Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Cannavò - Rifondazione mancata

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La rifondazione mancata

Una riflessione appassionata sulla storia del Prc

 

È in primo luogo un libro utile, per ricostruire la vicenda, ormai conclusa, di Rifondazione Comunista, e per tentare un bilancio del suo fallimento. Ma è anche un libro avvincente, scritto con volontà sincera di capire, prima che di giudicare. Raramente un protagonista riesce, soprattutto a breve distanza di tempo, a ricostruire senza acredine le vicende a cui ha partecipato. Salvatore Cannavò ci riesce molto bene.

Ho partecipato – sia pure con una posizione geograficamente e politicamente più marginale – alla vita del Prc fin dalla sua fondazione, e confesso che non avrei saputo resistere alla tentazione di sferzare ferocemente alcuni dei dirigenti che ho incontrato. A volte l’ho fatto, ad esempio con Nichi Vendola, in interventi e articoli sul web, ma i toni forti hanno reso meno efficace la polemica. Salvatore Cannavò dice: “Rifondazione l’ho amata e odiata”, ma in realtà quello che odiava era solo la negazione del nome stesso: “il suo continuismo, le sue gerarchie, i riti, i burocratismi, la violenza verbale esercitata su se stessa e i suoi militanti, il suo leaderismo”. E non infierisce mai su nessuno degli avversari interni. Tanto meno su Bertinotti, di cui cerca in ogni fase di comprendere la logica, di interpretare le ragioni dei consensi che ottiene, senza essere impietoso sui suoi fantasiosi excursus teorici.

Cannavò dice di non voler rivestire i panni dello storico più o meno preparato, ma in realtà riesce a farlo, e nel modo migliore, evitando la personalizzazione e la demonizzazione dell’avversario, e cercando nei processi reali la causa dell’involuzione.

A poco a poco le funzioni vengono delegate verso l’alto, i dirigenti nazionali e locali acquistano un ruolo preponderante, spesso sono mescolati alle cariche istituzionali. Il baricentro si colloca saldamente in Viale del Policlinico(…). Il guaio è che l’apparato centrale poco o nulla sa di come guidare un intervento politico di massa. Non solo per incapacità dei singoli ma perché nella fase di crisi acuta del movimento operaio, un intervento di quella specie ha bisogno innanzitutto di verifiche sul campo. Di un baricentro collocato non dentro le istituzioni, ma nella prospettiva di un rivolgimento di società. E di risultati non misurabili nell’immediato ma conseguibili nel medio periodo. Insomma, hanno bisogna di fatica spesso nemmeno risarcita. (p.17)

Salvatore Cannavò osserva che al fondo, dunque, c’era un problema fondamentale di cultura politica e di orizzonte strategico. Nonostante le svolte, gli scontri, i rinnovamenti auspicati, “il cuore oltre l’ostacolo lanciato a ripetizione”, Rifondazione è rimasta nei suoi tratti essenziali un partito di impostazione neo-togliattiana. Il Prc non è mai riuscito a passare veramente dalla semplice “resistenza” alla “ricostruzione” di una forza capace di agire sul terreno della trasformazione sociale. E così ha vissuto di cambi improvvisi di linea politica, tatticismi estremi, “infatuazioni teoriche che duravano l’arco di una stagione”.

La discontinuità necessitava di pensiero critico e innovativo, ma nel corso della sua vita il Prc non ha mai realizzato una conferenza programmatica che non fosse la semplice presentazione del programma elettorale. E necessitava di “scandalizzare” la propria storia per ritrovare un’identità adeguata, mentre, quando lo scandalo è finalmente giunto, “il comunismo contro lo stalinismo”, rapidamente è stato utilizzato per accedere al governo del paese. (p. 18).

Esattamente come era accaduto al Pci nel 1968 quando si era differenziato dall’Urss sulla Cecoslovacchia.

In ogni caso, in Rifondazione si è ottenuto l’effetto contrario, rafforzando le tendenze a usare “l’identità comunista” come unico collante per resistere nel tempo.

