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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Elezioni brasiliane: la posta in gioco

Elezioni brasiliane: la posta in gioco

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Riproduco volentieri questo testo di Aldo Zanchetta, buon conoscitore e sincero amico dell’America Latina, che fornisce un’informazione accurata sulla posta in gioco nelle prossime elezioni presidenziali brasiliane: ben più dello scontro tra due figure femminili, come il suo titolo potrebbe far pensare. Raccomando a chi conosce lo spagnolo di leggere anche l’articolo che Zanchetta segnala alla fine, Brasil entre el “keynesianismo avergonzado” y el “neoliberalismo insolente” di Luciano Wexell Severo, che fornisce altre utili riflessioni e solleva tra l’altro forti dubbi sulla casualità dell’incidente aereo che ha aperto la strada a Marina. (a.m.30/9/14)

 

MARINA CONTRO DILMA, UNA ELEZIONE AL FEMMINILE

di Aldo Zanchetta[i]

Siamo ormai a una settimana dal primo turno delle elezioni brasiliane e la situazione resta quanto mai incerta. Inutile ricordare l’importanza di queste elezioni in un paese che gioca il ruolo di potenza regionale (sub-imperialista dice qualcuno, come già abbiamo analizzato) e con velleità di giocatore globale, data la sua appartenenza al cosiddetto BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), e in un momento quanto mai delicato della politica mondiale. Fra le poste in gioco la sopravvivenza del Mercosur a seconda di chi vincerà fra le due vedette elettorali, Marina e Dilma. 18 sono i candidati, ma due soli sono in lotta per la vittoria.

Cominciamo col ricordare il luttuoso episodio accaduto il 14 di agosto quando la avioneta del candidato del Partito Socialista Brasiliano (PSI), Eduardo Campos, è precipitata causandone la morte. Campos non aveva speranze di vittoria ma cercava un successo relativo che lo mettesse in pista per le elezioni del 2018. Malaugurato incidente, certo. Ma non tutti credono al fato. Non ci soffermeremo però sulle dietrologie ma sulle conseguenze che hanno sconvolto le previsioni che restringevano la lotta all’attuale presidente(a) Dilma Roussef e al candidato del Partito Socialista Democratico Brasiliano, PSDB, di opposizione e a destra malgrado la S, Aecio Neves. Vittoria praticamente certa per Dilma, nonostante il cambiamento di umore in corso nella società brasiliana, reso evidente dalle manifestazioni che si susseguono dal giugno 2013.

Candidata alla vice-presidenza scelta da Campos era la popolare e ondivaga Marina Silva, già ministra dell’ambiente di Lula, dal cui governo si era dissociata candidandosi nel 2008 per il Partito Verde, ottenendo un tutt’altro che disprezzabile 20% dei consensi. Figlia di una poverissima famiglia dello stato amazzonico dell’Acre, analfabeta fino all’adolescenza, compagna di lotta di Chico Mendes, oggi madre di quattro figli, aveva intrapreso la carriera politica a livello locale combattendo contro la corruzione dilagante nel suo stato e contro la devastazione ambientale, salendo la scala politica fino a diventare ministra del PT, partito poi abbandonato in polemica con le politiche ambientali ‘luliste’.

Successivamente candidata presidenziale per il Partito Verde,Maria Osmarina Marina Silva Vaz de Lima aveva tentato di fondare un suo partito per candidarsi alle presidenziali attuali. Fallito il progetto, aveva accettato la candidatura a vice-presidente offertagli abilmente da Edoardo Campos, che sapeva che Marina avrebbe apportanto un buon numero di voti. Morto questi, Marina è stata scelta come sostituta candidata, non senza contrasti nel partito PSB.

