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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Dossier: il Cile dopo le elezioni

Dossier: il Cile dopo le elezioni

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Cile – La Bachelet ha vinto anche al secondo turno

Di Horacio R. Brum,

Corrispondenza da Montevideo (da Brecha, 20-12-2013)

 

La candidata socialista, Michelle Bachelet, ha ottenuto il 15 dicembre scorso il 63% dei suffragi al secondo turno ma, per poter introdurre alcune delle riforme annunciate, dovrebbe contare su maggioranze che non è chiaro se saranno o no dalla sua parte. La destra, largamente sconfitta, conserva in ogni caso una forza che va oltre la sua incidenza elettorale. Riporto due commenti di osservatori della sinistra uruguayana, e un documento del Forum per l’Assemblea Costituente.

 

Il capitano Alberto von Appen giunse a Valparaiso dalla Germania nel 1937 con la moglie e i due figli piccoli come funzionario della compagnia di navigazione Hamburg Amerika. I figli studiarono in una delle tante scuole tedesche, ammirate dai locali cileni (loro non potevano frequentarle), che non subivano alcun controllo delle autorità di Santiago ed erano sotto influenza diretta del regime nazista.

Mentre i bambini andavano a scuola, il padre ricavava il tempo - tra le attività dell’Hamburg Amerika - per progettare di far saltare il Canale di Panama, che durante la Seconda Guerra mondiale era divenuto una via marittima fondamentale per le potenze alleate contro Hitler.

Quando non si riuscì più a dissimulare le attività del nazismo in Cile, il governo prese misure comprendenti anche l’espulsione di figure come il capitano Von Appen. Ciò nonostante, pochi anni dopo il capitano-sabotatore rientrò per fondare Ultramar, uno dei principali gruppi cileni, con attività in Argentina, Uruguay e Brasile. Nel 1971 Albert von Appen morì, quando il paese era ”sotto minaccia comunista”.

Proseguendo la tradizione di famiglia, i figli appoggiarono il golpe e la dittatura di Pinochet, e certe indagini giudiziarie sulle violazioni dei diritti umani indicano che prestarono navi per la reclusione e la tortura dei prigionieri. Sven e Wolf von Appen hanno ormai lasciato il timone di Ultramar ai rispettivi figli, pur continuando a costituire importanti punti di riferimento per la comunità degli imprenditori, in maggioranza schierata con la destra. Domenica 15 dicembre, all’uscita dal seggio elettorale, Sven von Appen, dopo avere espresso senza peli sulla lingua le sue critiche alle scelte economiche del primo governo Bachelet, ha dichiarato ai giornalisti che, “se si ripetono le misure economiche della Bachelet, cercheremo un altro Pinochet”.

Le parole di Von Appen sono venute a mettere nero su bianco gli accenni golpisti che la destra più dura - ancora forte in Cile e che ha voce su alcuni mezzi di comunicazione con larga influenza di massa, ad esempio il quotidiano El Mercurio - ha dissimulato, accennando al possibile rischio di alterazioni istituzionali che potrebbero comportare i cambiamenti proposti dalla Bachelet. Hermógenes Pérez de Arce, irredento pinochetista con molti fedeli lettori delle sue colonne sul Mercurio, ha sostenuto che toccare la Costituzione della dittatura può provocare una crisi istituzionale, e che “in genere situazioni del genere si sono risolte in Cile ricorrendo al colpo di Stato”. Quanto agli specialisti in materia di golpe, l’ex comandante in capo dell’esercito, Ricardo Izurieta, ha pronunciato un discorso all’Accademia di Guerra nel quale sotto sotto si è lamentato che i governi democratici continuino a processare i militari che violano i diritti umani.