Il libro non è solo riflessione, ma anche una ricostruzione utilissima di vicende che anche chi vi ha partecipato ricorda solo in parte. Molto efficace ad esempio quella della primissima fase, gestita da “soci fondatori” di cui nessuno è rimasto nel Prc, ma anche caratterizzata da vicende tragicomiche, come gli sforzi per far partire, o bloccare subito dopo, la sezione giovani, affidata a un certo punto a Vendola, poi all’ancor più improbabile Marco Rizzo… E quando si delinea il gruppo di giovani che gestirà l’importante presenza dei Giovani Comunisti a Genova, Cannavò gli riconosce senza esitazioni i loro meriti in quella fase, anche se alcuni di loro, ad esempio Fratoianni in Puglia, hanno fatto una fine non bella.

Non si tratta di indulgenza o di reticenza: Cannavò vuole capire e far capire, e al tempo stesso ricostruire anche il proprio itinerario intellettuale oltre che politico. Ad esempio ricorda la sua scoperta di Ingrao, a cui, appena diciannovenne, diede nel 1983 il suo primo voto.

Il ricordo personale, affettuoso e nostalgico, non deve far velo a una considerazione amara: con tutto il suo carisma e la sua storia, Pietro Ingrao è anche l’uomo politico della sinistra che ha dato vita al più grande paradosso. Al carisma non è mai seguita lucidità politica, la forza visionaria e lo sguardo lungo hanno convissuto con l’incapacità di cogliere l’attimo; l’ereticità degli argomenti è stata soppressa dall’ortodossia dei comportamenti e dal rispetto delle liturgie di apparato. Con grande spreco di grandi speranze (p. 36).

Analogamente si esprime su Cossutta, di cui ricostruisce le contraddizioni e le velleità. Armando Cossutta riesce perfino a concedere nel 1997 un’intervista al mensile Rifondazione titolata “Vi spiego perché Togliatti sbagliava”. Secondo la condirettrice Rina Gagliardi, Cossutta era, “almeno a quel tempo, desideroso di un rinnovamento culturale”. Disponibile, infatti, anche a valorizzare il viaggio di Fausto Bertinotti nella Selva Lacandona, per incontrare il subcomandante Marcos.

Il libro è attento soprattutto a valorizzare i primi – subito dimenticati - successi iniziali del Prc, come il 14,6% che ne fa il terzo partito a Torino, e l’11,3% a Milano. Nettamente contrapposto al Pds, lo scavalca nei risultati. Già un anno dopo l’ambigua alleanza con i Progressisti guidati da Occhetto (verso la sconfitta) porta a un drastico ridimensionamento del Prc, senza una riflessione collettiva sul significato di quell’inversione di tendenza. Anzi una parte del ceto dirigente subirà presto le pressioni dal Pds e sarà tentato di “baciare il rospo”, cioè votare il pessimo governo Dini che riuscirà a fare con l’appoggio del centrosinistra e delle confederazioni sindacali quella controriforma delle pensioni che non gli era riuscita quando era ministro del Tesoro di Berlusconi.

Salvatore Cannavò ricostruisce la prima della lunga serie di scissioni che hanno colpito il Prc, registrando che contro i 17 deputati che avevano violato la disciplina votando per Dini non erano state prese misure disciplinari, ed anzi due di essi, Vendola e Valpiana, rimasti nel partito, avranno ancora importanti incarichi istituzionali negli anni successivi.

Cannavò ricostruisce bene la prova generale, nel 1997, della crisi e scissione dell’anno successivo, rilevando che la posizione di Bertinotti era stata indebolita da una maldestra manovra nella Cgil (la creazione dell’«Area dei comunisti») che riuscirà solo “a rendere nemico di Rifondazione la stragrande maggioranza del gruppo dirigente della Cgil”. E anche la Fiom, a cui Bertinotti era legato storicamente dal suo passato, resterà ferma. Si muoverà solo, da Brescia, Maurizio Zipponi, con un pullman di metalmeccanici che vengono a premere per ricomporre la maggioranza di governo. Bertinotti è stritolato, Cossutta ha esplicitato il ricatto, ed è già nell’aria la possibilità di una scissione se si tirerà la corda col governo. Una bomba a orologeria che esploderà nel 1998.

