Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Acosta: il correismo a nudo

Acosta: il correismo a nudo

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Costantemente minacciata da fuori e da dentro, la rivoluzione lotta soprattutto per conservare e consolidare il proprio potere, che è, per dirla in modo molto stringato, il potere dei rivoluzionari. Nasce di qui il rischio del bonapartismo”. (Habermas)

 

Il “correismo”- Un nuovo modello di dominazione borghese

Alberto Acosta[1]

 

Il punto di partenza

 

Il bonapartismo costituisce una minaccia pressoché inerente ad ogni processo che si autodefinisca rivoluzionario. In qualche momento, la ricerca di cambiamenti strutturali si trasforma in concentrazione di poteri. Emerge un caudillo. E la stessa lotta contro l’oppressione apre la strada a una nuova forma di oppressione… Sembrerebbe essere questa la sorte inesorabile di ogni processo rivoluzionario, che differisce da un processo di rifondazione, come spiega Juan Cuvinel presente libro.[2]

Naturalmente, prima di vedere se è questa la concreta realtà in Ecuador, occorrerebbe chiedersi se la “rivoluzione cittadina” sia realmente rivoluzionaria.[3] Non è facile rispondere a questa domanda. Se ci atteniamo ai discorsi ufficiali, non vi sarebbe alcun dubbio, staremmo vivendo una rivoluzione. Anche se si facessero alcuni confronti con quanto accaduto con governi precedenti, con governanti di “accentuata mediocrità politica” (Decio Machado), si potrebbe accettare che vi siano cambiamenti importanti; ad esempio, per quanto riguarda l’investimento sociale e gli stessi lavori pubblici, che sono stati incrementati in modo sostanzioso. Il confronto potrebbe anche farsi in rapporto ad alcuni processi a livello internazionale, soprattutto in alcuni paesi in cui il neoliberismo gode di buona salute, come avviene in vari paesi europei. Ma di lì a concludere che si sia in mezzo a un processo rivoluzionario, ce ne vuole.

Occorre anche indagare se in alcuni momenti il processo fu sì rivoluzionario, ma fu poi tradito, come insinua in qualche modo Edgar Isch, che vede due fasi in questi anni correisti.

Con il presente libro, per cominciare, vogliamo addentrarci in questa discussione. E, per farlo, proponiamo un approccio a partire da varie prospettive. Qui non esauriamo tutti gli indispensabili punti di vista per disporre di un’analisi che comprenda per intero la gestione del presidente Rafael Correa, che apparve sulla scena politica come “il prodotto logico dell’implosione della società ecuadoriana”, che però “non si proiettò sul futuro sulla spinta delle pressioni della trasformazione sociale, ma si precipitò sul passato per ristrutturare un ordine ampiamente screditato” (Juan Cuvi).

Quello che vogliamo con questo libro è recuperare spazi di dibattito. Senza presentarci come i custodi della rivoluzione o i possessori di visioni progressiste, proponiamo di discutere i i campi d’azione più rilevanti dell’attuale governo. Cerchiamo inoltre di rompere con il comportamento quasi consueto del dibattito negli ultimi anni, che cerca approcci “equilibrati” onde evitare le sfuriate del regime. Non è questa la linea del libro. Elaborato da varie persone che conoscono la materia e che hanno tra l’altro fatto anche parte del governo, il volume propone una lettura critica del correismo, che rappresenta “un nuovo modello di dominazione borghese”, per dirla con Mario Unda.

Si tratta di una discussione indispensabile, ancor più se si accetta la tesi secondo cui non vi sarebbe alcun processo rivoluzionario, ma semplicemente un discorso che accompagna una modernizzazione capitalistica, come poche volte in precedenza nella storia della Repubblica. E, per affrontare questa sfida, nulla di meglio che farlo leggendo i sogni avanzati ormai quasi sei anni or sono, come fa Fernando Vega, che espone e discute gli aspetti eccellenti del Piano di Governo del Movimento Pese, elaborato nel 2006, che servi da ispirazione per la Costituzione di Montecristi.

 

La Costituzione di Montecristi: un progetto di vita abbandonato

 

Vale la pena di insistere, ancora una volta, sul fatto che ogni Costituzione rappresenta la sintesi di un momento storico. . In ogni Costituzione si cristallizzano processi sociali accumulati. E in ogni Costituzione si plasma un determinato modo di intendere la vita. Naturalmente, una Costituzione non fa la società. È la società a elaborare la Costituzione e ad adottarla quasi come una mappa di percorso.

In questa prospettiva, la Costituzione del 2008 – redatta a Montecristi, discussa e approvata a maggioranza dal popolo ecuadoriano – si proiettò come strumento, e anche come fine, per dare il via a cambiamenti strutturali. Fu questo uno dei principali obiettivi della “rivoluzione cittadina”, il tema affrontato soprattutto da Natalia Sierrae Fernando Vega.

Redazione e approvazione della Costituzione di Montecristi del 2008 si può senza dubbio annotare sotto la voce “avere” della “rivoluzione cittadina”. La sua sola redazione, tuttavia, non garantisce niente, come si è visto in questi anni. Come parte della costruzione collettiva di un nuovo patto di convivenza sociale e ambientale si avanzò l’esigenza di dar vita a nuovi spazi di libertà e di uguaglianza, e di rompere tutti gli steccati che ne impediscano l’attuazione.

Nel suo contenuto emergono tutta una serie di proposte per imporre trasformazioni di fondo, costruite lungo molti decenni di resistenze e di lotte sociali, che articolarono varie agende. Proprio in queste lotte di resistenza e di proposta si andarono costruendo alternative di sviluppo, quali il “Buen Vivir” o Sumak Kawsay, le tesi dello Stato plurinazionale, il consolidamento e l’ampliamento dei diritti individuali e collettivi, la difesa della Natura e i suoi diritti, tra gli altri punti sostanziali. Non si trattava semplicemente di migliorare il funzionamento del sistema capitalistico in Ecuador, ma di trasformarlo; vale a dire, di creare le condizioni per superare il capitalismo.

Siamo consapevoli che queste nuove tendenze del pensiero giuridico e politico non sono esenti da conflitti e che, quindi, sono di difficile applicazione. Ma quel che conta è che il correismo non ha sicuramente tentato di avanzare verso una reale trasformazione strutturale.

Abbandonando il tradizionale concetto della legge come fonte del diritto, si rafforzò la Costituzione come punto di partenza giuridico indipendentemente dalle visioni tradizionali. Quel che interessa, soprattutto, è che questa Costituzione – è forse questo uno dei suoi meriti maggiori – ha aperto la porta alla disputa sul significato storico dello sviluppo nazionale. E per questo , osserviamo di passata, vale ben la pena di spezzare lance in sua difesa. Specie se la intendiamo come mappa di percorso per sospingere la grande trasformazione.

La domanda, allora, che ci poniamo, a più di quattro anni dall’andata in vigore della Costituzione, approvata con referendum il 28 settembre del 2008, quanto si è camminato nella direzione indicata. E lo facciamo tenendo conto che il presidente Correa, a quell’epoca, difendeva l’approvazione plebiscitaria della Costituzione, dicendo che “sarebbe durata 300 anni”, che è “la migliore del mondo”, che è “un inno alla vita”.

Di fronte alla strada percorsa da allora, sembrerebbe che l’Assemblea costituente del 2007-2008, sistematicamente boicottata dalle forze della destra, fu una semplice istanza per ottenere legittimazione e qualche forma di riconoscimento legale da parte del correismo. In quel momento, il “paese immaginato e disegnato” dalla Costituzione di Montecristi era importante. Oggi ci troviamo in un momento diverso. Montecristi fa ormai parte del passato. Se per Alleanza Paese all’inizio la Costituzione di Montecristi sembrava un punto di arrivo e di partenza fondamentale, ora non può costituire un ostacolo nel cammino. Vuol dire che per consolidare e conservare il potere bisogna fare qualunque cosa: La Costituzione è servita e servirà per quel che serve: Ha aperto la porta ad alcuni cambiamenti, ma non tanti da provocare una rivoluzione. Così, nella pratica, non si intende fare una realtà dei progressi costituzionali proposti, che costituirebbero il supporto di un “progetto utopico di emancipazione e radicale, che può costituire la base per costruire una società post-capitalista”. In realtà, si è passati “dall’utopia di Montecristi alla distopia della rivoluzione cittadina”, a detta di Ramiro Ávila Santamaría nel suo articolo.

