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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Un dibattito cubano sul presente e il futuro (1)

Un dibattito cubano sul presente e il futuro (1)

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Un dibattito cubano sul presente e il futuro (1)

 

Nella rassegna su Un debate cubano avevo riportato uno stralcio da un nutrito scambio di lettere e interventi on line che dura da alcuni mesi a Cuba sul tema dell’emigrazione, delle sue ragioni, dei problemi dell’isola. Un dibattito che mi ero affrettato a mettere almeno in parte sul sito, in spagnolo, per rispondere ad argomenti ascoltati recentemente da alcune compagne cilene, vicine al PC di quel paese, che sostenevano che chiunque critichi Cuba sarebbe pagato dalla CIA e dovrebbe andarsene subito dall’isola. Questo stralcio dal dibattito cubano era dedicato a loro, e aveva l’obiettivo di farle riflettere su un problema che invece proprio i militanti rivoluzionari più convinti, e non disposti ad andarsene da Cuba, considerano fondamentale.

Il file ha avuto subito un certo numero di visite, non so tuttavia quanti di quelli che hanno una conoscenza solo superficiale dello spagnolo siano riusciti ad andare fino in fondo nella lettura di testi abbastanza lunghi. Quindi, sia pure gradatamente, Titti Pierini li sta traducendo. Credo sia meglio pubblicarle presto, anche se in più rate, perché anche nella sinistra italiana è urgente una riflessione sulla situazione cubana, che viene spesso vista col filtro dell’innamoramento, o dai finestrini dei pullman delle visite guidate. Prima di tutto riporto intanto la prima lettera di Iván López Monreal che ha acceso il dibattito, e poi la sua ultima lettera, da cui si può dedurre facilmente con quali argomenti i conformisti hanno cercato di negare perfino la sua reale esistenza. A presto alcuni degli altri interventi.

(a.m.25/10/12)

 

La prima lettera di Iván López Monreal

Stimato Rafael Hernández,

ho letto con molto interesse la sua “Lettera a un giovane che se ne va”. Mi sono sentito implicato, giacché due anni fa ho lasciato Cuba, ho 28 anni e vivo a Pomorie, una città balneare situata nella parte orientale della Bulgaria. La ragione per cui le scrivo è quella di cercare di spiegarle la mia posizione di giovane cubano emigrato. Senza toni solenni né verità assolute, perché se lasciare il mio paese mi ha insegnato qualcosa, è scoprire che queste verità non esistono.

Forse alcuni di noi che siamo andati via negli ultimi anni (siamo migliaia) hanno chiaro in che momento hanno deciso di farlo. Io no. Per me, è avvenuto progressivamente, senza che me ne rendessi conto. Comincerei con il ricorso a quel dato così cubano che è il lamentarsi. A volte di piccole cose. Di quel che non c’è, di quel che non arriva, di quel che succede, di quel che non succede, di non sapere. O di non potere. Non è grave lamentarsi, lo è che diventi cronico come una malattia quando sembra che niente possa fornire soluzioni. E uno può accettare che sia così, ed è questo il tuo paese nel bene o nel male, o passare alla categoria seguente, che è la frustrazione. Ossia, scoprire che la soluzione alla maggior parte dei problemi non è in mano tua. O non ti permettono di farlo. O, ancor più triste, non sembra che importi.

Lasciare il tuo paese o restare è una decisione molto personale che non va mai giudicata in termini morali. Io ho scelto questa strada perché volevo un futuro diverso da quello che vedevo a Cuba, e sono andato a cercarmelo consapevole che potesse andarmi male, ma ho voluto correre il rischio. Non le mentirò dicendo che è stato doloroso. Non ho pianto all’aeroporto. Al contrario, ero contento. Le dico di più, mi sono liberato