 

Motoseghe cilene

 

Il presidente Sebastián Piñera ha espresso vari atti di cortesia verso la neo-eletta, ma anche nel suo settore politico abbondano gli avvertimenti a non toccare le basi del modello imposto da Pinochet e dai suoi complici civili. Ricardo Larraín, presidente di Rinnovamento nazionale, il partito dell’attuale capo dell’Esecutivo, ha insistito perché la Bachelet moderi il proprio riformismo: “Lasciamo da parte la motosega, quella con cui si va a tagliare completamente il bosco per poi restare senza più ombra: facciamo riforme sensate”.

Larraín non ha negato la legittima vittoria della ex presidente, ma la ha avvertita che “dovrà neutralizzare alcuni settori estremisti”. Il suo collega della coalizione al governo, il presidente dell’Unione Democratica Indipendente, Jovino Novoa, ha preferito aggrapparsi all’idea che probabilmente costituirà il cavallo di battaglia della destra nella sua opposizione al prossimo governo: “la presidente eletta non ha la rappresentatività né il mandato per prendere posizioni estremiste”. Novoa ha messo il dito sulla piaga che potrebbe sviluppare una pericolosa infezione per la gestione della Bachelet in quanto, se si tiene conto che l’astensione, superiore a quella del primo turno, è arrivata al 59%, per lei ha votato solo un quarto dei cittadini.

“Perché andare a votare se il mio candidato ha già perso!”, ha dichiarato a Brecha una giovane studentessa universitaria che al primo turno aveva votato per uno dei candidati non facenti parte dell’apparato politico tradizionale. E non ha votato neanche la presidentessa della Federazione Nazionale degli Studenti Universitari, perché “l’AFP statale [la riforma dell’Amministrazione dei Fondi Pensione] e la sua logica della gratuità dell’istruzione sono due esempi che ci dimostrano come la Nuova Maggioranza (della Bachelet) continui a pensare in linguaggio neoliberista”.

Questa sensazione della gente che ben poco cambierà sembra consolidarsi non solo per le tante espressioni contrarie alle riforme da parte di settori che sono visti come i poteri reali del potere – la destra imprenditoriale, i militari, i mezzi di comunicazione, gli operatori politici - ma anche per i dati sull’estesa trama di relazioni e legami politico-imprenditoriali che la nuova presidente dovrebbe infrangere per ottenere cambiamenti reali. Pochi giorni prima delle elezioni, la Fundación Sol, che lavora per il miglioramento delle condizioni di lavoro, ha pubblicato uno studio sull’integrazione dei direttivi delle amministrazioni dei Fondi pensione, in vista del fatto che la Bachelet si propone di aggredire i tanti vizi e difetti del sistema creandone una statale! Le imprese private, cui i lavoratori sono obbligati ad affidarsi per poter godere della pensione, già maneggiano circa 200 miliardi di dollari derivanti dalle contribuzioni, mentre una pensione media non raggiunge la metà dell’ultima retribuzione.

Secondo la Fondazione Sol, nelle direzioni si mescolano personaggi di ogni colore politico e gruppi di interesse la cui influenza può bloccare qualsiasi cambiamento del sistema: vi sono ex ministri, sottosegretari ed altri funzionari dei governi della Concertazione, oggi riverniciati come Nuova Maggioranza; ex facenti parte e simpatizzanti della dittatura; membri di centri di pensiero e di studi politico-sociali sia di destra sia di sinistra; funzionari delle principali università, inclusa l’Università del Cile (statale); ex funzionari pubblici di Piñera ed ex parlamentari della sua coalizione governativa; esponenti dei principali mezzi di comunicazione; vecchi consiglieri della Banca centrale; parenti di autorità e dirigenti politici, e persino vari fratelli del noto allenatore di calcio Manuel Pellegrini, che tra l’altro realizza la pubblicità per un’AFP.

