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La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> A lezione dall’Ecuador

A lezione dall’Ecuador

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A lezione dall’Ecuador

 

Un compagno che conosce bene da anni l’Ecuador, che ha frequentato per lavoro e per ragioni familiari, mi ha inviato questa corrispondenza sulla novità rappresentata dalle prossime elezioni presidenziali in quel paese. Mi è sembrata di notevole interesse, anche se la ricostruzione dell’operato di Correa nei primi anni del suo mandato è a mio parere in alcuni punti un po’ troppo benevola, sia pure per sottolineare il coraggio della sinistra ecuadoriana, che non si è rassegnata ad accettare in nome di quei meriti passati anche le successive correzioni di linea in nome del “realismo”. Ricordo ad esempio che diversi compagni ecuadoriani hanno messo in dubbio che la protesta salariale della polizia nel settembre 2010 fosse davvero un tentativo di golpe, come sostenne allora il presidente Correa. Si veda ad esempio Dávalos da Quito (It) e Ecuador: un nuovo bilancio, che segnala anche diversi altri scritti apparsi precedentemente sul sito. D’altra parte è da molto tempo che le ben radicate associazioni ecologiste e indigene hanno contestato che le belle formulazioni sui diritti della Pachamama (la “Madreterra”) inserite nella Costituzione sono state spesso contraddette dalle concessioni indiscriminate di terre, acque e del sottosuolo ad avide compagnie minerarie e petrolifere locali e straniere.

Aggiungerei che Alberto Acosta, senza tacere le sue critiche, aveva rifiutato finora di accettare la candidatura che gli era stata proposta, e si era mostrato fin troppo paziente con le svolte a destra di Correa, che probabilmente sperava di influenzare. Acosta infatti era stato il vero ispiratore della campagna elettorale che aveva portato Correa alla presidenza, e aveva una enorme popolarità nel paese per la sua lunga militanza precedente all’entrata in scena di Correa. Di Alberto Acosta sul sito avevo già parlato più volte, come si può vedere cercando nella colonnina di destra la parola Ecuador: si trovano una trentina di articoli correlati.

Ma quello che è più importante in questa corrispondenza di Giona di Giacomi è la segnalazione della novità rappresentata dal metodo veramente democratico e trasparente con cui si è arrivati a identificare la candidatura alternativa a Correa. È questa, forse, la principale lezione dell’Ecuador…

 (a.m. 14/1/13)

 

 

Il 17 febbraio in Ecuador si svolgeranno le elezioni presidenziali. Correa, il presidente uscente, risulta largamente in testa in tutti i sondaggi , ma la vera novità è costituita dalla formazione politica denominata “Unità Plurinazionale delle Sinistre” e dal suo candidato presidente, Alberto Acosta, che con lo slogan “Rivoluzione, ma sul serio” è riuscita a unificare, con un processo partecipato e dal basso, il fronte dei movimenti sociali e tutta la sinistra ecuadoriana.

 

In Ecuador  cambiare si può, ma per davvero. Dopo 35 anni la sinistra ecuadoriana torna ad unirsi in un unico fronte politico ed elettorale, per spazzare via, non il governo delle destre o dei banchieri, ma quello della rivoluzione cittadina di Rafael Correa, cioè del presidente che ha chiuso la base militare americana di Manta, che ha aumentato il salario base, che come primo atto del suo mandato si è dimezzato lo stipendio ed ha raddoppiato quello degli insegnanti, il presidente che ha chiuso decine di università e scuole private, che ha reso gratuita l'istruzione di base, che ha ridotto la povertà estrema,che ha raddoppiato la quota del PIL destinata agli investimenti sociali, proprio lui, l'amico di Hugo Chavez, della Rivoluzione Bolivariana e del socialismo del secolo XXI, il Correa che si e rifiutato di pagare il debito a banche e FMI,  il presidente cosi odiato dalle destre e dalle forze reazionarie del paese che nel settembre 2010 hanno organizzato, insieme ai vertici della polizia e a settori militari, un tentativo di golpe.