Per richiamare appena un caso di conflitto accuratamente analizzato da Mario Melo, il governo di Correa non ha regolarizzato il tema della “consultazione previa”. Sebbene la Costituzione stabilisca la consultazione come diritto di tutti/e gli/le ecuadoriani/e, va differenziata quella dei popoli indigeni, che è soggetta al diritto internazionale come riconosce il testo costituzionale stesso e al libero consenso, previo e informato riconosciuto nella Dichiarazione ONU sui Diritti dei Popoli Indigeni, nella Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e nella giurisprudenza della Corte lnteramericana. Per disposizione della stessa Costituzione questi trattati e documenti internazionali fanno parte del blocco costituzionale ecuadoriano e per questo il consenso previo, libero e informato per le nazionalità e le popolazioni indigene va rispettato, tutelato e garantito dallo Stato. Questo invece non lo accetta e addirittura lo respinge il correismo. Quindi, concreti conflitti connessi a questo mancato rispetto costituzionale da parte del governo sono presenti in vari luoghi del paese, ad esempio a Sarayaku, che ha anche la protezione della Corte Interamericana dei Diritti Umani, cui si potrebbero sommarne altri come quelli di Intag, Victoria del Portete, Rio Grande, Bilsa, San Pablo de Amalí, Dayuma, tra gli altri.

In queste condizioni, nell’attuale Ecuador sono analogamente validi le conclusioni dell’affermato intellettuale boliviano Luis Tapia (2011) che, scrivendo sul suo paese, dice che si è instaurato lo “Stato di diritto come tirannia”, in quanto “il governo riesce a mantenere la formalità di un regime costituzionale, addirittura sviluppandolo con la produzione di nuove leggi, e mantiene vigenti diritti civili e politici differenti a seconda della convenienza, ma concentra il potere politico nell’esecutivo, in un nucleo ristretto dell’esecutivo”.

Questa è un’altra delle caratteristiche del correismo. L’Esecutivo – in sostanza il presidente come capo dello Stato – influisce o comanda direttamente o indirettamente sulle altre funzioni statuali. L’agenda del Potere legislativo, nei contenuti e nel posto che ha, è determinata dall’Esecutivo, che è riuscito addirittura a relegare il ruolo del Pubblico Ministero. Il presidente Correa si è spinto fino a manifestare la sua aspirazione di far funzionare il parlamento come “un orologio svizzero” sintonizzato con le sue richieste e disposizioni, e cioè pressoché senza discussione e ancor meno discrepanze. Il Potere giudiziario è ugualmente manipolato dall’Esecutivo, al pari di quello Elettorale, della Partecipazione cittadina e della Corte costituzionale, manipolazione certamente tollerata dai membri di queste distinte funzioni dello Stato.

In queste condizioni, la stessa politica è assediata. Si restringono sempre più gli spazi per il dibattito pubblico. Si cerca di limitare il campo d’azione di chi mette in discussione il Potere esecutivo. Si aggredisce, si minaccia e si insulta chiunque si differenzi dalle posizioni governative. Questi attacchi, negli ultimi anni, sono diventati sempre più acuti contro quelle forze di sinistra che ancora non hanno avuto cedimenti rispetto alla “rivoluzione cittadina”. Una sinistra che si rifiuta di accettare il discorso non tradotto in pratica del correismo:”un discorso pro-sovranità che non vuole affrontare le cause della dipendenza né l’imperialismo, pro-giustizia ma che non vuole colpire i ricchi, equiparabile solo all’idea che uno possa dirsi di sinistra e non essere anticapitalista” (Edgar Isch).

 

La negazione dello Stato plurinazionale

 

In Ecuador, le ambiguità di fondo della nazione e dei suoi modelli di Stato e di società, basati sul colonialismo del potere, sono risultati escludenti e a loro volta limitativi dello sviluppo delle capacità culturali, sociali e produttive. Il nostro Stato-nazione subalterno si spiega entro la logica del sistema-mondo, in quanto Stato che si forma ed esiste entro la logica dell’accumulazione capitalistica. Ciò ha significato che fin dalle sue origini questo Stato si organizzò nella logica imposta dal capitalismo della metropoli, il cui sviluppo provocò in esso varie crisi.

Ora, nel secondo decennio del XXI secolo, si vive la crisi dello Stato “minimo”, lo Stato neoliberista. Naturalmente, senza negare la crisi dello Stato neoliberista, dobbiamo capire che in crisi è anche – e ormai da parecchio tempo – lo Stato coloniale su cui si è basato lo Stato oligarchico, che a loro volta sono la base dello Stato neoliberista.

Queste molteplici crisi dello Stato ci portano a capire meglio i processi di lotta dei popoli. In primo luogo, si tratta di processi di emancipazione, mossi dall’imperiosa esigenza di superare i profondi vizi coloniali, oligarchici e, infine, neoliberisti.

Viste così le cose, il compito è quello di costruire un altro Stato, uno Stato che assuma, a partire dall’uguaglianza e dalla libertà, le molteplici diversità esistenti, normalmente emarginate o soggiogate. In concreto la costruzione dello Stato plurinazionale, in quanto mandato costituzionale, richiede profonde rotture delle summenzionate strutture coloniali, oligarchiche e naturalmente neoliberiste. Questo è ciò che propose la Costituzione di Montecristi. Non si tratta semplicemente di modernizzare lo Stato attuale inserendo burocraticamente l’indigeno o l’afro, o favorendo spazi specifici per l’indigeno o l’afro, come fa l’istruzione interculturale bilingue solo per i compatrioti indigeni, o costituendo unità burocratiche per la gestione dell’indigeno o dell’afro. Lo Stato plurinazionale esige che si assumano ed elaborino i codici culturali, le pratiche e le storie dei popoli e delle nazionalità indigene, così come degli altri popoli: afro-ecuadoriani e montubios. Esige soprattutto che li si inserisca come protagonisti, insieme al resto della società, nel processo decisionale collettivo. Negli oltre sei anni di governo della “rivoluzione cittadina” in pratica non si è compiuto un solo passo in questa direzione, come dimostrano soprattutto Pablo Ospina, Mario Undae Ramiro Ávila. Manca, cioè, la transizione a un tipo diverso di Stato, non adattato alle tradizioni eurocentriche. Ed è in questo processo che si dovranno ripensare le strutture e le istituzioni esistenti, che si dovrà costruire un’altra struttura istituzionale che renda concreto l’esercizio orizzontale del potere. Questo implica l’esigenza di “cittadinizzare” lo Stato, soprattutto a partire da spazi comunitari come forme attive di organizzazione sociale collettiva. In definitiva, va ripensata e approfondita la democrazia stessa.

 

Le garanzie costituzionali minacciate

 

Un altro dei progressi della Costituzione del 2008 fu la concezione di uno Stato costituzionale di diritti e giustizia. Questo concetto irradia e segna l’insieme della “magna carta”. “Costituzionale”: tutti i poteri si sottomettono alla Costituzione; per i “diritti” lo Stato si pone al servizio delle persone; per la “giustizia” si ricerca la trasformazione di un paese che esclude.

