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La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Il dibattito cubano (3)

Il dibattito cubano (3)

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Il dibattito cubano sul presente e il futuro (3)

Questa è l’ultima parte delle traduzioni dei testi raccolti in Un debate cubano. Forse la più importante, e che sarà probabilmente rifiutata come frutto di manipolazioni della CIA o di qualche altra organizzazione statunitense da chi è innamorato di una Cuba che non esiste. È invece una testimonianza preziosa su un coraggio senza precedenti nel mettere a fuoco senza reticenze sulla rete i problemi di Cuba, in particolare la “doppia verità”, la menzogna, il trionfalismo che non corrisponde minimamente alla realtà. I viaggi organizzati dalle associazioni di amicizia con Cuba fanno vedere una Cuba inesistente, come i villaggi Potëmkin di cartapesta costruiti per far credere alla zarina Caterina che tutti vivevano felici. La traduzione è proceduta a rilento, perché a differenza dei blog della Yoani Sánchez, destinati alla stampa estera e “incoraggiati” e finanziati da fuori, queste lettere sono legate a una discussione interna dolorosa e appassionata sul futuro, e sono pieni di allusioni a vicende e problemi ben presenti a tutti nell’isola; per questo sono ricchi di termini gergali che tra l’altro hanno reso difficile la traduzione, rallentandola.

Si allude spesso al problema sentitissimo del latte, assicurato sulla carta ai bambini fino a sette anni e agli anziani sopra i 60, ma che spesso deve essere invece acquistato di contrabbando (pagando due volte lo stesso latte a cui si avrebbe teoricamente diritto); oppure l’evidenza dei privilegi dei nuovi ricchi, beneficiari principali (anche se non ancora del tutto soddisfatti) delle riforme di Raúl Castro; l’esistenza di una “classe parassitaria che divora ogni traccia di decenza e di dignità”...

Alcune osservazioni sono ingenue, come i riferimenti a Chávez e Correa, e alle ragioni di una presunta differenza tra loro nei consensi, attribuita alla maggiore o minore presenza di cubani (anche se c’è un minimo di fondamento: il termine “socialismo del XXI secolo”, vago e mai precisato, rivela comunque una necessità di precisare che si vuole un socialismo diverso da quello “realmente esistente”, compreso quello cubano. Ovviamente riflettono una scarsa informazione: le notizie internazionali “ufficiali” sul Granma o in TV sono scarse e poco convincenti, mentre la voce popolare (“Radio Bemba”) fa circolare le voci più diverse, in un paese che comunque è attentissimo a quel che accade fuori dei suoi confini, come avevo verificato al momento del totale silenzio ufficiale sull’apparizione del movimento zapatista nel Chiapas.

Non sono stupito. Conoscevo bene questa Cuba ignorata da chi ci va per illudersi come un tempo andava a Mosca o Praga per la stessa ragione. Ne avevo parlato sia in rapporti informativi al gruppo dirigente del PRC (Il punto su Cuba in un rapporto del 1995), inutili perché sostanzialmente ignorati, sia in forma letteraria, in racconti in cui, modificando i nomi, ricostruivo molti momenti della vita a Cuba (Cuba da dentro).

La novità che segnalo oggi è un nuovo coraggio della minoranza che ha accesso a internet nell’isola che ha cominciato a discutere con una franchezza senza precedenti. È un segnale positivo, che indica anche l’arretramento dei fanatici che hanno sempre aggredito e criminalizzato ogni opinione critica, ed è una speranza che a Cuba riemerga una sinistra, o meglio che ritorni da quell’esilio interno a cui alludono diverse lettere, a partire dalla prima, quella di “una giovane che non se ne va”...

(a.m. 29/10/12)

 

 

Lettera di una giovane che non se ne va

Diosnara Ortega González

“Io non me ne sono andato,

mi sono allontanato un po’.

Da più lontano si sente meglio!”

