Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Cina e Ecuador

Cina e Ecuador

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La Cina alla conquista dell’America Latina: l’Ecuador

 

La vittoria di Rafael Correa in Ecuador aveva suscitato nel 2006 molte speranze, soprattutto perché lo stesso presidente, e molti dei suoi più stretti collaboratori, a partire dall’economista Alberto Acosta, avevano espresso idee originali e stimolanti sia sul rifiuto del debito iniquo ereditato da regimi screditati e dipendenti, sia sulla tutela dell’ambiente, che è uno dei più affascinanti dell’intero continente, ma che aveva cominciato ad essere intaccato dall’azione irresponsabile delle grandi compagnie petrolifere, ENI inclusa. Tra le ragioni del successo di Correa, che fino a pochissimi anni prima non si era occupato di politica, ci fu proprio l’appoggio convinto del vivace settore ecologista e delle organizzazioni degli indigeni andini e amazzonici, in prima linea nella difesa del loro ambiente naturale caratterizzato da una eccezionale biodiversità.

 

Presto però erano nati i primi screzi nel governo, e il progetto iniziale di lasciare sotto terra il petrolio nelle zone forestali da tutelare aveva cominciato a scontrarsi con difficoltà oggettive e resistenze interne. Il progetto, che aveva attirato l’attenzione mondiale sull’esperienza ecuadoriana, aveva bisogno dell’appoggio di alcuni paesi europei molto impegnati (a parole) nella difesa della natura, che avrebbero dovuto finanziare con un modico contributo (la metà del prevedibile ricavato netto di una pericolosa ma anche costosa estrazione) la scelta di bloccare le esplorazioni in quello che veniva definito il polmone del mondo. Ma questo appoggio non c’è stato, o è stato di gran lunga inferiore al previsto. Correa dapprima si era scontrato con Esperanza Martínez, prestigiosa portavoce dell’organizzazione “Acción Ecológica”, alla quale aveva revocato il riconoscimento come ONG (solo dopo le proteste di altre associazioni ambientaliste come “Friends of the Earth” e Greenpeace, e di moltissime personalità internazionali, il provvedimento è stato ritirato), ma soprattutto aveva cominciato a prendere le distanze da molti suoi collaboratori, prima Acosta, poi molti altri, tra cui Roque Sevilla, il direttore della Commissione tecnica del progetto di salvataggio della riserva Yasuní-ITT (Ishpingo Tampococha Tiputini), e alla fine anche il ministro degli esteri Fander Falconí, che si è dimesso proprio per divergenze sull’atteggiamento da tenere nei confronti dei paesi che avrebbero dovuto finanziare il piano, e che a volte secondo Correa ponevano condizioni inaccettabili. Sgradevole l’attacco mosso intanto da Correa agli “ecologisti infantili”, che “vorrebbero gli uccelli vivere felici tra gente che muore di fame”. E pesante la definizione delle associazioni indigene, “che quando conviene stanno in uno Stato di diritto chiamato Ecuador, quando non gli conviene sono una nazione a parte, diretta con proprie regole”.

Il problema è che l’assemblea costituente aveva varato una costituzione bellissima, piena di riconoscimenti dei diritti della natura, dell’acqua, della biodiversità, definiti beni inviolabili. Ma l’applicazione è stata subito molto deludente. Nel settembre 2009 Correa si è urtato con il partito Pachakutik e il sindacato Conaie, associazioni indigene, che lo avevano sostenuto inizialmente. In alcune zone ci sono stati degli incidenti che hanno provocato un morto e molti feriti, e che hanno fatto temere che la situazione degenerasse analogamente a quanto avvenuto poco prima in Perú, dove i morti erano stati decine, compresi diversi poliziotti. Correa era stato accusato di aver permesso la privatizzazione dell’acqua, calpestando la costituzione che lui stesso aveva proposto, e che definisce l’acqua un bene comune sottratto a ogni commercializzazione. In realtà ci sono settori dell’apparato statale che non si preoccupano molto della bellissima costituzione e realizzano accordi sottobanco con società private di vari paesi. Insomma l’acqua è definita “bene pubblico inalienabile” ma le compagnie che ne gestiscono la distribuzione la fanno pagare lo stesso cara.

