Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Argentina instabile

Argentina instabile

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Le ripercussioni politiche della crisi economica mondiale

Questo dicembre vede in Argentina una situazione inquietante: sono entrati in sciopero (praticamente ammutinandosi) gran parte dei poliziotti, nelle province di Cordoba (che ha dato il segnale), di Buenos Aires, Santa Fé, e in un’altra dozzina di province (quasi la metà del totale). La richiesta principale è quella di triplicare gli stipendi – effettivamente modesti specie in un contesto di inflazione a due cifre - portandoli a un minimo di 2.000 dollari, ma c’è anche l’esplicita rivendicazione di rendere ereditario l’incarico assicurando ai figli priorità nelle future assunzioni.

L’aspetto più inquietante è che appena la polizia si è ritirata dalle strade, sono cominciati i saccheggi, a volte in normali negozi e piccoli supermercati, ma anche in negozi di elettrodomestici e di prodotti di lusso, e perfino in gioiellerie. L’invio di rinforzi appartenenti ad altri corpi non toccati dalla protesta, già sperimentato in altri casi, non ha risolto, e ha portato in certi casi perfino a conflitti a fuoco. Complessivamente si sono registrati una ventina di morti.

Secondo il ministero della Giustizia l’istigatore sarebbe un ex capo della polizia di Buenos Aires recentemente eletto deputato per la destra peronista capeggiata da Sergio Massa, a suo tempo capo di gabinetto di Cristina Fernández Kirchner, e oggi suo pericoloso rivale. Ma probabilmente a soffiare sul fuoco possono essere stati anche quei dirigenti della polizia di alcune province (Santa Fé e Cordoba) inquisiti per i loro legami col narcotraffico.

Il dato più importante è capire le ragioni delle dimensioni di massa dei saccheggi, che rendono meno probabile che siano stati deliberatamente provocati dalla polizia, che è odiata dai settori di disoccupati e “marginali” abitualmente repressi con durezza (anche se a volte, come in tutto il mondo, le polizie ne utilizzano qualcuno come confidente o provocatore).

Guillermo Almeyra, in un articolo per “la Jornada” ha osservato che “la riduzione della povertà senza creare posti di lavoro ma attraverso l’assistenzialismo non crea legami di solidarietà nei settori popolari, ma al contrario incoraggia il principio di «arrangiarsi come si può», e quindi la piccola delinquenza, il narcotraffico, e i saccheggi appena se ne crea l’occasione”. E riconduce questa situazione al grande arretramento culturale che ha portato l’Argentina, che una volta era all’avanguardia, a essere valutata dietro Cile, Uruguay, Messico, Brasile, Ecuador e Venezuela nelle prove del PISA (Programme for International Student Assessment, l’indagine internazionale sul livello di istruzione degli adolescenti). Ovviamente questa è una logica conseguenza del congelamento delle già basse retribuzioni degli insegnanti, e della dura repressione dei loro movimenti rivendicativi. Tutto ciò, osserva Almeyra, collabora a rafforzare il sentimento individualista e, dal momento che tutta la propaganda incoraggia il consumismo, mentre ci sono vasti strati della popolazione che non possono comprare i beni che gli presentano davanti tutto il giorno, il saccheggio diventa semplicemente “una forma facile di consumo”.

Al tempo stesso, come era già accaduto altre volte in Argentina, ma anche in Bolivia e in Ecuador (per tacitare uno sciopero di polizia presentato da Correa come golpista, ma di cui furono subito accolte tutte le richieste), i governi cedono facilmente di fronte alle rivendicazioni degli ammutinati armati, preparando la strada a nuovi ultimatum e ricatti.

Comunque il dato più importante è che in quasi tutte le province argentine è risultato che ci sono decine di migliaia di persone disposte a saccheggiare appena se ne presenta l’occasione. Ma non è una specie di surrogato della giustizia sociale: in genere se la prendono non con i grandi ipermercati stranieri, attraenti ma meglio protetti, bensì con i negozianti dei quartieri popolari, praticamente indifesi. Un po’ come è successo a Torino con le proteste che hanno paralizzato i mercatini rionali ma non i grandi supermercati e i centri commerciali.

In Argentina comunque,  di fronte a questi attacchi i piccoli e medi commercianti si armano e si organizzano. A Cordoba, in un quadro di violenza feroce già sperimentata nei conflitti tra le tifoserie, e di guerre tra poveri, si sono scatenati perfino veri e propri linciaggi di giovani dei quartieri popolari, veri o presunti saccheggiatori.

