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Bosnia – Tutto il potere ai plenum?

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Mate Kapovic[i]

da Sinistra Anticapitalista

Sono passate due settimane da quando è cominciata la ribellione bosniaca. Uno degli sviluppi più positivi del movimento di protesta in Bosnia è la nascita di assemblee democratiche dirette. Presentiamo di seguito le poste in gioco della democrazia diretta oggi.

Zagabria, 22 febbraio 2014

 

Un recente sondaggio ha rilevato che l’88% dell’insieme della popolazione in Bosnia-Erzegovina appoggia la protesta. Questa continua, ma ormai con manifestazioni pacifiche e, d’un tratto, l’attenzione dei mezzi di comunicazione di massa non è più così grande, anche se questi movimenti rimangono argomento di discussioni importanti in tutta la regione. Ad ogni modo, probabilmente ora il centro nevralgico del movimento di protesta si è spostato all’interno dei “plenum di democrazia diretta” che sono emersi nel paese.”

 

I plenum

 

Le assemblee generali, nelle loro diverse forme, costituiscono da tempo l’espressione dell’autorganizzazione in democrazia diretta degli oppressi in tempi di rivolta, di rivoluzione, di sciopero, o di ribellione (ad esempio, tra il 1905 e il 1917 al momento della rivoluzione in Russia, nel 1936 in Catalogna, o nel 1956 in Ungheria). Una versione primitiva di queste forme di assemblea generale era già presente nell’antica Atene, quando una serie di “teorici dell’ Utopia” hanno immaginato una sorta di agorà permanente nei loro progetti della  futura società democratica.

L’improvviso spuntare di assemblee in gran parte della Bosnia-Erzegovina ha davvero colto tutti di sorpresa. Potremmo anche dire che i plenum siano di per sé, per il momento, il principale sviluppo positivo di questo movimento di protesta. Il primo plenum è apparso a Tuzla, centro e punto di partenza del movimento di protesta, dove i manifestanti erano i più organizzati e i più strutturati fin dall’inizio. Dopodiché, hanno cominciato ad apparirne anche in altre città, prendendo Tuzla come esempio.

Attualmente esistono assemblee nelle città di Sarajevo (la capitale), Tuzla, Zenica, Mostar, Travnik, Brčko, Goražde, Konjic, Cazin, Donji Vakuf, Fojnica, Orašje e Bugojno. Mentre scriviamo, si svolgono sedute regolari, al cui interno la gente discute problemi politici e redige rivendicazioni nei confronti del governo (la più diffusa è la revisione dei piani di privatizzazione, poi diversi obiettivi sociali, la soppressione dei privilegi della casta politica, ecc.). Vi son anche tentativi riusciti di coordinare a livello centrale i plenum esistenti, per sviluppare obiettivi generali e non esclusivamente locali. Un primo plenum congiunto è in progetto a Sarajevo, con la presenza di delegazioni delle assemblee generali locali.

Non è la prima volta che nella regione si utilizza il termine “plenum” in questa concreta accezione, riferendosi ad assemblee generali di democrazia diretta. La prima volta che lo si è usato in questo senso fu durante la grossa ondata di occupazione delle università in Croazia nel 2009. La stessa denominazione è comparsa in seguito, nel 2010, in occasione delle occupazioni universitarie in Germania e in Austria (benché non sia chiaramente appurato un nesso diretto con il movimento studentesco croato e possa trattarsi di una sorprendente coincidenza), come durante i movimenti d’occupazione studentesca in Slovenia e in Serbia nel 2011 (che erano, quanto a loro, direttamente influenzati dal movimento studentesco croato).

I protestatari che organizzano i plenum in Bosnia-Erzegovina dichiarano pubblicamente di utilizzare l’esperienza del movimento studentesco croato e il loro manuale su “Come-fare-un’-assemblea-generale”, il cosiddetto “The Occupation Cookbook”. Naturalmente, questi plenum sono anche molto simili alle assemblee generali di cui tutti sono stati testimoni nel 2011, in occasione del movimento “Occupy Wall-Street”. Da questo punto di vista, si possono chiaramente individuare meccanismi comuni a questo tipo di organizzazione orizzontale in ogni parte del mondo, e che ha radici antiche rinvigoritesi negli ultimi tempi.