 

Benedetto ordine

 

Le aspettative di una crescita delle libertà pubbliche, in un paese in cui le proteste solitamente terminano con episodi di repressione, potrebbero vedersi deluse, se la nuova presidente non prendesse misure decisive per ottenere un cambiamento dei concetti di autorità e ordine pubblico. Tre giorni prima delle votazioni, l’italiano Alfredo Bonanno, un personaggio emblematico dell’“anarchia insurrezionale”, è stato espulso all’arrivo all’aeroporto di Santiago. Era arrivato in Cile per tenere conferenze, come aveva liberamente fatto in precedenza in Argentina, Brasile e Uruguay, ma la polizia internazionale riteneva potesse essere pericoloso. Per altro verso, una Corte d’Appello ha sentenziato che Catalina Castillo, un’attivista sociale di un quartiere operaio, avesse commesso un delitto per avere contestato il presidente Piñera e avergli sputato in un’occasione pubblica. In precedenza un giudice aveva sentenziato che il fatto non era niente di più che una scorrettezza, ma il governo si costituì parte civile ed ora alla Castillo è proibito accostarsi al presidente e ha l’obbligo di recarsi presso il commissariato a firmare regolarmente il registro. L’espulsione di Bonanno non ha meritato commenti né critica alcuna da parte della Bachelet e del suo campo, mentre tra i principali gruppi politici, con l’appoggio degli editoriali dei maggiori quotidiani di destra, si è manifestato il consenso sul fatto che Catalina Castllo avesse commesso un “attentato all’autorità”.

La futura presidente ha ripetuto nei suoi discorsi di avere le maggioranze parlamentari e la capacità di decisione sufficiente a realizzare audaci cambiamenti, ma – come ha detto a Brecha un giornalista e osservatore politico sperimentato – ora la domanda è se abbia forbici sufficientemente affilate da tagliare la ragnatela di interessi, accordi e transazioni sottobanco che ha continuato ad adeguare il Cile al sarcofago di Pinochet.

Traduzione di Titti Pierini.

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Il difficile cammino verso la lotta alla disuguaglianza

José Manuel Quijano

(da Brecha, Montevideo, 20-12-2013)

 

La vittoria con ampio margine di Michelle Bachelet, per quanto fosse attesa, costituisce un avvenimento da mettere in risalto. La nuova presidente ha prospettato cambiamenti significativi, anche se probabilmente di relativo impatto nel breve periodo, del cosiddetto “modello cileno”, al quale attuale si ancorano fin dall’era del dittatore Pinochet le principali componenti e tanti dei rapporti sociali dell’attuale Cile.

Diversi indicatori economici e sociali del Cile fanno ben sperare. Il tasso di crescita degli ultimi anni è stato elevato, l’investimento in rapporto al prodotto è tra i più alti dell’America Latina (24%) e quello del settore privato (22% del PIL) è il più elevato della regione; l’investimento non è solo interno al paese, ma da anni il Cile è uno dei più rilevanti investitori in Sudamerica, dietro solo a Brasile e Messico, paesi con economie molto più grandi; e vari indicatori sociali (speranza di vita, povertà, disoccupazione e altri) lo collocano tra i migliori. Nonostante questo, il “modello cileno” presenta anche punti oscuri e la Bachelet ha annunciato in campagna elettorale,che si propone di affrontarli.

Nel 2012, secondo fonti Cepal, i tre paesi con le disuguaglianze maggiori in Sudamerica, calcolate in base all’Indice Gini, erano la Colombia (0,57), il Brasile (0,568) e il Cile (0,53). La disuguaglianza in Cile ha radici storiche antiche, ma il lungo periodo pinochetista ha accentuato e rafforzato lo iato tra ricchi e poveri. Stando a uno studio della Fundación Sol, l’1% più ricco si accaparra il 31% degli introiti e il 5% più ricco percepisce 257 volte più del 5% più povero (Marcos Kremerman, Fundación Sol, Santiago; El Païs, Madrid; 16-12-2013). Questa la sfida che si troverà di fronte la Bachelet se, come ha annunciato, si propone di ridurre le disuguaglianze e di fare del Cile un paese sviluppato.