Habana Abierta

Caro Rafael,

ogni sua parola sembra uno specchio in cui sento rimbalzare tante voci, anche la mia stessa. Condivido i suoi interrogativi e le sue certezze ed è allora che mi sento così felice; rare volte sento permearsi le barriere generazionali da idee e sentimenti più importanti dei discorsi prefabbricati. A lei spetterebbe parlare come un “quadro”, un tipico militante del partito, a me semplicemente non parlare. Sono della generazione degli anni Ottanta e, lei ha ragione. non ricordo il crollo del Muro e la crisi d’Ottobre non significa niente per me. Ricordo, però, di essere andata a comprare clandestinamente con mia madre un surrogato di sapone in una casa; le lunghe notti passate a dormire in camera sul pavimento con la porta aperta per trovare refrigerio in quelle interminabili [ore di] interruzioni di corrente; il tentativo dei miei zii di andarsene dal paese…

Potrei anche elencare tanti eventi comuni alla mia generazione e anche alla sua, ma in momenti della vita diversi. Quando lei aveva una concezione già formata della “lotta” io apprendevo qualcosa di assai diverso, che mi sarebbe servito fino ad oggi per sapere come si vive a Cuba. Ho visto partire metà della mia famiglia, amici che vanno a studiare o a lavorare “fuori” e non ritornano. Dopo tanti che se ne sono andati, ormai è come una cosa scontata, non per questo meno dolorosa. Diversamente da lei, più di chi se ne va mi preoccupano e rattristano quelli che, come me, non abbiamo lasciato il paese fisicamente, ma che ormai non ci stiamo più. Molti abbiamo abbandonato Cuba “da dentro”: giovani, vecchi, funzionari, casalinghe, contadini, operai. Alcuni siamo in preda a una sorta di corto circuito, a volte siamo collegati a quel che accade, se ci fa molto male facciamo qualcosa, diciamo qualcosa, e altrettante volte torniamo ad essere indifferenti, ed è come se non stessimo qui, come se anche noi ce ne fossimo andati. Esistono anche una diaspora e un esilio dentro Cuba, e questo si sente anche se non si vede. Lo abbiamo costruito noi stessi.

Abbiamo imparato troppo dall’inerzia. Ci hanno insegnato troppe volte che non importa quel che fai, non cambia mai niente, perlomeno non come vorresti e speri che cambiasse, per il tuo bene e quello dei tuoi simili. È tutto un gioco, sembra, ma non è. E nel frattempo questa, l’unica vita che abbiamo, se ne va aspettando, aspettando…

Aspiro anche io ad avere una casa mia, a vivere felice del mio lavoro, senza penuria di trasporti e di energia elettrica, e più che ad andarmene in vacanza una volta l’anno vorrei assicurare al mio piccolo un’infanzia economicamente e spiritualmente stabile, una vecchiaia calda e senza miserie ai miei genitori, che hanno tanto lavorato e  e la cui pensione non basta neppure a pagare la luce. Non voglio veder crescere, dissimulata, la miseria intorno a me.

Sono una giovane madre che non se ne va da Cuba, perlomeno non fisicamente; ma politicamente? spiritualmente? Ho paura non solo per chi se ne va che, come a lei, come a tutti, ci colpisce, ci abbandona, ma ho paura di andarmene anch’io in questo altro modo, con il silenzio che conta a favore del contrario, con l’indifferenza che ci lascia completamente sconfitti. Cosa fare, come rompere questo circolo vizioso?

Vivo in un paese in cui ogni giorno le mie convinzioni si allontanano sempre di più dai mezzi per dar da mangiare a mio figlio. Stiamo arrivando ai livelli più alti della corruzione: dal ricatto stiamo andando verso l’estorsione. Un paese in cui si sta instaurando agevolmente una classe parassitaria che divora ogni traccia di decenza e di dignità. I nuovi percorsi politici dell’economia cubana restano in mano a questa burocrazia, a una crescente quantità di uomini e donne ai quali a noi non rimane che vendere la nostra forza lavoro, o investire le risorse risparmiate con un minimo di sicurezza, che svanisce nelle mani di costoro, di chi ispeziona, autorizza, concede permessi. Allora, cosa fare qui dentro? Essere complici, non denunciare, giocare ad essere vittima e sopravvivere così in un gioco di poteri che si regge sempre sul tuo silenzio, o essere coerente con quel che ritieni giusto, esigere i tuoi diritti, quelli che vanno ben oltre la Costituzione, ma anche questi, e correre l’alto rischio di finire più rapidamente vittima di questi poteri?