Imprevista la morte di Campos, imprevisto il primo sorprendente favore con cui l’opinione pubblica aveva accolto la sua candidatura. I primi sondaggi la davano testa a testa con Dilma, entrambe col 44%, ma con Marina vincente al secondo turno per l’apporto dei voti dati a Neves al primo. Un vero terremoto, che metteva fuori gioco lo stesso Aecio Neves. Oggi la situazione si è riequilibrata in favore di Dilma, ma la necessità del ballottaggio sembra restare, in un paese dove i sondaggi pre-elettorali sembrano concordi su un punto: il 70% dei cittadini chiede un cambiamento di fronte alle molte contraddizioni che emergono dopo tre governi del PT, il partito dei lavoratori. Cambiamento da ottenere tramite il cambiamento del PT, o col cambiamento delle figure del potere? Qui forse l’enigma da sciogliere.

Da due amici brasiliani ho avuto due input diversi che riferirò perché mi sembrano significativi.

Uno, con una forte sensibilità sociale, vive in Acre, lo stato dove Marina ha iniziato la sua carriera; non voterò per Marina, mi ha scritto, nunca (mai) e mi ha elencato sette ragioni principali (imprevedibilità politica, con 4 cambi di partito a suo carico; già cattolica è passata al protestantesimo cambiando già tre chiese nel suo ampio spettro interno; programma elettorale fotocopia di quello di Aecio Neves; stretti legami con la famiglia Setubal che controlla la maggiore banca privata del paese, il Banco Itaú…). E conclude: “La veritá é che il popolo brasiliano si é rotto con la forma di governare della vecchi politica: ma come fare per cambiare? Personalmente ritengo che tra i candidati a Presidente, nei dibattiti pubblici, chi si distacca sia il candidato del PV (Partito Verde), Eduardo Jorge: però se resta solo nelle idee e nei buoni propositi di chi non ha visibilità nazionale, che vuoi fare?”.

Il secondo è carioca (cioè di Rio de Janeiro). Solida formazione marxista, valente economista, spesso mi ha mandato testi criticanti la politica economica prima di Lula e poi di Dilma. Ad iniziare dalle manifestazioni del 2013 ha cominciato però a ridurre le sue critiche ed ora, di fronte alla paura del successo di Marina, è tornato a essere decisamente filo-governativo. A una mia richiesta di giudizio su un interessante articolo contenente un’analisi molto articolata con riconoscimenti ma anche critiche al governo e al PT, ha risposto: ”Non mi piace molto il tipo di critica fatta nell’articolo. Penso sia necessario fare la distinzione fra la politica di un partito e la pratica di un partito al potere in un paese tanto eterogeneo e diversificato come il Brasile. Penso che essere di sinistra significhi lottare per più uguaglianza sociale e per una politica anti-imperialista. Grosso modo Lula e Dilma hanno fatto questo. Appena avrò più tempo scriverò più ampiamente”.

Si, è un punto di vista legittimo. Ma… Potrei rispondere che il Brasile è a sua volta un paese sub-imperialista, come esposto in precedenti analisi, e che su questo Lula e Dilma non si sono molto peritati a premere in tal senso sui paesi vicini. E che in parte la strada verso l’uguaglianza sociale è stata realizzata con sussidi ai poveri (40 milioni di persone soprattutto nel nord-est), non con un reale mutamento strutturale della situazione della classe più indigente. Ma il discorso è assai più complesso. E altro ancora si potrebbe obiettare, ma so bene che le cose troppo lunghe non vengono lette. Alcune le ho già scritte (mininotiziari di quest’anno n.5, 7, 8, 13) e altre le scriverò dopo le elezioni.

Un terzo input mi è venuto da un popolare leader sociale di un paese vicino, che sente i morsi del sub-imperialismo brasiliano, e lettore del mininotiziario. In un primo articolo che mi ha girato si parla di Marina come “terza via” ma tutta interna al sistema, e in una successiva mail mi consiglia: “Nella tua prossima analisi guarda con attenzione alla candidata del PSOL (il partito di sinistra nato da una scissione nel PT), Luciana Genro.” Certo, ho grande rispetto per alcune figure del PSOL come  Heloísa Helena o Plínio de Arruda Sampaio. Ma il PSOL non è in corsa per la vittoria. In un recente articolo un commentatore di cui apprezzo spesso le analisi, Bruno Lima Rocha, lamenta infatti “la disorganizzazione del tessuto sociale e la segmentazione della sinistra elettorale.” E ricorda come i tre partiti della sinistra non siano riusciti a concretizzare una unione elettorale (“PSOL, partito riformista che tenta di occupare lo spazio dell’antico PT nello scenario elettorale, PSTU, partito troskista-morenista e PCB, frazione residua dell’antico partito di linea moscovita oggi riconfigurato come una nuova sinistra”.)