Un’occhiata al mercato del lavoro indica, sempre secondo la Fondazione, che il 50% dei lavoratori cileni percepisce mensilmente meno di 345 euro e le lavoratrici di solito, mediamente, un 30% in meno. La discriminazione di genere raggiunge le alte sfere imprenditoriali: le donne non arrivano al 3% nei ruoli esecutivi più alti. Inoltre, la divaricazione fra un amministratore generale e il lavoratore che guadagna di meno è superiore a 100 volte.

Quando i lavoratori concludono la loro attività, percepiscono una pensione. Il sistema cileno di AFP (amministrazione fondi pensione) consiste nel fatto che il lavoratore versa contributi a un fondo, che si prende una commissione per amministrare, investire e capitalizzare queste risorse. Frequentemente si è segnalato che il sistema cileno, di “mera capitalizzazione”, impedisce che la sicurezza sociale finisca per risucchiare le risorse pubbliche e permette che, diversamente da quanto avviene nel “sistema distributivo”, le pensioni non siano assegnate a discrezione e che il rapporto tra i contributi versati e quel che si percepisce (detratte le commissioni) sia matematicamente corrispondente.

Ora, in un paese di bassi salari, con trasferimenti molto focalizzati, un regime di “pura capitalizzazione” comporterà inevitabilmente la conseguenza di pensioni poverissime. Un recente lavoro Cepal mostra le pensioni che, mediamente, subiscono i pensionati di 65 anni o più in vari paesi latinoamericani. In dollari del 2005, nel 2011 la pensione media del Brasile era di 326,6, dell’Uruguay di 329,8, del Costarica di 291,5. La media per i paesi dell’America Latina si situava a 233,5 dollari. In Cile era di 219,3, una delle peggiori dell’area.

Che cosa farà il nuovo governo per cominciare a correggere questa situazione sul mercato del lavoro e per quanto riguarda le passività? La Bachelet ha annunciato due iniziative, anche se di sicuro il suo “pacchetto” di misure è più ampio. Ha dichiarato che creerà una AFP pubblica e che darà impulso a una riforma tributaria che eleverà gli incassi di 3 punti del PIL. Quanto alla prima proposta, il sistema cileno di “capitalizzazione” vige da decenni, è consolidato e poche grandi imprese concentrano la maggioranza degli affiliati. A priori non è per nulla chiaro come una AFP pubblica possa farsi strada e gravitare sul mercato. Ma occorrerà aspettare di conoscere il progetto completo.

L’incremento del carico tributario di 3 punti del PIL, che la Bachelet può promuovere senza incidenti parlamentari - visto che la coalizione che ha vinto dispone della maggioranza in entrambe le camere e la riforma tributaria richiede la maggioranza semplice - può tuttavia avere conseguenze di una certa rilevanza in Cile, un paese con gravame tributario relativamente basso.

Il carico nel periodo 2008-2010 come percentuale del PIL era di 34 in Brasile, 32 in Argentina, 25 in Uruguay, 22,5 in Costarica e 19 in Cile (Cepal). Tre punti addizionali equiparerebbero il carico tributario cileno a quello costaricano, il che, in linea di principio, induce a pensare che “non si squasserebbero le radici dell’albero” e sarebbero contenibili le resistenze di chi viene colpito. Nel 2012 il prodotto interno lordo del Cile ammontava a 268,310 miliardi di dollari, cosicché la cifra aggiuntiva per quell’anno sarebbe stata di 8,049 miliardi di dollari. Una cifra non disprezzabile, soprattutto se impiegata mirando all’obiettivo da perseguire (cosa in cui solitamente l’amministrazione governativa cilena è più efficiente della media regionale).

La proposta della Bachelet ha il coraggio di affrontare il tema della disuguaglianza, che ha rappresentato abbastanza un tabù fino ad ora. In realtà, però, la domanda pertinente è se la disuguaglianza cilena abbia rapporti con ciò che questo paese produce ed esporta. Tra il 1980 e il 2011 il Cile ha puntato con forza a sottoscrivere trattati di libero commercio internazionale (i cosidetti TLC). In quel periodo ne ha sottoscritti 25; di questi, 4 con i principali paesi dell’economia mondiale: Stati Uniti, Cina, Unione Europea e Giappone.

