Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Venezuela, scontro evitabile

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In Venezuela, uno scontro evitabile

 

La decisione del governo venezuelano di chiudere definitivamente il canale televisivo RCTV ha suscitato polemiche e scontri. Indubbiamente era un canale fazioso: nel 2002 aveva esaltato il golpe contro Chávez, e non mancava di attaccare il governo in ogni occasione; nel 2007 non gli era stata rinnovata l’autorizzazione per le trasmissioni in chiaro al momento della sua scadenza; aveva però potuto proseguire le emissioni via cavo. Ora la chiusura è stata motivata dalla CONATEL (Comisión Nacional de Telecomunicaciones) e dal ministro delle Opere Pubbliche Diosdado Cabello con il rifiuto di trasmettere “en cadena” un discorso di Chávez come avevano fatto tutte le altre emittenti. RCTV sosteneva di non essere tenuta a farlo, essendo una tv internazionale con una sede anche a Miami, mentre in realtà più del 70% dei suoi programmi erano prodotti in Venezuela. Il ministro l’accusava anche di non aver trasmesso l’inno nazionale, ma era evidentemente un sottoprodotto dell’altra accusa…

La principale obiezione del presidente della RCTV al provvedimento, è che la legge che ha determinato la chiusura del canale è di dicembre, mentre i calcoli sulla percentuale di emissioni venezuelane e straniere sono stati fatti sugli ultimi quattro mesi. Il canale aveva modificato i palinsesti subito dopo la promulgazione della legge, che quindi non poteva essere applicata in base all’art. 24 della costituzione che stabilisce che “nessuna disposizione legislativa avrà effetto retroattivo”.

Lasciando ai legali la discussione su questi aspetti formali, vorrei sottolineare un aspetto sostanziale.

Questa misura ha inasprito il clima politico in un momento difficile per l’inflazione e la svalutazione del bolivar, provocando manifestazioni di protesta ma anche di sostegno alla decisione governativa, in cui due studenti chavisti sono rimasti uccisi. Era indispensabile prendere questa misura – forse neppure formalmente del tutto regolare – per colpire quella che è solo una delle tante TV ostili al governo? Il ministro Cabello, detestato dalle sinistre bolivariane (ma anche dagli elettori, che non l’hanno rieletto come governatore nello Stato di Miranda) per il suo ostentato arricchimento e il suo autoritarismo, probabilmente non si è reso conto che la misura poteva apparire all’interno come una ritorsione meschina nei confronti di un oppositore fazioso, ma poteva essere bollata a livello internazionale come un passo verso la dittatura…

Diosdado Cabello è stato in molti momenti difficili al fianco di Hugo Chávez, che evidentemente se ne fida totalmente, ma è stato spesso anche un cattivo consigliere. È stato ad esempio uno dei responsabili della pesante burocratizzazione del PSUV, un partito che appena nato, quando non aveva ancora un programma e uno statuto, aveva già una Commissione disciplinare, affidata proprio a Cabello (e chi avrebbe potuto controllare questo "controllore", di cui molti denunciavano il rapidissimo arricchimento?).

Per questo, indebolito e non rafforzato dalle espulsioni di chi osava proporre una visione diversa, il PSUV fece una figura meschina al referendum sulle modifiche alla costituzione del dicembre 2007, in cui non solo perse ben tre milioni degli elettori che appena un anno prima avevano votato per riconfermare Hugo Chávez alla presidenza, ma ebbe addirittura due milioni di voti in meno rispetto al numero di iscritti al partito, suscitando molti dubbi sulla sua vitalità e sul carattere spontaneo del tesseramento.