Per raggiungere questi obiettivi la Costituzione stabilì un sistema di garanzie, cha aiutano a ridurre la breccia tra la realtà di esclusione e l’ideale dei diritti. Le garanzie, in altri termini, sono gli strumenti di trasformazione. Per questo la definizione della Costituzione di Montecristi come garantista è adeguata ed ha molto senso. Come si sono rispettati questi diritti e queste garanzie? La domanda ci porterebbe a una lunga discussione, certamente indispensabile. Alcuni diritti sono stati rispettati e inseriti nella vita della società. Altri, in un elenco che cresce sempre più celermente, non sono stati rispettati o, il minimo che si possa dire, sono stati minimizzati o dimenticati. “Indottrinamento, disciplina e controllo sociale” (Decio Machado) o “regime disciplinare più meritocrazia” (Pablo Ospina) si delineano come gli assi dell’operato governativo. Questo implica la mancata realizzazione dei diritti o la loro esplicita limitazione. La criminalizzazione della protesta sociale, ad esempio, ignora il diritto alla resistenza previsto dalla Costituzione. L’attacco ai movimenti sociali e ad alcune organizzazioni non governative (o anche ad alcuni partiti politici) è all’ordine del giorno del governo, come hanno detto Fernando Vega, Esperanza Martínez, Fernanda Solíz, Ramiro Ávila Santamaría. Questi gruppi sono stati indeboliti, divisi, cooptati, e alcuni di questi addirittura sottomessi, nella logica di accentramento del potere governativo. Le esigenze di genere non sono state assunte appieno, come dimostra Gayne Villagómez,che espone i progressi costituzionali in questo ambito e naturalmente gli squilibri e le contraddizioni della gestione della “rivoluzione cittadina” rispetto alla politica per le donne. Le organizzazioni e la comunità indigene sono anch’esse nel mirino demolitore del correismo: sono viste come corporativiste, vengono presentate come prese solo da rivendicazioni etnicistiche, le loro direzioni vengono cooptate in varie forme, con la falsa garanzia di universalità e neutralità che offre lo Stato. Ramiro Ávila Santamaría ci dice che “screditare le direzioni definendole ‘indigeniste infantili’, non rispettando il diritto alla consultazione prelegislativa, promuovendo processi di consultazione formale per l’estrazione mineraria, facilitando tramite il ‘buono di solidarietà’ l’atomizzazione delle comunità (si sarebbe potuto rafforzare le capacità delle comunità se lo si fosse fatto con la loro mediazione), criminalizzando i capi indigeni che protestano contro lo sfruttamento minerario e per l’acqua, il governo della rivoluzione cittadina promuove forse l’interculturalità? La risposta è categoricamente no. Il governo rappresenta parte degli attori politici che si sono assunti l’incarico di indebolire il movimento indigeno e di renderne invisibili le proposte di emancipazione”. Oggi più che in altre epoche, a dispetto dei diritti collettivi e dei progressi costituzionali nel campo della plurinazionalità, “l’indigeno è tenuto alla rappresentanza se viene dalla partecipazione, deve porsi sul piano egoistico dell’individuo se abita nella solidarietà”. Freddy Javier Álvarez González lamenta in modo documentato “la negazione del soggetto politico indigeno in tempi di Rivoluzione cittadina”. E tale negazione, senza alcun dubbio, rende impossibile il processo di costruzione dello Stato plurinazionale, dato che, come conclude Ramiro Ávila Santamaría, “senza la voce degli indigeni non facciamo che proseguire con il processo colonizzatore del diverso e rafforzare un sistema economico che opprime, esclude e causa dolore”.

La repressione di dirigenti sociali e di gruppi giovanili e studenteschi (il caso dei 10 Luluncoto, del Collegio Centrale Tecnico o quello di chi si batte in difesa dell’Acqua nell’Azuay), o di organizzazioni non governative come “Azione Ecologica” tra i tanti altri casi proposti da Esperanza Martinez, semina timore. Non passano inosservate le svariate restrizioni della libertà di espressione. C’è tuttavia uno scenario contraddistinto dal timore e dalla disinformazione – o perlomeno dalla manipolazione dell’informazione – ad opera di molti mezzi di comunicazione governativi. La criminalizzazione del dissenso e della resistenza appare nel correismo come una “dottrina” (Decio Machado). Sembrerebbe sicuro che senza paura non si possa governare per spingere il paese verso la sua trasformazione moderna…

A quanto sopra andrebbero aggiunte le riforme costituzionali nell’ambito della Giustizia. Il governo del presidente Correa, con un referendum nel maggio 2011, propose emendamenti costituzionali ingannevoli per mettere le mani sulla Giustizia, trattandosi in realtà di riforme che avrebbero richiesto un procedimento diverso. Con questo, non solo si nega la possibilità di poter finalmente costruire una Giustizia autonoma e indipendente, ma si dimostra ancora una volta che la Costituzione di Montecristi non era un abito della taglia del presidente Correa, come si è proclamato insistentemente da destra.

Non basta la critica che guarda solo a quel che è successo. Le minacce potenziali a questa Costituzione si affacciano con maggior forza nell’attuale congiuntura. Il presidente Correa ha già detto, dopo la sua seconda rielezione, che si trova a disagio nell’intervenire per proteggere i diritti. Per Correa la Costituzione, come sintetizza Fernando Vega, “è ipergarantista, è zeppa di errori, di sogni illusori di uccellini pregni, di favoleggiamenti di ecologisti infantili e di rivendicazioni di indigeni con le piume e il poncho insieme ai tiratori di pietre di ‘mamita pega duro’ [dell’MPD, N.dell’Autore]”.

 

Che cosa succederebbe se si restringesse l’azione di salvaguardia dei diritti? Senza una garanzia del genere, nessuno oserebbe mettere in discussione gli atti o le omissioni dell’Esecutivo al riguardo. In altri termini, quelli che esercitano il potere non avranno limiti, e quelli che sono sottoposti al potere non avranno la possibilità di ricorrere in giudizio per la violazione dei loro diritti. Con l’azione di protezione, chiunque, il popolo o la Natura, può ricorrere al giudice e protestare per la violazione dei suoi diritti. Cioè, i diritti sanciti dalla Costituzione sono semplicemente esigibili. Se il giudice, da parte sua, constata la violazione del diritto, ha l’obbligo di denunciarla e di ordinare la totale riparazione. Il concetto di riparazione, che prima restava a livello di dottrina, ora ha piena efficacia pratica grazie a tutti gli strumenti che la legge fondamentale fornisce al giudice, la cui missione si conclude solo con la riparazione completa del diritto violato per azione od omissione.

L’azione di protezione ha un obiettivo chiaro: salvaguardare i diritti e correggere gli eccessi, omissioni o abusi di potere. Insomma, è uno strumento giuridico a disposizione di tutti gli individui, dei popoli, della Natura contro il potere. I giudici possono inoltre ricorrere a misure cautelari per rendere concreta tale garanzia.

I tecnocrati non si rendono conto del grave danno sociale che causerebbe la restrizione delle garanzie costituzionali. Si preoccupano soltanto dell’efficienza. E non solo questo: ora che il presidente Correa ha dichiarato che finalmente liberalizzerà la grande impresa mineraria, amplierà i confini petroliferi e incoraggerà le coltivazioni transgeniche e i biocombustibili, è assai probabile che la decisione di restringere una serie di garanzie sia orientata a neutralizzare le proteste e la resistenza sociale, in particolare nel campo indigeno/territoriale. E, di passata, non possiamo non segnalare lo stato di violenza che coinvolge le comunità waorani (in particolare i popoli in volontario isolamento: tagaeri e taromenane) minacciate soprattutto dalle pressioni delle industrie petrolifere e del legno, di fronte a cui è innegabile il silenzio complice del governo.

 

L’assenza di trasformazioni strutturali

 

Ben oltre i discorsi magniloquenti e delle promesse di cambiamenti radicali, si mantiene la sostanza dell’”estrattivismo” e non si intende colpire la concentrazione della ricchezza. Non c’è una trasformazione dell’impianto produttivo di fondo, meno ancora del sistema di accumulazione, un tema che viene analizzato dettagliatamente da Francisco Muñoze Pablo Dávalos nei loro testi, e che dischiude la porta a una discussione urgente sull’estrattivismo e il suo futuro. Davalos conclude abilmente l’articolo segnalando come “il discorso del mendicante seduto su un sacco d’oro sia la farsa ideologica della violenza estrattiva che pretende di concludere con la proposta puerile di Rivoluzione cittadina per evitare, appunto, di trasformarla”.