L’uscita da questo circolo vizioso continua ad essere il coraggio. Il coraggio di dormire con la coscienza tranquilla e la certezza di essere divorato il mattino dopo da quelli contro cui ti sei levato ieri. La cosa peggiore è sempre se dipendi da loro per dar da mangiare ai tuoi. Questa è la triste realtà che a molti quadri parrebbe un esagerazione e magari lo fosse, mentre tutto questo dice solo della distanza delle loro vite da quella di tanti altri e tante altre come me. Se sono complice di quel che credo mal fatto: dell’ispettore che viene a “strangolarmi” e io non lo denuncio perché domani mi fotterà, della bottegaia che mi rivende il latte che beve mio figlio e quello del vicino, sto lasciandomi Cuba alle spalle, ne sto vivendo la più cruda realtà e, al tempo stesso, me ne sto andando. Anche io ho pensato di far parte dell’istituzionalità esistente, e lo sono stata: sono stata militante della UJC, ho pensato di accettare di essere delegata della mia circoscrizione, assessore di un qualche Consiglio popolare, ho preso parte ad alcune iniziative per ricercare cambiamenti, ma la realtà non ha fatto che logorarmi e farmi chiedere: a quale scopo?

Come ha visto, non le parlo da sociologa, o per meglio dire: non come quelli che vivono di sociologia. La sua lettera non pretende di convincere chi è già convinto, ma ogni argomento mi ricorda queste gigantesche muraglie che asfissiano il futuro e il presente suo e mio, l’età non ha importanza. Un’amica che, come me, ha avuto la possibilità di viaggiare fuori Cuba, mi ha detto una secca verità, con la quale la saluto: “da più lontano non tutto si sente meglio”.

L’Avana, 15 giugno 2012

* L’autrice è una giovane madre, sociologa. Master in Psicologia Sociale e Comunitaria. Ricercatrice ICIC Juan Marinello. Lavora in proprio (cuentapropista).

 

 

A proposito della “Lettera a un giovane che se ne va”

Victor Fowler

 

Rafael,

è difficile fare qualche commento alla tua Lettera a un giovane che se ne va da te scritta di recente. Perlomeno nel mio caso, sono rimasto con la strana sensazione che apparteniamo (tutti) a un ordine di cose inamovibile, dominato dalla forza di decisori occulti e semidivinizzati (a volte la famosa “burocrazia”, altre volte gente senza nome) e che – paradossalmente – la sola trasformazione reale che si possa tentare è quella di dimostrare a questo ipotetico giovane (che ha già deciso di lasciare il paese) che, a parte tutto, continua ad essere un figlio del socialismo. In questo modo però, secondo me, si elude quello che – per il giovane – deve essere stata la domanda di fondo: “È possibile nel paese partecipare, essere ascoltato, incidere sulle decisioni che contano nella vita politico-sociale?”

Dato che la tua lettera espone vari esempi di partecipazione, intesa come contributo al consenso (compreso il “fare quorum alla messa di Joseph Ratzinger), sembra tuttavia che la domanda debba passare per un maggiore approfondimento perché la risposta spieghi come mai abbiamo la sensazione che la “partecipazione” sia sperimentata solo come un “fare quorum” o come sommatoria di numeri, una sorta di deriva verso il consenso (i cui limiti e le cui caratteristiche sono stati e sono continuamente delineati e discussi da qualcun altro, la cui norma è non concederci “partecipazione”).

