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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> In Venezuela guerra aperta contro il lascito di Chávez

In Venezuela guerra aperta contro il lascito di Chávez

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Venezuela: Che cosa nasconde la guerra economica

contro il processo bolivariano?

Carlos Carciones, Stalin Pérez, Juan García, Gonzalo Gómez,

Zuleika Matamoros, Alexander Marín[i]

 

Il ministro delle Finanze, Nelson Merentes, ha annunciato il 17 settembre, in un’intervista televisiva a “Globovisión”, che fra alcune settimane si varerà un nuovo sistema di assegnazioni di divise complementare ai due che già esistono.

Omologandosi alle argomentazioni elaborate dagli economisti liberisti, funzionali al grande capitale locale e al capitale finanziario, il governo si prepara a completare la consegna di dollari richiesti dagli imprenditori, che rientra negli accordi che si stanno contrattando con il ministro negli ultimi cinque mesi. Trattativa su cui il governo punta erroneamente e senza esiti positivi in vista.

Nel frattempo, l’inflazione, la speculazione, l’eccessivo aumento dei prezzi e la mancanza o l’accaparramento di prodotti essenziali quali generi alimentari e farmaci indispensabili, fanno parte dello scenario montato dal capitale, denunciato dal governo, ma tollerato dagli alti gradi della burocrazia statale, per fare pressione per questa soluzione.

Si aggiunge così un’ulteriore dose di malcontento nella popolazione bolivariana, che vive con irritazione e preoccupazione l’incapacità del governo Maduro di risolvere questo genere di problemi.

Non c’è da illudersi: quello che stiamo vivendo, senza la presenza fisica del comandante Chávez, costituisce un nuovo capitolo del feroce conflitto per la distribuzione della rendita petrolifera. E lo vediamo nel quadro di una situazione di attacco complessivo alle conquiste sociali create dal processo bolivariano. Stiamo attraversando una congiuntura in cui si stanno delineando e dispiegando controriforme profonde del modello chavista. Un tratto di cammino al cui termine, stando ad alcuni economisti, ci aspetta a braccia aperte il Fondo Monetario Internazionale.

Il comandante Chávez ha destinato una parte fondamentale della rendita a risolvere le esigenze basilari della popolazione e un’altra parte essenziale all’obiettivo di orientare gli investimenti dello Stato in funzione di un progetto strategico di sviluppo. Viceversa Merentes, e il governo con lui, stanno cedendo alla pressione della vecchia oligarchia e della nuova borghesia rossa. In questa guerra economica, chi ci sta perdendo è il popolo bolivariano che vive del proprio lavoro e che vede con indignazione evaporare i propri salari e le risorse familiari. Occorre rimettere in piedi quella disponibilità alla lotta che questo popolo ha dimostrato nei momenti critici del processo per cambiare questo corso, che ci porta alla sconfitta della nostra rivoluzione.

 

ll pagamento in dollari per “l’importazione” è il modo in cui l’oligarchia si appropria della rendita petrolifera

 

Quando la Rivoluzione Bolivariana, che usciva dalla vittoria sul golpe dell’aprile 2002, schiaccia la serrata-sabotaggio e sconfigge la cosiddetta “meritocrazia” petrolifera, ha la possibilità di cominciare a costruire la politica sociale e la proposta di piano di sviluppo nazionale.

Due fondamentali misure di politica economica sovrana sono quelle che rendono possibile realizzare, in breve tempo, la ripresa economica del paese, che perse in quegli oltre 60 giorni di criminale sabotaggio ben 30 miliardi di dollari. Esse furono: 1) il controllo da parte dello Stato, per finanziare le sue politiche, della maggioranza delle risorse ricavate dall’industria petrolifera statale, in precedenza maneggiate a propria discrezione dalla “meritocrazia”; 2) il controllo dei cambi, perché fosse lo Stato, tramite il monopolio dell’impiego della divisa internazionale, a orientare gli investimenti e la spesa delle risorse ricavate dalla rendita petrolifere, evitando la fuga di capitali.