Dopo questi incidenti, molto pericolosi in un paese in cui l’esercito – nonostante alcune destituzioni di alti ufficiali - ha legami di lunga data con quello colombiano, potenziale gendarme del continente per conto degli USA, e la polizia è rimasta quella di prima, spesso legata a filo doppio con grandi proprietari e compagnie multinazionali, Rafael Correa ha sollecitato un incontro immediato con le associazioni indigene, che si è svolto nel palazzo presidenziale assediato da migliaia di indios giunti a Quito per sostenere la delegazione, e ha ottenuto una tregua almeno temporanea.

Ora però “Acción Ecológica” ha lanciato un nuovo appello, denunciando un’altra clamorosa violazione della costituzione, questa volta in nome del santo petrolio. Viste le difficoltà nelle zone andine ed amazzoniche dove la CONAIE e altre organizzazioni indigene sono ben radicate, un nuovo potenziale acquirente, questa volta cinese, ha preferito puntare sulla costa, dove in passato non c’era un’analoga presenza di ambientalisti, e dove pensava di trovare minore resistenza. Al ministero dell’Ambiente, di resistenza non ce n’era stata molta, e con la massima segretezza un accordo stipulato nel dicembre 2008 tra la Petroproducción, filiale di Petroecuador, e la cinese SINOPEC (International Petroleum Service Ecuador S.A.) aveva cominciato a essere messo in pratica, nonostante risultasse in contrasto con la tutela del Sistema Nacional de Áreas Protegidas, Bosques protectores y Patrimonio Forestal del Estado e fosse stato preparato in fretta e furia.

La prima fase prevedeva l’esplorazione sismica della costa di sei province: Esmeraldas, Manabí, Guayas, Santa Elena, El Oro e Los Ríos. La prima di queste province è governata da un partito di origine maoista, che sostiene criticamente Correa, e ha buone tradizioni di organizzazione della popolazione, che a differenza del resto del paese è prevalentemente nera.

Giocando sulla insufficiente sensibilizzazione ecologica della popolazione, che non aveva conosciuto come la regione amazzonica le devastazioni provocate dall’estrazione del petrolio (anche se ne ha altre, per l’insensata distruzione della costa a mangrovie per istallare allevamenti di gamberi, unita agli effluvi di una vecchia raffineria del petrolio estratto nell’interno del paese e portato nella baia di Esmeraldas), i rappresentanti della SINOPEC hanno cominciato a far firmare ai contadini della zona dei fogli con autorizzazioni al passaggio, senza spiegare che lo scopo era non una generica esplorazione, ma la realizzazione della prima fase dell’estrazione: le esplosioni nel sottosuolo. In alcuni casi avevano cominciato il lavoro ben prima di avere l’autorizzazione del ministero.

Alcuni degli interpellati hanno istintivamente rifiutato di firmare, altri hanno accettato, salvo accorgersi presto che non si trattava di una passeggiata nei loro campi per osservare il paesaggio, ma di una serie di perforazioni, per inserire cariche esplosive, e non per effettuare un semplice prelievo di strati profondi del suolo. Le cariche, a volte, erano state collocate per la fretta quasi in superficie, e i proprietari dei terreni che l’avevano trovate le hanno estratte e portate alle autorità per denunciare il sopruso. Ma avevano scoperto che il ministero dell’ambiente dava per realizzata una “consultazione previa” della popolazione, che non c’era stata affatto. La “rivoluzione cittadina”, insomma, ha scritto un’ottima costituzione, in cui all’articolo 398 c’è scritto che “ogni decisione o autorizzazione statale che possa avere ripercussioni sull’ambiente dovrà essere sottoposta a una consultazione della comunità, a cui dovrà essere data ampia e opportuna informazione”, ma non ha neppure toccato l’apparato statale, che è rimasto quello di prima, e come tale si comporta.

