Movimento Operaio

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Almeyra: Il nuovo e il vecchio nelle elezioni argentine

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Guillermo Almeyra

 

Le elezioni parlamentari del 27 ottobre hanno apparentemente lasciato tutto come stava, a parte il fatto che si è registrata una partecipazione al voto dell’80% degli elettori, vale a dire di tutti tranne i ricoverati in ospedale, chi era in viaggio o le persone troppo vecchie per recarsi a votare. In effetti, il Fronte per la Vittoria (FpV) kirchnerista, con i suoi alleati, ha ottenuto ancora il controllo delle due Camere, senatori e deputati, in cui ha un suo quorum, ed ha anche aumentato leggermente i propri candidati al parlamento.

Tuttavia, oltre questa facciata, iniziano i cambiamenti. In primo luogo, il kirchnerismo non ha più la possibilità di puntare alla terza rielezione di Cristina Fernández (qualora quest’ultima volesse essere ancora presidente, il che è dubbio, e se fosse inoltre in buono stato di salute). I candidati a guidare la formula kirchnerista per le elezioni del 2015 sono perciò numerosi – il governatore della provincia di Buenos Aires, Daniel Scioli, i governatori del Chaco, Jorge Capitanich, e di Entre Ríos, Sergio Urtubey, o di San Juan, José Luis Gioja – e sono tutti di centrodestra o, come quello di San Juan, dell’Opus Dei e delle compagnie minerarie. Inoltre, non dispongono di una base politica al di fuori delle rispettive province e dipendono da un apparato che non è unito né da un’ideologia e certamente non da una visione politica comune, se non per la mera difesa dei loro interessi di potere e che assomiglia più a un’armata Brancaleone che non a un partito. Sono quindi prevedibili i prossimi problemi del governo kirchnerista sul fronte interno e i passi e le defezioni nel FpV.

Tra l’altro, la situazione economica e la risposta a questa del governo preannuncia un’altra svolta a destra, contraddistinta dall’aumento, se occorre, del pagamento del debito, dalla preparazione di un “riassetto” (ajuste), sopprimendo alcuni importanti sussidi per i più bisognosi e, soprattutto, dalla possibilità di contrarre massicci prestiti all’estero per consolidare le diminuite riserve della Banca Centrale e per riuscire a mantenere per l’essenziale la politica assistenzialista e il sostegno alle grandi imprese. Il risultato di tale politica, che potrebbe concretizzarsi nei prossimi mesi, comporterà di conseguenza nuove collocazioni politiche di settori del ceto medio e dei lavoratori, e probabilmente nuovi conflitti sindacali.

D’altro canto, la destra classica è uscita dalle elezioni con una vittoria di Pirro. È infatti indiscutibile che, sommando tutte le sue componenti ed aggiungendovi il centrodestra, rappresenti la maggioranza del paese, visto che il kirchnerismo detiene un rilevante 32%, ma si tratta solo della prima minoranza.

Per la destra, evidentemente, il problema sta nel fatto che ha troppi aspiranti a raccogliere il bottino e che tra questi non c’è unità possibile. Sergio Massa, ex segretario della presidenza di Cristina Fernández, cha ha appena vinto le elezioni nella provincia di Buenos Aires con 10 punti di vantaggio sul kirchnerismo, ha assorbito i voti di altri settori del peronismo di destra, senza però pescare nulla in campo kirchnerista. Mauricio Macrí, il “boss” della città di Buenos Aires, ha accresciuto ancora i suoi voti, ma il suo elettorato, a differenza della sua squadra, non è peronista di destra ma centrista e democratico, ancorché localista e conservatore. Tra l’altro, Macrí, dopo la sua alleanza con Massa, per candidarsi a presidente ora deve attaccarlo e sbarrargli la strada, il che lo obbligherà ad entrare in una dinamica non peronista. Quanto all’Unione Civica Radical continua ad essere il secondo partito su scala nazionale, ma ora il suo candidato forte è Julio Cobos, l’ex vicepresidente di Cristina Kirchner, che ha appena vinto a Mendoza, ma non ha una sua forza a livello nazionale. Il “socialista”  Hermes Binner, vincitore a Santa Fe, è condannato dal suo isolamento provinciale ad allearsi con Cobos e l’UCR e con il centrosinistra nella città di Buenos Aires. Sono, quindi, troppi i generali per un conglomerato che costituisce piuttosto un’orda unita dal rifiuto della protervia del governo, ma in cui molti ne accettano la politica sociale mentre altri, la destra classica, gli contrappongono una politica altamente impopolare, basata sulla richiesta di una forte rivalutazione del peso, vale a dire sulla riduzione dei salari reali, sulla dollarizzazione dell’economia, sulla totale dipendenza dalle leggi del marcato (leggasi dalle multinazionali)

La novità più importante e promettente sta nella crescita di una multiforme sinistra, il cui nucleo più numeroso, saldo e organizzato è il Fronte della Sinistra e dei Lavoratori (FIT), che ha ottenuto quasi 1.200.000 voti (oltre il 5% dei votanti), ed ha attualmente 10 deputati locali e, per la prima volta nella storia del paese, un blocco di 3 deputati nazionali (che prenderanno quanto prende un operaio e ruoteranno nell’incarico perché possano svolgerlo tutti i partiti che fanno parte del Fronte).