Qualche dato contribuirà a far capire quanto affermiamo sopra. Nel 2000, PDVSA fatturò per le esportazioni 50 miliardi di dollari, consegnandone allo Stato venezuelano solo il 20%, ossia 10 miliardi, mentre il restante 80% finiva in mano alla “gente del petrolio” per spese operative e per i traffici del grande capitale petrolifero (Shell, Exxon, Movil ecc.). In compenso, nel 2012, su una fatturazione vicina ai 100 miliardi di dollari da parte di PDVSA, lo Stato venezuelano ha ricevuto quasi il 60% del totale, un po’ più di 57 miliardi, mentre le spese operative sono state poco più di 30 miliardi, mentre oltre 10 miliardi hanno costituito l’avanzo primario.

Questo significa che, in soli 12 anni, quello che lo Stato riceve dagli introiti petroliferi si è triplicato in valore assoluto.

Per altro verso, per capire le ripercussioni che ebbe allora il controllo dei cambi va ricordato quanto segue. durante i mesi del golpe e del sabotaggio, l’oligarchia fece fuggire dal paese 28,5 miliardi di dollari, cui vanno aggiunti i 30 miliardi persi per il fermo della produzione durante la serrata e il sabotaggio  padronale (insieme, rappresentano una cifra superiore al fatturato annuo di PDVSA all’epoca). L’applicazione del controllo dei cambi frenò per un periodo la fuga di capitali e consentì di orientare l’impiego di dollari ad attivare il rifornimento di beni per la popolazione: era il momento del lancio del Mercal, come pure delle prime misiones nel campo dell’istruzione e della sanità… Misiones che, allora, ebbero un grosso impatto sociale e che ora andrebbero riesaminate per rilanciarle sotto controllo sociale, essendo purtroppo semiparalizzate.

Si tratta, del pari, degli inizi della pianificazione e dell’avvio della costruzione delle grandi opere infrastrutturali indispensabili al completamento di una vera e propria pianificazione nazionale, quali ad esempio la ferrovia del centro e la nuova diga del Guri [grande centrale idroelettrica] (il tutto in piena autonomia finanziaria e con l’esercizio della sovranità nazionale, senza ricorso né al FMI né alla BM).

Al di là della degenerazione e della corruzione cui ha portato l’attuale controllo dei cambi - che obbliga a rivederne il funzionamento e a una esemplare punizione degli alti funzionari che lo hanno inquinato insieme ai loro complici privati - è un dato di fatto che questo meccanismo in sé si dimostrò allora altamente efficiente per il recupero del paese dal disastro economico e sociale provocato dal sabotaggio petrolifero. Efficienza che parte dal controllo della nostra principale risorsa, come non era mai successo prima, accanto al controllo cambiario.

Attualmente, il progetto dell’oligarchia locale e del capitale finanziario è lo stesso: appropriarsi di divise è il modo in cui l’oligarchia parassitaria e improduttiva accaparra una parte accresciuta della rendita, vale a dire: dei dollari grazie ai quali questa rendita può funzionare da strumento di accumulazione di capitale, o per tesaurizzare i guadagni usurari di imprenditori e banchieri.

Dietro le trattative tra il governo e l’oligarchia condotte da Merentes, l’attuale crisi riflette l’offensiva per l’accesso ai dollari, con i quali si rende quantificabile la Rendita. Quella cui stiamo assistendo è, in realtà, un’offensiva aperta dell’oligarchia, in evidente alleanza con settori della burocrazia statale, per il controllo e l’appropriazione della Rendita. Offensiva cui il governo sta cedendo al tavolo delle trattative.

 

Un sistema concepito per l’illecita accumulazione di capitale

 

Il sistema che sta avallando il governo, e che il ministro Merentes presenta come trasparente, costituisce la mascheratura di un meccanismo di accumulazione di capitale e di tesaurizzazione di stile mafioso.

Potrà diventare legale se, come annunciato, il parlamento lo approva. Ma sarà irrimediabilmente illecito e subirà il giusto disconoscimento da parte del popolo bolivariano mobilitato, perché infrange il lascito di Chávez sul piano economico.

Il settore privato dell’economia, di qualsiasi colore sia, giallo, bianco o rosso pallido, ha accumulato una quantità enorme di dollari grazie a un processo di collusione, complicità, o in società diretta con la burocrazia dello Stato e i settori che maneggiano il controllo dei cambi; processo dovuto, in minor misura, a meccanismi legali, ma di uso speculativo, quali il possesso di titoli del debito sovrano dello Stato o di PDVSA.