Chi, se giudicata dalla grigia visuale menopeggista della sinistra italiana, non penserebbe che la sinistra ecuadoriana sia impazzita? In realtà la situazione è indicativa di quanto sia avanzata la situazione politico/sociale in Ecuador (o di quanto arretrata la nostra). Perche si rischia di non capire nulla se non si tiene conto dell'elemento fondamentale che ormai da due decenni scardina la politica del paese sudamericano: i movimenti sociali. Da quando, agli inizi degli anni novanta, il movimento degli indios dell'Ecuador é apparso sulla scena politica e sociale,  alimentando le lotte di altri movimenti quali quello ambientalista, delle donne, dei lavoratori, delle varie nazionalità del paese e per la difesa dell'acqua e del territorio, i presidenti della repubblica sono caduti uno dopo l'altro sotto la forza delle mobilitazioni sociali,  inclusi gli stessi presidenti portati al potere proprio dall'ondata delle mobilitazioni. Chi non ricorda il Lucio Gutierrez, accanto ai leader delle organizzazioni indios, mentre entra al palazzo presidenziale, scortato da settori dell'esercito passati con gli insorti? E poi, lo stesso,una volta eletto presidente, travolto dalle mobilitazioni popolari di cui aveva tradito il mandato?

In Ecuador sembra giocarsi una permanente gara di salto in alto nella quale i movimenti continuamente, ad ogni prova, alzano l'asticella delle rivendicazioni, un vero ”movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”. Accadrà lo stesso per il presidente Correa se vincerà (e sarebbe il suo terzo mandato) le prossime elezioni?

 

La grave colpa che viene attribuita a Correa è di aver bloccato ad un certo punto il processo di trasformazione rivoluzionaria del paese e di essersi limitato a quella che la sinistra plurinazionale definisce una semplice "modernizzazione capitalista del paese",  di aversvoltato a destra dopo l’approvazione della nuova costituzione che viene considerata tra le più progressiste nel continente. Un governo che nella sua prima fase ha assecondato le istanze dei movimenti, ma che poi, come recita il programma delle sinistre: “ha cambiato direzione, ha tradito il processo storico sostenuto dalle forze sociali e popolari che lo avevano eletto” E così la gestione del potere di Correa è diventata “ sempre più autoritaria, personale e caudillesca “ e quando si è aperto lo scontro con i movimenti, in particolare quello degli indios che si opponevano alle leggi sulla privatizzazione dell’acqua e delle miniere, allora Correa ha mostrato il suo volto  repressivo, prima cercando di dividere le organizzazioni sociali e popolari, poi avviando una vera e propria campagna di repressione che ha portato centinaia di dirigenti indios, sindacalisti, militanti della sinistra ad essere processati ed incarcerati. Ancora in questi giorni sulle pagine dei giornali ecuadoriani  si discute dei dieci giovani militanti dei movimenti sociali e del partito comunista arrestati nel marzo scorso dopo un’irruzione della polizia in un appartamento di Quito, accusati di preparare azioni terroristiche solo in base a prove quali volantini, chiavette usb e libri sulla guerriglia (tra i quali quello del Che Guevara!). Un lungo sciopero della fame  ha portato alla liberazione di sette prigionieri, ma ancora tre ragazze (delle quali una diciottenne in stato di gravidanza) si trovano in carcere. Lo scopo degli arresti, eseguiti attraverso un’irruzione violenta e spettacolare di una cinquantina di poliziotti incappucciati delle forze speciali, era evidente: criminalizzare la Marcia per la difesa dell’Acqua che qualche giorno dopo avrebbe attraversato con grande successo tutto il paese.

E così, dopo la svolta a destra, Correa ha cominciato a perdere pezzi a sinistra della sua alleanza, dal sindacato indios della Conaie, al partito comunista, allo stesso ex ministro Acosta che oggi è diventato il candidato delle sinistre e dei movimenti sociali attraverso un processo partecipativo nei confronti del quale la sinistra italiana avrebbe tutto da imparare. Innanzitutto nei tempi non sospetti: da più di due anni l’opposizione di sinistra al Presidente Correa si riunisce, si coordina e costruisce lotte e mobilitazioni popolari che sono sfociate nella imponente marcia per la vita, l’acqua e la terra del marzo scorso. Ma anche le stesse modalità di elezione del candidato a presidente sono significative. Dai movimenti e dai partiti sono stati presentati sei precandidati alla carica, questi, tutti insieme, per evitare campagne personali, hanno girato l’Ecuador per tutto il mese di agosto tenendo assemblee in cui presentavano i propri programmi, fino ad arrivare all’assemblea conclusiva il primo settembre a Guayaquil, dove davanti a 5000 persone, di cui mille erano delegati dei movimenti e dei partiti con diritto di voto, è stato eletto Acosta con il 55% delle preferenze. Se pensiamo a come è stata “scelta” la candidatura di  Ingroia dalle nostre sinistre pseudoradicali…