Tuttavia, al di fuori del FIT è cresciuta un’altra sinistra diffusa e confusa e, per giunta divisa, ma che rappresenta anch’essa un altro 5% del quadro. È composta da persone quali Zamora (che ricompare solo in periodi elettorali) o, in modo più serio, dai vari membri dei gruppi, formati da giovani studenti precedentemente spontaneisti e anti-elettoralisti, che adesso costituiscono l’arcipelago della Nuova Sinistra. Il FIT ha sicuramente capitalizzato il radicamento dei suoi membri (Sinistra Socialista, Partito dei Lavoratori Socialisti, Partito Operaio) in importanti sindacati operai, come pure la sua battaglia contro la burocrazia sindacale e contro la corruzione e i privilegi, ed anche le sue rivendicazioni concrete e gli obiettivi di lotta, ma è cresciuto soprattutto nelle concentrazioni operaie e popolari grazie al voto di protesta di settori giovanili e dei lavoratori contro il governo e contro i partiti tradizionali. Non conta quindi su un voto consolidato né rappresenta l’intera sinistra e, con il suo 5%, ancora non appare come un’alternativa di fronte al kirchnerismo (che ha il 32%) e neppure alla schiacciante maggioranza dell’opposizione, in cui un altro 30% è peronista. La stragrande maggioranza dei lavoratori continua a credere nell’unità nazionale e accetta l’ideologia conservatrice e reazionaria del peronismo. L’attività sindacale di classe e combattiva non è perciò sufficiente ad apparire come direzione politica. Per influire sul resto della sinistra anti-kirchnerista o anche su settori critici della base kirchnerista, il FIT dovrebbe avere una proposta strategica e non soltanto una forte iniziativa essenzialmente elettoralista, slegata da qualsiasi prospettiva (la sua propaganda, ad esempio, idealizzava il parlamento e le istituzioni facendo appello a portare in parlamento la sinistra). Inoltre, la posizione settaria nei confronti di processi come quello cubano, venezuelano, boliviano, ecuadoriano, brasiliano dei vari partiti del FIT (che fanno parte di raggruppamenti che si contrappongono l’un l’altro come “rifondatori” della IV Internazionale) e la quotidiana lotta continua tra i membri del FIT si scontra con la Nuova Sinistra e con la base operaia kirchnerista che, in compenso, idealizzano i governi nazionalisti-riformisti (letteralmente: distribuzionisti) e sono quindi chavisti, evisti, correisti, mentre il FIT non distingue tra questi governi e l’opposizione di destra e parla solo di una lotta interborghese.

Per trasformare quindi in forza politica il proprio sostegno elettorale il FIT, anziché considerarsi l’unica sinistra e fare semplicemente appello ad ingrossare le proprie file, dovrebbe rivolgere alle altre forze della sinistra anticapitalista l’invito a lavorare in un fronte comune, discutendo all’interno di questo la realtà nazionale e internazionale, i compiti immediati e le profonde divergenze ideologiche.

Nella Nuova Sinistra, tra l’altro, c’è una forte resistenza nei confronti dei partitini trotskisti e del loro settarismo, delle loro divisioni e manovre, per cui questa stessa dovrebbe fare un bilancio delle ragioni della sua sconfitta elettorale per carenze programmatiche, superando la propria delusione e pensando al comune interesse dei lavoratori. Altrimenti, c’è il rischio che una parte dei suoi elettori rifluisca verso il centrosinistra (Pino Solanas, ad esempio) e si scoraggi. Se riuscisse invece a tracciare un bilancio delle proprie carenze, aiuterebbe settori più sensibili del FIT a non cadere nell’attività parlamentare d’opposizione subendo il fascino delle istituzioni statuali capitalistiche e a non accontentarsi del rilevante successo elettorale ottenuto e dei nuovi mezzi materiali ed economici che gli consentiranno di accrescere la sua presenza e le sue pubblicazioni nell’intero territorio nazionale. Anche se infatti si voterà di nuovo nelle presidenziali del 2015, le cose non si decidono nella pre-campagna elettorale né nelle urne, ma nelle lotte che verranno.

(traduzione di Titti Pierini 31/10/13))



Tags: Argentina  Almeyra  FIT  Solanas  Zamora  

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