Vediamo come questo si traduca in cifre. Secondo dati riportati da vari economisti e in concordanza con ciò che possiamo trovare nel sito della Banca centrale venezuelana, alla fine del 2012, dei 291.866 miliardi di dollari di attivo all’estero in possesso del Venezuela, la maggioranza di questi, 160.279 miliardi, appartengono al settore privato, e la maggior parte sono in conti bancari, quindi immediatamente disponibili.

Di questa somma, solo 60 miliardi, circa un terzo, corrispondono a titoli del debito sovrano dello Stato o di PDVSA, emessi dal processo bolivariano. Sono quindi investimenti presumibilmente “legali”. Il resto, gli altri due terzi, sono il frutto di due meccanismi illeciti o, il che equivale, di crimini contro lo Stato: 1) una parte è frutto della sovrafatturazione delle importazioni; 2) l’altra parte deriva dalla manipolazione di prezzi di titoli finanziari negoziati nelle Borse commerciali; oppure, direttamente dal furto dissennato, senza armi e a capo scoperto, come quello verificatosi nel SITME [sistema di transazioni di titoli in divisa estera].

Ma il rimedio proposto da Merentes è peggiore del male. E non siamo noi a dirlo, ma lo hanno già dimostrato in  precedenza le ripercussioni catastrofiche sull’economia del paese.

Il nuovo sistema proposto dal ministro è analogo a quello abolito nel 2010 da Chávez dopo la crisi bancaria della fine del 2009, la più importante crisi attraversata dal settore nei quindici anni del processo bolivariano. È opportuno ricordare che in quella crisi, in cui si intervenne e si chiusero 11 banche, il sistema del cosiddetto “cambio dollaro” adottato da borse e banche funse da indispensabile complice delle truffe bancarie grazie a cui uscirono dal paese 300 miliardi di dollari, Quel che si otterrebbe con il nuovo strumento è la legalizzazione della fuga di capitali.

 

Quanti dollari servono per le importazioni?

 

Con il ricatto della mancanza di dollari, il settore privato dell’economia nazionale determina mancanza di prodotti, inflazione ed usura nei prezzi. Al tempo stesso, esige l’assegnazione di una maggior quantità di dollari per accrescere le importazioni di beni e servizi per i consumatori.

Naturalmente, il nocciolo dell’equazione (la mancanza di dollari) è falso, per cui è falsa l’equazione stessa. Ed è anche falso l’argomento che per questo non si può importare quel che serve per soddisfare i bisogni popolari.

Se si prendendo gli indicatori della Banca centrale del Venezuela e le dichiarazioni concordi che compaiono sulla stampa nazionale, è interessante l’andamento del 2012, l’anno in cui praticamente non c’è stata mancanza di rifornimento di beni e in cui l’inflazione è scesa considerevolmente e. al contempo, l’economia ha conosciuto un importante livello di crescita, intorno al 5%.

L’ammontare di dollari assegnati alle importazioni di beni e servizi (senza assicurazioni e spese di trasporto) in quell’anno, stando alla BCV, è stato di circa 59.339 miliardi. Il settore privato ne ha ricevuti 36.167. L’interessante è però che - secondo voci ufficiali riconosciute, ad esempio quella dell’ex presidente della BCV, Edme Betancourt, che lo affermò in più occasioni sulla stampa, mentre era in carica e senza alcuna smentita - del totale ottenuto dal settore privato perlomeno 20 miliardi vennero assegnati a imprese private fittizie, che non importano alcun bene o servizio: assolutamente, una ruberia dissennata.

Senza mettersi, in questa sede, a discutere del comportamento corrotto in questa assegnazione di divise e dei delitti per i quali nessun funzionario è finito in galera, quel che interessa evidenziare al riguardo è che dei 36 miliardi di dollari concessi al settore privato per le importazioni, le esigenze di importazioni di merci gestite da questo settore risultarono, in realtà, di soli 16 miliardi di dollari.

