intero attivo della società era pignorato dai debiti.

 

L’indebitamento dello Stato

 

I responsabili economici della dittatura e il FMI hanno giustificato il massiccio indebitamento dello Stato argentino come il modo per aumentarne le riserve in divise straniere onde sostenere una politica di apertura economica. Con una buona gestione economica, l’aumento delle riserve internazionali dello Stato argentino avrebbe dovuto risultare dalle attività di interscambio sul mercato mondiale. Le riserve internazionali annunciate dalla dittatura argentina provenivano dall’indebitamento.

Esse non erano amministrate né controllate dalla Banca Centrale. In linea generale, i prestiti per cifre favolose contrattati con i banchieri del Nord venivano immediatamente ricollocati come depositi nelle loro stesse banche o in altre competitive. L’83% di tali riserve è stato depositato nel 1979 in istituti bancari fuori dal paese. Le riserve sono aumentate fino a 10.138 milioni di dollari e i depositi nelle banche estere hanno raggiunto gli 8.410 milioni di dollari. Nello stesso anno il debito estero passava da 12.496 milioni di dollari a 19.034 milioni di dollari (OLMOS, 1990, pp.171-2). In ogni caso, l’interesse ottenuto per le somme depositate era inferiore a quello pagato per il debito. La logica di questa politica per le autorità che l’avevano organizzata era: 1) l’arricchimento personale grazie alle commissioni pagate dai banchieri del Nord; 2) si trattava di aumentare le riserve internazionali per sostenere il rilevante aumento delle importazioni, specie in acquisto di armi; 3) la politica di apertura economica e indebitamento raccomandata dal FMI consentiva alla dittatura argentina di migliorare la propria credibilità internazionale presso i principali paesi industrializzati, a partire dagli Stati Uniti. La dittatura argentina non avrebbe potuto mantenere il regime di terrore interno nei primi anni (1976-1980) senza la benedizione dell’amministrazione nordamericana.

Da parte sua, la Federal Reserve degli Stati Uniti era più che disposta a sostenere la politica economica della dittatura argentina, visto che gran parte del denaro del debito era depositato nelle casseforti delle banche nordamericane. Dal punto di vista dell’amministrazione degli Stati Uniti e del FMI, l’indebitamento argentino riconduceva nel grembo nordamericano un paese che per decenni aveva affermato un nazionalismo critico e aveva ottenuto un certo decollo economico durante il regime peronista.

 

Confusione di ruoli

 

Il Segretario di Stato per il Coordinamento e la Programmazione Economica, Guillermo Klein, ha rivestito questo incarico dal 1976 al marzo 1981. Nello stesso periodo, egli ha diretto un Ufficio studi privato, che rappresentava a Buenos Aires gli interessi dei creditori stranieri. Se, quando entrò in funzione, il suo Ufficio rappresentava un’unica banca, la Scandinavian Enskilda Bank, qualche anno dopo rappresentava gli interessi di 22 banche straniere. Nel marzo del 1981, lasciava l’incarico di Segretario di Stato nel momento stesso in cui Viola sostituiva Videla alla testa della dittatura. Poche settimane dopo, il 7 aprile 1982, cinque giorni dopo l’occupazione delle Malvine da parte dell’esercito argentino con la dichiarazione di guerra alla Gran Bretagna, fu designato procuratore a Buenos Aires della società anonima britannica Barclays Bank Limited, che era tra l’altro uno dei principali creditori privati del debito pubblico e privato argentino. Alla caduta della dittatura e all’avvento al potere di Alfonsin, nel 1984, il suo studio rimase a patrocinare gli interessi dei creditori stranieri.

 

 

 

Post-dittatura militare: il governo Alfonsin e l’impunità

 

La Banca Centrale argentina dichiarò di non disporre della registrazione del debito pubblico con l’estero, per cui le autorità che succedettero alla dittatura furono costrette a basarsi sulle dichiarazioni dei creditori stranieri e sui contratti firmati dai membri della dittatura, senza che fossero passati per il controllo della Banca Centrale.