Con questo, il Cile ha trovato mercati per i suoi prodotti d’esportazione e ha accettato la piena apertura per le sue importazioni, come pure i temi nuovi del commercio internazionale (liberalizzazione di una serie di servizi insufficienti; liberalizzazione degli acquisti governativi; un accordo sulla proprietà intellettuale di tipo OMC plus; accordi complementari sul trattamento dell’investimento straniero e il divieto di ricorrere al controllo dell’ingresso di capitali a breve termine).

Dopo tanta enfasi sui trattati di libero scambio ci si poteva aspettare qualche risultato Forse il Cile, così prolisso sui suoi comportamenti e su molti dei suoi risultati, ha spiccato un salto qualitativo con i suoi trattati commerciali? Quali sono, dunque, i principali beni di esportazione del paese trans-andino e come si sono andati sviluppando?

Il Cile si è assunto obblighi e limitazioni molto severi in cambio di un incremento assai significativo delle sue esportazioni di rame, un prodotto che – con o senza TLC – avrebbe collocato sul mercato mondiale con tutta facilità, soprattutto dopo che ne è esplosa la domanda asiatica.

Il Cile, contro le aspettative dei promotori dei trattati commerciali internazionali, è andato progredendo in effetti verso la condizione di paese quasi monoesportatore. Con le sue istituzioni, la sua convivenza democratica e l’impiego intelligente delle sue politiche, il Cile ovviamente non è una “repubblica delle banane”. Perlopiù, secondo uno studio recente dell’Università del Cile, le prospettive del rame sul mercato mondiale (rispetto alla domanda e all’incubo dei beni sostitutivi) sono buone. Anche così stando le cose, non sarebbe superfluo chiedersi che ne sarebbe del “modello cileno” se il rame crollasse; una domanda molto simile a quella che molti decenni or sono si ponevano alcuni centroamericani sull’eventuale crollo del prezzo della banana.

Il rame è un bene primario che si può produrre ed esportare con valore aggiunto e una certa diversificazione. Ciò nonostante, si è esportato volutamente, sia sotto Pinochet sia durante la concertazione, come semplice materia prima. Lo esportava tradizionalmente l’impresa statale Codelco, ma dopo Pinochet si sono aggiunte Billton, Xstrata, Angloamerican e Antofagasta, imprese multinazionali la cui specializzazione è l’estrazione e l’esportazione di rame grezzo, allo stesso modo dell’originaria epoca dei Guggenheim.

Esiste, allora, qualche rapporto tra la tendenza alla quasi monoesportazione di rame e la disuguaglianza che affligge la società cilena? Quel che il paese produce non determina i posti di lavoro che crea, le capacità che richiede, e, quindi, i salari che paga? Questo amato paese trans-andino, primo rispetto a tanti indicatori, è ormai arrivato purtroppo al finale della favola nella più difficile e decisiva delle prove: cambiare in modo efficace il modello produttivo.

Traduzione di Titti Pierini

 

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Cile, un sistema politico antidemocratico

 

a cura del Forum per l’Assemblea costituente

 