Lei ha ragione quando dice che la mia generazione manca di quei legami emotivi che sono generati da esperienze quali Playa Girón, la Crisi d’Ottobre o la guerra d’Angola. Ma non fraintenda, ho avuto anch’io le mie epopee. Magari non così epiche, ma ne ho anche avute di devastanti. In questi ventidue anni cui lei si riferisce, ho visto degradarsi il paese per il quale tanto lottarono i miei genitori. Ho visto andarsene i miei maestri delle elementari e i miei insegnanti della scuola secondaria. Ho visto famiglie discutere per il diritto di mangiarsi un pezzo di pane. Ho visto il malecón [lungomare dell’Avana] pieno di gente agitata che gridava contro il governo, e gente ancor più agitata che gridava in suo favore. Ho visto giovani costruirsi zattere per fuggire non si sa dove, e una folla che lanciava escrementi di gatto contro la casa di un “traditore”. Ho anche visto, Rafael, un cane mangiarsene un altro all’angolo tra 27 e F dell’Avana. E ho anche visto mio padre, che lui sì è stato in Angola, con il viso pallido, senza risposte, il giorno che un guardiano d’albergo gli disse che non poteva continuare a passeggiare lungo una spiaggia di Jibacoa (di fronte al campeggio internazionale) per il fatto di essere cubano. Io ero con lui. Io lo vidi. Avevo dieci anni. E un bambino di dieci anni non dimentica come viene mandata a cagare la dignità di suo padre. Che pure era tornato dalla guerra con tre medaglie.

Lei mi parla delle conquiste sociali della Rivoluzione. Di istruzione e di medicina. Le parlerò della mia educazione. Ho avuto buoni maestri e, quando se ne andarono, furono sostituiti da altri meno preparati, a loro volta rimpiazzati da lavoratori sociali che scrivevano “experiencia” con la “s” [esperiensia] ed erano incapaci di indicare su una carta cinque capitali latinoamericane (questo non me l’hanno raccontato, l’ho vissuto personalmente). I miei genitori hanno dovuto contattare maestri privati perché imparassi davvero. Non pagavano loro ma una mia zia residente a Toronto. Per cui, ad essere onesti, buona parte della mia formazione la debbo ai clienti del ristorante greco dove mia zia lavorava. Ma c’è di più. Ai tempi di mia sorella maggiore era estremamente raro che un alunno prendesse un cento come voto. Ai tempi miei il cento diventò normale, non perché gli alunni fossero più brillanti, ma perché le esigenze dei professori si erano abbassate per imbellettare l’insuccesso scolastico. E sa una cosa? Io sono stato fortunato, perché quelli che venivano dopo di me invece di maestri si sono trovati un televisore.

Sulla medicina ho poco da dirle perché lei vive a Cuba. E tranne il fatto di restare gratuita, cosa che riconosco continui ad essere meritoria, lo stato degli ospedali, la precarietà di alcuni medici mal pagati e la crescente corruzione spingono sempre più il sistema sanitario verso quel terzo mondo per allontanarsi dal quale tanto si è fatto. E il fatto certo è che, oggi, un cubano che maneggia moneta straniera ha più probabilità di ottenere una cura migliore (dando mance o anche pagando) di uno che non ne ha, anche in forma legale. E anche se la Costituzione dice un’altra cosa. Per triste che sia ammetterlo, Rafael, l’istruzione e la medicina di cui dispongono i cubani di oggi è peggiore di quelle a disposizione dei nostri genitori.

Lei sostiene che il paese fa un grande sforzo, che c’è un embargo. E io le rispondo che c’è anche un governo che prende decisioni da cinquant’anni in nome di tutti i cubani. E se siamo arrivati al punto in cui siamo, la cosa più sana sarebbe che ammettesse che non ha saputo, o non ha potuto, o non ha voluto fare le cose diversamente. Per qualsiasi motivo. Perché anche il fallmento è carico di motivi. E invece di tricerarsi dietro le sue storiche figure nel Consiglio di Stato, dovrebbe consentire il ricambio con quelli venuti dopo. Rafael, è assai frustrante per un giovane della mia età vedere che a Cuba sono ormai cinquant’anni senza che avvenga un ricambio generazionale perché il governo non lo ha permesso. E non dico di dare il potere a me che ho 28 anni. Parlo dei cubani di 40, 50 o anche 60 anni e che non hanno mai avuto la possibilità di decidere. Oggi, infatti, le persone di quell’età e che occupano posti di responsabilità a Cuba non sono state formate per prendere decisioni, ma per approvarle. Non sono dirigenti, sono funzionari. E vi comprendo dai ministri fino ai delegati dell’Assemblea nazionale [il parlamento]. Fanno parte di un sistema verticistico che non lascia margini perché esercitino l’autonomia che dovrebbero avere. Tutto si consulta. E al contrario di quel che dice il ritornello: invece che chiedere scusa, tutti preferiscono chiedere licenza.

