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Maestri: basta con l'ipocrisia

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Basta con l'ipocrisia israeliana e degli alleati europei. Basta con la guerra israeliana al popolo palestinese

 di Piero Maestri

 

«È tempo che Israele riconosca che Gaza è un nemico. Ed agisca di conseguenza: smetta di fornire elettricità e far passare cibo. Dichiari ufficialmente che siamo in uno stato di guerra e agisca di conseguenza». Parole dello scrittore «pacifista» Abraham Yeoshua, lo stesso che nel condannare la «seconda Intifada» palestinese commentava che l'errore dei palestinesi stessi era quello di volere «la pace e la giustizia», il che è ovviamente una colpa!

Su una cosa ha però ragione: Israele è in guerra contro Gaza, è in guerra contro la popolazione di Gaza. E non solo o non tanto perché da qualche giorno ha ripreso i bombardamenti mirati e indiscriminati contro la Striscia, ma perché dopo la farsa del «ritiro unilaterale» del 2005, Israele ha mantenuto la Striscia sotto un vero e proprio assedio. E' l'altra forma dell'occupazione che continua.

Perché deve essere Israele a «fornire elettricità e passare cibo»? Perché Israele controlla tutti i confini con la Striscia e vuole continuare a ordinare all'Egitto come gestire il confine di Rafah. Perché Israele impedisce un'economia autonoma palestinese - impedendo ai pescatori di pescare, agli agricoltori di avere sicurezza nei campi, ai commercianti di poter vendere e acquistare dove preferiscono; ai palestinesi impedisce la possibilità di vivere nella loro terra!

Israele è in guerra con Gaza - e i peggiori cantori di questa guerra sono coloro che, come Yeoshua, cercano di far dimenticare che la responsabilità della guerra è di Israele e della sua politica.

L'attacco israeliano di questi giorni («Pilastro di difesa», solita ipocrisia dei nomi delle operazioni di guerra) è ancora una volta un messaggio insanguinato rivolto ad Hamas, come nel 2008 con «Piombo Fuso»: non perché l'organizzazione palestinese rappresenti un «pericolo» per la sicurezza di Israele, ma perché non si decide a svolgere il compito che le viene richiesto dal governo israeliano: tenere sotto controllo la popolazione e la resistenza palestinese di Gaza, in cambio della salvezza per i propri dirigenti.

Per questo è stato assassinato il capo militare di Hamas (a cui è stato anche fatto pagare il rapimento di Shalit, e il successo politico della sua liberazione), perché si vuole spaventare l'intera organizzazione.

E intanto si procede con la consueta modalità della guerra terroristica, per convincere la popolazione palestinese di Gaza - ma anche quella della Cisgiordania sempre più colpita da colonie illegali israeliani e dalla pulizia etnica di Gerusalemme - che l'unica salvezza è l'accettazione del dominio israeliano sulla Striscia e la necessità che la politica palestinese sia subalterna a quella israeliana. E' ciò che il sociologo israeliano Baruch Kimmerling chiamava «politicidio».

Anche questa volta il messaggio israeliano - che viene portato con missili, bombardamenti, massacri - è rivolto a soggetti diversi: ad Hamas e a tutti i palestinesi, dicevamo; ai nuovi dirigenti egiziani, che sembrano meno disponibili a subire senza protestare ogni operazione israeliana, ma che devono in ogni caso mantenere un equilibrio tra dichiarazioni più forti (accompagnate da limitate ma simboliche misure diplomatiche) e la necessità di mantenere ferma l'alleanza con gli Usa e la collaborazione con Israele nel Sinai; agli Usa di Obama, presidente che non piace a Nethanyahu ma che non fa comunque nulla per fermare la politica espansionistica e terroristica israeliana; ai governi europei, perché continuino a sostenere le ragioni e la politica israeliane (come fanno senza particolari problemi).

Vergognoso come sempre l'atteggiamento del governo italiano, che non cambia mai anche se ora ci sono i «tecnici», quelli che sanno bene quale contributo possa dare Israele al capitalismo europeo in crisi, e quale ruolo possa continuare a svolgere in una regione in subbuglio - dove il peggiore incubo per gli europei è il successo di rivoluzioni che riescano a cacciare davvero i governanti neoliberisti alleati agli interessi europei con filo doppio.

Per questo il ministro degli esteri italiano Terzi si dice «preoccupato per il lancio di missili Qassam» (non sappiamo se sia preoccupato per le decine di morti palestinesi,ma dubitiamo fortemente). Per questo si affida alla «mediazione egiziana», sperando che la Fratellanza musulmana egiziana dimostri di saper tenere a bada i palestinesi così da accreditarsi definitivamente agli occhi europei e statunitensi.

Non siamo contenti per il lancio di missili Qassam su Israele, e piangiamo anche i morti civili israeliani. Ma continuare a mettere sulla stesso piano questi missili con la politica sionista di occupazione, embargo, distruzione e cancellazione dei palestinesi è una colpevole ipocrisia.

Noi non siamo equidistanti (o «equivicini» come sosteneva D'Alema): siamo dalla parte della resistenza palestinese all'occupazione israeliana; siamo dalla parte di chi si batte per la nascita di uno stato democratico in Palestina che metta fine all'esperienza sionista e renda piena cittadinanza a chi vi abita (arabi, ebrei e qualsiasi altra nazionalità e identità sia presente) e a chi è stato espulso dall'occupazione israeliana e ancora è profugo in tutto il mondo; siamo dalla parte dei popoli che vogliono libertà, giustizia, dignità (per questo siamo dalla parte della rivolta siriana, contro la dittatura di Assad - che non è certo dalla parte dei palestinesi - e contro qualsiasi intervento militare esterno, che renderebbe più schiavi i popoli arabi).

Per questo continuiamo a protestare e manifestare. Per la pace. E la giustizia, non essendo possibile la prima senza la seconda.

 

Piero Maestri

 

 



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