La Costituzione del 1980-2005 non è democratica, né per le sue origini, né per le sue disposizioni fondamentali; si concretizza poi in  un insieme di leggi organiche (riguardanti l’organizzazione dei poteri) e di quorum qualificati che la caratterizzano e che, molto spesso, ne accentuano le specificità. Ciò si nota non solo nelle sue disposizioni e conseguenze, ma altrettanto nei suoi aspetti fondamentali, nelle contraddizioni flagranti tra le prescrizioni di rango costituzionale e le leggi che approfittano del loro carattere impreciso per negarle. I casi più scandalosi sono  la Legge di Nazionalizzazione del Rame, ancora in vigore, approvata all’unanimità dal Parlamento alla fine del 1971; la Legge organica sulle concessioni minerarie, che permette al regime non solo di garantire concessioni di lunghissima durata e sottoposte a pochissime imposizioni, ma anche di denazionalizzare di fatto le nostre ricchezze naturali. Queste leggi, promulgate sotto la dittatura, sono state approvate  e confermate come quadro indiscutibile da tutte le  riforme successive decise nell’ambito dei regimi democratici che hanno seguito la dittatura. Come Forum per l’Assemblea costituente, noi pensiamo che tutto questo imponga al Cile un ordine politico istituzionale regressivo ed essenzialmente antidemocratico.

Abbiamo il diritto di sperare che l’ordine istituzionale del nostro paese sia democratico in particolare sotto tre punti di vista che riteniamo fondamentali. Anzitutto, nel senso di permettere un’autentica e reale rappresentanza della sovranità popolare. In seguito, nel senso di una partecipazione dei cittadini alla gestione di tutte le decisioni che li toccano. Infine, più profondamente, nel senso della promozione e garanzia dei diritti politici, economici, sociali e culturali fondamentali. Abbiamo diritto a una democrazia rappresentativa, partecipativa e sociale. La Costituzione ora in vigore – anche tenuto conto di tutte le riforme a cui è stata sottoposta e dell’organizzazione che ne deriva – non adempie  concretamente a nessuna di queste esigenze.

 

1. La rappresentanza popolare assente o snaturata

 

1° La Costituzione del 1980 è antidemocratica anzitutto per la sua origine. Essa è stata elaborata da un gruppo di personalità di destra senza la minima consultazione dei cittadini e delle cittadine, con l’obiettivo esplicito di fissarvi un contenuto ideologico apertamente conservatore e mercantile. È stata approvata in seguito a un plebiscito fraudolento, senza le benché minime garanzie di dibattito, né di libera partecipazione.

Quest’origine antidemocratica si è estesa a ogni singola riforma costituzionale successiva, perché queste sono state ugualmente elaborate a porte chiuse, secondo accordi limitati alla sola élite politica e approvate da un parlamento eletto in modo non proporzionale. Questo processo è culminato con le riforme approvate sotto il governo di Ricardo Lagos [2000-2006, “indipendente di sinistra”, adepto del consenso di Washington] che hanno finito di consacrare il carattere conservatore e mercantile del quadro costituzionale, tra cui meccanismi che fungono da ostacolo alla rappresentanza e alla partecipazione reale dei cittadini [1].

2° In secondo luogo, l’ordine politico istituzionale che deriva dalla Costituzione del 1980-2005 è antidemocratico perché snatura gravemente la rappresentazione della sovranità popolare, in particolare attraverso le seguenti disposizioni:

-           il sistema binominale [2] delle elezioni parlamentari permette alla destra di ottenere la metà dei seggi del Parlamento, mentre può contare sul sostegno di appena un terzo dei cittadini;

-           il sistema di quorum qualificato per le principali leggi organiche e leggi semplici, che conferisce di fatto un diritto di veto che la destra conservatrice e gli ambienti economici possono usare contro qualsiasi iniziativa che vada nel senso di modificare un aspetto fondamentale dell’ordine economico neoliberale imposto al paese;

-           le condizioni per essere elettore o eletto lasciano migliaia di cileni e cilene privati dei diritti politici per il semplice fatto di vivere all’estero o di essere sottoposti a limitazioni penali quali, ad esempio, il fatto di essere dirigenti sindacali.

