Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Haití: No man’s land

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Haití: No man’s land

 

Rivedere No Man's Land, il bel film del 2001 scritto e diretto dal bosniaco Danis Tanović ambientato nel 1993, durante la guerra serbo-bosniaca, può essere utile per capire come si comporta l’ONU, anche ad Haiti: alla prima difficoltà, se ne va…

I funzionari italiani dell’ONU che stavano ad Haiti, ovviamente pagatissimi, sono stati subito evacuati, e all’arrivo all’aeroporto di Ciampino hanno detto candidamente che stavano bene ma erano tornati in patria per rimettersi dallo spavento. Hanno parlato solo dei pochi “nostri” mancanti all’appello, della tragedia circostante sembravano non essersi resi conto. Le cronache parlano di fuga degli stessi medici al seguito della Minustah, al punto che un giornalista statunitense di origine indiana, Sanjay Gupta, che in passato era stato neurochirurgo, ha abbandonato la cinepresa e si è messo ad operare nell’ospedale dell’ONU, rimasto in piedi ma abbandonato dal personale.

Aumenta il rancore della popolazione, dicono quasi tutti i corrispondenti. Mi sembra naturale…

 

La redazione di Conlutas ha denunciato che l’ONU distribuirà alimenti solo per 8.000 persone, lamentando che i suoi magazzini sono stati saccheggiati. Se è vero, a che servivano gli 8.000 soldati? Conlutas denuncia apertamente che la drammatizzazione e generalizzazione delle notizie sui saccheggi servono a dare l’impressione che Haiti ha bisogno di molti più soldati per imporre l’ordine.

Naturalmente i saccheggi ci sono, come ci sono sempre stati in casi del genere, anche in paesi un po’ meno disastrati di Haiti. Quando c’è fame e sete, la popolazione si arrangia come può, senza aspettare aiuti che tardano e sono scarsissimi.

Per giunta l’inviata speciale dell’argentino “Clarín”, Eleonora Gosman, ha osservato che nonostante il loro poderoso equipaggiamento, i militari statunitensi hanno dimostrato di non conoscere il paese, e di non tener conto neppure dei suggerimenti degli ufficiali della Minustah: così in uno stadio di Port-au-Prince semidiroccato, dove si sono accampati migliaia di haitiani, un elicottero USA ha pensato bene di scaricare dall’alto un carico di pacchi con generi alimentari, provocando un gigantesco tumulto di disperati che si calpestavano per avere qualche briciola.

Conlutas non nega questi incidenti, ma li spiega in primo luogo con l’insufficienza degli aiuti e la pessima organizzazione nella distribuzione. La ricerca di qualcosa da mangiare è spasmodica (quanto alle bevande, sono riservate ai pochi ricchi e ai militari della Minustah), e dato che il cibo non c’è per tutti, i prepotenti che hanno un machete, se lo procurano togliendolo ai più deboli. Sabato poi, quello che era cominciato come un fenomeno individuale di saccheggio tra le rovine delle case e dei negozi, si è trasformato in una battaglia campale di centinaia di persone per ripartirsi quello che altri avevano scavato con mezzi di fortuna tra le macerie di un enorme supermercato centralissimo, nell’indifferenza dei pochi poliziotti locali, mentre – sempre secondo la Gosman sul “Clarín” - un militare statunitense dormiva tranquillo e ben rifocillato nel suo blindato a poca distanza.

Le avanguardie dei militari statunitensi, appena arrivate, si sono preoccupate invece soprattutto di impossessarsi dell’aeroporto, bloccando come se si trovassero a Bagdad o a Kabul gli arrivi degli aerei di altri paesi. Hanno protestato formalmente il Brasile e soprattutto la Francia, che non ha potuto far arrivare un suo aereo con attrezzature ospedaliere.

Conlutas osserva che quando l’uragano Katrina devastò New Orleans, ci furono ugualmente saccheggi e violenze tra la popolazione abbandonata per giorni e giorni senza aiuti, senza che nessuno teorizzasse per questo che bisognava riportare l’ordine in Luisiana con un corpo di spedizione straniero...