Lo stesso presidente Correa ammette questa realtà. Alla fine del quinto anno della sua amministrazione, nell’intervista al quotidiano di governo El Telégrafo, il 15 gennaio 2011, Correa affermò: “sostanzialmente stiamo facendo meglio le cose con lo stesso modello di accumulazione anziché cambiarlo, poiché non è nelle nostre intenzioni danneggiare i ricchi, ma è nostra intenzione avere una società più giusta ed equa”. L’anno dopo, in ottobre, in un’intervista televisiva in Perù, disse qualcosa di simile: “Ci è andata piuttosto bene facendo quello che abbiamo sempre fatto, siamo una delle tre economie che in America Latina sono cresciute di più, circa l’8%, la disoccupazione è la più bassa della regione, sono enormemente diminuite povertà e ingiustizia. Naturalmente abbiamo un problema – tra gli altri – quello di star facendo meglio, molto meglio, ma lo stesso di sempre”.

Quel che è in gioco a livello mondiale è la ricostruzione o il riadattamento della divisione del lavoro, questa volta più allineata – specie per alcuni paesi come l’Ecuador – all’assse cinese nel pieno di un processo di lotta mondiale per l’egemonia. Dal Consenso di Washington – in un tira e molla di vari poli di potere internazionale – si passa al Consenso di Pechino, o “Consenso delle Commodities”, a detta di Maristella Svampa (2013), che acquista forza nel segno della sua richiesta crescente di materie prime. La Cina, utilizzando la sua grande quantità di riserve finanziarie, sta effettuando acquisti in piena crisi globale.

Se la Cina acquista, l’Ecuador non resiste a vendere… le proprie risorse naturali ed anche ad ottenere finanziamento da chi vuole acquistare. Il presidente Correa è stato chiarissimo al riguardo: “Siamo complementari rispetto alla Cina, loro hanno eccesso di liquidità e scarsezza di idrocarburi, noi abbiamo idrocarburi in eccesso e scarsa liquidità. La Cina finanzia gli Stati Uniti, e potrebbe fare uscire l’Ecuador dal sottosviluppo. Secondo lui, inoltre, “Non c’è limite all’indebitamento con la Cina, più ci possono prestare meglio è. Quel che ci serve per lo sviluppo è il finanziamento e quel che abbiamo di più sono progetti redditizi”.L’importante sono i tassi e i termini di pagamento, se mi prestano a lunga scadenza il limite è inesistente, se a breve è un’altra cosa. (Padilla, 2012).

 

Il mutamento dei rapporti di forza a livello internazionale non è esente da problemi per l’Ecuador, si tratti della rinegoziazione forzata del debito estero (che non raccolse tutte le raccomandazioni della commissione per l’audit sul credito pubblico), o delle ripercussioni della crisi internazionale, che sono affrontate da Monika Meirelese Mateo Martínez.

A partire da questo riadattamento, si articola la finanziarizzazione transnazionale del paese, che consente il configurarsi di un nuovo schema di dominazione in cui rientrano vecchi e nuovi “parrucconi”, molti dei quali legati ai grandi progetti strategici promossi dal Correismo. Oltre alla Cina occorrerebbe includere gli interessi brasiliani e coreani, che si contendono fette della torta. E in questo scenario, lo Stato emerge ancora una volta come pilastro di questa logica di accumulazione estrattivista.

Pablo Ospina ci illustra questa congiuntura: È in questo senso che si può considerare il progetto di Stato del governo di Rafael Correa come un progetto di modernizzazione dello Stato, che pretende di adeguarlo alle nuove condizioni, ai nuovi rischi e alle nuove potenzialità del capitalismo contemporaneo”. Tale sforzo costituisce, in realtà, una modernizzazione periferica del capitalismo ecuadoriano, nei termini concepiti dal grande pensatore ecuadoriano Agustín Cueva (2013). Il progetto correista comprende di fatto molte delle classi sociali presenti nel paese, suddividendo profitti della rendita petrolifera per ciascuna di esse, senza intaccare l’iniqua distribuzione della ricchezza. Questo attenua il conflitto sociale.

Nel suo viaggio in Germania, nell’aprile 2013, quando andò per forzare il negoziato di un accordo commerciale con l’Europa (TLC?), ancora una volta puntualizzò i vantaggi della sua proposta: “siamo un progetto di sinistra, ma una sinistra moderna, che capisce il ruolo dell’impresa privata nello sviluppo e che capisce che anche lo Stato deve avere un ruolo!”.

Si tratta di uno Stato, che sospinge la modernizzazione capitalistica in erba. Non è in corso una transizione che ridistribuisca strutturalmente la ricchezza. Meno ancora, che colpisca le strutture statali coloniali e oligarchiche, come punto di partenza per una grande trasformazione (con le parole di Karl Marx diremmo rivoluzione, un concetto ormai molto svalutato dal marketing del correismo…). Come osservò già in altri tempi Augustín Cueva, lo sviluppo dell’estrattivismo e la ristrutturazione dello Stato ubbidiscono, oggi più che mai, alle esigenze del sistema capitalista nel suo complesso. E in questa linea di riflessione rientrano forse i tentativi del governo di portare avanti i negoziati di un trattato commerciale (TLC?) con l’Unione Europea, come parte di un “estrattivismo sommato a progetti sociali” (Monika Meireles e Mateo Martínez).

In breve, l’Ecuador ha cominciato la transizione con un procedimento post-neoliberista, ma non post-capitalista. Scontrandosi con il neoliberismo, il governo si scontra con soggetti con cui si è scontrata anche la resistenza popolare. Ma il suo progetto non è esclusivamente “uscire dalla lunga e triste nottata neoliberista’, ma affermare un nuovo progetto di modernizzazione capitalistica, e le due cose non si possono scindere” Mario Unda).

Questo operare per la modernizzazione del capitalismo in Ecuador non ha aperto la strada alla trasformazione del sistema produttivo. In oltre sei anni di governo si sono approfondite le tendenze a un’economia basata su una materia prima, si conserva la concentrazione delle esportazioni in pochi prodotti, permane il basso livello di valore aggiunto nelle esportazioni, rimane costante la bassa partecipazione dell’industria nella struttura economica, non muta l’elevata concentrazione della struttura produttiva e l’elevato tasso di controllo del sistema finanziario da parte della banca privata: lo ha ammesso in modo documentato, nell’agosto 2012, la Segreteria di Pianificazione e Sviluppo (SENPLADES). Questa importante istanza di governo ha esplicitamente accolto il fatto che non c’è stata trasformazione del sistema produttivo. Né ci sarà nel prossimo futuro.

Per i prossimi anni il cammino è segnato: oltre a forzare lo sfruttamento petrolifero e la grande estrazione mineraria, si intende dare impulso all’acquacoltura, ai biocombustibili, ai transgenici…. Vi sono anche piani per lo sviluppo della petrolchimica, sia nella fase di trattamento del petrolio sia in prodotti derivati, soprattutto fertilizzanti, come anche alla siderurgia. Si proseguirebbe con il sistema industriale tradizionale, che non necessariamente porta a superare il capitalismo e, ancor meno, a costruire il “Buen vivir” o Sumak Kawsay, che reca in germe la matrice di una nuova civiltà. Da quanto sopra si può concludere con Ramiro Ávila Santamaría, che “il governo della rivoluzione cittadina ha smarrito l’orizzonte utopico andino e ha piuttosto rafforzato uno Stato sviluppista e inserito nel capitalismo globale”.

In concreto, non esiste alcun cambiamento del sistema produttivo di fondo o del quadro d’accumulazione, né una grande modificazione nella stessa struttura del potere. Questa “permanente deriva conservatrice” (Mario Unda), che contraddistingue il correismo, va costruendo una nuova egemonia dominante, che subordina i settori popolari e la sinistra stessa alla logica di un capitalismo rinverdito. I suoi tratti, secondo Mario Unda, sono inoccultabili: “il disprezzo dell’organizzazione sociale autonoma, il rigetto della mobilitazione e della protesta, la negazione della componente decisionale della pianificazione, le concessioni al discorso di destra sull’insicurezza e la violenza, l’esaltazione dello spionaggio e della repressione per trattare tanto la delinquenza come il controllo sul lavoro e la protesta sociale, […] Per finire, ormai da un pezzo il correismo può generare solo un’affermazione conservatrice”.

