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Salingue: la logica di Israele

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L’offensiva israeliana nella striscia di Gaza

Intervista a Julien Salingue*

Questo articolo era pronto nel pomeriggio, ed è rimasto in sospeso in attesa che il sito fosse sbloccato. Nel frattempo è arrivata la notizia della tregua, che non toglie attualità all'analisi delle ragioni che hanno spinto il governo israeliano a questa ennesima criminale provocazione.

(a.m. 21/11/12)

 

Gaël Cogné: Per quali motivi Israele ha lanciato l’offensiva contro la striscia di Gaza?

Julien Salingue– Vi sono due considerazioni da fare: una prima riguarda la politica interna, l’altra quella estera. Innanzitutto, sta diventando sempre più una tradizione in Israele che le campagne elettorali vadano insieme a un attacco. L’ultima operazione contro Gaza nel 2008-2009 (“Piombo fuso”) si è svolta anch’essa durante la campagna elettorale. Il governo di Benjamin Netanyahu ha cercato di trovarsi in uno scontro armato durante la campagna elettorale per radicalizzare la società israeliana. Sapevano benissimo che Hamas avrebbe immancabilmente risposto. Contano di convincere un certo numero di elettori che la scelta migliore restano loro, i più radicali.

In secondo luogo, si è a due settimane dal possibile voto all’ONU sullo statuto della delegazione palestinese per l’ammissione come Stato non membro. Israele non vuol saperne, ma su questa sua posizione all’ONU è in minoranza. Lanciando lo scontro militare con Gaza, Israele salda a sé una parte degli esitanti tentati di astenersi, per non dare l’impressione di sostenere i palestinesi contro Israele. La reazione di parte dell’Unione Europea dimostra che la cosa funziona. Pur con molte sfumature, rimandano sia Hamas sia Israele.

D. – L’assassinio del capo militare di Hamas, Ahmad Jaabari, arreca un duro colpo al movimento?

R. – In Hamas, Jaabari era un capo militare, ma svolgeva anche un ruolo politico centrale nella striscia di Gaza. Era incaricato da alcuni anni del mantenimento dell’ordine. Non a caso era lui che – come abbiamo appreso dal quotidiano israeliano Haartez – stava elaborando una proposta di tregua con Israele sotto supervisione egiziana. Si è ben lontani dall’immagine che hanno voluto presentarci, quella del capo di gruppi che lanciano missili su Israele. Alla fine, quanti in Hamas sostengono da parecchi anni il principio di una soluzione politica e di negoziati si sono indeboliti.

D. Hamas sfrutterà questo intervento per rafforzare la sua presa su Gaza?

R.Alcuni mesi fa, Hamas ha dato vita a una forza di 300 uomini incaricati di dissuadere gli altri gruppi dal lanciare missili su Israele. Mentre proseguivano il blocco, i bombardamenti e le incursioni questa misura era impopolare. Una parte della base di Hamas riteneva che non fosse abbastanza decisa. Prendendo direttamente di mira l’apparato militare di Hamas, Israele dà l’impressione alla popolazione che il partito sia ben lontano dall’aver fatto compromessi. In questo senso, può servire ad Hamas.

Questo, inoltre, può avere ripercussioni sulla scena politica interna palestinese. Hamas esce rafforzata rispetto all’Autorità Palestinese di Ramallah. Da alcuni giorni, quest’ultima ha difficoltà a comunicare. In realtà, Mahmud Abbas si ritrova un po’ intrappolato. Se condanna troppo vivamente l’intervento israeliano, se dichiara troppo esplicitamente il proprio appoggio alla popolazione di Gaza, può apparire come sostenitore di Hamas [il suo oppositore politico]. Se, però, non lo fa, dà l’impressione di anteporre gli interessi d’apparato a quelli della popolazione.

D. – D’un tratto, i gruppi jihadisti salafiti, che hanno fatto la loro comparsa in questi ultimi anni, risultano indeboliti?

R.– È difficile misurarne la reale consistenza. Tuttavia, si sono costruiti spiegando che Hamas stava diventando l’equivalente dell’Autorità Palestinese, che non si spingeva troppo oltre. Perciò, nella fase attuale, essi perdono la loro aura in quanto Hamas ha ripreso a partecipare alla lotta in modo abbastanza visibile. Viceversa, se Hamas va verso la negoziazione di una tregua o di un cessate il fuoco e nelle prossime settimane o mesi la situazione di Gaza non migliora, i gruppi più radicali avranno la meglio.

D. Per tanto tempo il regime di Hosni Mubarak in Egitto si è dimostrato piuttosto neutrale con Israele. L’avvento al potere dell’islamista dei Fratelli musulmani (organizzazione vicina ad Hamas), Mohamed Morsi, cambia le cose?

R.– Quel che sta accadendo da due giorni dimostra abbastanza chiaramente che le cose sono cambiate. Si sono avute le dichiarazioni molto vivaci di Mohamed Morsi, il richiamo dell’ambasciatore d’Egitto in Israele, l’apertura del confine a Rafah per consentire ai feriti palestinesi di uscire, la visita del Primo Ministro egiziano oggi. Israele non può più contare sul regime egiziano per far tacere qualsiasi contestazione della politica israeliana in Egitto e contribuire all’isolamento dei palestinesi. Per il momento, questo non incide molto sulla politica israeliana, ma può pesare a medio termine.

D. – L’operazione durerà ancora a lungo? Vi sarà un’operazione terrestre?

R.- Difficile dirlo. Con il contesto elettorale israeliano, il governo non può dare l’impressione di fermarsi a metà strada. Questo significa che entrerà in parte, del tutto nella striscia di Gaza, che aumenterà la pressione militare? Quel che è certo è che non si fermerà oggi. Quel che conterà è, in parte, l’atteggiamento di Hamas e gli effetti dei lanci di missili. Se vi sono altri morti dalla parte israeliana, la cosa può convincere l’esercito israeliano a penetrare nella striscia di Gaza e a colpire più duro.

 



* Julien Salingue: docente di Scienze politiche all’Università di Paris VIIIe, studioso del movimento nazionale palestinese e delle dinamiche politiche, sociali ed economiche palestinesi (si veda il suo sito: http://www.juliensalingue.fr). L’intervista è stata realizzata da Gaël Cogné per FranceTV il 16 novembre 2012. Traduzione di Titti Pierini



Tags: Julien Salingue  Gaza  Israele  Hamas  

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