Questa tendenza è ancora ulteriormente  accentuata da una totale autonomia del potere in ambiti essenziali di attività nazionali, senza che il sovrano popolare possa esercitare un controllo chiaro e diretto; pensiamo, ad esempio, alle seguenti disposizioni:

-           la grande autonomia concessa in modo straordinario alle Forze armate, lasciando i cittadini senza una reale possibilità di controllo delle loro spese, né di partecipazione alla formazione di politiche e di pratiche riguardanti la sicurezza dello Stato;

-           la totale autonomia accordata alla Banca centrale, nell’ambito degli obblighi fissati da un modello economico particolare, apertamente antipopolare;

-           il potere accordato al tribunale costituzionale, il quale, in virtù di poteri straordinariamente ampi, può respingere la promulgazione di leggi approvate dal Parlamento ed esigere anche quorum qualificati non previsti in passato per l’approvazione di leggi che, secondo il suo criterio autonomo ed esclusivo, contengono punti che li esigono.

 

2. La partecipazione limitata

 

Il nostro ordinamento politico non è democratico perché è apertamente non partecipativo. Esso non possiede meccanismi per garantire una reale ed effettiva partecipazione. Tutti i meccanismi che, teoricamente, permetterebbero una simile partecipazione, sono condizionati o gestiti in maniera tale che, di fatto, non la permettono.

Non contiene meccanismi che permettono la partecipazione popolare diretta nel dibattito e nelle decisioni su questioni che toccano direttamente i cittadini:

-           la procedura plebiscitaria è straordinariamente ristretta, sia per i temi possibili, sia per la sua convocazione e partecipazione, essa non ha forza inalienabile e può anche essere respinta sulla base di una semplice decisione autonoma del Tribunale costituzionale;

-           esso non comprende meccanismi democratici –largamente accettati in altri ordini democratici – come l’iniziativa popolare legislativa, la revoca di mandati, la possibilità di una convocazione popolare a un plebiscito.

-           Quest’ordinamento contiene disposizioni che omettono in modo scandaloso la partecipazione popolare e che, inoltre, ignorano la volontà popolare già espressa, come il sistema di rimpiazzo dei posti vacanti in parlamento per designazione semplice o dei partiti politici.

Mancano totalmente di meccanismi che permettano la democratizzazione delle Forze armate. Queste sono mantenute al riparo dalle vere preoccupazioni dell’insieme dei cittadini e isolate rispetto a questi ultimi attraverso meccanismi di ammissione, di formazione, di partecipazione ai compiti comuni dell’insieme del paese.

Prevede disposizioni che ostacolano gravemente la libertà d’espressione, come, per esempio, il fatto di sottomettere il diritto di riunione al potere amministrativo dell’esecutivo, che è retto da una legge emessa durante la dittatura proprio allo scopo di limitare questa libertà d’espressione, o, ancora,  l’insieme di disposizioni che tendono a criminalizzare le espressioni di disaccordo popolare.

Prevede leggi assolutamente insufficienti sulla trasparenza e sull’accesso all’informazione pubblica; queste leggi possono essere aggirate molto facilmente e praticamente senza conseguenze e non permettono quindi una supervisione diretta ed effettiva sulle autorità da parte dei cittadini.

Contiene interi ambiti che sfuggono al potere di supervisione del Parlamento, come, ad esempio, la politica economica, il funzionamento delle Forze armate, l’arbitrato del Tribunale costituzionale o le numerose risorse che sono state dichiarate “fondi riservati”, attraverso un semplice accordo in seno all’élite politica.

Non concede nessun meccanismo concreto che permetta il dibattito e la preparazione partecipativa dei budget municipali, né la loro diretta e reale supervisione.

Non prevede alcun meccanismo effettivo di partecipazione democratica nella costituzione delle autorità giudiziarie, né per quel che riguarda la loro supervisione, né tantomeno per quel che riguarda la loro amministrazione della giustizia.

 

3. Un’organizzazione al servizio del mercato

 

La disposizione politica istituzionale imposta al paese è antidemocratica, perché non prevede, né garantisce, l’esercizio effettivo dei diritti economici, sociali e culturali fondamentali.