Il saldo del bilancio ci dice che in Ecuador il capitalismo gode di buona salute, si estende la dipendenza dalla rendita e non si sono certo ridotti i meccanismi di sfruttamento degli esseri umani e, meno ancora, della Natura.

 

Redistribuzione della rendita petrolifera, ma non della ricchezza

 

Bisogna comprendere questa modernizzazione dello Stato come frutto del cambiamento storico regionale determinato dalla crisi dell’egemonia mondiale, che comporta in questa nuova fase storica il ritorno dello Stato e il post-neoliberismo. Oggi lo Stato, a differenza di epoche precedenti, è più presente in vari ambiti. Lo Stato arriva a molte comunità e a molti quartieri, risolve problemi e genera un immaginario di cambiamento e anche di modernizzazione in marcia; in questa linea si inserisce il minisatellite ecuadoriano mandato in orbita - battendo la grancassa – nel mese di aprile 2013, che alimenta l’illusione di un’accelerata modernizzazione.

Al contempo, questo Stato, grazie all’ampliamento di politiche sociali, costruisce un tessuto clientelare – argomento analizzato a fondo da Francisco Muñoz – che assicura la base di sostegno al correismo. E l’alimentazione di queste politiche sociali puntella la logica estrattivista, poiché diversamente, conformemente al messaggio ufficiale, da dove verrebbero le risorse per finanziarle?

In questo quadro, i settori tradizionalmente marginali della popolazione hanno sperimentato un relativo miglioramento, soprattutto grazie alla migliore distribuzione dei crescenti introiti petroliferi, oltre che anche per effetto del rilevante incremento dei lavori pubblici.

Andrebbero qui messe in rilievo le conseguenze smobilitanti che provocano il consumismo e il clientelismo, i vari regali governativi (ad esempio gli aumenti salariali per la burocrazia o il “bonus” per lo sviluppo umano) che creano una sorta di conservatorismo in una società che sta accettando direzioni autoritarie in cambio delle (poche) conquiste ottenute e dell’idea che stiamo procedendo verso la modernità attraverso lo sviluppismo… Per dirla con Natalia Sierra, sappiamo che “quando la popolazione è aggrappata alla finzione sviluppista subisce per forza un arretramento della propria coscienza politica critica. Se ne sta tranquilla nella situazione data e non punta a un futuro che vada oltre l’ordine esistente, e torna ad essere una popolazione che si ferma allo statu quo”.

A tutto ciò si aggiunge la relativa stabilità politica che vive il paese, che ha alimentato un marcato conformismo dopo un periodo di enormi sussulti: dal 1996 al 2007 il paese ha avuto sette presidenti. Una stabilità sorretta anche da controlli ideologici autoritari: “chi non è con me, è contro di me”, sembra questa la logica. Influiscono del pari interventi che reprimono la critica o la semplice indagine su quel che è successo, come accaduto con i dolorosi e non sufficientemente spiegati avvenimenti connessi al 30-S [la crisi del 30 settembre 2010 con la “rivolta” della Polizia nazionale, trattata ampiamente sul sito, vedi: Ecuador]. Da questo discende un discorso presidenziale carico di minacce e di insulti, che prende di mira giornalisti e in generale chi critica chi governa.

Stando così le cose, quel che interessa è prendere atto che non si è avuta una redistribuzione degli introiti non petroliferi e meno ancora degli attivi di bilancio, La situazione è spiegabile con la relativa facilità con cui si ottengono vantaggi dalla generosa Natura, senza addentrarsi in complicati processi sociali e politici di redistribuzione, come segnala Francisco Muñoz. Ancor più se si sono ottenuti enormi introiti fiscali provenienti in particolare dalla esportazioni petrolifere. E non perché sia mancato tempo di provarci, ma perché il leader del processo non crede in queste redistribuzioni…

Ricorderemo come il presidente Correa, senza tener conto del potenziale rivoluzionario e produttivo di una profonda riforma agrari<a, dichiarasse il 1° ottobre 2011 che “la piccola proprietà rurale ostacola l’efficienza produttiva e la riduzione della povertà… suddividere una grande proprietà in molte piccole significa suddividere la povertà”. L’obiettivo, a suo avviso – come sostenne due giorni dopo – è che “i grandi proprietari terrieri vendano le loro terre e così si trasforma democraticamente la proprietà, questo ricerchiamo, questo si è fatto in molte parti del mondo, è sufficiente più della riforma agraria”. E risulta che Correa è consapevole del problema della concentrazione della terra; in un’intervista a Le Monde Diplomatique,pubblicata il 3 gennaio 2010, sostenne che “in Ecuador la proprietà della terra non è cambiata sostanzialmente ed è distribuita nel modo più iniquo del mondo: il coefficiente di Gini supera lo 0,9 per quanto riguarda il possesso di terra”.

Si noti, di passata, che questi problemi agrari sono analizzati nel libro da Francisco Hidalgo, che affronta la discussione delle politiche di redistribuzione di terre, il dibattito su una nuova legislazione sulla terra, così come la strategia statale seguita e le risposte dell’economia contadina. Va notato come lo stanziamento per l’agricoltura nel Bilancio Generale dello Stato sia marginale: a mo’ d’esempio, nel 2012 si aggirava intorno all’1%, il che non impedì che i grandi gruppi inseriti negli agro-traffici ottenesse consistenti profitti.

In queste condizioni, con un governo che ha conseguito i maggiori introiti fiscali dell’intera storia repubblicana, i gruppi più forniti, molti dei quali legati al capitale multinazionale, non si sono visti colpire i loro accresciuti privilegi. Di più, essi continuano a ottenere sostanziosi profitti.

In un governo che si auto-proclama socialista, i principali gruppi economici ottengono utili maggiori che negli anni del neoliberismo. E l’elenco di chi guadagna è lungo: la banca, le imprese di costruzioni, gli importatori, i proprietari terrieri, i centri commerciali, alcuni industriali ed esportatori, i vari intermediari degli interessi multinazionali, i consulenti del capitale o del governo... La spesa pubblica in crescita ha permesso di incrementare il consumo, una situazione che avvantaggia il settore privato di intermediazione di beni e servizi, molto più del produttore.

La realtà di enormi profitti per il grande capitale non si può nascondere. Basta vedere due esempi. Gli utili dei 100 maggiori gruppi economici nel periodo 2007-2011 sono aumentati di un 50% in più rispetto ai cinque anni precedenti, e cioè nella fase neoliberista. In questa economia dollarizzata, gli utili della banca rispetto al suo patrimonio netto sono riusciti a superare il 17% nel 2011 e avrebbero sfiorato il 13% nel 2012, mentre le imprese di comunicazione (soprattutto quelle telefoniche) hanno ottenuto profitti superiori al 38% rispetto al loro patrimonio netto. In un contesto simile, si capisce come mai le grandi imprese abbiano accettato senza grandi conflitti la crescente pressione tributaria.

Ad oltre sei anni dall’avvio di un governo che si spaccia come rivoluzionario, il decile delle principali imprese controlla il 96% di vendite nel paese. Il 5% di proprietari continua  a concentrare il 52% dei terreni agricoli, mentre il 60% dei piccoli proprietari accedono solo al 6,4% di questi. Non si democratizza l’accesso alla terra, e neppure all’acqua, dove si registrano livelli di concentrazione molto più elevati di quelli delle terre.