In quest’ultimo caso, se il contenuto della partecipazione è vuoto, lontano da sé, il discorso sdrucciola e finisce per rimbalzare nel vedersi costretto ad affrontare il più sorprendente dei paradossi: e cioè il dovere di spiegare come sia possibile che la crisi del presente sorga proprio nel luogo che costituisce la promessa essenziale del socialismo, nel suo punto più alto in passato: l’idea che la realtà della partecipazione renda possibile la trasformazione dell’uomo, della cultura, della società e – in generale – della vita.

In questa lettera, appunto come precisi, non ti presenti come “(…) padre o guida spirituale”, e per fortuna è così, perché sarebbe profondamente lacerante affrontare un caso non-ipotetico da una qualsiasi delle posizioni cui ti riferisci; detto in altri termini: che cosa offrire a qualcuno se non la più ampia scelta di partecipazione al proprio destino? Non sta forse qui, in questo cammino pieno di rischi come di possibilità che la società “povera” (di fronte alla “dura” scelta del comunismo) rinnova la propria forza di attrazione, il suo richiamo? Nel rovescio di quest’ultimo sta la peggiore delle domande (cui pure, secondo me, dovremmo rispondere): che cos’è tutto quel che serve non possedere (ad esempio, se si fosse l’ipotetico giovane della tua lettera) per prendere la decisione di andare a vivere in un altro paese, avendo come punto di partenza una società come quella cubana?

Le domande sono sempre molte e altrettanti i ringraziamenti per il tuo articolo.

(www.sinpermiso.info, 1 luglio 2012 )

*Noto poeta e saggista cubano.

 

 

 

Lettera di un vecchio che non se n’è andato

Intervento di José Antonio Gómez (Camagüey, Cuba)

 

Ho seguito con molta attenzione le risposte in forma epistolare date da varie persone alla Lettera del giovane che se ne va del signor direttore della rivista Temas. Non intendo fare alcuna valutazione della sua argomentazione, né di quelle di chi le ha risposto, mi limito a dire che ci sono risposte che volano alte.

Ricordo di aver letto una volta che Camilo Cienfuegos fu uno dei giovani che si recò negli Stati Uniti in cerca di migliori condizioni di vita, di libertà, fuggendo dalla repressione del governo di Fulgencio Batista. Fu deportato dagli USA, tornò, e andò poi in Messico per essere uno degli uomini che arrivò con il “Granma” nel 1956 per sopprimere lo stato delle cose esistenti nella terra di José Martí, effettivamente insostenibili.

Dopo una cruenta guerra civile, quelli della spedizione vinsero, instaurarono un governo e inaugurarono una fase nuova nella storia di Cuba. Vi furono grandi miglioramenti, tanto grandi che nessuno li può ignorare.

Agli inizi di questa rivoluzione vittoriosa se ne andarono molti personaggi legati al governo defenestrato, borghesi, proprietari, professionisti, tra altri a cui non piaceva il nuovo regime, come era logico visto che una classe sociale ne soppiantava un’altra. Tuttavia, se abbiamo ottenuto tutta, o quasi tutta, la giustizia, occorre domandarsi: perché l’emigrazione non cessa? Perché una parte importante della nostra gioventù non vede altra possibilità di realizzazione che lasciare il proprio paese? Forse generalizzo? Sì, generalizzo: quelli che stanno qui, vogliono o vorrebbero andarsene, pensando di trovare condizioni di vita migliori. Quelli che rimangono non riescono, in genere, a crearsi un progetto di vita al quale lavorare.

La demotivazione è un male generalizzato.

Ho compiuto 77 anni e ne ho passati più di 50 a lottare o a sentir parlare di lottare, perché le future generazioni abbiano un avvenire migliore; perché ogni coppia abbia il proprio focolare; il malato, un ospedale migliore; il bambino, la scuola; il giovane, l’università; perché chi vuole bere un bicchiere di latte lo possa fare. Non abbiamo ottenuto appieno nulla di tutto questo.