Lei dice che nel mio paese si può votare ed essere eletto ad incarichi fin dai 16 anni. E che la presenza di giovani delegati è scesa a partire dagli anni Ottanta fino ad ora. Mi avverte inoltre che se continuiamo ad andarcene ci saranno meno giovani che votano e quindi meno giovani eleggibili. E io le chiedo; a cosa serve il mio voto? Cosa posso cambiare? Che cosa hanno fatto i delegati parlamentari perché mi interessi di loro? Siamo sinceri, Rafael - e credo che lei lo sia nella sua lettera, come anch’io voglio esserlo nella mia - sappiamo entrambi che l’Assemblea nazionale, per come è concepita, serve solo ad approvare leggi all’unanimità. È paradosale chiamare Assemblea un’istituzione che si riunisce una settimana all’anno. Tre o quattro giorni d’estate e tre o quattro giorni a dicembre. E in quei giorni si limita ad approvare i mandati del Consiglio di Stato e del suo Presidente, che è colui che decide ciò che si fa e ciò che non si fa nel paese. Io purtroppo non posso votare questo presidente. E non sa quanto mi piacerebbe farlo.

Giorni fa ho ascoltato Ricardo Alarcón confessare a un giornalista spagnolo di non credere nella democrazia occidentale “perché i cittadini sono liberi solo il giorno in cui votano, per il resto i partiti fanno quello che vogliono (…)”. Se anche fosse così, e non è vero (perlomeno non sempre, e non in tutte le democrazie), starei ammettendo che da quando nacqui, nel 1984, gli elettori statunitensi, ad esempio, hanno avuto sette giorni di libertà (uno ogni quattro anni) per cambiare presidente. Qualche volte lo hanno fatto bene, altre no. Ma questa è un’altra storia. Un giovane del New Jersey della mia età ha già avuto due giorni di libertà, ad esempio per cacciare i repubblicani di Bush e nominare Obama. Noi cubani non abbiamo potuto prendere una decisione del genere dal 1948 (non includo le elezioni di Batista naturalmente). E se lei mi dice che la capacità di nominare un presidente non è rilevante per un paese io le dico che invece lo è. E ancor più per un giovane che ha bisogno di sentire che si tiene conto di lui, sia pure per un giorno.

Lei pensa probabilmente che noi che ce ne siamo andati abbiamo scelto la strada più facile, e che è arduo invece rimanere a risolvere i problemi. Debbo dirle però che i miei nonni e i miei genitori sono rimasti a Cuba per lottare per questi problemi. Hanno rinunciato a molte cose per la Rivoluzione e si sono anche giocati la vita per essa. Per darmi un paese avanzato, ugualitario, progressista. E quello che mi hanno dato è un paese in cui la gente festeggia perché può acquistare una macchina e vendere la propria casa quasi fosse una conquista. Ma questo non è una conquista, è recuperare un diritto che avevamo già prima della Rivoluzione. Siamo arrivati a questo punto? A celebrare come un successo qualcosa di così basilare? Quante altre cose basilari avremmo perso in questi anni? Per i miei genitori è doloroso ammettere questo fallimento e non lo vogliono per me. Non vogliono che arrivato a 55 anni abbia uno stipendio che non basta per vivere, né lo stipendio né la tessera alimentare. Perché non basta.  Perché non vogliono che per sopravvivere ricorra al mercato nero, alla corruzione, alla doppia morale, a fingere. Preferiscono che stia lontano. A 28 anni io sono diventato l’assistenza sociale per i miei genitori. O come crede che sopravvivano due persone con 650 pesos? Sì, Rafael, siamo stati costretti ad andarcene a centinaia di migliaia noi cubani, perché il nostro paese non fallisse. Quello che Cuba ricava dalle nostra rimesse supera, in valore netto, quasi tutte le sue esportazioni. Certamente, il paese ha perso giovani e talenti, e invece di aprire un dibattito realistico su come arginare questo dissanguamento, continua ad aggrapparsi a un immobilismo ideologico che altro non è se non paura del futuro. Aspettare che muoiano? Aspettare che cambino le leggi per generosità e non per convinzione?E che cosa faccio io in un paese che continua a premiare il consenso politico incondizionato al di sopra del talento? A che cosa posso aspirare se non basta quello che sono e che faccio…? A diventare un cinico? O lei mi incoraggia a farmi avanti e dire quello che penso? Qualche giovane della mia generazione lo ha già fatto, e dove sta? Ricordiamoci di Eliécer Ávila, uno studente dell’Università d’Oriente che avuto il coraggio di chiedere a Ricardo Alarcón come mai noi giovani cubani non potessimo viaggiare, come chiunque altro, e ha subìto la rappresaglia del sistema. Non era lui colpevole della presenza della telecamera della BBC, né della ridicola risposta di Álarcon (quella stupidaggine che il cielo si sarebbe riempito di aerei che sarebbero andati a sbattere uno contro l’altro). Adesso Eliécer vive emarginato per motivi politici. E non è né un terrorista né un apatride, è un giovane semplice, mulatto, studente universitario, che ha commesso l’errore di essere onesto. Che tristezza fare una rivoluzione per finire per condannare qualcuno perché è onesto. Lei, Rafael, vuole che rimanga per questo?