Va segnalato come positivo, e come effetto della migliore distribuzione delle entrate fiscali, soprattutto petrolifere, prima che della distribuzione della ricchezza, il fatto che la povertà, con diverso impatto sui vari gruppi etnici, si è ridotta, stando a dati ufficiali, dal 37,6% nel dicembre 2006 al 27,31% nello stesso mese del 2012, vale a dire del 10,29% in sei anni (calcolo effettuato sulla base di chi percepisce meno di 2,54 dollari al giorno). Anche l’aumento degli investimenti sociali in istruzione e sanità si è favorevolmente ripercosso in ampi segmenti della popolazione, così come alcune misure che sono servite a migliorare la situazione di gruppi sociali tradizionalmente emarginati e iper-sfruttati, quali sono – per non citare che un paio di esempi – le persone con alcune disabilità o le lavoratrici a domicilio.[4]

Questa situazione contraddittoria – apparentemente – in cui i ricchi intascano una grossa fetta, e qualcosa anche i settori pauperizzati, è percepita dal governo nel modo che segue: “in breve, i settori economici più potenti prima non sono mai stati meglio, mai prima i settori più esclusi della patria sono stati meno peggio”. Teniamo presente, per giunta, che in varie occasioni si è dimostrato che è possibile che in un paese migliori la distribuzione individuale delle entrate nazionali e che, parallelamente, non migliori la distribuzione individuale della ricchezza nazionale (potrebbe anche darsi il caso, che la distribuzione della ricchezza peggiori). Questo potrebbe stare accadendo nel caso nostro, grazie ai consistenti introiti petroliferi che sono meglio distribuiti che negli anni neoliberisti, mentre i gruppi maggiori ottengono maggiori profitti dalla prosperità economica.

 

I diritti della Natura, un obiettivo accantonato

 

Nella Costituzione di Montecristi, riconoscendo i Diritti della Natura e includendo in questo che essa venga restaurata ove sia stata distrutta, si è compiuto un passo di grande importanza mondiale. Ovviamente, intensificando l’estrattivismo si aggira.

 E si nega questo progresso costituzionale, un tema analizzato da Edgar Isch e anche da Pablo Dávalos. Dotare la Natura di diritti significò, all’epoca, alimentarne politicamente il suo passaggio da oggetto a soggetto, come parte di un processo secolare di allargamento dei soggetti di diritto. L’aspetto centrale dei Diritti della Natura sta nel riscattare il “diritto  all’esistenza” degli stessi esseri umani (e certamente di tutti gli esseri viventi). L’essere umano non può vivere al margine della Natura. Garantire quindi la sostenibilità ambientale è indispensabile per assicurare la vita dell’essere umano sul pianeta. La liberazione della Natura da questa condizione di soggetto senza diritti o di semplice oggetto di proprietà deve inglobare tutti gli esseri viventi (e la Terra stessa), indipendentemente dal fatto se siano utili o meno agli esseri umani.. Si tratta di un aspetto fondamentale, se ammettiamo che tutti gli esseri viventi hanno il medesimo valore ontologico, il che non implica che siano tutti identici. Si tratta di punti di rilievo essenziale dei Diritti della Natura, che implicano necessariamente un rapporto strutturale e complementare con i Diritti Umani. Di queste impostazioni resta ben poco, salvo un discorso privo di contenuto, come dimostrano Esperanza Martínez e Fernanda Solíz analizzando dettagliatamente e a fondo il tormentoso sviluppo delle politiche mineraria e petrolifera della “rivoluzione cittadina”. Tutti conoscono il confuso discorso per sostenere internazionalmente la Natura, presentando l’iniziativa Yasuní-ITT come un progresso rivoluzionario, in contrasto con l’apertura al grande sfruttamento minerario o con l’ampliamento dei confini petroliferi nel sud dell’Amazzonia, una zona che all’inizio della “Rivoluzione cittadina”si era promesso di rispettare.

Il “Buen vivir”,  nessuna alternativa allo sviluppo. Il “Buen vivir” è qualcosa di diverso dallo sviluppo. Non si tratta di applicare un insieme di politiche, strumenti e indicatori per uscire dal “sottosviluppo” e pervenire all’auspicata condizione dello “sviluppo”. Un impegno del resto inutile. Quanti paesi sono arrivati allo sviluppo? Molto pochi, ammesso che la meta ricercata si possa considerare sviluppo. Le vie allo sviluppo non sono state il problema principale. La difficoltà sta nel concetto stesso di sviluppo. Il mondo vive un “cattivo sviluppo” generalizzato, comprendendo quelli considerati come paesi industrializzati, vale a dire i paesi il cui stile di vita dovrebbe servire da faro di riferimento per i paesi “arretrati”. Non è tutto qui. Il funzionamento del sistema mondiale e “mal-sviluppato”. In breve, è urgente dissolvere il tradizionale concetto del progresso nella sua deriva produttivistica e dello sviluppo come direzione unica, soprattutto nella sua visione meccanicistica di crescita economica, come dei suoi molteplici sinonimi. Tuttavia, non si tratta solo di superarli, si impone una visione diversa, assai più ricca di contenuti e di difficoltà. Il “Buen Vivir” non riassume una proposta monoculturale, è un concetto plurale (sarebbe preferibile parlare di “Buenos [Buoni] vivires [vivere]” o “Buenos convivires [convivere]). Con il suo postulare l’armonia con la Natura, con la sua contrapposizione al concetto di accumulazione perpetua, con il suo ritorno a valori d’uso, il “Buen vivir”, come proposta in costruzione, apre la porta per formulare visioni di vita alternative: Propone un cambiamento civilizzatore. Costituisce un punto di partenza, non di arrivo, per costruire alternative allo sviluppo e per superare le aberrazioni dell’antropocentrismo, che mette in grave pericolo l’esistenza dell’essere umano sulla terra. In questi anni di “Rivoluzione cittadina” si è proceduto in questo senso, costituzionalmente proposto? Purtroppo, no. L’elenco di incongruenze rivela intenzioni diverse tra i mandati costituzionali e la realpolitik, segnata da forme continuiste di estrattivismo, consumismo e produttivismo, riflettendo lo stesso uso propagandistico del termine “Buen Vivir”. Esso adombra semplicemente un sistema che assicura maggior fornitura di servizi di base alla società e l’aumento della sua capacità di acquisto di beni e servizi sul mercato.

Per mettere a nudo questa impostazione ingannevole, è sufficiente vedere la quantità di documenti e progetti ufficiali con l’enunciazione del termine “Buen Vivir” come modello pubblicitario. Per esemplificare: progetti comunali per migliorare le condizioni delle strade vengono presentati come se per “Buen Vivir” si intendesse questo, in città costruite intorno alla cultura dell’automobile e non degli esseri umani.

Analogamente, mentre si intensifica l’estrattivismo con i grandi impianti di estrazione mineraria o ampliando i confini del petrolio, si avanzano nuovi progetti governativi con l’intestazione del “Buen Vivir”. Si solleva addirittura la tesi di un socialismo del Buen Vivir, che conta sul sostegno di qualche illuso all’estero. Tutto questo costituisce un Sumak Kawsay propagandistico e d’impianto burocratico, privo di contenuto, ridotto allo stato di termine-prodotto. Risulta quindi preoccupante la riduzionistica e sempliciotta visione del Buen Vivir come prodotto di marketing pubblicitario di una determinata politica ufficiale.

Per capire che cosa implichi il Buen Vivir, che come si è visto non si può semplicisticamente associare al “benessere occidentale”,occorre partire dal recupero dei saperi e delle culture dei popoli e delle nazionalità; compito che dovranno guidare le comunità indigene stesse. Come scrive in queste pagine Atawallpa Oviedo Freire, il Buen Vivir “non è un semplice fatto formale ma un fatto di contenuto e fondante, presente nella vita, ma è soprattutto questione di rispetto, di dignità, di onore nei confronti dei popoli originari di queste terre”. Questo non significa negare le acquisizioni e i cambiamenti conseguiti grazie ai progressi tecnologici dell’Umanità, presenti nella vita. Ed esige “una rivoluzione integrale e totale, per un’esistenza piena e armoniosa (sumakawsay)”. Non è questo il percorso in cui si impegna il governo del presidente Correa. È una giaculatoria magica quella che impiega un socialismo del Buen Vivir carente di contenuti di trasformazione. E non sorprende che il presidente Correa interpreti a suo piacimento che cosa significhi socialismo (del XXI secolo), se ritiene che questo non abbia niente a che vedere con la lotta di classe… Nell’intervista del 15 gennaio 2012 cui abbiamo accennato, Correa fu categorico, definendosi in modo chiarissimo: “non siamo anticapitalisti, non siamo anti-yankee, non siamo antimperialisti”. Correa, e lui soltanto, stabilisce che cosa sia il socialismo, il suo socialismo, in definitiva, definisce la verità, la sua verità.