Troppi temi restano fuori, come detto sopra. Occorrerà ritornarci dopo le elezioni.

Un ultimo punto, che necessiterà anche questo di ulteriori analisi, pena l’apparire superficiali. La situazione economica -che l’opinione pubblica italiana, male informata o lenta per inerzia propria a seguire le mutazioni, ritiene essere in continuità a successi con gli anni recenti- presenta oggi segnali preoccupanti. L’inflazione, al 6,2% (non drammatica in un paese che ha conosciuto situazioni ben peggiori, ma che sembravano ormai sotto controllo); un tasso di cambio irreale  e tassi di interesse bancari sopra il 10%,

Il PIL, che nei due governi Lula era cresciuto rispettivamente con una media annua del 3,5 e del 4,6%, nel 2012/13 è cresciuto annualmente solo del 2% ma quest’anno è calato dello 0,2% nel primo trimestre  e dello 0,6% nel secondo, entrando ufficialmente in “recessione tecnica” (due trimestri consecutivi con PIL negativo). Il paese vede sempre più l’economia riprimarizzarsi facendo perno sull’esportazione di materie prime grezze mentre l’industria nazionale è sempre più in affanno a causa dell’apertura alle merci cinesi e del cambio real/dollaro. E a causa della crisi il prezzo delle materie prime esportate sta sensibilmente calando. Così l’immancabile Moodys ha abbassato il giudizio sul paese a negativo.

Secondo un osservatore (vedi in calce il riferimento) la politica economica del governo, volente o nolente, è imperniata nel cosiddetto tripé, che si articola in tasso di interesse, tasso di cambio e controllo della spesa pubblica. Il tasso di interesse alto –“il più alto del pianeta”- é ben oltre il 10%, quindi sfavorevole per gli investimenti ma necessario per evitare un flusso di moneta verso l’estero e per controllere l’inflazione (oggi attorno al 6%). Il tasso di cambio è sopravalutato (1 dollaro costa 2,3 reali ma secondo gli industriali dovrebbe costare fra i 3,5 e i 4 reales) ostacolando le esportazioni. Il controllo stretto della spesa pubblica è necessario per mantenere alto il “superavit primario” necessario per ripagare l’alto “servizio del debito” la cui entità si ostina a non calare.

Un quadro economico se non ancora drammatico, neppure roseo, e questo alimenta incertezza e preoccupazione nell’elettorato. Vincerà il desiderio di cambiamento o l’incognita che questo comporta?

Una conclusione brutale suggerita dal titolo di giornale: Marina la candidata di Obama, Dilma la candidata di Lula. La realtà però è sempre più complessa dei semplici slogan, anche se contiene una parte di verità. In questi ultimissimi giorni, in corrispondenza della risalita di Dilma nei sondaggi, cala la borsa… qualcuno preferisce il cambiamento, ovviamente. Non sono i miei preferiti. Eppure non sono un “lulista”.

PS L’articolo che avevo sottoposto al giudizio dell’amico brasiliano e che disegna un ampio panorama, condivisibile o meno, ma interessante, è  Brasil entre el “keynesianismo avergonzado” y el “neoliberalismo insolente” di Luciano Wexell Severo(CTRL + clic)



[i] MININOTIZIARIO AMERICA LATINA DAL BASSO n.14 del 30 settembre 2014,  a cura di ALDO ZANCHETTA - www.kanankil.it / Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . Questi documenti sono diffondibili liberamente, interamente o in parte, purché si citi  la fonte

 



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