Lasciare il tuo paese e la tua famiglia non è un cambiamento facile. Né è la soluzione di niente, ma solo un inizio. Vai verso un’altra cultura, devi imparare un’altra lingua, passi bruttissimi momenti. Ti senti solo, Almeno, però, ti aiuta sapere che con qualche sforzo puoi ottenere delle cose. Il mio primo inverno in Bulgaria è stato molto duro, ho trovato lavoro come trasportatore e ho trascorso quattro mesi a caricare e scaricare lavatrici per guadagnare soldi e fare un viaggio in Turchia. Un’illusione che coltivavo fin da piccolo. E sono andato. Non ho dovuto chiedere il permesso d’uscita a nessuno, né il mio aereo si è scontrato con nessuno. Ho potuto realizzare il sogno di Eliécer. E sono contento di averlo fatto. Ho conosciuto realtà diverse, ho potuto fare confronti. Ho scoperto che il mondo è infinitamente imperfetto, e che noi cubani non siamo al centro di niente. Ci si ammira per alcune cose, come ci si detesta per altre. Ho scoperto anche che il fatto di andarmene non ha mutato le mie convinzioni di sinistra. Perché, Rafael, quello che c’è a Cuba non è di sinistra. Lo chiami pure come vuole, ma non è sinistra. Io sto dalla parte di quelli che ricercano il progresso sociale con uguaglianza di opportunità e senza esclusioni. La pensino pur come vogliono. Senza settarismo né trincee. Perché questo serve solo a contrapporsi alla società e a sostituire verità con dogmi.

Infine, Rafael, il caso ha voluto che finissi in un paese che è stato anch’esso governato da un partito unico e da un’ideologia unica. Qui non ci fu una rivoluzione di velluto come in Cecoslovacchia, né hanno abbattuto un muro come a Berlino, né fucilato un presidente, come in Romania. Qui, come a Cuba, la gente non conosceva i suoi dissidenti. Qui non c’erano brecce, eppure in una settimana sono passati dall’essere uno Stato socialista a una repubblica parlamentare. E nessuno ha protestato. Nessuno si è lamentato. Non posso evitare di chiedermi: “Forse hanno passato quarant’anni a fingere? Dopo non hanno avuto un percorso rose e fiori, hanno affrontato varie crisi, la popolazione si è trovata persino a vivere in condizioni peggiori di quelle in cui viveva negli anni Ottanta, ma è curioso che la stragrande maggioranza dei bulgari non vuole tornare indietro. Eppure il socialismo che hanno lasciato loro era abbastanza più prospero di quello che abbiamo oggi noi cubani. Invece, in questo paese non pensano al passato, pensano al presente. A migliorare l’economia, a risolvere le disuguaglianze (che ci sono, come a Cuba), a combattere la doppia morale, i personalismi e la corruzione generata dallo Stato per decenni..

Il giorno che questo presente interesserà a Cuba, non dubiti, ci vedremo all’Avana.

 

Ivan López Monreal

Pomorie, Bulgaria.