La cosa più terribile è che si sta dimostrando che non l’otterremo, che morirò vedendo che, anche per chi ha più di 60 anni da tanto tempo non c’è latte, che non abbiamo tempo per aspettare altri 50 anni di promesse, obiettivi impossibili, decisioni di fare e, quasi immediatamente dopo, decisioni di disfare. La mia vita se ne è andata. Per i nostri giovani di oggi non se ne andrà in questo modo, perché sono più preparati dei loro ascendenti.

Ci sono elementi da non trascurare. Il giovane che sta in Bulgaria se ne è andato per i problemi che ha avuto, però perché se ne sono andati i nipoti della Rivoluzione? I nipoti o i figli delle alte cariche del partito, del governo o dello Stato cubani? A questi giovani non è mai mancato niente. Che cosa hanno capito? Di far parte di un’élite, dalla quale hanno scelto di sganciarsi? Che cosa va male in questi rampolli? Qual è il futuro?

Risulta deplorevole che si chiedano più sacrifici a questo popolo, rivoluzionario e antimperialista, da parte di chi disconosce ciò di cui mancano 11 milioni di cubani. Sì, quel che c’è oltre questi 11 milioni è la classe alla quale non è vietato il pesce più raffinato, né la cacciagione, o la tanto proibita - ostinatamente e inutilmente – carne di bue… qualche migliaio di persone che consumano ciò di cui manchiamo milioni di noi. I “Meno” al di sopra dei “Più”, dice il trovatore di Matanzas.

La disuguaglianza a Cuba è la più colossale vergogna nazionale: una cubana di una famiglia di notabili dell’Avana venne scoperta in una città di mare con un carico di aragoste; un vigilante la scoprì e la denunciò; il risultato fu che il povero disgraziato ha quasi perso il posto. Altro esempio: un alto dirigente governativo spese una quantità scandalosa di CUC [pesos convertibili] in acquisti di bevande in una provincia. Gli impiegati del luogo protestarono. Vennero allora visitati da una commissione d’alto livello che giustificò il pagamento da parte dello Stato di quell’elevata fattura spiegando che “Tizio” lavora molto.

Forse che noi non lavoriamo molto? Abbiamo lavorato decenni per vivere male, in difficoltà. Mi dispiace che un giovane se ne vada. Però non ci sono alternative. Tornare sulla Sierra Maestra è inimmaginabile, ma mutare la composizione del parlamento è impossibile, eleggere un governo che faccia quel che dice è una cosa che non si vede all’orizzonte. La Menzogna è attualmente la grande protagonista del momento a Cuba, in tutti i settori della società, in cui comincia per giunta a predominare il ricatto. Noi elettori non siamo immuni, per questo o quel motivo, dal delinquere, perché lo facciamo fin dal momento in cui ci svegliamo a un nuovo giorno di cui ignoriamo gli sviluppi. Si è instaurato a Cuba il privilegio più barbaro. Ci si è parlato di sopprimere gratuità indebite: ve ne sono di altre? Che cosa si è fatto? Quel che si vendeva a 1 CUC ora si vende a 1,20 CUC. Ci sono inoltre molti privilegiati che approfittano delle loro vacanze in Vietnam o nella Repubblica Popolare Cinese, e questo lo pagano quei giovani che lavorano in qualsiasi posto del paese, o al di fuori di questo, generando divise.

Quel che noi cubani vediamo alla televisione o nella stampa cartacea è puerile: 85% di presenze alle assemblee di nomina dei candidati, massiccia celebrazione del 52° anniversario dei CDR, entusiastico lavoro di pulizia da qualche parte per sterminare zanzare… trionfalismo. La realtà va verso Nord e il messaggio verso Sud. O viceversa.