Più importante, tuttavia, è riesaminare i dati della BCV sui due primi trimestri di quest’anno, in cui l’assenza di approvvigionamenti, la speculazione e l’usura stanno facendo strage dei redditi e delle condizioni di esistenza di chi vive esclusivamente del proprio lavoro. Ci accorgeremo allora che, nei sei mesi per i quali la BCV dispone di dati ufficiali, risulta assegnato un totale di 27.519 milioni di dollari,15.001 dei quali destinati al settore privato. Questo, a ben considerare, senza calcolare l’importazione di servizi né i pagamenti di trasporti e assicurazioni.

Significa che, attualmente, per i primi due trimestri del 2013, l’andamento dell’assegnazione di divise è simile, in volume, a quello del 2012, anno in cui non c’è stata mancanza di rifornimenti, l’inflazione scendeva e si era rubato il 40% dei dollari assegnati per il SITME. In base a tali dati si potrebbe sostenere che, con quello già assegnato per il primo trimestre di quest’anno, si stiano completando quasi per intero le assegnazioni annue in dollari che il settore privato ha realmente utilizzato per importare nell’intero 2012.

Resta chiaro che non è la mancanza di dollari a provocare la mancanza di beni o l’inflazione, ma un’offensiva di settori privilegiati per appropriarsi della rendita petrolifera.

 

La burocrazia statale complice della mancanza di rifornimento di beni, della speculazione e dell’usura

 

Il settore privato da solo, tuttavia, non potrebbe imporre il clima speculativo e usurario che si vive nel paese. È indispensabile, in questo caso, la collaborazione o la complicità diretta della burocrazia collocata ai principali posti decisionali dello Stato. Ed è così, perché lo Stato dispone degli strumenti legali e della forza politica per applicare le norme e i regolamenti esistenti per bloccare questa truffa.

Inflazione e usura nei prezzi

Il mancato rispetto dell’andamento dei prezzi regolamentati di molti prodotti del paniere dei beni di prima necessità è il risultato dell’assenza di controllo delle istituzioni cui spetta questo compito. Carne, pollo e la maggioranza dei prodotti alimentari importati non rispettano la regolamentazione dei prezzi di vendita al pubblico. È un dato di fatto che la carne, che si dovrebbe trovare a 29 bolivares/kg, non si ottiene a meno di 120. E non vi è alcuna sanzione per i responsabili delle importazioni, né per chi le commercializza.

Questo, tuttavia, non accade solo con i prezzi dei generi alimentari, ma capita con tutte le ordinazioni. Imprenditori che importano beni con dollari assegnati dallo Stato a 6,30 bolivares, o che li ricevono tramite le sub-aste del SICAD a 11-13 bolivares, calcolano i loro prezzi come se avessero comperato le merci al prezzo del dollaro parallelo. Per questo i prezzi si quintuplicano in certi casi, diventando una truffa vera e propria quando si arriva al consumatore. Neanche su questa arbitraria proliferazione dei prezzi c’è il minimo controllo, e meno ancora ci sono sanzioni esemplari.

Scarsità di beni e accaparramento

La scomparsa dei prodotti dai banchi dei mercati corrisponde piuttosto a manovre speculative che non alla loro effettiva mancanza. È un dato notevole che l’accaparramento ad opera di privati, ma anche gli intralci amministrativi di alcuni settori statali imposti dall’autorità che regge il settore, provocano una carenza di rifornimenti fittizia. Il caso dell’Industria statale DIANA è un esempio di quel che diciamo. Grazie a una lotta operaia, si è riusciti a sapere che i capannoni dell’azienda erano pieni di prodotti, mentre, il ministero del settore negava i permessi per la loro distribuzione e si era di fronte all’imminente paralisi della produzione per mancanza di spazi per l’immagazzinaggio. D’altro canto, un meccanismo di disinvestimento nei confronti dell’impresa statale produttrice di carta igienica le impedisce di produrre secondo le sue piene capacità, che coprirebbero il 60% del mercato. La decisione recente del presidente Maduro di controllare l’impresa Manpa costituirà un passo avanti se la si mette sotto controllo sociale, per risolvere il rifornimento in questo campo, riprendendo l’investimento nel settore statale.