 

La lettera iniziale di Rafael Hernández è in:
http://lajovencuba.wordpress.com/2012/06/13/carta-a-un-joven-que-se-va/

 

Altra lettera del “giovane cubano che se ne è andato”

(12 ottobre 2012)

 

Mi chiamo Iván López Monreal e, varie settimane fa, ho scritto una lettera aperta per spiegare la mia posizione di giovane cubano emigrato. L’ho fatto perché volevo farlo, non perché me lo chiedesse qualcuno. L’ho fatto da solo, a casa mia. Senza consultarmi con amici o fidanzate, e sicuramente non con i miei genitori, che vivono a Cuba e potrebbero forse essere i maggiori danneggiati da tutto questo.

L’ho fatto rispettando coloro che sostengono una posizione diversa dalla mia. L’ho fatto senza offendere.

La risposta che mi giunge dai blog governativi è che non esisto, sono un falso, una maschera dietro cui si nasconde un nemico della Rivoluzione. Sono un manipolatore, un tergiversatore, un pericoloso antiprogressista che pretende di intossicare i giovani con un messaggio carico di punti deboli. Dicono che dietro di me c’è la CIA, la USAID, la mafia di Miami, l’immondizia dell’esilio, il verminaio rabbioso.

Tuttavia, per dovere di giustizia, debbo dire che la persona cui era diretta la lettera, Rafael Hernández, si è tenuto ai margini di questi attacchi, e ha avuto anche la cortesia di inviarmi una e-mail per ringraziarmi per il dibattito che abbiamo suscitato. E questo lo onora.

Ho tardato qualche giorno a rispondere, anche in privato, perché non intendevo creare problemi a nessuno, men che meno alla mia famiglia, ma alcuni hanno interpretato il mio silenzio come parte di un’operazione cospirativa, una prova che non esisto.

Una prova che sono un fantasma. Altrimenti perché non compaio su Facebook, o su Twitter, come mai non ho un blog, come è possibile che non abbia pubblicato mai niente prima? Evidentemente debbo essere un professionista della controrivoluzione per dire le cose che dico. Sono arrivati ad insinuare che la lettera è troppo perfetta per essere vera.

Per questi curatori di blog, noi giovani cubani manchiamo della capacità di analizzare e giudicare in modo critico la società in cui viviamo. E se lo facciamo, allontanandoci dalla dottrina ufficiale, è segno che ci manipola qualcuno. Loro no. Loro spiegano e convincono. Per questo a loro non piace la mia visione di Cuba.

Le mie parole gli sono sembrate false, sbagliate e pericolose. Mi chiedono di ricordare la frase di Guevara che diceva “all’imperialismo non si può concedere nanche un tantino così”. E questo giustifica tutto. Perché a Cuba bisogna tacere  per non offrire pretesti. Serve solo avere fiducia nelle decisioni del nostro governo. E certo, ti puoi lamentare, purché non lo faccia davanti a una telecamera o a un microfono aperto.

Perché non fraintendano le tue parole, perché il tuo discorso non somigli a quello del dissidente, perché nessuno commetta l’errore di pensare che sui temi sensibili si possa non essere d’accordo. Dicono che è un sacrificio necessario, un atto di fedeltà. Per me, è un modo per alimentare il fanatismo. Perché solo un fanatico, un incosciente o un immorale può negare la realtà del paese e accusare chi la denuncia di essere mercenario.

Io ho detto quello che penso a partire dalla mia verità e dal mio dolore. Sono cubano, e pur vivendo in Bulgaria o nella Kamchatka, continuerò ad esserlo. Magari potessi spogliarmi dell’identità come dai vestiti. Magari potessi rinunciare al mio passaporto e cominciare da zero, sarebbe più comodo per me e per la mia famiglia, ma non posso. Per pagare per ogni pratica, ogni pezzo di carta, ogni permesso che ti serve, incluso quello di ritornare nel paese in cui nacqui. Esisto per pagare, non per pensare. Mi cancellano. Mi annullano.