 

Dall’impianto tecnocratico al manicomio dell’autoritarismo

 

 

Il discorso ufficiale è andato decantandosi. “Dall’alto grado di accoglienza che il discorso fondante di Alleanza Paese ebbe fra la popolazione dei ceti medi e degli strati popolari, collegato ai movimenti sociali e alle organizzazioni di sinistra che vi aderirono” (Natalia Sierra), il discorso si concentra su pochi elementi nodali. L’allargamento dei cinque assi iniziali della “rivoluzione cittadina” nel 2006 ai dieci del 2013 non altera la valutazione.

Accanto all’uguaglianza e alla libertà, nelle specifiche interpretazioni che ciascuno di questi soggetti significa per il caudillo, emerge con forza l’efficienza, incarnata nel tecnocrate, che è uno degli aspetti per capire “l’immagine consacrata del leader” (Juan Cuvi). E da questa deriva tutto un pacchetto di di decisioni di politica nel settore dell’istruzione, della cultura, della ricerca, in cui emerge una sorta di “neocolonialismo accademico”, per dirla con Arturo Villavicencio, o “neocolonialismo culturale”, a detta di Carlos Castro Riera, i quali affrontano in questo libro il progetto di riforma dell’università ecuadoriana animato dalla “rivoluzione cittadina”.

Secondo Arturo Villavicencio, questa riforma comporterebbe un’approssimazione “arcaica”: “Comincia a venir fuori un’università frammentata in tipologie assurde e con spazi accademici limitati e gerarchizzati. Un entusiasmo inusitato per la ricerca al margine della conoscenza scientifica come soluzione per i problemi del paese e come chiave per raggiungere il Buen Vivir, sta delineando meccanismi burocratici nel definire e controllare l’agenda della ricerca per le università; condizioni che attentano a un lavoro aperto, trasparente e democratico della scienza e della conoscenza. Nella stessa direzione, un miracoloso salto a un bio-socialismo repubblicano, intorno a un mega-progetto, la “città della conoscenza”, dai risultati molto discutibili e incerti, impegna enormi risorse umane e materiali che inevitabilmente portano a indebolire e addirittura annullare l’incipiente ricerca del sistema universitario”.

Castro Riera analizza i cambiamenti universitari dal punto di vista della stessa vita universitaria, rilevando gli aspetti legali delle riforme proposte nella logica di sostegno all’accumulazione del capitale, per concludere, come fa anche Atawallpa Oviedo Freire, che la proposta di riforma universitaria del correismo è ben lungi dal condurre al Buen Vivir. Né, sicuramente, Arturo Villavicencioe Atawallpa Oviedo Freire perdono l’occasione di mettere a nudo i limiti concettuali e concreti dell’ambizioso “progetto Yachay”, o “città della conoscenza”. Con cui il governo anela a cominciare il viaggio verso il futuro.

Quel che qui ci preme è valutare quel che rappresenta  per l’intera società la logica tecnocratica dominante, a partire dal fatto di avere un’università controllata, subordinata e disciplinata. Questa logica reca implicito in sé un quadro di riferimento: obbedienza e disciplina, stabilità e pressione (o, per dirla con Decio Machado: “autorità, disciplina, Patria e ordine). Entro questo schema si cerca di costruire un sistema meritocratico all’interno dell’università e fuori,in cui i rendimenti prevalgono sul modo in cui li si ottiene, La fiducia nella tecnocrazia sembra illimitata e la sua validità si traduce in una visione unilineare, che contraddice completamente l’essenza del Buen Vivir e di sicuro il pluri-nazionalismo.

È opportuno riprendere su questo il valido apporto di Carlos de la Torre, quando nel suo testo sul tecno-populismo di Correa discute le tensioni che si producono tra un presidente che afferma “di stare alla guida di un ciclo di profonde trasformazioni, di incarnare gli interessi dell’intera società e non di particolari settori, e di seguire la missione di portare a termine la rifondazione della nazione”. Della Torre riassume così la sua tesi: “il carisma e la tecnocrazia possono convivere verbalmente: il carisma è instabile e sovverte gli intenti di governare tramite la competenza degli esperti”. Una situazione che già si è vista in vari episodi del correismo, ad esempio nel colpo allo Stato di diritto del 30 settembre.

Quel che conta è che il ritorno dello Stato nella “rivoluzione” del correismo ci interroga sulla modalità di accumulazione capitalistica; quello che pretende di costruire, secondo Arturo Villavicencio, è una sorta di “capitalismo accademico”. Per modernizzare lo Stato si cerca di migliorarne i livelli di efficienza. Correa e il suo governo si sentono realizzati se si presenta l’Ecuador come il “giaguaro latinoamericano”, in quanto lo si paragona alla gestione delle “tigri” e “draghi” asiatici (da cui a quanto pare Correa copia ciò che gli conviene, andrebbe puntualizzato). E si potrebbe ben concordare con Francisco Hidalgo, che quel che si costruisce è una specie di “giaguaro sdentato”.

In concreto, si cerca di ammodernare l’apparato statale, non di costruire un altro Stato. Il servizio pubblico – così come lo intendeva Lee Kuan Yew, leader di Singapore – deve trasformarsi in una macchina efficiente ed efficace per cristallizzare i piani ufficiali. Occorre ottenere che i funzionari pubblici si sintonizzino con i piani governativi. Per farlo si ricorre all’entusiasmo o alla minaccia permanente. Occorre creare un clima di pressione, non necessariamente di convinzione. In questo impegno si mimetizzano i servitori pubblici con la militanza del movimento pro-governativo (“oficialista”), e viceversa. Vi sono anche segnali che si starebbe lavorando alla costruzione di un partito unico… il tutto entro la legittimazione ottenuta dalle elezioni vinte, con cui Correa consolida il suo “consenso elettorale”.

Nella pratica, “si esagera la ‘relativa autonomia’ dello Stato e della politica istituzionale come strumento di cambiamento sociale. L’illusione che lo Stato possa promuovere da solo una trasformazione radicale nella società comporta il fatto di dimenticare come lo Stato altro non sia se non una forma di rapporto sociale radicato nei rapporti sociali capitalistici, separando le persone dal controllo delle loro stesse condizioni di produzione e, alla fine, dalla loro stessa vita” (Decio Machado). Tuttavia, non cessa di pesare il gruppo degli “intellettuali tecnocrati autonomi”, come fece notare una paio di anni or sono Pablo Ospina (2011), che riflette sul tema in sintonia con il pensiero di Antonio Gramsci.