La fuga di divise, l’accumulazione mafiosa di capitale e il dollaro parallelo

Senza la connivenza degli incaricati dell’assegnazione delle divise, che poi non controllano i prezzi fatturati per i prodotti importati e non seguono cosa sia realmente entrato con le importazioni, si eviterebbero due fenomeni criminali: 1) la sovrafatturazione delle importazioni; 2) le manovre con cui si assegnano dollari a imprese di facciata, che non importano né beni né servizi. Si veda l’esempio dei 20 miliardi di dollari persi in questo caso dal SITME nel 2012. Si tratta di manovre mafiose che si possono effettuare, possono essere tollerate e coperte solo da alti funzionari, o in combutta con questi.

L’incremento del dollaro parallelo, da parte sua, va compreso nel quadro degli esorbitanti profitti generati dai prezzi da usura.

Gli anomali profitti, a livello di truffa, generati da questi prezzi fanno sì che gli imprenditori cerchino di uscire dall’eccesso di bolivares che ottengono con i prezzi da usura che proliferano arbitrariamente e si rivolgano a tesaurizzare questi guadagni criminali in un bene più sicuro e disponibile in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo come è il dollaro cartaceo: è questa la reale pressione esercitata sul dollaro parallelo.

Le ragioni del balzo rispetto all’anno passato di tutto questo comportamento speculativo e criminale del mondo imprenditoriale e della relativa connessa connivenza burocratica vanno ricercate nell’estrema debolezza politica in cui si trova il processo dopo la scomparsa di Chávez. Ma, soprattutto, nella linea di conciliazione con l’oligarchia scelta dal governo per superare la propria debolezza elettorale originaria.

Così, si consentono prezzi da usura, nell’illusione che si trovino i prodotti. Ma, come tutti i ricattatori senza regole, gli imprenditori, siano quelli tradizionali o quelli di un rosso rosato, chiedono sempre di più. Per la “debolezza politica” del governo, questi settori hanno creduto che sia giunto per loro il momento di andarsene in cerca dei dollari della Rendita petrolifera.

È la ragione di fondo del sistema cambiario nato come risultato di cinque mesi di riunioni tra le camere imprenditoriali e bancarie con il ministro Merentes. Non so se si troveranno d’accordo con il nuovo “Dollaro Permuta”, ma il loro obiettivo è il recupero del controllo di PDVSA. Nello stesso senso si spiega la campagna che sono andati sviluppando fin dagli anni in cui l’impresa è fallita.

 

Cambiare corso per tornare al lascito di Chávez

 

Applicando le misure annunciate da Merentes perderemmo una delle conquiste principali della rivoluzione che ha scosso il paese e l’America latina nel 2002 e parte del 2003, quando abbiamo sconfitto il golpe d’aprile e la serrata-sabotaggio. E si approfondirebbe un processo di controriforma, la strada per un rapido ritorno ai piani neoliberisti.

Consegneremmo ai tavoli dei negoziati una delle armi fondamentali per decidere una politica economica relativamente indipendente. E contraddiremmo sul terreno economico una delle chiavi centrali del lascito di Chávez: l’impiego sovrano della rendita petrolifera e l’uso e la destinazione dei dollari in cui essa si esprime.

Il criterio di fondo per un cambiamento di corso è il ritorno al lascito di Chávez in materia economica: quello di concepire l’economia in primo luogo al servizio dei più umili, dei diseredati, degli sfruttati. E, in secondo luogo, per portare avanti il piano di sviluppo della nazione, che si traduce nei piani pluriennali Simón Bolivar, l’ultimo dei quali - corrispondente al periodo 2013-2019, che il popolo ha ratificato con forza il 7 ottobre 2012 – è quello noto come Programma della Patria, che il presidente Maduro aveva promesso di applicare.

È un errore fatale ricercare in trattative con i gruppi di potere economico che operano nel paese la forza politica che il governo non ottenne alle elezioni dello scorso aprile. Quello che infatti sta nascendo da quei negoziati è un piano per smantellare le conquiste dei 14 anni di Chávez. E applicato, come sta avvenendo, dal governo per “rafforzarsi”, è per giunta di un’ingenuità suicida.

Stiamo attraversando una situazione analoga a quella della serrata-sabotaggio, nel senso preciso che si sta scatenando un’offensiva feroce per il controllo della Rendita petrolifera. Per contrapporre una forza sufficientemente dissuasiva all’offensiva dell’oligarchia, quale che sia il suo colore, occorre scatenare l’energia rivoluzionaria civile e militare del popolo.