Da ormai parecchi anni a Cuba si nega la realtà che non si vuole vedere. E preferibile gettare ombre su tutto quel che è scomodo, mentre si chiama a un eroismo barricadiero. Perché un rivoluzionario che dubiti è un rivoluzionario debole. E si nega il dubbio come si nega la paura per la discrepanza. Vedono l’ideologia non come una scelta politica ma come un catechismo angusto e impoverente.  Parlano di leggere il Che come i vescovi parlano dei vangeli. E qui mi fermo.

Diceva Miguel de Unamuno che il fascismo si cura leggendo e il razzismo si cura viaggiando.  Perché non c’è niente che, come l’affacciarsi al mondo, ti aiuti a collocare le idee al posto giusto. Senza demagogie né deliri. E sì, bisogna leggere il Che, che ha fatto una rivoluzioni armi in pugno, e bisogna leggere Gandhi, che ha fatto la sua, più umana e profonda, senza sparare un colpo.

Bisogna leggere Marx e Lenin, ma anche Adam Smith e Keynes. Bisogna leggere Mikhail Sholokhov per conoscere l’epica della rivoluzione russa, e Solženycin per scoprire la desolante tragedia dello stalinismo.

Abbiamo il diritto di sapere e di pensare. E nessuno dovrebbe servirsi di questo per criminalizzare il tuo modo di intendere la società. Né per chiamarti antipatriota. Né per annullarti. Nessuno dovrebbe avvalersi della tua opinione per farti diventare un nemico pubblico. E non per ingiuriarti, né per condannarti. Quand’anche lo si faccia in nome della sovranità nazionale. Perché non è vero. Questo cerca solo di fare in modo che chi la pensa come te abbia il buon senso di stare zitto. O perlomeno limiti lo scontento al corridoio di casa sua, al cortile interno, al tavolo della sala da pranzo. A spazi in cui non lo sente nessuno.

Per questo hanno trasformato la quotidianità cubana in un immenso esercizio di ipocrisia che avvantaggia soltanto gli opportunisti.

Perché ormai nessuno si sente niente. Perché è impossibile sostenere a partire dall’onestà uno Stato che si impegna a rendere ogni giorno più difficili le cose, che disprezza la popolazione soffocandola di permessi e di divieti.

Uno Stato che non dà spiegazioni. Mai. Per niente. E cerca ogni spiraglio di sopravvivenza per tagliarlo con leggi abusive che esasperano ancora di più le ruberie e la doppia morale. Uno Stato impegnato ad abitare una realtà fittizia mentre nega quella reale. Quella di tutti i giorni. Quella della prepotenza e degli abusi, quella del colera e del dengue, quella del questo è una merda e si salvi chi può.

Questa realtà esiste, come esistono quelli di noi che la subiamo e desideriamo che cambi. Qualcuno per avere uno stipendio che gli consenta di arrivare alla fine del mese, o mercati all’ingrosso, o ospedali migliori, scuole, strade, o tasse più eque, o l’accesso a Internet. Altri perché possiamo entrare e uscire dal paese senza altra richiesta che il passaporto. Un semplice passaporto con il tuo nome e la tua foto. Senza umiliazioni. E senza dovere andare ai consolati a pagare per la tua situazione di cubano come se fosse una multa. Perché non è una multa. È la mia nazionalità. E non l’ho scelta, come non ho scelto neanche i miei genitori. Sono nato con questo diritto. E ormai sono stufo che mi facciano pagare e mi ricattino per questo.

Voglio un cambiamento per farla finita con tutto questo. E lo voglio per legalizzare scelte politiche diverse, non perché creda che la democrazia sia la soluzione magica dei nostri problemi, perché non lo è, ma farà almeno sì che i nostri leader la smettano di sentirsi intoccabili. Perché gli errori si pagano, e i fallimenti anche. E se io sbaglio e mi assumo le conseguenze, dovremmo chiedere la stessa cosa a chi ci governa. Indipendentemente da come si chiamino e dalla divisa che vestono.

Persino mio padre chiede il cambiamento, con la sua tessera del partito e le sue medaglie. Perché è stufo che gli aumentino il prezzo di quel che mangia, stufo che il Granma menta, che sia ogni giorno più difficile ottenere legalmente qualcosa. Stufo che lo Stato gli venda servizi con una divisa che non è quella con cui è pagato il suo salario. Stufo di vedere nelle notizie una Cuba inesistente.

