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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Stefanoni: Chávez e il socialismo petrolifero

Stefanoni: Chávez e il socialismo petrolifero

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VENEZUELA – La vittoria di Chávez e il socialismo petrolifero

Pablo Stefanoni

 

Continuano i commenti e le riflessioni sul significato della vittoria di Hugo Chávez nelle elezioni presidenziali del 7 ottobre. Questo articolo di Pablo Stefanoni, già direttore dell’edizione latinoamericana di “Le Monde Diplomatique”, è utile anche perché registra le contraddizioni di alcune “forze di sinistra che difendono l’autonomia popolare – ad esempio il Fronte popolare Darío Santillán, in Argentina – che sono chavisti entusiasti e antikirchneristi, cosa che ha a che vedere probabilmente con la distanza e con la particolare mistica politica creatasi intorno a Chávez”. In Italia il fenomeno è ancora più accentuato, e alimenta anche una inopportuna “solidarietà con regimi che sono, questi sì, delle dittature – cosiddette antimperialiste - come quella di Gheddafi in Libia, di Al Assad in Siria o di Lukashenko in Bielorussia”. (a.m. 15/10/12)

 

Se si fosse trattato di un paese “normale", 11 punti percentuali di vantaggio in un scontro diretto (55,42% contro 44,1%, più di 1,6 milioni di voti di differenza) avrebbero spinto qualsiasi mezzo di comunicazione di qualsiasi paese a parlare di vittoria schiacciante del primo sul secondo. Poiché si tratta, però, di un paese “speciale”, il Venezuela, “nel mondo” si è parlato più della spettacolare crescita dell’opposizione che non della quarta vittoria consecutiva di Hugo Chávez alle presidenziali. Va inoltre detto che Chávez ha vinto nettamente in 22 dei 24 Stati del paese, e sono caduti nel vuoto gli svariati catastrofismi su eventuali frodi elettorali o vari esercizi di violenza.

Altra cosa certa è anche che l’opposizione guidata da Henrique Capriles è stata considerevole. Chávez dovrà ora affrontare forse le sfide maggiori che gli si siano mai presentate nei suoi 14 anni di incarico presidenziale, sia sul piano politico-economico, sia su quello personale. Di questi argomenti, dell’“incomprensione” che circonda il “comandante” e il suo modello, e delle sue sfide (e punti di forza, contraddizioni e debolezze) si occupano le note che seguono.

 

Alla fine, i venezuelani hanno votato – in maniera massiccia – e hanno eletto Hugo Chávez con più di un milioni di voti di differenza sul suo contendente, Henrique Capriles, il giovane governatore che è riuscito a unificare l’opposizione e – in concordanza con i tempi che corrono – a diluire la propria immagine di destra e a mostrare un volto di “centrosinistra” meno legato al golpismo di un tempo che procurò risultati disastrosi all’opposizione. La sua ammissione della sconfitta in un discorso pacato costituisce un passo significativo rispetto alle elezioni precedenti. Da parte sua, Chávez ha parlato di “vittoria perfetta” e riferendosi al socialismo bolivariano gli aggiunto il termine “democratico” (“socialismo democratico bolivariano”, ha detto) e ha chiamato Capriles per salutarlo. Questo scenario ha spazzato via le versioni che anticipavano quello di una situazione postelettorale convulsa, in alcuni dei comizi che mobilitarono tutti i grandi mezzi di comunicazione di massa internazionali, in maggioranza contrari al presidente bolivariano. Il futuro politico dipende ora dalle condizioni di salute del presidente. Ormai è al potere da 14 anni e può arrivare a due decenni di sua presenza nel Palazzo di Miraflores. Bisognerà inoltre vedere che cosa accadrà nelle prossime elezioni dei governatori e in quelle parlamentari (separate dalle presidenziali). La parola d’ordine – una volta resa ufficiale la malattia di Chávez - non è più “patria o morte” ma “vivremo e vinceremo”.

Indubbiamente, le analisi di tanti media che parlavano di pareggio tecnico avevano a che vedere più con i propri desideri (wishful thinking) che non con quel che emergeva dalla realtà. Diversi dati dell’evidenza facevano pensare che il presidente venezuelano sarebbe rimasto al potere. Ben oltre il logoramento del modello bolivariano, esiste un’identificazione popolare con il chavismo - e processi di inclusione sociale e simbolica - che oggi permettono a Chávez di conservare la sua capacità di battere qualunque rivale. Compreso Capriles, che pure è riuscito a imprimere sufficiente mistica all’opposizione unificata. Eppure le motivazioni popolari continuano ad essere disprezzate da editorialisti d’opposizione come Fernando Rodríguez, secondo il quale – ricorrendo a una frase che si sarebbe potuta pronunciare nel secolo scorso – i risultati non fanno che dimostrare «che la passività patologica dei popoli di fronte al dispotismo può essere molto grande». Tra i giornalisti apparsi più fiduciosi nelle proprie convinzioni si è di gran lunga distinto l’argentino Jorge Lanada, inviato a Caracas per coprire la sconfitta di Chávez, e che è riuscito, notevolmente, a restare a destra della copertura del Cnn, a tratti sufficientemente equilibrata a prescindere dalle scontate simpatie per il candidato dell’opposizione.