A parte tutto, dopo la caduta della dittatura, il nuovo regime presidenziale di Alfonsin decise di assumere in proprio l’insieme del debito, sia privato sia pubblico, contratto durante la dittatura. Mentre i militari torturatori ottenevano l’impunità, i responsabili economici della dittatura traevano vantaggi dalla misura di clemenza. Quel che è ancora più grave, la maggior parte degli alti funzionari dell’economia e della finanza sono rimasti nell’apparato dello Stato, ed alcuni sono stati addirittura promossi.

 

Lo Stato assume il debito delle imprese private

 

Anche le imprese private argentine e le filiali argentine delle multinazionali straniere sono state incentivate perché si indebitassero. Il totale del debito privato raggiunse oltre 14.000 milioni di dollari.

Tra le imprese private indebitate figurano le filiali argentine di società multinazionali: Renaullt Argentina, Mercedes-Benz Argentina, Ford Motor Argentina, IBM Argentina, City Bank, First National Bank of Boston, Chase Manhattan Bank, Bank of America, Deutsche Bank.

Lo Stato argentino paga i creditori privati di queste imprese: Renault France, Mercedes Benz, City Bank, Chase Manhattan Bank Bank of America, First National Bank of Boston, Crédit Lyonnais, Deutsche Bank, Société Générale.

Sinteticamente: il contribuente argentino paga il debito contratto dalle filiali delle multinazionali con le rispettive case madri o con le banche internazionali. Legittimo il sospetto che le multinazionali in questione abbiano creato un debito delle rispettive filiali argentine attraverso un semplice gioco di contratti. I poteri pubblici argentini non dispongono di alcuno strumento di controllo.

 

L’ondata di privatizzazioni

 

Il regime di Menem, succeduto a quello di Alfonsin, si è lanciato in una politica generalizzata di privatizzazioni nel 1990-1992, liquidando letteralmente gran parte del patrimonio nazionale, che si stima abbia rappresentato una perdita di 60.000 milioni di dollari. Menem prese a pretesto lo spaventoso indebitamento delle aziende pubbliche argentine per giustificarne le vendite agli occhi dell’opinione pubblica nazionale. La cattiva situazione finanziaria era dovuta alla politica di indebitamento forzato imposto dalle autorità economiche della dittatura; come abbiamo accennato, il grosso delle somme del debito non era mai arrivato nelle casse delle imprese. Menem aveva affidato alla banca nordamericanMerril Lynch la valutazione del valore di YPF. La Merril Linch ridusse deliberatamente al 30% le riserve petrolifere disponibili, cercando di sminuire il valore di YPF prima che la si mettesse in vendita. Una volta realizzata la privatizzazione, la parte delle riserve occultate riemerse nei conti. Gli operatori finanziari che avevano comprato a basso prezzo le azioni dell’impresa riuscirono a ricavare guadagni favolosi grazie all’aumento della quotazione in borsa delle azioni YPF. Un’operazione del genere consente di menare vanto ideologicamente della superiorità del privato sul pubblico. (Nota: Sempre la banca nordamericana Merril Lynch è stata incaricata dal presidente brasiliano Fernando Henrique Cardoso di valutare, nel 1997, la principale società pubblica brasiliana, la Vale do Río Doce, una società mineraria, ed è stata accusata da numerosi parlamentari brasiliani di avere sottovalutato del 75% le riserve di minerali dell’impresa – Fonte: O Globo, 8 aprile 1997, Brasile).