La principale responsabilità è di tutte le polizie (troppe e tutte corrotte) ereditate dal passato, come nel resto dell’America Latina, anche con governi più chiaramente “progressisti”, e che invece in questa fase si sono rafforzate e sono state riconosciute come un nuovo e pericoloso attore politico nazionale. Il soddisfacimento di gran parte delle loro rivendicazioni può inoltre incoraggiare altri settori militari a superare la crisi innescata dalla fine della dittatura in conseguenza della catastrofe dell’impresa delle Malvine.

Per il momento – effetto certo non desiderato – l’agitazione delle polizia aveva stimolato una lotta dei lavoratori di un altro settore statale, quello della sanità, che a Cordoba si sono mossi rivendicando analoghi aumenti salariali e occupando alcuni ospedali. Ma la polizia, dopo aver ottenuto piena soddisfazione dal governatore di Cordoba José Manuel De la Sota, ha ripreso subito le sue funzioni, partendo in caccia di presunti saccheggiatori nei quartieri popolari, entrando illegalmente nelle abitazioni con il presunto obiettivo di recuperare le merci sottratte. Ora è sufficientemente caricata per attaccare i giovani lavoratori che presidiano gli 11 ospedali occupati, anche se questi avevano a volte ingenuamente espresso la loro solidarietà ai poliziotti. Un po’ in tutte le province l’esempio del governatore di Cordoba viene seguito rapidamente, quale che sia l’orientamento del governatore locale. Inutile dire che era assurdo che settori di sinistra moderata pensassero di utilizzare questo movimento che rafforza uno dei settori più reazionari, corrotti e fascisteggianti dell’apparato statale.

Su altri aspetti della situazione argentina rinvio agli esaurienti articoli pubblicati meno di due mesi fa, subito dopo le elezioni (Almeyra: Il nuovo e il vecchio nelle elezioni argentine e Argentina – Uno scenario nuovo per la sinistra, un’intervista di Frank Gaudichaud a Claudio Katz ed Eduardo Lucita), anche se vorrei segnalare un’ulteriore conflitto nella sinistra: Elia Espen, delle “Madres de Plaza de Mayo - Línea Fundadora” e membro della direzione nazionale della CTA, ha attaccato duramente Hebe de Bonafini (“Madres, Línea oficial”) che ha pubblicato sulla copertina della sua rivista una sua foto a braccetto con il generale César Miliani, capo dell’esercito, considerato un torturatore e un genocida. A tanto ha portato la fiducia cieca nei Kirchner, diventati un punto di riferimento assoluto di questo troncone delle “Madri”, che pure negli anni precedenti aveva teorizzato l’astensionismo attivo. Miliani infatti è stato nominato da Cristina…

Postilla. Mentre mancano ancora i dati del ballottaggio in Cile, che peraltro si preannunciano  poco interessanti e senza sorprese, sia per il distacco di partenza, sia per la scarsità della posta in gioco, dato l’estremo moderatismo della Bachelet, vorrei aggiungere un commento alla mia segnalazione forse troppo ottimistica dei risultati venezuelani. È stato giusto salutare la sconfitta del tentativo destabilizzante della destra, che ha visto aumentare lo scarto tra i suoi voti e quelli del PSUV, ma probabilmente l’aggressività del MUD non si attenuerà solo perché il tentativo di trasformare le elezioni amministrative in referendum contro Maduro è fallito. Infatti la forte concentrazione dei voti della coalizione di destra nelle grandi città, (oltre alla capitale, Maracaibo, Valencia, Margarita, Mérida e San Cristóbalecc. ) permetterà ancora di organizzare mobilitazioni e provocazioni. La fedeltà all’eredità di Chávez ha retto meglio nei piccoli centri, che pesano elettoralmente, ovviamente, ma non hanno intaccato il blocco conservatore che coinvolge molti settori di piccola e piccolissima borghesia urbana accecati dalla paura di “diventare un’altra Cuba”. Spezzare questo blocco sarà un compito difficile, ma ineludibile. Lo aveva colto a suo tempo Fidel Castro, che aveva raccomandato a Chávez di non considerare tutti quelli che non lo avevano votato dei servi coscienti dell’imperialismo. È un problema che si pone anche a Maduro oggi.

(a.m.15/12/13)

 

 
 

 

 

 

 



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