 

Che fare?

 

In Bosnia-Erzegovine il plenum si è sicuramente rivelato un metodo estremamente utile per organizzare i protestatari e articolarne le rivendicazioni. Negli ultimi giorni si intravedono segni di evoluzione dei plenum, via via che se ne fa più complessa la struttura. Infatti, esattamente come durante il movimento studentesco croato o durante Occupy Wall Streeet, il Plenum di Tuzla ha organizzato gruppi di lavoro, che affrontano argomenti specifici, a imitazione dei ministeri del cantone di Tuzla: l’istruzione, la scienza, la cultura e lo sport, lo sviluppo e l’imprenditoria, l’assetto del territorio e la protezione dell’ambiente, il coordinamento con i lavoratori, le cure sanitarie, l’amministrazione della giustizia, l’industria, l’energia e le miniere, gli affari interni, l’agricoltura, la gestione delle acque e dei boschi, il commercio, il turismo, le comunicazioni e i trasporti, la politica e il lavoro sociale, le finanze, i problemi dei veterani di guerra e quelli legali.

Tuttavia, i plenum non sono esenti da errori. In primo luogo, sono sicuramente un utile strumento di organizzazione di coloro che protestano, ma non sono rappresentativi dell’insieme della popolazione. In Bosnia-Erzegovina vi sono plenum che radunano 1000 persone in assemblea. Ma 1000 persone a Sarajevo non possono rappresentare l’intera città, che conta 300.000 abitanti. Per non dire del fatto che i plenum credono a volte di rappresentare non solo la città ma anche il cantone, mentre per chi vive fuori dal centro urbano recarsi al plenum può essere costoso in termini di tempo e di denaro. Certamente, anche se tutti fossero in grado di partecipare, sarebbe difficile svolgere un’assemblea generale con 10.000 persone. Ad esempio, tenendo conto del fatto che la democrazia borghese ha anch’essa molte lacune e resta e resterà una forma molto limitata di democrazia, occorre pur sempre fare della democrazia diretta la forma più estesa e partecipativa possibile. I plenum unificati a livello delle città o dei cantoni sono un eccellente punto di partenza per organizzare il movimento di protesta, ma non possono rappresentare la soluzione finale. Vi sono già adesso plenum nelle città minori (come Cazin, Fojnica o Donji Vakuf), che non sono centri di cantoni e che affrontano questioni più locali (e senza una visione generale di politica cantonale), ma non sembra esservi coordinamento in senso stretto tra i plenum ai vari livelli (il che non è necessariamente una sorpresa, a questo stadio di sviluppo dei plenum).

Ci son in ballo un certo numero di problemi. Uno è sapere come i plenum manterranno il loro numero di partecipanti dopo le rivolte (che prima o poi finiranno) e quando avranno perso la loro aura di novità. Questo sembra essere stato uno dei principali problemi del movimento degli studenti croati, i cui plenum sono progressivamente diminuiti una volta concluse le occupazioni e alla fine hanno pian piano smesso di funzionare, in qualche caso dopo alcuni anni – va notato, tuttavia, che almeno in certe università i plenum continuano a esistere in qualche modo, visto che si possono sempre riconvocare se necessario. Il futuro dei plenum in Bosnia dipende in parte dal loro successo. Qualche vittoria è già stata conseguita: ad esempio, a Tuzla i politici hanno ceduto di fronte alla rivendicazione del plenum, rinunciando a una parte dei loro privilegi (un anno di stipendio dopo aver lasciato l’incarico). Resta comunque difficile pretendere che vi sia per sempre una massiccia presenza alle assemblee. La gente ha i propri centri di interesse e deve pur sempre continuare a lavorare per vivere (se si è abbastanza fortunati da avercelo un lavoro, visto che il tasso di disoccupazione è al 45%). Non si può davvero pretendere che una persona, dopo 8 ore (o più) di lavoro giornaliero impieghi anche qualche altra ora in assemblea (se vogliamo davvero raggiungere un determinato grado di democrazia diretta, occorrerà naturalmente strappare una riduzione dell’orario lavorativo). Inoltre, non è realistico pensare che tutti potranno decidere tutto, in qualsiasi momento. Il problema chiave è che una democrazia diretta deve dare a tutti la possibilità di decidere direttamente alcune questioni (se è quello che vogliono fare). Si dovrebbe dunque potere, in teoria, votare tutto direttamente, ma nella pratica lo si farà solo quando si vorrà, o se ci saranno importanti decisioni da prendere.