A parte YPF (venduta alla multinazionale petrolifera spagnola Repsol nel 1999), è stata liquidata un’altra perla argentina: si tratta dell’impresa Aerolineas Argentinas (venduta alla compagnia aerea spagnola Iberia). I Boeing 707 che facevano parte della sua flotta sono stati venduti simbolicamente a 1 dollaro (1,54 dollari USA, per la precisione!). A qualche anno di distanza, sono ancora in servizio nelle linee della compagnia privatizzata, ma Aerolineas deve pagare un “leasing” per servirsene. I diritti d’uso delle linee aeree della compagnia, del valore di circa 800 milioni di dollari, sono stati stimati a solo 60 milioni di dollari. L’impresa è stata ceduta a Iberia per un ammontare in denaro liquido di 130 milioni di dollari, mentre ciò che restava era costituito da annullamento di crediti per il debito. Iberia rastrellò crediti per comprare l’azienda e trasformò la totalità del credito contratto in debito della nuova Aerolineas Argentinas, che di colpo si è trovata indebitata fin dall’origine dell’operazione. Nel 2001 Aerolineas Argentinas, proprietà di Iberia, era sull’orlo del fallimento per colpa dei nuovi proprietari.

La privatizzazione di Aerolineas è un caso paradigmatico. Tutte le imprese privatizzate sono state liberate dal loro pacchetto di debiti, dei quali si è fatto carico lo Stato.

 

Processo contro la dittatura

 

Lo scandalo del debito argentino ha suscitato, negli anni successivi alla dittatura, l’interesse dei cittadini. Il governo civile post-dittatura ha costituito una commissione parlamentare che, dopo un anno e mezzo di lavoro, è stata sciolta, visto che i suoi risultati rischiavano di danneggiare la politica economica di Alfonsin, che nel frattempo aveva deciso il trasferimento allo Stato del debito. Anche Menem, al suo tempo, aveva sparlato dei responsabili dell’indebitamento, ma una volta al potere aveva lasciato cadere qualsiasi velleità di agitare un tema che da allora in poi è diventato un tabù.

Indipendentemente da questi compromessi ed elusioni, si è avviato un procedimento giudiziario, a seguito di una denuncia fatta nell’ottobre del 1982 da un cittadino argentino, Alejandro Olmos, quando ancora l’Argentina sottostava alla dittatura. A parte tutte le difficoltà, alla fine il processo si è concluso nel luglio 2000.

Questo giornalista, coraggioso e instancabile, è riuscito ad ottenere che il tema delle responsabilità dell’indebitamento del paese fosse oggetto di indagine da parte delle autorità giudiziarie. Si sono svolte tutta una serie di audizioni dei responsabili economici della dittatura e di quelli delle imprese pubbliche. Lo studio di Guillermo Klein è stato oggetto di indagini e notevoli quantità di documenti relativi al periodo della dittatura sono stati sequestrati e custoditi nelle casseforti della Banca Centrale.

La sentenza del 13 luglio 2000 non ha prodotto alcuna condanna di chicchessia (fondamentalmente, per motivi di prescrizione) ma ha rivelato l’ampiezza dello scandalo costituito dal debito argentino.

La sentenza di 195 pagine emessa dal giudice Ballestrero conferma una serie di accuse di estrema importanza.

Il FMI ha sostenuto attivamente la dittatura argentina, soprattutto fornendole uno dei suoi alti funzionari, un tal Dante Simone (Poder Judicial de la Nación, 13 luglio 2000, pp. 31-2, 106, 109, 127).

La Federal Reserve è servita come avallo verso le banche private nordamericane, perché prestassero denaro alla dittatura, oltre ad essere stata mediatrice in una serie di operazioni della Banca Centrale argentina (p. 127).

Mentre la dittatura indebitava il Tesoro pubblico e le imprese pubbliche, permetteva ai capitalisti argentini di piazzare all’estero notevolissime quantità di capitale. Tra il 1978 e il 1981, più di 38.000 milioni di dollari sono usciti dal paese in maniera “eccessiva e ingiustificata”; questo era consentito fondamentalmente dal fatto che ogni residente argentino poteva acquistare 20.000 dollari al giorno – che poi potevano essere collocati all’estero (pp. 56-8).