La situazione è grave, per le minacce esterne che vengono dal consolidarsi di un’area conservatrice e reazionaria dall’Honduras al Cile, passando ovviamente per la Colombia e il Perú, ma soprattutto per le difficoltà interne dovute alla stabilizzazione verso il basso del prezzo del petrolio, e un’inflazione pericolosa che – insieme al razionamento dell’energia elettrica - può generare malcontento. Francamente irrigidire lo scontro con avversari magari molesti, nell’illusione di poter ricompattare i propri sostenitori deviando la loro attenzione dai problemi economici e sociali più scottanti, potrebbe essere un errore pagato caro nelle elezioni di settembre... (a.m. 29/1/2010)

 

 

A integrazione del mio breve articolo, riporto qui di seguito un interessante intervento del sociologo Edgardo Lander sugli stessi temi. Di Lander, in lingua originale, si veda anche , sul sito l’intervista su Chávez rilasciata a Franck Gaudichaud: Lander y Chávez.

P.S. Il testo di Lander, inserito ieri sul sito, è apparso poi il 31/1 anche su "il manifesto".

 

 

VENEZUELA

CORTOCIRCUITO DEL CHAVISMO

Antonio Martins

IPS/TerraViva, Porto Alegre, 27-1-2010

Htto://ipsnoticias.net/

 

La “schizofrenia” del processo bolivariano è all’origine delle turbolenze che sta vivendo il Venezuela, stando al sociologo Edgardo Lander, che analizza le cause della nuova crisi del paese.

 

 

I prossimi sei mesi potrebbero ridisegnare il futuro politico di questo paese sudamericano, ha sostenuto il venezuelano Lander, dopo la sua partecipazione a un seminario di valutazione del primo decennio del Foro Sociale Mondiale della scorsa settimana a Porto Alegre.

Alla prima domanda, si agita il corpo di Lander, che sorregge un viso tirato, una testa allargata, con capelli grigi. Il sociologo si muove sulla sedia, prorompe in un sospiro e comincia a descrivere dettagliatamente quello che non compare quasi mai nei mezzi di comunicazione di massa, che vedono nel presidente Hugo Chávez un demone da esorcizzare, né in quelli della sinistra che lo rappresentano di solito come un angelo redentore.

«Il processo politico venezuelano continua ad essere contrassegnato da una profonda “schizofrenia”, sostiene il professore dell’Università Centrale del Venezuela e membro del Consiglio Latinoamericano di Scienze Sociali (CLACSO).

«La mobilitazione sociale che si è innescata fin dall’avvento di Chávez (nel 1999) ha risvegliato dall’apatia la maggioranza della popolazione, che si sente padrona del paese. Milioni di persone, prima sottomesse, intendono esprimere un’opinione. E lo fanno nei Consigli comunali, nei comitati per l’acqua, negli spazi aperti per discutere le politiche sanitarie e scolastiche». Ma «la mobilitazione è stata innescata dallo Stato e dipende molto da questo», prosegue Lander, uno dei principali animatori dei Fori Sociali delle Americhe.

Ad esempio, spiega, «I Consigli comunali, banco di prova del nuovo processo politico, erano abituati a prendere sul serio tutte le proposte di dibattito lanciate dal presidente».

«Che cosa fare, tuttavia, se nel pieno di un’intensa polemica i membri del  Consiglio aprono la televisione e vedono il presidente annunciare di avere già deciso sulla questione che si stanno impegnando a discutere? Non è logico che si sentano semplici marionette?».

A giudizio di Lander, le varie crisi che investono attualmente il Venezuela sono, bene o male, connesse alla peculiare natura del chavismo, che fa appello all’iniziativa dal basso per affrontare il conservatorismo delle élites. Ma non ha voluto, o non è stato in grado – almeno per ora – di liberare la maggioranza anche del suo stesso grande capo… Questo, però, genera inefficienza, conformismo e personalismo, argomenta il sociologo.

La crisi elettrica è sintomatica. La mancanza di energia elettrica sta diventando sempre più grave, non ha soluzioni a breve scadenza e provocherà interruzioni che potrebbero ostacolare l’economia, avverte Lander. Ci si attendono misure entro breve: c’erano interruzioni di corrente di quattro ora al giorno, per cinque giorni la settimana, sia per l’uso domestico sia per il settore produttivo. C’è una causa naturale: la prolungata siccità. Devastante per un paese in cui il 70% dell’elettricità dipende dall’energia idroelettrica. Il bacino del Guri – posto sopra il fiume Caroní, nel sud-est del paese e dal quale dipende oltre la metà dell’energia prodotta – sta abbassandosi di 11 centimetri al giorno.