Nella democrazia rappresentativa borghese, in genere, è impossibile (eccezioni come la Svizzera, che pratica frequenti referendum, sono piuttosto rare), perché a prendere la maggior parte delle decisioni sono rappresentanti eletti che fanno grosso modo quello che vogliono nel corso del loro mandato. In un sistema di democrazia diretta, la differenza sta soprattutto nel fatto che i rappresentanti eletti non possono realmente fare quel che vogliono, o prendere le decisioni a proprio piacimento (tranne decisioni marginali o tecniche, sugli affari correnti), ma devono agire in base a mandati imperativi, vale a dire a decisioni generali prese dall’assemblea e che non possono che applicare per quello che sono. Questi “rappresentanti” dovrebbero essere piuttosto una sorta di amministratori revocabili in qualsiasi momento (di nuovo, per decisione dell’assemblea generale, per referendum o altro strumento di democrazia diretta) se la gente non ne approva il lavoro. Quante decisioni sarebbero lasciate al “pilota automatico amministrativo” (se fossimo contenti del suo lavoro) e quante verrebbero assunte da tutti a livello locale, delle città, delle regioni e del paese, è una questione di scelta, di circostanze concrete e di necessità politiche.

 

Il plenum dovrebbe forse essere istituzionalizzato?

 

L’origine della legittimità politica delle assemblee generali è chiara. È il semplice fatto che tutte le persone sono insieme, in assemblee completamente aperte, dove tutti possono parlare e votare alle stesse condizioni per decidere della propria vita. Il plenum quindi non richiede la legittimazione di chicchessia, se la prende e basta. Attualmente, i plenum di Bosnia-Erzegovina non hanno potere legale ufficiale, ma la loro influenza sta soprattutto nella paura del governo che sprezzarne le rivendicazioni possa indurre a proteste violente, che metterebbero a fuoco gli edifici governativi in tutto il paese.

La grande questione resta quella di sapere se i plenum riusciranno a superare quello che sono per il momento (il corpo organizzato della protesta), per diventare strutture permanenti di decisione politica. Riusciranno a continuare a funzionare dopo la protesta? Altro problema è sapere se il loro futuro funzionamento potenziale sarà informale (come è ora), come una sorta di struttura politica parallela non ufficiale che articola gli interessi dei “99%”, o se diventeranno una sorta di struttura politica ufficiale  e legale (il che per ora sembra poco probabile). Molta gente è entusiasta dei plenum in Bosnia-Erzegovina e vi partecipa quotidianamente. Comunque non sembra esservi richiesta di un riconoscimento ufficiale dei plenum attraverso la legge o perche sia assegnato loro un potere istituzionale (per non parlare del mancato appello a plenum organizzati sui luoghi di lavoro).

Al di là delle rivendicazioni di democrazia diretta in forma generale (senza entrare nel dettaglio del modo in cui dovrebbe funzionare), sarebbe bene che i plenum di Bosnia-Erzegovina si sviluppassero oltre il livello locale (sotto il livello dei plenum che esistono attualmente nelle città e nei cantoni) e al di là del livello dello Stato (al di sopra del livello che c’è attualmente nelle città e nei cantoni). Non c’è bisogno di precipitare prematuramente le cose, perché i plenum sono ancora una novità politica. Ma potremmo comunque cominciare a prendere in considerazione il modo di organizzare localmente le assemblee generali (al livello delle comunità locali, dei comuni, dei distretti, ecc.), a coordinarli al livello delle città e dei cantoni e a sostituire i plenum delle città unificate, attualmente esistenti ma non veramente rappresentativi).