In poche parole, lo Stato si indebitava mentre i capitalisti esportavano allegramente i capitali fuori dal paese: “Approssimativamente, il 90% delle risorse provenienti dall’estero tramite l’indebitamento di imprese (private e pubbliche) e del governo erano state trasferite all’estero in operazioni finanziarie speculative” (p. 102). Rilevanti cifre prese in prestito da banche private statunitensi e dell’Europa occidentale sono poi state depositate in quelle stesse banche.

Aziende pubbliche come YPF sono state sistematicamente messe in difficoltà (p. 130).

Il regime di transizione “democratica” succeduto alla dittatura ha trasformato il debito delle imprese private in debito pubblico del tutto illegalmente (p. 152) – il che significa che questa decisione potrebbe essere rivista. Tra le imprese private i cui debiti sono stati assunti dallo Stato, 26 erano società finanziarie. Tra queste figuravano parecchie banche straniere insediate in Argentina: City Bank, First National Bank of Boston, Deutsche Bank, Chase Manhattan Bank, Bank of America (pp. 155-7), il che significa che lo Stato argentino indebitato con queste banche ha deciso di assumersene i debiti. Senza commenti!

Un esempio puntuale di convergenza tra una banca privata del Nord e la dittatura argentina: tra il luglio e il novembre del 1976, la Chase Manhattan Bank ha ricevuto mensilmente depositi di 22 milioni di dollari (cifre che poi sono aumentate ulteriormente), ricavando un interesse del 5,5% in quel periodo e, allo stesso ritmo, la Banca Centrale argentina ha acceso prestiti presso la stessa banca degli Stati Uniti, la Chase Manhattan Bank, a un interesse dell’8,75% (p. 165).

Quelle della sentenza sono conclusioni demolitrici per la dittatura, per i regimi che l’hanno sorretta, per il FMI, per i creditori privati, ecc. La sentenza emessa dal tribunale enuncia chiaramente che “il debito estero della nazione […] è risultato grossolanamente incrementato a partire dal 1976 attraverso la strumentazione di una politica economica volgare e oltraggiosa che ha messo in ginocchio il paese con i vari metodi utilizzati, già spiegati in questa conclusione, e che tendevano tra l’altro ad avvantaggiare e sostenere imprese e affari privati – nazionali e stranieri – ai danni di società e imprese dello Stato che, tramite una politica appositamente orientata, si sono andate impoverendo di giorno in giorno; tutto ciò, tra l’altro, si è riflesso nelle valutazioni ottenute al momento in cui sono cominciate le privatizzazioni di queste imprese” (p. 195).

La sentenza dovrebbe servire di base per una decisa iniziativa di rifiuto del pagamento del debito estero pubblico argentino e per il suo annullamento. Si tratta di un debito odioso e illegittimo. I creditori non hanno il diritto di continuare a ricevere gli interessi per questo settore del debito; i loro crediti sono nulli. Come i nuovi debiti contratti dal 1982-1983, sono essenzialmente serviti a rimborsare quelli precedenti e sono in sé gravati da illegittimità. L’Argentina può perfettamente basarsi sul diritto internazionale per giustificare la decisione di non pagare il debito estero. Si possono invocare svariati argomenti giuridici, tra i quali si potrebbe citare la nozione di debito odioso (i creditori non possono disconoscerlo), di forza maggiore (come gli altri paesi indebitati, l’Argentina si è trovata di fronte a un brusco cambiamento della situazione a causa della decisione di aumentare unilateralmente i tassi di interesse da parte degli Stati Uniti a partire dal 1979) e di stato di necessità (le finanze argentine non consentono di continuare a pagare, perché questo impedisce il rispetto degli obblighi assunti con la sottoscrizione di trattati internazionali che riguardano i diritti economici e sociali dei cittadini).

