Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Nessuna sorpresa in Cile

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Tardiva e insufficiente rimonta del centrosinistra in Cile

In Cile Sebastián Piñera, il candidato di destra, detto anche il “Berlusconi cileno”, ha vinto il ballottaggio. Nessuna sorpresa, in questo: il distacco al primo turno era di ben 14 punti. E la distanza tra i programmi, nessuna.

La vera sorpresa è il forte recupero di voti da parte del candidato della Concertaciòn di centrosinistra, Eduardo Frei, democristiano doc, figlio del presidente che aveva preceduto Allende e aveva strizzato l’occhio a Pinochet al momento del Golpe, pensando che si limitasse a togliere di mezzo un po’ di “estremisti” del MIR, del MAPU e del partito socialista.

 

Frei, che era stato anche lui presidente del Cile tra il 1994 e il 2000, subito dopo quel Patricio Aylwin che aveva gestito la blandissima transizione dalla dittatura a una democrazia frenata (dalla dictadura alla dictablanda, si diceva) è riuscito a recuperare un po’ di voti dall’astensionismo, e soprattutto buona parte degli elettori che avevano votato l’altro candidato socialista indipendente, Marco Enríquez Ominami, figlio del leader storico del MIR Miguel Enríquez.

Il recupero era stato possibile grazie a due fattori: un deciso cambiamento di tono nella campagna elettorale di Frei (in particolare con la promessa di abolire la Legge sull’Amnistia di cui egli stesso era stato a suo tempo corresponsabile), e soprattutto la decisione di Enríquez Ominami di riversare i suoi voti sul candidato della Concertaciòn, per scongiurare il pericolo di un ritorno del pinochetismo, a differenza di quanto aveva detto di voler fare durante la campagna per il primo turno.

Ma era tardi, soprattutto il guasto era stato fatto a suo tempo escludendo Enríquez Ominami dalle primarie, combattendolo anzi come il pericolo principale. Naturalmente pesava ancor più il ricordo della presidenza di Frei, che non aveva lasciato certo rimpianti a sinistra, e il permanere dell’esclusione del partito comunista cileno dalla Concertaciòn, come se fosse stato davvero un partito estremista come sosteneva l’ottusa destra cilena…

Per giunta Sebastián Piñera si presentava come un “uomo nuovo”, che aveva studiato ad Harvard, e senza troppi legami diretti con Pinochet (anche se suo fratello José è stato ministro del Lavoro al tempo della dittatura). La sua fortuna dipende dall’aver introdotto per primo le carte di credito in Cile (grazie a ovvii appoggi governativi e in questo certamente ha studiato l’esperienza della “discesa in campo” di Berlusconi), e dall’essere stato uno dei primi a investire in una grande televisione commerciale, la Chilevision; Piñera è anche il principale azionista della compagnia aerea di bandiera Lan Chile, e ha una squadra di calcio, una catena di distribuzione, giornali e imprese di costruzioni…

Da Berlusconi Piñera ha imparato un’altra cosa: ha promesso un milione di posti di lavoro, un “Bonus marzo” che dovrebbe aiutare le famiglie numerose, l’aumento delle pensioni minime, la costruzione di nuove case popolari e di ospedali, una riforma della sanità, 10mila poliziotti in più nelle strade… Tutto questo per il programma dei primi cento giorni. Facile dubitare, ovviamente, ma intanto qualcuno ha abboccato.

Il suo successo si deve anche ad altro: Piñera ha promesso di rispettare i provvedimenti di welfare introdotti da Michelle Bachelet, sapendo che la presidente uscente – che non poteva ripresentarsi ora per una norma inserita nella costituzione che vieta due candidature consecutive – conserva un fortissimo consenso personale. Piñera ha garantito inoltre una continuità anche su altri terreni: l’istruzione (ma si capisce, su questo le proposte della Bachelet non erano certo rivoluzionarie, e avevano stimolato una forte protesta studentesca), e anche il riconoscimento delle unioni omosessuali (con viva irritazione delle gerarchie ecclesiastiche e di certi settori della sua stessa coalizione). In questo modo è apparso più nuovo di Frei, che si presentava di fatto come un vecchio residuato democristiano, già sperimentato al palazzo della Moneda…

Ma bisogna aggiungere un’altra riflessione: dopo il primo turno avevo scritto “In Cile la destra vince, ma la sinistra non c’era…”. Devo dire che la minaccia del ritorno del pinochetismo, sia pur ripulito alla meglio, ha casomai fatto il miracolo, rendendo visibile, se non la sinistra, il centrosinistra.

Il voto ha rivelato un sostanziale equilibrio tra le due coalizioni, che anch’esso però non è una novità. Nella sinistra italiana c’è chi si stupisce e pensa che la sconfitta di Eduardo Frei rappresenti una vera e propria svolta a destra, ma non è così. Non solo perché i due blocchi hanno avuto in queste elezioni programmi analoghi, e la vittoria dell’uno o dell’altro non significa molto, ma perché dalla fine della dittatura i presidenti di centrosinistra Aylwin, Frei, Lagos e Bachelet sono stati eletti sempre con percentuali di poco superiori al 50%. In realtà il Cile è sempre rimasto spaccato più o meno a metà, con una percentuale discreta di nostalgici di Pinochet.

 

Ma per capirlo, bisogna smettere di vedere nel Golpe del 1973 solo il ruolo della CIA: questo è stato determinante, certo, e ha assicurato la regia e la protezione internazionale a Pinochet, che però si appoggiava su una consistente fetta di piccola borghesia reazionaria, che si stringeva intorno all’esercito. È un avvertimento da non dimenticare, soprattutto nei paesi con governi progressisti, e in cui gli eserciti sono rimasti gli stessi, in un momento in cui la grande crisi economica internazionale riduce i margini di manovra del riformismo…

 

 Per una ricostruzione del golpe, rinvio al mio testo, già inserito sul sito, La tragedia del Cile.

Un altro articolo era uscito dopo il primo turno su http://www.ilmegafonoquotidiano.it/ con il titolo: In Cile la destra vince, ma la sinistra non c’era…