La reazione del presidente Maduro, che avverte che potrebbe controllare ed espropriare le grandi imprese di distribuzione che accaparrano i prodotti di prima necessità, e l’intervento di MANPA, potrebbe, se si concretizzasse, costituire un primo passo verso una svolta che rompa con l’attuale politica di conciliazione. Il popolo bolivariano mobilitato deve esigere che il presidente non si fermi a questo primo passo.

 

Alcune proposte per l’emergenza

Il nostro punto di vista nel fare le seguenti proposte si pone nell’ottica di arrestare l’offensiva che stanno dispiegando contro la Rivoluzione Bolivariana l’oligarchia, il capitale finanziario e i settori complici della burocrazia.

Noi non lo vediamo come un semplice problema di congiuntura economica. Presentiamo queste proposte alla discussione del popolo bolivariano civile e militare e dei movimenti sociali che possono dare impulso a una vera e propria lotta per salvare la Rivoluzione. E le facciamo a partire dal nostro essere parte del popolo chavista, bolivariano e rivoluzionario.

Spezzare la spina dorsale al blocco dei rifornimenti di beni e alla speculazione

Dall’aggravarsi delle condizione di salute del presidente Chávez e soprattutto dopo la sua scomparsa, assistiamo a un’offensiva crudele dell’oligarchia che sta usando come arma principale il blocco dei rifornimenti, la speculazione e l’usura sui prezzi, con l’obiettivo di scalzare il sostegno politico al processo bolivariano e al governo eletto su richiesta di Chávez. Per sconfiggerla occorrono misure radicali, tra cui quelle che proponiamo:

a)    scatenare il popolo bolivariano, civile e militare, con le sue organizzazioni sociali e politiche, alla ricerca dei locali dell’accaparramento dei beni;

b)    porre sotto sequestro tutti i beni accaparrati e distribuirli al popolo tramite gli stessi comitati popolari che li sequestrano;

c)    chiamare in giudizio il governo nazionale perché espropri senza alcun tipo di indennizzo gli accaparratori e li incarceri, con la sola prova della flagranza di reato, e ponga sotto controllo di lavoratori e comunità gli stabilimenti espropriati.

Riportare il reddito familiare del popolo bolivariano al livello di prima della svalutazione di febbraio

La svalutazione dell’8 febbraio ha costituito il primo passo di questa guerra economica contro il popolo bolivariano. Da allora, si è innescata una spirale di aumento usurario dei prezzi che ha spazzato via il potere d’acquisto del salario e degli altri proventi familiari della gente più umile come le pensioni, i sussidi sociali, ecc. Al tempo stesso, si è verificata la paralisi delle “missioni” sociali che potrebbero mitigare il blocco dei rifornimenti, come Mercal, Pdval ed altre. Per aggredire questo problema proponiamo:

a)    una politica di ricomposizione generale di salari, pensioni, sussidi e aiuti sociali che consenta di riportare ai livelli precedenti la svalutazione di febbraio il potere d’acquisto delle famiglie di lavoratori, colpite dalla speculazione e dall’usura dei prezzi;

b)    dispiegamento dei Mercales, Pdvales, Abastos Bicentenarios e altri mercati popolari a livello nazionale e in ogni paese, con il controllo del loro funzionamento da parte del popolo bolivariano, con le sue organizzazioni: consigli comunali, movimenti sociali, sindacati, consigli operai, che lavorino insieme tra loro e con distaccamenti delle Forze armate bolivariane;

c)    obbligo di etichettare il costo di produzione o importazione e il prezzo di vendita al pubblico di tutti i prodotti non regolamentati. Esproprio senza indennizzo degli stabilimenti che non rispettino questa misura, passandoli nelle mani dei loro lavoratori e delle rispettive comunità dei dintorni;

d)    distribuzione di tutti i farmaci di uso indispensabile o per trattamenti prolungati da parte della Rete Farma Patria e della rete di farmacie dei centri sanitari pubblici (farmaci per il diabete, l’asma, il cancro, infermità virali, nonché vaccini ecc.).