Agli inizi di questa settimana, Chávez ha lanciato una richiesta di emergenza al suo corrispettivo brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, sollecitando l’invio di esperti per cercare di trovare vie d’uscita.

In un paese dalle abbondanti risorse idriche, tuttavia, non si può dare la colpa solamente al clima- Come era accaduto in Brasile agli inizi del XX secolo, le ragioni delle interruzioni stanno anche nell’inefficienza, nell’incapacità di pianificazione e nella carenza amministrativa.

«Una delle manifestazioni della cultura personalistica è ritenere che, per dirigere bene un’impresa o un settore economico, basti l’impegno politico», sostiene Lander.

Sul piano economico, il secondo grosso problema venezuelano è il pericolo di inflazione e di destabilizzazione provocati da una grossa svalutazione della moneta locale rispetto al dollaro.

L’8 gennaio scorso, il governo si è visto costretto ad abbandonare la politica del cambio fisso mantenuta in piedi dal 2003, e la quotazione di 2,15 bolivares per dollaro introdotta nel 2005. Sul mercato nero, la divisa statunitense costava il doppio e un volume sempre crescente di transazioni avvenivano al di fuori dei canali legali.

La svalutazione della moneta è stata del 100%, con il dollaro che è passato a valere 4,30 bolivares per la maggioranza delle operazioni economiche, tranne un esiguo paniere di beni di prima necessità (prodotti alimentari e farmaci) e gli acquisti governativi, che godono della quotazione di 2,60 bolivares per dollaro.

Per un’economia che importa quasi tutto, la tendenza è quella al precipitare dell’inflazione. I ceti medi si sono affrettati a fare acquisti, determinando problemi di rifornimento.

Secondo Lander, il chavismo replica errori di precedenti governi non affrontando l’enorme dipendenza del paese dal petrolio. Negli anni in cui il prezzo del combustibile era salito alle stelle sul mercato internazionale, in Venezuela entravano tanti dollari che il paese si era concesso il lusso di comperare tutto all’estero. Ora, però, come affrontare uno scenario in cui si combinano razionamento di energia, disorganizzazione economica e inflazione galoppante?

Per Lander, l’asse della crisi si sposta a causa delle elezioni politiche del prossimo settembre.

L’opposizione – sostiene – ormai non commette più gli errori puerili in cui è incorsa in passato, quando è arrivata ad abbandonare la competizione ed è rimasta fuori dal parlamento. Ora ragiona a medio e lungo termine. Non cercherà di trasformare le proteste di strada delle ultime settimane in un colpo di Stato, come ha fatto nell’aprile 2002. Nei prossimi mesi rimarrà unita e si articolerà.

A seconda della profondità della crisi economica, non è da escludere che l’opposizione ottenga la maggioranza nel Congresso, col risultato che il presidente sarebbe privo del controllo che esercita ora sullo Stato, in un momento cruciale per il suo progetto politico.

Come reagirebbe il chavismo se si concretizzasse questa eventualità?, ha chiesto TerraViva. Qui sta l’incognita, e in certo qual modo la speranza, ha risposto Lander. Da un lato, vi sarebbero settori disposti a disconoscere l’esito delle urne e sostenere che il “processo rivoluzionario” deve andare avanti a tutti i costi. Dall’altro, però, c’è tempo per correggere. Non si tratta di abbandonare tutte le conquiste acquisite. Occorrerebbe, perciò, un potere meno personalistico, più aperto alle divergenze e all’esigenza di intrecciare alleanze sociali e politiche. Nella migliore delle ipotesi, il chavismo riconoscerebbe che per, continuare a sorreggersi sulle masse, deve di fatto ammettere che queste debbono essere autonome.

Il processo bolivariano sarà capace di compiere questo passo in avanti? «Da questa importante domanda, ancora senza risposta, dipende il futuro immediato del Venezuela», ha concluso Lander.

 

(Inviato da Boletín solidario de información, Colectivo Militante, Montevideo, traduzione di Titti Pierini)

 



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