Naturalmente il problema è quello della fattibilità di questi plenum più piccoli. È molto probabile che non vi sia abbastanza interesse a partecipare a plenum più piccoli e locali, e quindi occorrerebbe forse continuare a cercare di organizzarli in attesa che nasca dal basso un interesse organico per questi. Il passo successivo sarebbe cercare di coordinare e anche di federare se possibile i plenum a livello di tutto il paese. Come già detto, ci sono tentativi in corso per cercare di coordinare tutti i plenum cittadini o cantonali già esistenti, il che è realmente un importante punto di partenza. Evidentemente, una cosa di questa portata non si potrà realizzare in un paio di giorni e sarà comunque complicata. La “democrazia assembleare” sarà chiaramente complicata, a livello sia locale sia centrale, così come anche il sistema rappresentativo è davvero complicato. Il sistema potrebbe funzionare in tanti modi diversi e in combinazione con altre forme di democrazia diretta, ad esempio referendum a vari livelli – di comuni locali o del paese nel suo complesso. È altrettanto chiaro che occorrerà fare parecchie esperienze per cercar di trovare il modo migliore di far funzionare questo genere di processo decisionale.

In ogni caso, se si vuole che i plenum della Bosnia-Erzegovina sopravvivano,  questo genere di esperienze sembra indispensabile. Un modo per cominciare potrebbe essere per ora cercare di organizzare tanti più plenum locali possibili e tentare di abbozzare conclusioni comuni e/o obiettivi comuni per l’insieme del paese. Questo tipo di sistema dovrebbe affrontare discussioni locali su un certo numero di temi importanti e poi cercare di trovare conclusioni comuni e/o obiettivi comuni all’intero paese. Dovrebbe essere tutto fuorché perfetto, almeno all’inizio, ma sarebbe comunque più democratico di tutti i modelli di processo decisionale esistenti nella democrazia rappresentativa borghese (o nel parlamentarismo capitalista, come lo chiama Alain Badiou).

Comunque, non possiamo che sperare che un appello all’“istituzionalizzazione” dei plenum (o della democrazia diretta in genere) sia incluso nelle future rivendicazioni del movimento. Ovviamente, non c’è da essere neanche troppo ingenui od ottimisti, ma questo vale anche per il pessimismo sterile, da evitare. Per ora, uno degli esponenti dei protestatari di Tuzla ha dichiarato in un’intervista di non credere che i plenum possano funzionare a livello di tutto il paese, ma che è probabile che si possa trovare il modo, in futuro, di rendere ciascuno in grado di svolgere un ruolo analogo nel processo decisionale anche a livello dello Stato. In verità, tuttavia, la tecnica per questo esiste già e si chiama Internet, di cui si è già dimostrata l’importanza per organizzare finora la protesta e le assemblee.

Benché sia evidentemente impossibile dar vita con Internet alla possibilità per tutto il paese di partecipare a una gigantesca assemblea generale (che sarebbe comunque ingestibile), può comunque aiutare a coordinare plenum separati ad ogni livello. Con la tecnologia di cui ora disponiamo, non è necessario inviare le decisioni dei plenum tramite corrieri o delegati come accadeva nella Russia del 1917 o in Catalogna nel 1936. Internet può aiutarci nel prendere decisioni referendarie. Se è già possibile organizzare “e-voting” nel quadro della democrazia rappresentativa borghese, e si possono trasferire in tutta sicurezza i dati da un fondo bancario all’altro, perché sarebbe impossibile votare per “e-referendum” e coordinare democraticamente le domande e le decisioni delle assemblee generali dei vari livelli via Internet?

Inutile dire che non occorre neanche tuffarsi nel feticismo ideologico, ma è ridicolo muoversi come se fossimo ancora nel 1871. Se vincono le forze antisistema, dovranno essere più moderne di quanto non sia stato il potere vigente.

Ormai la tecnologia c’è, il problema sta nel modo in cui la si utilizza per rendere più democratica la nostra società. Naturalmente, uno dei problemi più grossi da risolvere sarà quello di gestire coloro che vogliono approfittare della situazione attuale, vale a dire l’oligarchia politica e capitalistica. La democrazia diretta deve di certo contrapporsi frontalmente a tutti gli interessi materiali privati ed è indubbio che questi resisteranno con forza (e già lo stanno facendo).