 

A proposito dell’analogia tra il dramma di Haiti e quello dei poveri abitanti di New Orleans, ha preso posizione nuovamente anche Naomi Klein, dopo il decalogo pubblicato ieri su http://www.ilmegafonoquotidiano.it/

La Klein, in un testo pubblicato oggi su La Haine (http://www.lahaine.org/) ha denunciato il tentativo statunitense di approfittare del terremoto. In particolare ha segnalato un documento inserito sul sito web della “Heritage Foundation” (un think-thank dell’élite della classe dominante) che dice che “in mezzo alle sofferenze, la crisi di Haiti offre grandi opportunità agli USA. Oltre a distribuire aiuti umanitari immediati, la risposta degli Stati Uniti deve puntare a ristrutturare il governo e l’economia haitiani, non funzionali da tempo; al tempo stesso deve cercare di migliorare l’immagine degli USA nell’area”.

Naomi Klein ricorda che al momento dell’uragano Katrina la “Heritage Foundation” aveva aspettato 13 giorni per formulare 32 proposte neoliberiste per “aiutare i sopravvissuti a quel disastro: trasformare la costa del Golfo del Messico in zona franca, eliminare le leggi che obbligano gli imprenditori a pagare un salario minimo, ecc.”; stavolta per Haiti non ha aspettato neppure 24 ore, aveva già pronta la ricetta…

 

Ancora sugli sciacalli

Ieri ho accennato brevemente alle testimonianze sul fenomeno dei saccheggi riportate dal libro di Giorgio Boatti sul terremoto di Messina. Ora voglio fare qualche esempio più concreto. Il ministro che è arrivato per primo sul posto (sia pure con due giorni di ritardo), Pietro Bertolini, aveva mandato subito, senza neppure scendere dalla nave, un resoconto allarmato sulla situazione, con significativi elogi all’impegno dei marinai delle flotte russa e inglese nei soccorsi. Le due flotte erano casualmente presenti in zona per manovre (anche per controllarsi a vicenda), ed erano quindi arrivate molto prima delle navi italiane, svolgendo un lavoro prezioso. Soprattutto i russi, che avranno anche alcuni morti durante le operazioni di salvataggio, e di cui tutti hanno elogiato la tenacia e la disciplina. La flotta russa, dopo la sconfitta nella guerra col Giappone, e l’insurrezione del Potiomkin durante la rivoluzione del 1905, era stata riorganizzata con pugno di ferro. Peccato che il pugno di ferro lo applicò anche alla popolazione, fucilando al primo sospetto di furto o sciacallaggio…

Lo stesso faranno gli italiani, una volta arrivati. Spesso insensatamente. Centinaia di fucilazioni senza processo. Boatti riporta molte testimonianze insospettabili sulle ragioni che spingevano persone ineccepibili a ricorrere alle maniere forti per sfamarsi e dissetarsi. Ad esempio Bruno Rossi, un giovane medico che aveva salvato 36 persone, compresi i suoi familiari, riferisce nel suo rapporto che, visto che l’ospedale civile e quello militare erano crollati e che anche il posto di pronto soccorso della Croce Rossa era fuori uso, aveva cominciato con due colleghi a curare i feriti sulla piazza del Municipio:

Voci di dolore, voci strazianti, voci di sepolti e di morenti ci chiamano da ogni parte. Coll’aiuto di un tenente di vascello del “Piemonte”, scassiniamo una birreria e ci provvediamo di acque minerali e di liquori per somministrarli ai feriti, mentre la città non dispone più d’una sola goccia d’acqua.

