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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Il Venezuela in ansia per Chávez

Il Venezuela in ansia per Chávez

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Chávez, un dramma per il Venezuela
 
Il sospiro di sollievo del Venezuela e di una parte importante dell’America Latina per il successo di Chávez in due elezioni vinte a distanza di pochi mesi, di cui abbiamo parlato ampiamente sul sito, è durato poco. Come in parte era stato previsto in diversi articoli, tra cui Chávez vince da lontano, e soprattutto quelli contenuti nel nutrito Dossier Venezuela, il peggioramento della salute del presidente a poca distanza dal giorno del giuramento crea notevoli incertezze e tensioni. Avevo già accennato, riprendendo un documentato articolo di Geraldina Colotti sul manifesto, che i problemi potevano venire non tanto dall’esterno della coalizione chavista, quanto dalla rivalità tra i due principali candidati alla successione, il vicepresidente da poco designato, Nicolas Maduro, e il presidente del parlamento, Diosdado Cabello, l’uomo più odiato dalla base per l’ostentazione di una ricchezza accumulata con la corruzione, e vero leader della “boliburguesia”. Ma di tutta la cerchia dei collaboratori di Chávez, Cabello è probabilmente il più potente: è stato trombato dagli elettori più volte, ma è stato sempre recuperato dal presidente che gli ha assegnato cariche non elettive. Probabilmente, oltre a una vecchia amicizia, la protezione di Chávez si deve al fatto che Cabello è l’uomo più gradito ai militari, che in larga maggioranza sono tutt’altro che di sinistra, ed anzi sono quelli di sempre, con legami non troppo occulti con i colleghi colombiani e attraverso di loro con gli Stati Uniti. E un grande peso nell’amministrazione statale: sono ex militari la metà dei governatori…

La rivalità è notoria, ma la complicata costituzione più o volte emendata prevede un meccanismo che potrebbe trasformarsi in una trappola per Nicolas Maduro, ex sindacalista, ex giocatore di baseball, ex ministro degli Esteri (e anche noto come seguace del guru indiano Sai Baba), nonostante sia ben più gradito ai venezuelani del rivale. Maduro è considerato inoltre molto amico di Cuba, a differenza di Cabello, che guarda piuttosto alla borghesia subimperialista del Brasile.

Tutto dipende dalla salute di Hugo Chávez, su cui è difficile fare previsioni, o almeno ottenere indiscrezioni: a Cuba, i bollettini sulla salute dei dirigenti li emette l’Ufficio Politico del partito, non il collegio dei medici curanti. Se Chávez il 10 gennaio, giorno obbligato per il giuramento, sarà in grado di arrivare – sia pure in ambulanza – nella sede dell’ambasciata venezuelana, considerata parte integrante del suolo della patria, e se sarà in grado di pronunciare la formula di rito nelle mani di Cilia Flores, Procuratore generale della Repubblica (ma anche moglie di Nicolas Maduro), allora potrà cedere al vicepresidente designato, cioè appunto Maduro, il potere per novanta giorni, prorogabili di altrettanto con un voto del parlamento. Un tempo sufficiente per preparare con calma le elezioni, se Chávez morisse o risultasse definitivamente impedito. Altrimenti la Costituzione prevede, nel caso in cui il presidente si trovi nell’impossibilità di pronunciare il giuramento, che si indicano immediatamente nuove elezioni, la cui organizzazione è affidata però in questo caso non al vicepresidente designato, ma al presidente dell’Assemblea nazionale, che è appunto Diosdado Cabello. Henrique Cabriles, leader dell’opposizione sconfitta pesantemente nelle elezioni presidenziali di ottobre, con oltre un 10% di distacco, e che pur essendo stato confermato governatore dello Stato di Miranda in dicembre ha perso la maggioranza nel consiglio di governo di quello Stato, sa di non poter recuperare a così breve scadenza il terreno perso, e ha quindi ostentato rispetto della Costituzione evitando di prendere una posizione precisa sulla procedura, pur lasciando trasparire il suo gradimento per Cabello. Inutile fare previsioni, ci si può solo augurare, per molteplici motivi, che la salute di Hugo Chávez migliori decisamente e gli consenta non solo di giurare, ma di riprendere presto tutte le sue funzioni. Un augurio sincero a un grande protagonista del “risveglio dell’America Latina”, che potrebbe avere ancora un ruolo importante nei prossimi anni. La sua uscita di scena, invece, lasciando un gruppo dirigente mediocre e diviso, potrebbe avere conseguenze gravissime per il paese e per gran parte del continente. Ma è possibile tentare una riflessione sulle ragioni di tanta inquietudine per il futuro del processo “bolivariano”. La prima considerazione riguarda la collegialità del potere in Venezuela (ma lo stesso si può dire almeno per Bolivia ed Ecuador), che è solo apparente: il gruppo dirigente ristretto finora è rimasto sostanzialmente immutato, a parte qualche allontanamento o destituzione, passando da un incarico all’altro sempre sostanzialmente per designazione del líder máximo, senza nessun ruolo del corpo del PSUV, che serve solo a organizzare manifestazioni di piazza, e non ha un vero dibattito interno o una qualche forma di controllo sui dirigenti e sulla loro selezione. In certi casi non serve neppure a sondare gli umori della base, tanto è vero che a volte non riesce a contrastare il forte astensionismo, e raccoglie meno voti di quanti siano sulla carta i suoi iscritti. È evidente che il ruolo di arbitro di Hugo Chávez ha tenuto insieme tutti, ma senza che si siano delineate alla luce del sole le differenze politiche, che possono emergere invece bruscamente in sua assenza. Sono gli inconvenienti di un potere fortemente centralizzato intorno a una persona sola, che se non è il “dittatore” demonizzato dalla stampa europea e statunitense, non è certo nemmeno un primus inter pares. Ne avevo parlato più volte, accennando al pericolo che i nemici interni ed esterni di un leader siano tentati di toglierlo di mezzo: con Fidel Castro nei primi anni i tentativi di omicidio sventati sono stati molti. Tra le misure prese per evitarne il successo, oltre alla grande efficacia dei servizi segreti cubani, e l’utilizzo di tecniche elaborate per coprire i movimenti di Fidel, c’era anche la decisione di ridurre al minimo le occasioni in cui il fratello Raúl, successore designato, si trovava nello stesso luogo del comandante in capo, per evitare che venissero eliminati insieme con un colpo solo. Ma che non siano stati ben risolti i problemi della “istituzionalizzazione della rivoluzione” che preoccupavano già Guevara alla vigilia della sua partenza da Cuba, è confermato dalla immobilità di un gruppo dirigente fortemente invecchiato e da cui sono stati anzi periodicamente e bruscamente esclusi i quarantenni e cinquantenni che vi erano stati temporaneamente inseriti. In Venezuela potrebbe essere la malattia di Chávez, se risultasse incurabile, a far venire alla luce molti dei problemi della rivoluzione. Le divergenze che traspaiono dagli atteggiamenti di singoli dirigenti, e che venivano occultate o mediate dall’intervento del presidente, possono esplodere alla luce del sole in forma lacerante, soprattutto perché i milioni di iscritti non sono mai stati chiamati ad esprimersi sulle diverse opzioni, e tanto meno mobilitati per spazzar via la boliburguesía parassitaria che si veste di rosso, ma aspira a diventare semplicemente la classe dominante del Venezuela, spezzando e fermando a metà strada la rivoluzione bolivariana. (a.m. 3/1/13)

Per altri articoli sul sito basta cliccare il link interno Venezuela, ce ne sono indicati più di cinquanta.

 

 

 



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