Zipponi, finirà nell’ultimo scorcio di esistenza del Prc per entrare nel partito e nel suo gruppo dirigente ristretto, sponsorizzatissimo da Bertinotti: appena entrato, provvederà a licenziare i compagni che difendono Turigliatto, quei compagni che avevano costruito fin dal primo giorno quel partito contro cui lui ancora nel 1997 organizzava i pullman…

Molto equilibrata, nell’ultimo capitolo, intitolato“La disfatta”, la ricostruzione dello scontro nel Prc e del suo precipitare verso il baratro: è “un partito unito e coeso” che si prepara alle elezioni, che perderà clamorosamente: l’ordine del giorno sulle elezioni è approvato con 108 voti a favore (solo 16 alle due minoranze).

Un partito unito, che approva la stessa strategia e che, invece, si dividerà furiosamente dopo la sconfitta elettorale producendo nel giro di un anno un’altra scissione. Stavolta, ad andarsene è un pezzo significativo del gruppo dirigente, Bertinotti compreso. La Rifondazione che abbiamo conosciuto e raccontato finora e su cui abbiamo investito gran parte delle nostre energie politiche e umane, non esiste più (p. 198).

Fin qui, la parte descrittiva del libro, dedicata alle diverse fasi della storia del Prc. Ma l’ultimo capitolo (“Si poteva”…) propone una riflessione che non si ferma a registrare gli errori del passato. Rileggendo l’ultimo libro-intervista di Fausto Bertinotti (Devi augurarti che la strada sia lunga, Ponte alle Grazie, Firenze, 2009), Salvatore Cannavò riconosce all’ex segretario di aver intuito il nesso tra il fallimento della rifondazione e la fine della “riformabilità del comunismo”. Con la “primavera di Praga (…) comincia in Europa la crisi di una sinistra che non sa cogliere la drammatica occasione per riposizionarsi proponendo un’uscita da sinistra allo stalinismo”.

L’epitaffio di Bertinotti contiene del vero. Davvero la “questione comunista” ha avuto uno snodo nell’abbandono di Praga da parte della sinistra comunista e da parte di quelle stesse nuove soggettività politiche che, ad esempio in Italia, nascevano nel ’68 e si mettevano in marcia verso l’allora luminosa Rivoluzione culturale cinese. Un’infatuazione che non ha ancora dato fiato a critiche postume anche perché molti di quei dirigenti si sono accomodati nei piani alti del sistema. E del resto un’occasione mancata era stata già rappresentata dall’invasione dell’Ungheria da parte dei sovietici e dalla repressione di una rivolta in larga parte operaia. Ancora dopo Praga ci sarà la Polonia di Solidarnosc sull’onda della quale Berlinguer compirà il suo “strappo” non già per rifondare, ma per dichiarare “esaurita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre”.

Salvatore Cannavò osserva che quindi “gli anni Settanta e Ottanta costituiscono una lenta assuefazione alla crisi del comunismo e un’altrettanto lenta rassegnazione alla sua sconfitta. Il 1989 prende tutti di sorpresa ma è solo «l’epifania», appunto, di un movimento già cominciato.” E non manca la riflessione anche sul riformismo togliattiano che tanto ha influito sulla maggior parte del gruppo dirigente del partito. Dopo la separazione dal Pds la nuova creatura avrebbe dovuto approfondire il suo carattere di assoluta alterità per vivere davvero. E quindi “non esaurire la propria identità in un «riformismo di ritorno» simile a quello da cui ci si è scissi”. Lo dimostra l’efficacia e la dinamicità contenuta nella teoria delle «due sinistre» ideata da Bertinotti e non a caso osteggiata da Cossutta.

Lo dimostra, se è possibile affermarlo visto il nostro essere parte in causa, il fatto che Rifondazione ha sempre reagito di scatto e con una progressione vincente alle importanti scissioni di destra – quella del ’95 a opera del gruppo ex Pdup e quella del ’98 a opera di Cossutta – ma invece si è avviluppata su se stessa dopo le due piccole scissioni di sinistra: quella di Ferrando del 2006 e quella di Sinistra Critica del 2007. Non certo per l’efficacia di queste due piccole formazioni ma per l’evidente snaturamento del proprio “oggetto sociale”. Una rifondazione comunista non poteva che essere oppositiva al capitalismo e ai suoi gestori, centro sinistra compreso; rivoluzionaria, nel senso di riscoperta del patrimonio dimenticato della storia del movimento operaio; democratica, nel senso della partecipazione dal basso e del protagonismo dei suoi iscritti. Non si poteva invece “rifondare” camminando con la testa girata all’indietro, rimirando il tempo andato e sforzandosi di replicarlo nella nuova fase (p. 204-205).