Non assicura l’effettivo esercizio del diritto all’educazione, alla salute, all’alloggio, a pensioni giuste e degne, a un ambiente sano. Non fa che creare, in tutti questi ambiti, ampie opportunità per la loro mercificazione, per il passaggio della responsabilità e delle risorse dallo Stato agli imprenditori privati e dei costi e le conseguenze verso i cittadini.

Non garantisce il diritto alla diversità culturale e non prevede, né il riconoscimento nazionale, né l’autonomia reale dei popoli cosiddetti indigeni.

Prevede ampie garanzie per il diritto di proprietà, ma nessun meccanismo che permetta garanzie per esercitare il diritto alla proprietà.

Nell’ambito del lavoro, consacra un regime apertamente antipopolare che annulla, nella pratica, il diritto di sciopero, il diritto a sindacalizzarsi e quello alla negoziazione collettiva.

Non dà reali garanzie per i diritti riguardanti le differenze di genere, i diritti riproduttivi, il diritto al riconoscimento della diversità sessuale.

Non stabilisce assolutamente la sovranità, la proprietà, l’usufrutto, né l’amministrazione comune delle risorse naturali al servizio del paese: nel settore minerario, della pesca e della foresta, né  per  quel che riguarda le fonti e i metodi di generazione di energia; l’uso collettivo e democratico dello spettro radioelettrico; il patrimonio genetico della nostra flora e della nostra fauna.

Essa consacra un sistema penale apertamente discriminatorio, con leggi e regolamenti che snaturano gravemente i diritti penali, procedurali e penitenziari, che criminalizzano facilmente e sommariamente intere fasce della popolazione, permettendo la violazione quotidiana dei Diritti umani fondamentali.

 

4. Verso un’Assemblea  costituente

 

Una Costituzione da cui deriva un sistema politico e istituzionale:

-           che snatura la rappresentanza della sovranità popolare,

-           che non permette la partecipazione cittadina diretta ed effettiva, subordinando i diritti economici, sociali e culturali ai bisogni del mercato,

-           che trasforma i diritti fondamentali in sistemi d’indennità e contributi variabili,

-           che conferisce ogni sorta di privilegio e di garanzia a una minoranza della popolazione e che occulta i diritti di larghe maggioranze, tutto questo non è una Costituzione democratica.

Come Forum per l’Assemblea costituente, pensiamo che sia urgente e necessario lanciare un processo di cambiamento davvero profondo di tutto il sistema istituzionale, un processo che sia concepito democraticamente da ampi settori di cittadini.

Solo un’Assemblea costituente può costituire un primo passo verso il recupero delle nostre risorse naturali, dei nostri diritti fondamentali e, soprattutto, del nostro essenziale diritto a vivere in un sistema sociale nel quale il rispetto reale ed effettivo dei diritti umani non sia snaturato dagli interessi e dall’avidità del mercato.

Solo una nuova Costituzione, concepita da un’Assemblea costituente, può cominciare il cammino che ci permetterà di conquistare una democrazia veramente rappresentativa, partecipativa e sociale. 

 

Note

1. Il Forum per l’Assemblea costituente pubblicherà un documento più dettagliato che tratterà le origini e lo sviluppo dell’attuale Costituzione cilena, dimostrando, passo dopo passo, come l’élite politica ha consacrato la sua logica e il suo contenuto come furono disegnati e imposti, dalla prima formulazione, dalla dittatura.

2.  Il sistema binominale adottato da Pinochet – e inventato da Wojciech Jaruzelski – funziona così: i candidati dei partiti e indipendenti si raggruppano in liste o coalizioni. Ogni lista propone fino a due candidati per regione elettorale, provincia o altra territorialità. I voti sono prima di tutto contati per lista, piuttosto che per candidato e, a meno che la lista che ha la maggioranza dei voti non abbia il doppio dei voti della seconda lista, ognuna delle due liste ha un eletto tra i suoi candidati, quello che ha più voti.

 

Traduzione a cura della redazione di “Solidarietà” del Cantone Ticino



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