La sospensione dei pagamenti del debito va completata con altre misure essenziali. Ed ecco alcune proposte da discutere. Innanzitutto, l’esigenza di un’indagine internazionale sugli attivi illegittimamente accumulati da residenti argentini e depositati all’estero (secondo il BIS, i depositi di capitalisti argentini in banche dei paesi più industrializzati ammontano grosso modo a 40.000 milioni di dollari – cfr. BIS, “International Banking and Financial Market Developments”, in Quarterly Review, giugno 2001, www.bis.org). L’obiettivo è quello di recuperare la massima quantità possibile di fondi sottratti alla Nazione. In secondo luogo, introdurre misure di controllo sui movimenti di capitali e sulle operazioni cambiarie, per impedire che si protragga la fuga di capitali e per proteggersi da aggressioni speculative. In terzo luogo, mettere in moto una politica fiscale redistributiva: tassazioni eccezionali sul patrimonio del decile più ricco della popolazione, imposte sui guadagni da capitali, riduzione dell’IVA su prodotti e servizi di base, ecc. In quarto luogo, deroga di decreti e leggi che impongano riduzioni di salari e pensioni (ed altre prestazioni sociali); difesa e potenziamento della sicurezza sociale; assicurare un reddito minimo e garantito a tutti i disoccupati e aumentare salari e pensioni per ricostituire il potere d’acquisto è la condizione di fondo di qualsiasi alternativa progressista all’attuale stato di cose; la “fiducia dei consumatori” si recupera rivedendo la riforma del lavoro e garantendo la stabilità dell’impiego e non aspettando che “piovano” i vantaggi dei profitti ottenuti dagli imprenditori. In quinto luogo: statalizzazione delle imprese privatizzate indebitamente, a partire da quelle corrispondenti a settori strategici (energia, petrolio, comunicazioni, ecc.); sul piano internazionale, favorire la costruzione di un fronte dei paesi indebitati, sviluppare le complementarità e gli interscambi Sud-Sud; opporsi energicamente all’ALCA; opporsi all’offensiva militare degli Stati Uniti (basi militari, scudo antimissili di Bush, che cercherà di creare una base strategica nel Cono Sur; Plan Colombia); sostenere le iniziative in favore dell’imposizione di una tassa tipo Tobin sulle transazioni finanziarie internazionali.

Queste varie proposte costituiscono tracce per un’alternativa al modello neoliberista. Non si tratta di un programma da “prendere o lasciare”, ma si tratta di dimostrare che esistono soluzioni se si vuole farla finita con la logica infernale dell’indebitamento estero e della dipendenza sempre più accentuata.

 

Nota bibliografica

ATTAC (1999), Attac contre la dictature des marchés [Attac contro la dittatura dei mercati], Paris, 1999, Attac, La Dispute, Syllepse, VO Editions, 158 pp.

A. Calcagno, E. Calcagno (1999), La Deuda Externa explicada a todos [Il debito estero spiegato al volgo], Catalogos Editora, Buenos Aires, 1999, 126 pp.

Alejandro Olmos (1990), Todo lo que usted quiso saber sobre la deuda externa y siempre lo ocultaron [Tutto quel che avreste voluto sapere sul debito estero e vi hanno sempre nascosto], 1995, Buenos Aires, 263 pp.

Poder Judicial de la Nación, Fallo [Sentenza]/causa n. 14.467 caratulada “Olmos Alejandro S/dcia.” expte n. 7.723/98, Buenos Aires, 13 luglio 2000, 195 pp.

Mario Rappoport (e collaboratori) (2000), Historia económica, política y social de la Argentina (1880-2000), Buenos Aires, Bogotà, Caracas, México DF, 2000, Ed. Macchi, 1148 pp.



* Presidente del CADTM (Comitato per l’Annullamento del Debito del Terzo Mondo), autore di Deuda Externa en el Tercer Mundo. Las Finanzas contra los pueblos [Debito estero nel Terzo Mondo. Le finanze contro i popoli], Ed Nueva Sociedad, Caracas/Convergencia Socialista-Mexico/CADTM-Bruxelles, 1998.; è stato uno dei conferenzieri del Genova Social Forum e sarà relatore a Porto Alegre.

 

 

 

 



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