I generali (in genere piemontesi o settentrionali) a bordo delle navi discutono sulle misure da prendere, e per qualche tempo, dando per scontato che nessuno può essere sopravvissuto più di tre giorni, propongono di bombardare la città per seppellire insieme i corpi in putrefazione e i presunti sciacalli, di cui si favoleggia che siano la quasi totalità dei sopravvissuti, rinforzati da “orde di contadini scesi dai monti per saccheggiare”. Dovranno impegnarsi a fondo diverse delegazioni di sindaci e notabili per far desistere da un simile assurdo progetto, anche segnalando ritrovamenti in vita dopo periodi molto lunghi (in genere persone rimaste sepolte in cantine con fichi secchi, frutta ed altri alimenti).

In realtà il vero problema era il ritardo con cui giungevano i soccorsi, con uomini spesso impreparati ai compiti di salvare i sepolti vivi, mentre erano efficientissimi nel recuperare e portare sulle navi le casseforti delle banche.

I soldati impegnati nei soccorsi, all’inizio, per trovare cibo e dissetarsi – non avendo i reparti portato al seguito rifornimenti adeguati o razionalmente predisposti – devono imitare i sopravvissuti di Messina. Dunque, se non vogliono affrontare a stomaco vuoto il lavoro durissimo loro assegnato, debbono attingere a quanto è disponibile in città. Saccheggiando i beni abbandonati. Sfondando depositi e depredando negozi.

Boatti riporta una corrispondenza del “Giornale d’Italia” che pone una imbarazzante domanda:

Che vale fucilare tutti coloro che siano sorpresi a far opera di saccheggio e di preda, quando i soldati debbono, se vogliono mangiare, penetrare nei negozi diruti e cercare le casse dei biscotti, le botti del pesce marinato, il pan secco, la frutta e le bottiglie di marsala?

E quando Boatti descrive la scoperta che la stessa catastrofe aveva colpito anche la Calabria, rimasta più a lungo isolata per lo stato disastroso della ferrovia e delle strade, deve registrare, accanto alle solite voci piene di pregiudizi nordisti (ad esempio quella che la scarsità dei militari da impiegare nel salvataggio fosse dovuta alla necessità di “fornire numerose guardie a causa della venuta in città di tutti gli abitanti dei monti vicini a scopo di saccheggio”), ce ne sono altre che riportano una versione ben diversa.

In Calabria furono gli stessi parroci dei paesi distrutti a guidare i loro parrocchiani nella disperata ricerca di cibo e di aiuto e calarono su Reggio. Definiti facinorosi dai giornali dell’epoca, questi poveri preti di campagna erano invece i veri e più energici capi naturali sui quali la derelitta popolazione calabra aveva sempre potuto contare.

Anche in Calabria, d’altra parte, la truppa inviata a pattugliare banche e uffici pubblici ha a malapena razioni di gallette per un giorno, per cui deve cercare viveri tra i ruderi della caserma Mezzocapo. E viceversa, osservatori non prevenuti riferivano di commoventi episodi di rispetto per le vittime: in alcuni paesi gli oggetti emersi dalle rovine di case in cui tutti gli abitanti erano morti, venivano depositati a fianco ai ruderi, perché i parenti dei defunti, emigrati all’estero, li potessero trovare se fossero tornati al paese per avere notizie e rintracciare i loro poveri beni.

 

Come nella Sicilia e nella Calabria calunniate dai ceti dominanti italiani, ad Haiti le vittime del terremoto sono criminalizzate per giustificare ancora una volta un intervento colonialista. Eppure Haiti ha espresso intellettuali raffinati e sensibili come René Depestre o Jean Dominique, e moltissimi altri, quasi tutti costretti all’esilio prima dalla dittatura, poi dalla violenza degli occupanti.

Il miglior aiuto, è aiutarli a riorganizzarsi, a riprendere nelle proprie mani il proprio paese. Non con elemosine, e tanto meno con prestiti che li intrappolino ancora in una spirale di usura. Con una restituzione di quello che è stato tolto loro, in tante forme, e si trova nelle banche del Nord America, ma anche dell’Europa.

No alle spedizioni militari di ricolonizzazione presentate come imprese umanitarie!

 

 



Tags: ONU  terremoto  Messina  Haiti  Naomi Klein