Completo recupero della rendita petrolifera

L’attuale guerra economica contro il popolo bolivariano è la specifica manifestazione dell’offensiva oligarchica per appropriarsi della rendita petrolifera di tutti i venezuelani, incarnata nei dollari che PDVSA somministra allo Stato della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Questa specifica lotta si esprime nella concessione di questi dollari per operazioni di importazione. Il recupero e la difesa della rendita che appartiene al popolo venezuelano è la difesa, la cura e il controllo assoluto di queste divise. Perciò proponiamo:

a)    l’immediata sospensione di tutte le licenze di operare come importatori alle imprese private che hanno ricevuto dollari dal SITME, finché non dimostrino di non sovrafatturare e di non truffare il popolo bolivariano. Sequestro dei conti bancari locali e richiesta internazionale di blocco dei conti internazionali, per verificare se il possesso di quei fondi sia legale.

b)    destituire e sottoporre a giudizio tutti gli alti funzionari dello Stato responsabili diretti o politici dell’assegnazione di dollari a imprese fittizie. Essi devono dimostrare di non aver partecipato a illeciti;

c)    tutte le operazioni di commercio internazionale debbono rimanere provvisoriamente in mano allo Stato e la loro realizzazione deve essere pubblica tramite meccanismi adeguati (stampa, sito web, ecc.), per garantire il controllo sociale di queste stesse operazioni;

d)    creare un organo di potere rivoluzionario contro la speculazione e l’usura guidato da una squadra eletta tra le organizzazioni sociali e, a fronte di questa squadra, un funzionario con pieni poteri e che goda dell’approvazione popolare. Ciò significa: che sia eletto per voto diretto e universale del popolo venezuelano e sia soggetto a revoca immediata se non assolve le proprie funzioni.

Avviare subito il dibattito sul modello produttivo e l’applicazione del Piano della Patria

Siamo consapevoli che l’attuale dipendenza dell’economia venezuelana dalla rendita petrolifera impedisce uno sviluppo pienamente sovrano e indipendente del paese: L’utilizzazione del privilegio della Rendita impone come obbligo per una Rivoluzione come la nostra di delineare un modello produttivo nuovo, che sviluppi le potenzialità del popolo bolivariano.

Molti sono i temi e i meccanismi che dobbiamo discutere e potremo farlo solo in un processo costituente, vale a dire con la partecipazione diretta e democratica del popolo bolivariano e delle sue organizzazioni.

Dalla situazione dell’agricoltura, e dal disegno di un piano che garantisca che la maggior parte dei generi alimentari che noi venezuelani consumiamo li produciamo noi venezuelani; al piano infrastrutturale indispensabile per lo sviluppo del paese; alle industrie che dobbiamo incentivare e al come promuovere le forme di proprietà che stanno nella Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela; alle limitazioni per la proprietà privata, ma soprattutto ai settori, alle funzioni e ai meccanismi di controllo della proprietà sociale e di quella statale.

Dobbiamo includere anche il dibattito su: un nuovo sistema finanziario, un nuovo tipo di rapporto in divise con il mercato mondiale, il commercio internazionale, la politica di incentivi alla produzione e un sistema tributario che elimini le disuguaglianze che provoca, ad esempio, l’abuso dell’IVA.

Non possiamo rinviare a un momento migliore questo dibattito. Questo è il momento di svilupparlo, mobilitandoci come se ci trovassimo in una nuova battaglia di Santa Inés [una battaglia decisiva vinta nel dicembre 1859 dai federalisti del gen. Ezequiel Zamora, considerato da Chávez uno dei suoi precursori. NdR]. Perché il nostro popolo, come tutti i popoli aggrediti dal capitale, devono sapere per che cosa si battono con le loro battaglie. Senza delimitare e delineare chiaramente l’obiettivo di questa nuova tappa della Rivoluzione Bolivariana, non riusciremo a mobilitare il nostro popolo per vincere nell’attuale guerra economica.

Facciamo appello alle organizzazioni sociali e politiche rivoluzionarie, all’organizzazione militare del nostro popolo, la FANB, e a tutti i movimenti che hanno finora reso possibile la Rivoluzione Bolivariana, per portare avanti insieme questa lotta. (22 settembre 2013)

[http://www.aporrea.org/trabajadores... Traduzione di Titti Pierini. L’originale era già stato inserito nel sito: Venezuela, guerra económica contra el proceso bolivariano]



[i] Militanti di “Marea Socialista”.



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