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Polemiche a Cuba

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Polemiche a Cuba

Roberto Fernández Retamar, uno dei più noti scrittori cubani, nega di essere l’autore di un testo che circolava da mesi con la sua firma, sulla “Crisi di valori a Cuba”

 

Roberto Fernández Retamar, intellettuale da sempre fedele al regime, presidente della prestigiosa Casa de las Americas, non era noto per il suo coraggio: il suo vecchio amico Walterio Carbonell, lo aveva accusato anni fa di vigliaccheria in un’appassionata assemblea dell’UNEAC, la Unión de Escritores y Artistas de Cuba. D’altra parte Retamar aveva evitato di prendere parte ai dibattiti sul “quinquennio grigio” che si erano sviluppati nell’intellighenzia cubana a partire dal gennaio 2007.

Ma dal 13 agosto circolava a Cuba, in forme varie, un testo con la sua firma e il titolo: ¿Crisis de valores en Cuba?, che poneva parecchi problemi con lo spirito di un comunista fedele alla rivoluzione, ma molto preoccupato, al punto che concludeva togliendo il punto interrogativo…

Il testo era pervenuto alla rivista canadese in lingua spagnola (non ostile a Cuba) “cañasanta.com. Revista sobre arte y literatura latinoamericana”, che l’aveva messo in rete dato che il testo era arrivato da una “fuente fidedigna, directamente desde Casa de las Américas”, che autorizzava la pubblicazione. Successivamente erano apparsi sulla rivista on line diversi commentari che esprimevano dubbi sul testo (già disponibile cliccando qui texto). Più tardi arrivava anche una singolare smentita di Roberto Fernández Retamar, che riproduco integralmente:

 

 

Noviembre 03, 2009

 

A QUIEN PUEDA INTERESAR:
Están circulando unos textos aparentemente firmados por mí que no son de mi autoría. Les ruego que tomen en consideración esta aclaración. Algunos amigos se han dado cuenta de que no he podido escribirlos. Pero son muchos y muchas más quienes no me conocen y pueden caer en el error de tomar dichos textos por auténticos, lo que no son.

Cordialmente,

Roberto Fernández Retamar

 

 

La formula è strana: a partire dall’intestazione “A coloro a cui può interessare”; la dichiarazione inoltre non precisa a quali testi si riferisce: come si fa a capire quali sono “certi testi” firmati da un autore che ha pubblicato decine di libri e migliaia di articoli?

Uno dei commenti più interessanti è stato fatto da Tania Díaz Castro, una giornalista indipendente che ha conosciuto bene fin dal lontano 1960 Retamar, anche se da tempo hanno fatto scelte molto diverse.

A lei l’articolo era parso subito autentico, e non aveva condiviso i dubbi di quelli che – memori del giudizio sprezzante di Carbonell - escludevano che Retamar potesse avere avuto il coraggio “di scendere dall’autobus in corsa”. Casomai la Díaz Castro propendeva per la tesi che il testo fosse stato messo in circolazione dalla Seguridad per vedere chi lo approvava e lo diffondeva.

In base alla sua lunga esperienza (era stata “membro fondatrice” dell’UNEAC), pensava che casomai la Seguridad poteva averlo addirittura commissionato come “rapporto riservato” a Roberto Fernández Retamar, come spesso aveva fatto in passato con diversi intellettuali sicuramente leali, su temi che interessavano al governo. E il testo, infatti, pur contenendo alcune verità amare, e un bilancio severo, non è quello di un “dissidente”.

Dopo la smentita Tania Díaz Castro si domanda ironicamente se furono davvero - come Retamar scrive - “alcuni suoi amici” a rendersi conto che “non aveva potuto scrivere quelle cose”… E se erano suoi amici, perché avrebbero aspettato tanto ad avvertirlo perché potesse fare la smentita pubblica? E, soprattutto, quale mano estrasse il rapporto riservato da un computer e lo fece arrivare su internet? Ma alla fine la Díaz Castro si domanda se è stato davvero Retamar a scrivere questa “pallida e tardiva smentita”… E pensa che prima o poi si saprà.

 

Ho deciso di inserire sul sito questo testo, indipendentemente dalle polemiche su chi l’ha scritto. Ha fatto così anche la rivista basca “Hika”, e d’altra parte così ha fatto anche la stessa rivista cañasanta.com, che l’ha lasciato anche dopo la smentita, pur togliendo il nome. Se a scriverlo non è stato davvero Roberto Fernández Retamar, o se l’ha scritto e l’ha poi ritrattato con quella formula reticente, importa poco (se non per il giudizio sul coraggio dell’uomo), mentre le osservazioni e le riflessioni contenute nel testo contribuiscono utilmente al dibattito su Cuba oggi.

 

 

In ogni caso raccomando di leggere sul sito, come integrazione, alcuni testi su Cuba già inseriti, come Soledad Cruz (che ha in appendice un resoconto sul dibattito del 2007) e Alonso Una voce da Cuba, poco visitati ma interessanti, non meno di Cuba: non solo il bloqueo. In più, uno inserito contemporaneamente a questo, Alonso: Dove andiamo?

Per avere una panoramica generale degli scritti su Cuba inseriti nel sito, usare il link Cuba

 

 

Appendice

Crisi di valori a Cuba?

Premessa

Ho preferito selezionare alcune parti dal lungo testo di oltre 40.000 battute perché proprio l’inizio mi sembrava prolisso e retorico. Non è una censura, dato che è disponibile integralmente in lingua originale, ma al massimo un po’ di fastidio per quello che nella prima parte poteva sembrare uno sfogo di un ottantenne per “l’evidente abbandono dei buoni costumi, delle tradizioni, delle norme morali e di convivenza sociale e mutuo rispetto dei diritti altrui” e poi via elencando la crescente “mancanza di rispetto della proprietà sociale, dell’attenzione all’ambiente, alle persone anziane…” e perfino i difetti e le mancanze, soprattutto tra i giovani, rispetto ai valori della Storia Patria, della lingua materna. Insomma ero stato tentato io stesso di non proseguire, e non volevo che accadesse lo stesso ai visitatori frettolosi del sito.