E non è un caso che questo processo di partecipazione democratica venga collocato proprio nel preambolo del programma della sinistra plurinazionale che recita: “Non ci interessa solo il contenuto di questo programma, ma anche il modo in cui lo abbiamo elaborato; nella sua somma non conta solo il destino: una società democratica, ma anche lo stesso cammino: un processo democratico. “ Insomma un programma che viene definito: ”un testo di costruzione collettiva permanente” per rinnovare le pratiche della sinistra di cui “questo processo di discussione e partecipazione collettiva apre una nuova epoca.”  E le tappe che vengono citate nella costruzione ed elaborazione del documento programmatico sono significative: “il manifesto di costituzione del Coordinamento Plurinazionale delle Sinistre; il pronunciamento delle organizzazioni sociali riunite a Quito il 9 agosto del 2011; i 19 punti della Marcia Nazionale per l’Acqua, la Vita e la Dignità dei Nostri Popoli organizzata dai movimenti sociali nel marzo 2012, la risoluzione della Convenzione dei Movimenti Sociali del 19 maggio 2012”. Un programma frutto del percorso e dell’elaborazione dei movimenti che hanno attraversato il paese in questi ultimi anni, dove nero su bianco viene ribadito che “garantiremo il diritto alla mobilitazione e alla protesta” e come, il primo atto del nuovo governo sarà “la immediata amnistia generale per i difensori dei diritti umani e dell’ambiente che per questi motivi si trovano sotto processo” e “la libertà senza condizioni per i dieci giovani arrestati a Luluncoto” (dal nome del barrio di Quito dove si trovavano i militanti al momento dell’irruzione della polizia), un programma che sancisce “l’abolizione per legge della criminalizzazione della protesta sociale” oltre al “rispetto dell’autonomia di tutte le organizzazioni sociali e lo sradicamento di ogni azione tesa a dividere le organizzazioni sociali e a cooptare i suoi dirigenti, come fa il correismo”.

A queste misure indirizzate a salvaguardare l’autonomia e le mobilitazioni dei movimenti, si aggiungono quelle di carattere sociale, economico, ambientale e di difesa dei diritti civili, allo scopo di “costruire una società che superi il capitalismo” (anche se Acosta parla di un modello di società in cui conviveranno ”l’economia privata,  quella statale, la mista, la popolare e la solidale”), innanzitutto attraverso un intervento immediato per abolire ogni legge di flessibilità e di precarizzazione del lavoro (introdotte da Correa), un audit su tutti i contratti petroliferi e minerari, il blocco di ogni attività estrattiva nelle aree protette (in particolare quelle dell’Amazzonia), la distribuzione delle terre agli indios e ai contadini attraverso una nuova legge agraria, il blocco di ogni processo di privatizzazione dell’acqua, un nuovo audit sul pagamento del debito, l’introduzione di una legge sulla libertà sessuale. La realizzazione di questi punti verrà affidata ad un processo collettivo contro ogni forma di “leaderismo individuale che conduce alla formazione di strutture verticali”.

 

 La reazione del presidente Correa alla candidatura del suo vecchio amico Acosta  è stata tutta indirizzata a delegittimarne gli alleati, definendoli in modo sprezzante dei “tirapiedras”, cercando di evitare, almeno per ora, gli attacchi diretti al candidato presidente. Anche perché Acosta gode di un notevole credito tra l’opinione pubblica del paese, non solo perché ha coerentemente lasciato i suoi incarichi ministeriali nel momento in cui ha percepito la svolta a destra della politica del governo Correa, ma anche per il fatto di essere un autorevole economista, il primo a battersi contro la dollarizzazione in Ecuador e per il ritorno di una moneta nazionale (anche se nei suoi programmi attuali non viene messa in discussione la dollarizzazione). [Più precisamente Acosta ha sostenuto che invece di reinventare una moneta nazionale, sarebbe meglio passare dal dollaro a una moneta comune andina. NdR]  

L’analisi dei sondaggi per capire quali saranno le prospettive in termini di voti della Sinistra Plurinazionale è sempre stato per l’Ecuador un esercizio inutile perché tante volte si sono rivelati completamente erronei. In ogni caso, oltre l’evento elettorale, l’elemento d’innovazione della candidatura di Acosta consiste nel raggruppamento di una ventina tra  partiti e movimenti sociali, la cui forza di mobilitazione sia durante l’ultimo governo Correa che successivamente potrebbe risultare determinante per rimettere in marcia il processo di trasformazione sociale e politica del paese. Un processo aperto e poi interrotto da un presidente, che mentre ogni giorno pubblicamente cita ed esalta la figura del Che Guevara, poi perseguita, reprime e arresta, proprio quei giovani che cercano di metterne in pratica gli insegnamenti.

Come ha scritto un noto analista politico : “In Ecuador quelli che cantano il Che Guevara, arrestano quelli che leggono il Che Guevara”.

 

13/01/2013                                       Giona di Giacomi



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