Aldilà di questa discussione sull’autonomia dello Stato, quel che conta nel correismo è mettere in moto una macchina burocratica legalizzata ed efficiente, docile e attiva. Bisogna normalizzare, disciplinare e ordinare la società, a questo serve lo stesso divieto di vendere birra la domenica e ancor più la recinzione di luoghi pubblici (vie, piazze) per impedire qualsiasi manifestazione di rifiuto del regime, e a questo dovrebbe servire il nuovo Codice penale  con chiari tratti repressivi. E questo “sistema disciplinare” (Pablo Ospina) si sorregge anche attraverso un esercizio massiccio di pubbliche relazioni: il marketing politico con cui il correismo riesce, in determinate occasioni, a salire fino a un mondo fittizio, adeguato agli interessi del potere. Concetti chiave, come sinistra, rivoluzione, Sumak Kawsay o Diritti della Natura, rientrano in un nuovo lessico, che si adatta alle convenienze del momento. Inganno e auto-inganno puntellerebbero il sostegno popolare di massa di cui gode il correismo. Il tutto in funzione di uno spettacolo continuativo, con un protagonista principale: Rafael Correa (e solo lui), che si considera il portatore della volontà popolare collettiva. Insomma, non c’è un progetto di partito, né di gruppo, ancor meno comunitario…

La domanda che nasce, concludendo queste righe,  quanto sia certa l’affermazione di Juan Cuvi allorché osserva che Correa “non era a favore di alternative, molto meno di rivoluzioni. E peggio ancora di utopie. Questo spiegherebbe l’adesione che alla fine ha prodotto un discorso nella sostanza così convenzionale. Lo sviluppismo, l’efficacia tecnocratica, la fornitura di infrastrutture e l’incremento del consumo non sono se non emulazioni di modelli ancorati a vecchi schemi colonialistici; il recupero dello Stato a detrimento del rafforzamento della società costituisce un tuffo verso il “cepalismo” degli anni ’50”. [La Comisión Económica para América Latina (CEPAL) fu creata nel 1948]

 Il presidente ecuadoriano, in concreto, sembra un fido seguace di Lee Kuan Yew, che esaltava anche lui il senso dell’urgenza. Entrambi pretendono di accelerare il processo e che sia indispensabile bruciare le tappe nella modernizzazione del capitalismo nei due rispettivi paesi.

In concreto, il presidente ecuadoriano sembra un fedele seguace di Lee Kuan Yew, il quale ugualmente metteva in rilievo il senso dell’urgenza. Entrambi pretendono di accelerare il processo e che sia necessario bruciare le tappe nella modernizzazione del capitalismo nei rispettivi paesi. Si somigliano anche nello stile di criticare pubblicamente i propri ministri o le istanze governative che non abbiano assolto il proprio compito, secondo gli ordini del capo. Entrambi, quindi si identificano nel modo di concepire la democrazia, come esercizi elettorali che sono quelli che determinano chi debba prendere le decisioni.

Ne risultano pratiche autoritarie, che sono quelle che si utilizzano per proseguire nella modernizzazione capitalistica e intensificare l’estrazione mineraria. Leggiamo,. A dimostrazione, ciò che ha affermato Correa nel suo rabbuffo del 10 novembre 2011: “Abbiamo perso troppo tempo per lo sviluppo, non abbiamo più neanche un secondo da perdere […] quelli che ci fanno perdere tempo sono anche quei demagoghi del tipo “no all’estrazione mineraria, no al petrolio”, passiamo il tempo a discutere stupidaggini. Se ne vadano negli Stati Uniti con quelle loro stupidaggini; in Giappone li metterebbero in manicomio”.

Per giunta, pensando più a quanti sostengono il correismo, soprattutto a coloro che credevano che con la “Rivoluzione cittadina” si sarebbe realizzata una vera e propria trasformazione, si giustifica tutto con il “processo rivoluzionario”. A nessuno dall’interno del processo importa se si sono traditi i principi originari, plasmati agli inizi nel Piano di governo del Movimento Paese collettivamente elaborati nel 2006, quindi sanciti nella Costituzione di Montecristi. Per rispettare gli ordini, vale a dire per eseguire “il processo”, non importa se si deve sottostare a una serie o di verità o di menzogne, bisogna comunque eseguirli. Né ci si preoccupa che l’apparato statale continui ad espandere una struttura di dominazione verticale e autoritaria (pietre angolari del correismo, Juan Calvi dixit). Tutto o quasi tutto si giustifica con il “processo”, quand’anche esso non fosse per nulla rivoluzionario

 

A mo’ di conclusione

 

Il compito che le sinistre hanno di fronte a loro è affrontare questa realtà, partendo da un’adeguata lettura della stessa. Urge dare risposta a una struttura di potere che si sorregge sugli assi che seguono, secondo la lucida sintesi di Juan Calvi:

“- effettivo clientelismo;

 - retorica antimperialista avallata da un tessuto regionale e internazionale propizio;

 - tutela da parte dello Stato e sottomissione della società civile;

 - smantellamento di ogni forma di organizzazione sociale autonoma;

 - parametri di efficacia e rendimento apertamente capitalistici, tramite l’ammodernamento tecnologico della pubblica amministrazione;

 - processo di accumulazione monopolizzato e multi nazionalizzato”.

E al tempo stesso, o meglio come requisito per assumere l’impegno di trasformazione, è indispensabile la costruzione di un progetto contro-egemonico, in cui l’Unità delle Sinistre emerga come un imperativo storico, riconoscendole per quel che sono oggi e non come vogliamo che siano domani.

Questo implica, a partire dalla situazione locale, soprattutto dalla resistenza all’estrattivismo e a ogni forma di autoritarismo del correismo, spazi di potere reale, veri e propri contropoteri di intervento democratico nella sfera politica, in quella economica e in quella culturale. A partire da questi, si potranno forgiare gli embrioni di un nuovo istituzionalismo statuale, che dovrà essere necessariamente plurinazionale, di una rinnovata logica di mercato e di una nuova convivenza societaria. Contropoteri che serviranno di base per la strategia collettiva che deve costruire un progetto di vita in comune: il Buen Vivir, che non potrà essere una visione astratta che trascura i soggetti e i rapporti presenti.

Occorre estendere e radicalizzare la democrazia, per ottenere questi obiettivi. Bisogna imparare dalle esperienze di democrazia diretta e partecipativa la disubbidienza civile per frenare le conseguenze distruttive dell’estrattivismo. Richiediamo forme di democrazia più emancipatrici e partecipative.

 

Avendo fatto parte della ora cosiddetta “rivoluzione cittadina”, e a prescindere dall’essere consapevole di quanto sia difficile trasformare i sogni in realtà, sono di certo convinto che sia possibile promuovere trasformazioni profonde e strutturali. E che sia possibile farlo sempre con più democrazia, mai con meno.

Traduzione di Titti Pierini

 

Riferimenti bibliografici

 

Cueva, A. (2013), Autoritarismo y fascismo en América Latina, Serie “Cuadernos Políticos”, Centro de Pensamiento Crítico, Quito.

Ospina, P. (2011). Ecuador: la participación ciudadana en el proyecto de Estado de Rafael Correa, in Observatorio Latinoamericano 7., Buenos Aires: Instituto de Estudios de América Latina y el Caribe. Facultad de Ciencias Sociales, Universidad de Buenos Aires. 

Padilla, L. (2012, febrero 17), Correa: El endeudamiento con China responde a la necesidad del país, Agencia pública de Noticias del Ecuador y Suramérica-Andes. (http://andes.info.ec/2009-2011.php/?p=141559).

Svampa, M. (2013), “El Consenso de las commodities” y lenguajes de valoración en América Latina”, in Revista Nueva Sociedad, (244), marzo-aprile (http://www.nuso. org/upload/articulos/3926_1.pdf).

Tapia, L. (2011), CIDES-UMSA, La Paz.

 

Note



[1]Alberto Acosta -Economista ecuadoriano; docente e ricercatore della la FLACSO-Ecuador; ex ministro dell’Energia e delle Miniere, ex presidente dell’Assemblea costituente, ex candidato alla Presidenza della Repubblica. Il suo saggio costituisce una sorta di Introduzione al volume: AA. VV., El correísmo al desnudo [Il “correismo” messo a nudo], Quito, 2013

[2]I nomi menzionati in questo Prologo corrispondono perlopiù agli autori e alle autrici degli articoli raccolti nel volume.

[3]Lo stesso concetto di “cittadinanza in questo processo non è definito con chiarezza. Prevale la visione della cittadinanza individuale, mentre si emarginano altre concezioni, stabilite implicitamente nella Costituzione di Montecristi, quali la cittadinanza collettiva e la cittadinanza ecologica, su cui si basano i diritti collettivi e quelli della Natura, rispettivamente.

[4]Ha avuto del pari impatti positivi il migliorato funzionamento di alcuni servizi pubblici, in cui la cittadinanza  riceve un trattamento più efficiente.



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