“La politica è quasi solo questione di tempi: una buona linea politica troppo in anticipo o in ritardo sui tempi diviene rapidamente una cattiva politica”. Cannavò scrive che “Rifondazione è nata nel tempo giusto, in opposizione alla liquidazione del Pci, ma in pochi anni ha smarrito il cammino. Ha centrato di nuovo il tempo della critica alla globalizzazione, ma non l’ha dilatato verso una nuova impresa. E oggi ci troviamo schiacciati da troppe sconfitte alle spalle, e orfani degli strumenti di cui ci eravamo dotati per uscire non arresi dal «secolo breve»”.

Ma è possibile un “nuovo inizio”.

Un nuovo inizio, se si troveranno le forze e le idee per progettarlo, va immaginato su un campo lungo in una “lenta impazienza” che avrà bisogno di un’intelaiatura strategica, di una robustezza ideologica che a Rifondazione in fondo è sempre mancata. Non ci si potrà permettere l’impaziente emotività che ha caratterizzato la storia del Prc, la superficialità analitica che l’abbrivio vitale del popolo di Rifondazione rendeva possibile. Nemmeno servirà sbandierare una continuità con un “piccolo mondo antico” ormai consegnato all’archivio della nostra memoria. Se comunista deve essere lo sguardo, l’impresa dovrà assumere la forma che i tempi e la storia le conferiranno. Sapendo che la sostanza dell’obiettivo è di garantire un nuovo amalgama tra le idee del marxismo critico e il nuovo divenire della lotta di classe.

Un partito comunista, in Italia, ha fatto il suo tempo, ha dato le prove che poteva dare e la replica difficilmente si sottrarrebbe al rischio della farsa. Le varie parti sono state recitate da tutti, anche dagli oppositori, e il “pubblico” ha ormai bisogno di una nuova rappresentazione. Che ci sia bisogno di un partito è acquisizione che non solo non abbandoniamo, ma che si rafforza nella radiografia delle nuove complessità. Un partito come strumento collettivo, e non come “chiesa”, portatore di una memoria e di una consapevolezza collettive, in grado di “comprendere il mondo”, ma chiaramente rispettoso di una democrazia dei soggetti della trasformazione, condizione essenziale per immaginare un’alternativa sistemica (p. 216).

“Come si dovrà chiamare questo partito e denominare l’impresa, prosegue Cannavò, saranno i soggetti in grado di realizzarlo a decidere, ma se il nome viene prima della cosa, per parafrasare l’Occhetto della svolta, l’impresa non decollerà. Se dovessimo definire un tale progetto liberamente, senza condizionamenti di sorta, non potremmo che continuare a chiamarlo comunista. Ma il termine assume tanti e tali significati da confondere il significante destituendolo di efficacia. Non a caso, aggiunge, un tale dibattito è delimitato in aree inefficaci socialmente”.

Salvatore Cannavò conclude richiamando giustamente l’esperienza della nascita dei partiti socialisti nella seconda metà dell’Ottocento, che partivano dalle Leghe, dalle cooperative, dal mutuo soccorso, ma si costruivano “indipendentemente dalla borghesia, e alternativi ad essa. Per ricominciare, ci sarà bisogno anche “di democrazia intesa come cultura del confronto e invito alla partecipazione” e soprattutto di “una generazione nuova, non solo fatta di giovni, desiderosa di ricostruire”.

La vecchia generazione politica è stanca e sconfitta anche se le sue memorie e i suoi punti di vista, quando generosamente offerti a un’impresa di ristrutturazione, potranno servire come puntodi appoggio. Ma sarà una nuova generazione politica a ricostruire una sinistra di classe in questo paese il quale, anche se inconsapevole, ne ha un estremo bisogno.

 

Postilla: Questa non è una recensione in senso proprio. È solo la segnalazione ai visitatori del sito di un libro davvero importante, oltre che bello, che ho cercato di riassumere e parafrasare per invogliare alla lettura. (a.m. 11/12/09)

 



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