Lui invece esiste, è reale, e sa che negare i problemi serva solo ad aggravarli. Mio padre su tante cose la pensa come me e non è un dissidente. È un rivoluzionario con un foglio di servizio che è difficile riescano ad uguagliare quelli che mi danno del mercenario. Però, le decisioni del mio paese hanno ottenuto che, diverse generazioni e con esperienze diverse, oggi giungiamo a una conclusione molto simile: così non possiamo andare avanti.

E lo Stato lo sa, ma non vuole ammetterlo. Le figure storiche della Rivoluzione preferiscono guardare da un’altra parte.

Preferiscono guadagnare tempo perché sanno che, se va bene, moriranno prima che tutto si sfaldi. E cos’ la storia colpirà quelli che verranno dopo. “Dopo di me il diluvio”, diceva Luigi XIV.

Questa è la filosofia sottesa all’immobilismo, che non succeda quello che è successo a Gorbaciov, che cercando di correggere il sistema alla fine lo ha smantellato. E loro non vogliono questo. Vogliono morire in trincea perché sono convinti che aver rovesciato Batista li ha legittimati una volta per tutte, e a chi non piace, si cerchi fucili e cominci un’altra rivoluzione.

Ci vedono incapaci di costruire una società pluralistica in cui entrino le idee degli uni e degli altri, senza offenderci né ammazzarci.

Per loro (e per alcuni a Miami) l’unico modo per cambiare un governo è ricorrere alla forza. Come se Cuba fosse condannata a un interminabile ciclo di violenza capeggiato da salvatori della patria. E in cui chi vince, come nei casinò, si prende tutto.

Lo pensano perché non sono politici, sono sempre stati soldati, e parafrasando la memorabile lettera scritta da José Martí al Generalissimo Gómez, hanno comandato il paese come si comanda un accampamento. Ma Cuba non è un accampamento. E rinviare i cambiamenti servirà solo a rendere tutto più difficile. Troppo amaro. Lo so io, e lo sanno anche quei blogger filogovernativi che mi parlano di resistere mentre io parlo di corruzione, che mi parlano di imperialismi quando io parlo di perdita di valori. Che mi parlano di quanto sta male il mondo, quando io parlo di quanto sta male il mio paese.

Dicono che loro preferiscono combatterla da là la corruzione, anche se non rendono mai pubbliche le loro denunce. Anche se non hanno mai alzato la voce quando non potevamo entrare negli alberghi né metter piede in certe spiagge. A loro sembra buono che siamo il paese con più censure e meno accesso a Internet. E che tra le principali migliori università latinoamericane non ce ne sia una cubana (quella dell’Avana è al 64° posto e l’altra, di Las Villas al 149°).

Loro non hanno mai chiesto le dimissioni di un dirigente, anche se questo permette che marciscano tonnellate di cibo in un magazzino del porto o ha lasciato morire di freddo trenta malati mentali (uno scandalo che in un altro paese sarebbe costata la carica al ministro della Sanità). Loro non chiedono spiegazioni perché il primo dovere di un giornalista rivoluzionario non è informare il popolo ma difendere e giustificare il governo che li paga.

Loro dicono che un partito gli basta, anche se questo comporta l’appiattimento su un’unica verità.

Io non posso né voglio. Mi rifiuto di accettare il pensiero unico perché non credo negli eletti o nei profeti. Non posso accettare che il mio paese possa essere solo quello che decide una persona. Non lo voglio io e non lo vogliono quei cubani che oggi vivono stanchi di arringhe e di parole d’ordine. E aspirano solamente a una vita un poco più dignitosa.

Molti cubani si recano al corteo del 1° maggio, alle riunioni del CDR e gridano socialismo o morte. Ma nessuno darà la vita per un progetto che ha diviso le loro famiglie e ha mancato quasi tutte le sue promesse.

Quei cubani continuano a restare lì. Sono membri del partito, professori, gestori di attività in conto proprio, medici, tassisti, sono sociologi come Diosnara Ortega (magnifica la tua lettera), sono redattori del Granma, militari, cineasti, sportivi. Persino delegati del potere popolare.

Quei cubani esistono. Sono reali. E non sono trenta né centomila.

Sono milioni.

Ivan López Monreal

Pomorie, Bulgaria

Traduzione di Titti Pierini.



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