 

Democrazia diretta e capitalismo

 

È chiaro che la democrazia diretta non è un fine in sé. La lotta per una società più democratica è necessariamente legata a quella per l’equità e la giustizia sociale (tra le altre), e alla lotta anticapitalista. Avere soltanto un sistema di democrazia, ma con i beni, le risorse e i mezzi di comunicazione ancora nelle mani della classe capitalista e l’egemonia liberista ancora intatta non consentirebbe di arrivare a un cambiamento effettivo. Così come la “democrazia” che abbiamo ora è pervertita e subordinata ai bisogni di conservazione dello statu quo, anche la democrazia diretta potrebbe essere sviata. Lo si può vedere nei casi della Svizzera e della California, che organizzano regolarmente referendum, ma in cui gli interessi del capitalismo sono ancora saldamente protetti grazie all’appropriazione da parte sua dei principali mezzi di comunicazione di massa e grazie alle risorse indispensabili per fare campagne che influenzino il grande pubblico, ecc. Si può prendere ad esempio il referendum durante il quale i californiani hanno deciso di votare “no” al’etichettatura degli Ogm nel 2012 (voto cui ha largamente contribuito la campagna per il “no” pagata 45 milioni di dollari dalla Monsanto), o il voto contro la limitazione dei livelli salariali in Svizzera nel 2013 (anche lì, grazie a una feroce campagna finanziata dall’“1%”).

Il capitalismo, che per definizione non è che corruzione legale, è incompatibile con una vera democrazia. Anche la conservazione di una società non-capitalista, come dimostrano le esperienze del socialismo reale nel XX secolo, è impossibile senza una sorta di democrazia (diretta) che sia in grado di prevenire l’accentramento del potere – così come è impossibile avere una società non capitalista in un paese solo. Per questo, la lotta per la democrazia diretta deve necessariamente essere connessa all’anticapitalismo, e le assemblee generali non andrebbero rivendicate solo per le città i comuni e il paese, ma anche per le imprese, le fabbriche e gli uffici.

Naturalmente, in Bosnia-Erzegovina il problema è che la ribellione non è dichiaratamente anticapitalista. Vi sono presenti molti sentimenti inconsapevolmente e spontaneamente anticapitalisti (ad esempio nei dibattiti sulle privatizzazioni), ma si è ancora ben lungi dal costituire un movimento anticapitalista cosciente. Al tempo stesso, questo non vuol dire che battersi per la democrazia diretta in Bosnia-Erzegovina sia una perdita di tempo, perché le pratiche di democrazia diretta sono per loro stessa essenza parte di una lotta più vasta e anticapitalista.

È inutile precisare che non possiamo predire il futuro. Solo due settimane fa era impossibile immaginare che assemblee generali sarebbero emerse in tuta la Bosnia-Erzegovina. Per il momento, è assolutamente irrealistico aspettarsi qualsiasi rapido sviluppo di una stabile infrastruttura politica basata sulle assemblee generali, una specie di democrazia dei plenum (sia pure informale) in Bosnia-Erzegovina. Ma non c’è bisogno di precipitare le cose. L’approfondirsi del processo democratico potrebbe vederlo evolvere in una lotta per la giustizia economica e sociale. Allo stesso modo, lo sviluppo dei plenum non significa che vadano trascurate altre forme di organizzazione (ad esempio sindacati combattivi e altre diverse forme di iniziative antisistema informali, o gli stessi partiti anticapitalisti).

In ogni caso, anche se in questo momento in Bosnia-Erzegovina tutto si dovesse fermare, abbiamo realizzato parecchie cose. Bisogna ricordarsi che i maggiori cambiamenti sociali e politici non avvengono in un giorno e che le reali trasformazioni progressiste sono sempre difficili e scomposte, con molti passi falsi, tentativi ed errori. Tuttavia, in ogni caso, la sinistra internazionale deve prestare particolare attenzione a questo paese, perché vi stanno accadendo cose di grande importanza. Cose che non sono importanti soltanto per i cittadini del paese e dell’area, ma per il mondo stesso – come fonte d’ispirazione e per capire come dobbiamo batterci per un mondo migliore.

 



[i]Docente presso l’Università di Zagabria (Croazia) e militante politico di sinistra. L’articolo è uscito in inglese nel sito http://roarmag.org, La traduzione dalla versione francese di Inprecor è di Titti Pierini,



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