Questo capita con l’informazione sul Venezuela, dove ci sono grossi e seri problemi, come c’erano in URSS, e non si dice una sola parola. Ammiro Chávez a partire da quanto mi hanno detto di lui. Se la Rivoluzione Bolivariana viene sconfitta, Cuba ha la sua parte di responsabilità in questo: i venezuelani si domanderanno: perché se il socialismo è così buono, centinaia di medici cubani rimangono qui o volano negli Stati Uniti che sono tanto cattivi? Chávez sta raccogliendo il 53-56% delle intenzioni di voto a suo favore: sembra piuttosto poco. Correa ha l’85%, là non ci sono tanti medici, professori, tecnici, ecc. cubani. Io non vedrò la soluzione, ma continuo ad essere ottimista. A onor del vero, affermo di non volere che succeda qui quello che è accaduto in alcuni paesi dell’Europa dell’Est. Che cosa voglio?

1.            Che ci sia giornalismo a Cuba, che non si dica ai giornalisti “dall’alto” quello che possono pubblicare o no. Sanno loro quel che devono fare.

2.             Che i medici percepiscano remunerazioni e condizioni adeguate al loro ruolo. Se un’operazione al cuore vale più di 100.000 dollari, perché allora la squadra medica e paramedica ha un salario miserabile? Bisogna creare per loro le condizioni per assistere nel debito modo i pazienti, senza che debbano prendere da questi come regalia un formaggio o un pezzo di maiale.

3.            Che i maestri e i professori siano debitamente qualificati a preparare i loro bambini e giovani, che abbiano un salario adeguato così da non esigere un qualche omaggio a fine anno, da non vendere esami, né merende o materiali scolastici.

4.            Che ogni dirigente sappia che occupa quel dato posto per servire il popolo e non per servirsene; per Martí, la Patria è altare, non un piedistallo.

5.            Che il paese sia epurato delle migliaia di corrotti che hanno accumulato patrimoni a partire dalle loro cariche, in sedi come Vivienda [Ufficio per l’assegnazione di abitazioni], permettendosi così un tenore di vita eccezionalmente elevato. Ci sarebbe solo da indagare sui reali proprietari di abitazioni a Varadero per rendere pubblico quello che il popolo sa già.

6.            Se si vuole realmente perfezionare il nostro sistema politico rendiamolo più democratico ed efficiente. Chiedi a qualunque elettore chi è il suo deputato e ti accorgerai che non lo sa. Il Delegato di Circoscrizione è un povero fantoccio al quale non fa caso nessuno, né nell’Assemblea comunale, né in quella da lui diretta. Chiedo venia al dottor Ricardo Alarcón de Quesada, ma abbiamo bisogno che i signori deputati facciano qualcosa di più che alzare la mano per approvare quello che è impossibile non approvare.

Della nostra generazione resta una piccola parte. Altri un po’ meno vecchi, per potenti che siano, spariranno e i giovani cubani, senza odi né rancori – pur avendo giustificazioni per questo – sono costretti a risolvere i grossi problemi che riceveranno in eredità. È assolutamente necessario fare come Correa in Ecuador, battersi perché i cittadini del proprio paese rientrino. Noi cubani tutti abbiamo nel nostro paese possibilità di lavoro e ricchezze adeguate alle capacità di ciascuno.

Da quasi 200 anni noi cubani andiamo sparsi per il mondo. Non è quello che avrebbero voluto i fondatori, Céspedes, López, Gómez, Maceo, Martí… Credo vada dimostrato quel che ha detto un giornalista franco-spagnolo: un mondo migliore è possibile.

 

Nel Granma di oggi si pubblicano i seguenti versi di Jesús Orta Ruiz: «Targa sulla porta del Partito: “Questo è un luogo propizio/ all’amore e al sacrificio/ qui devi essere/ l’ultimo a mangiare/ l’ultimo a dormire/ e il primo a morire”».

Questo era nel 1968. Ora è indispensabile modificarlo: «Targa sulla porta del Partito: “Questo è un luogo propizio/all’occasione e al privilegio/ qui devi essere/ il PRIMO a mangiare/ il PRIMO a dormire/ e l’ULTIMO a morire”».

Traduzioni di Titti Pierini

 

 

 



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