Soprattutto nella zona di Esmeraldas molti contadini sono stati ingannati, perché a differenza degli abitanti dell’Amazzonia non conoscevano i termini usati dall’industria petrolifera: quando leggevano che “Petroproducción ha previsto di realizzare una prospezione sismica regionale usando tecnologie che consentano inizialmente di determinare possibili luoghi di interesse, in cui successivamente si possano realizzare studi con maggiore profondità e specificità”, credevano che si trattasse solo di un’indagine sulle risorse disponibili in un futuro lontano. Invece si trattava semplicemente della prima fase di un processo di estrazione del petrolio che – come sperimentato in Amazzonia - causa contaminazione delle acque, del suolo, dell’aria, condanna la biodiversità, provoca gravi malattie agli abitanti, perdite di coltivazioni e morte di animali domestici. Ovviamente le imprese si guardano bene dal far sapere che la fase successiva è la deforestazione,  l’erosione, il rumore, il dissesto dei suoli che possono provocare l’occlusione di falde acquifere e sorgenti, la contaminazione delle acque con i rifiuti degli accampamenti e i residuati delle esplosioni, che se effettuate in prossimità dell’acqua possono provocare anche la morte dei pesci. E, prosegue la denuncia fatta da Acción Ecológica”, non si tratta di “eccessi” dovuti a una cattiva utilizzazione della tecnologia: in nessuna parte del mondo esiste uno “sfruttamento pulito” delle risorse petrolifere, tale da non provocare danni. E uno di questi, il cambio climatico, è particolarmente grave in Ecuador e in tutto l’emisfero australe, dove la siccità ha creato una crisi energetica acuta che ha creato seri problemi soprattutto in Venezuela.

Il diritto alla resistenza

A mano a mano che gli abitanti delle zone costiere interessate scoprono l’inganno di cui sono stati vittime ad opera dell’impresa cinese, avida di petrolio ad ogni costo sociale, e dei funzionari locali, mal pagati e quindi ben disposti verso chi li ricompensa per la complicità, non rimane loro che aggrapparsi a un altro articolo della Costituzione, l’art. 98, che dice:”Gli individui e i collettivi potranno esercitare il diritto alla resistenza di fronte ad azioni o omissioni del potere pubblico o di persone naturali o giuridiche non statali che colpiscano i loro diritti costituzionali e possono chiedere il riconoscimento di nuovi diritti”. Ottimo.

Ma devono soprattutto collegarsi a tutte le resistenze organizzate contro la violenza al patrimonio ambientale portata avanti, dal Brasile all’Argentina, dalla Bolivia al Paraguay, da rapaci capitalisti locali e stranieri, tra i quali spiccano in questa fase i cinesi. Lo ricordiamo soprattutto a chi in Italia si illude ancora che dall’alleanza tra Cina, Russia, Iran ecc. possa venire una risposta utile ed efficace all’imperialismo statunitense.

(a.m. 2/2/2010)

 

NOTA: Una preziosa documentazione raccolta da “Acción Ecológica” e curata da A Sud, Carta, ecc., era stata pubblicata in Italia da Derive/Approdi nel 2006 col titolo Il sangue della terra. Atlante geografico del petrolio. Multinazionali e resistenze indigene nell’Amazzonia ecuadoriana.

Su queste vicende più recenti si veda nel sito, in lingua originale, il testo di Raúl Zibechi, Ecuador: la guerra por los bienes comunes, molto puntuale.

Sul sito di Limes si veda anche Ecuador: lo scambio petrolio-Co2 e la figura di Correa di Maurizio Stefanini.

Un mio articolo su Il petrolio ‘intoccabile’ dell’Ecuador è stato pubblicato invece nel fascicolo speciale di Limes dedicato a Il clima del G2 (novembre 2009).

 

P.S: Continuo a dare informazioni “scomode” sui limiti e le contraddizioni dei governi progressisti, che una parte notevole della sinistra preferisce ignorare. Ad esempio nel paese che ha il maggior peso nel continente, il Brasile, il portavoce di Lula ha appena annunciato, il 31 gennaio, un passo indietro sulla legalizzazione dell’aborto, lasciando cadere il progetto discusso finora perché “esprimerebbe solo la posizione delle organizzazioni femministe” e non il punto di vista di Lula. Inoltre si è deciso l’ampliamento dei compiti della prevista commissione di inchiesta “Sulla Verità”: non indagherà più solo sui crimini della dittatura militare, ma anche su quelli di chi ha tentato di combatterla con le armi, compresi alcuni membri dell’attuale governo. Sulla riforma agraria rinvio all’intervista inserita da poco nel sito: Lula: un bilancio. Ma molti, troppi compagni, continuano comunque a considerare il governo brasiliano nettamente di sinistra…



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