 

Il governo dovrà ora affrontare un’altra fase. Lo stesso presidente ha ammesso durante la campagna le difficoltà della gestione statale. Non è la prima volta. Già nel 2007 aveva parlato delle 3R: revisione, rettifica e reimpulso. A volte, è gigantesco (troppo gigantesco) lo scarto tra il volontarismo presidenziale e le capacità istituzionali di attuare i cambiamenti. Certamente, il “socialismo petrolifero così diverso da quello ipotizzato da Marx” – come ha definito Chávez il suo modello nel 2007 – presenta parecchi problemi, il più urgente dei quali è l’enorme dipendenza dalle importazioni, che avvantaggia una borghesia importatrice parassitaria e mette in discussione la solidità della gestione bolivariana. Gli appelli a radicalizzare la rivoluzione mancano a volte di precisi riferimenti ai soggetti sociali che le hanno dato impulso e presuppongono un consenso socialista poco evidente alla luce dei criteri (o desideri) di consumo degli stessi settori popolari venezuelani.

Di fatto, la formula del socialismo del XXI secolo si è andata diluendo nel corso degli ultimi anni come progetto post-neoliberista su scala latinoamericana. Il Venezuela continua ad essere un petro-Stato, le politiche ridistributive dipendono dagli elevati prezzi del greggio e sono ancora pendenti i vecchi propositi di “seminare petrolio”. In questo senso, il ciclo attuale somiglia più di quel che non si ammetta al governo socialdemocratico di Carlos Andrés Pérez negli anni Settanta. E tutta la politica sociale – generalmente strutturata in istituzioni statuali ad hoc – dipende da PDVSA.

In Venezuela sono stati sperimentati diversi meccanismi – nella prima fase, “operativi civil-militari” – per portare avanti “processi di inclusione di massa e accelerati” attraverso “una più equa distribuzione della rendita petrolifera”. I critici della rendita parlano di “cultura da accampamento”, in cui prevalgono gli operativi straordinari senza continuità nel tempo. In questo senso, il progetto più ambizioso sono le misiones, che investono positivamente larghi strati della popolazione, dall’educazione all’assistenza sanitaria, passando per i mercati, dove è possibile acquistare prodotti a prezzi più bassi, cosa importante in un paese ad elevata inflazione. Tuttavia, queste istituzioni parallele sono instabili nella durata e dipendono da iniezioni crescenti di petrodollari (come ha ammesso lo stesso Chávez, le missioni sono nate dopo aver conosciuto i sondaggi che lo davano per perdente nel plebiscito di revoca del 2004 e durante una conversazione con Fidel Castro). È sicuramente meglio che quei dollari vadano al popolo e non all’oligarchia, ma di qui a immaginare qualcosa come il socialismo del XXI secolo il passo è lungo, e questa prospettiva anticapitalista non è riuscita ad andare oltre alcune formulazioni piuttosto retoriche.

Ai problemi ricordati si aggiungono gli enormi livelli di insicurezza dei cittadini, l’emergere di una “boliborghesia” che si mette in mostra e l’eccessiva impunità rispetto alla corruzione. È chiaro che il chavismo non è minimamente una dittatura, che l’isteria conservatrice non ha appigli e che sarebbe ben strano un dittatore con una decina di elezioni pulite vinte (Edoardo Galeano), ma questo non vuol dire che i metodi di costruzione del Psuv non siano a volte troppo gerarchico-militaristi. Questi elementi sono di solito ignorati da forze di sinistra che difendono l’autonomia popolare – ad esempio il Fronte popolare Darío Santillán, in Argentina – che sono chavisti entusiasti e antikirchneristi, cosa che ha a che vedere probabilmente con la distanza e con la particolare mistica politica creatasi intorno a Chávez. Corrispettivo internazionale di tali derive è la solidarietà con regimi che sono, questi sì, delle dittature – cosiddette antimperialiste - come quella di Gheddafi in Libia, di Al Assad in Siria o di Lukashenko in Bielorussia. Del pari, è indubbio che la maggioranza dei mezzi di comunicazione di massa privati siano all’opposizione, ma le lunghe ore di trasmissioni a canali unificati – inedite nella regione su questa scala – introducono alcune sfumature nelle analisi troppo binarie.

Il tutto invita a riflettere – soprattutto ora che i risultati hanno dato una vittoria inappellabile a Hugo Chávez. Ai settori di sinistra che si aspettano che il nazionalismo si decanti in socialismo, andrebbe ricordato che storicamente l’astuzia della “ragione populista” è prevalsa sui progetti di sinistra. E nel vertice chavista sono presenti personaggi come Diosdado Capello (la cosiddetta destra endogena) che non mancano appunto di astuzia in uno scenario in cui si contende un eventuale spazio post-chavista.

Naturalmente, molti analisti di sinistra continuano a parlare troppo degli anni Novanta, quando i “nuovi” governi progressisti e nazionalisti sono al potere da 6 e 14 anni. Nel dibattito ancora aperto nella sinistra sulle vie all’emancipazione, questa vittoria democratica non dovrebbe offuscare certi segni di esaurimento del socialismo bolivariano in termini di trasformazione. Un bilancio che andrebbe esteso a tutte le esperienze nazional-popolari nella regione.

(Traduzione dallo spagnolo di Titti Pierini)

[da Brecha, Montevideo, 12-10-2012 http://www.brecha.com.uy e Colectivo Militante - Boletín solidário de información - Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. - Montevideo]



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