Tuttavia, proseguendo oltre le prime pagine, Roberto Fernández Retamar, o chi ha scritto col suo nome, cominciava ad affrontare le cause di un simile deterioramento della società cubana, ricercandole nel “complesso processo di influenze e condizionamenti psicologici, sociologici, pedagogici, morali, educativi, economici e in generale sociali, che comincia con la vita stessa e si estende per tutta la sua durata, nel corso della quale si legano intimamente istituzioni diverse come la famiglia, la comunità, la scuola, il centro di lavoro, la società nel suo insieme e lo Stato, attraverso tutto il suo apparato amministrativo, politico e giudiziario”. All’interno di questo processo “si combinano differenti metodi e procedimenti educativi, di stimoli e influenze, che interagiscono con il Sistema Educativo Nazionale e con i libri di testo”.

Tra questi metodi, osserva, “spicca, prima di tutto, l’esempio del comportamento di tutti coloro che, in qualsiasi modo e da qualsiasi livello o posizione, esercitino – o pretendono di esercitare – la funzione di educatore”.

Il testo prosegue citando alcuni studi pedagogici recenti che affermano che “i valori, in generale, e quelli morali in particolare, non possono essere inculcati, ma si forgiano attraverso un complesso processo educativo” in cui operano molti soggetti oltre alla famiglia e la scuola. Dopo tutta questa lunga premessa abbastanza scontata, l’autore entra nel vivo della questione.

“Dunque, visto tutto quanto abbiamo detto, si impone una domanda: che cosa ha a che vedere tutto questo con una possibile crisi di valori a Cuba? Cominciamo a questo punto a spiegarlo secondo il nostro punto di vista.

La perdita di valori morali nella società cubana che oggi, senza dubbio, riveste un carattere non solo generazionale ma anche progressivo, a mio parere potrebbe avere un’origine più lontana e profonda nelle conseguenze della violazione continua del principio di distribuzione socialista, «da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo lavoro», a cui abbiamo accennato già in precedenti lavori.

Nella stessa misura in cui il salario si è svincolato dalla quantità e qualità del lavoro apportato da ciascuno, il salario ha cessato di essere uno stimolo per aumentare e perfezionare l’attività lavorativa, cospirando al tempo stesso contro la possibilità che nascesse una nuova coscienza sociale.”

L’autore prosegue ricostruendo senza acredine le speranze del primo periodo della rivoluzione nella crescita di una nuova coscienza a mano a mano che si creava “la base economica del socialismo”.

“La prolungata impossibilità di soddisfare i bisogni della popolazione, aumentati dai rigori dell’interminabile blocco economico, insieme ai ripetuti errori nella direzione dell’economia a livello nazionale, e alle periodiche catastrofi naturali, che in larga misura hanno sempre contribuito a occultare le responsabilità di molti per le cattive decisioni economiche, a cui si sono aggiunte anche le deficienze nel sistema educativo, hanno fatto in modo che, a poco a poco, la gente delle generazioni emergenti si disinteressasse a quel futuro luminoso promesso fin dai tempi dei suoi nonni, e che non arrivava mai, anzi sembrava ogni volta più lontano, fino a convertirsi per i giovani di oggi in una chimera in cui credevano sempre meno. E non vedendo soluzioni ai propri bisogni materiali essenziali, a poco a poco hanno smesso di aver fiducia nel discorso ufficiale, disinteressandosene, e mettendo in primo piano i propri interessi individuali. Non dimentichiamo che la miseria materiale genera, nella maggior parte dei casi, miseria spirituale”.

Dopo aver ribadito la fede nell’affermazione marxista «l’uomo pensa come vive», e ricordato che in un così lungo e tortuoso periodo di transizione le persone continuano a vivere dentro il capitalismo, Retamar o chiunque abbia scritto il testo arriva a un’osservazione ben più inquietante:

“Il risorgere dell’individualismo tra le nostre giovani generazioni (…) ha anche molto a che vedere con le deformazioni sorte per effetto dell’opportunismo e della corruzione che gradatamente hanno minato la società cubana attuale. Il fatto che quelli che hanno incarichi di direzione sul terreno politico, economico o amministrativo, e anche i loro familiari, godano di benefici negati al resto della popolazione, è una pratica che si è trasformata in una legge non scritta, ma applicata più rigorosamente della Costituzione della Repubblica, consacrando nella pratica i diritti alle disuguaglianze e ai privilegi ereditari, e determinando un modo di pensare e di fare sommamente pragmatico, individualista, egoista e opportunista nelle nuove generazioni che gradatamente si sono susseguite in questi cinquanta anni, le quali, a partire dai cattivi esempi ricevuti dalla società, hanno finito per acquisire la convinzione che l’unica maniera per soddisfare le proprie necessità è quella di poter arrivare ad assumere un incarico importante, e per questo la strada migliore è la simulazione, l’adulazione e la fedeltà cieca ai capi che possono aiutarli a far carriera”.

Successivamente il testo si dilunga sugli effetti negativi della propaganda imperialista che ha tentato di fare breccia sulla popolazione cubana, approfittando delle difficoltà oggettive provocate dal bloqueo, ma anche “di tutti nostri errori e deviazioni”. Ma sono stati poi gli opportunisti e i corrotti disseminati in vari posti di direzione a ostacolare chi voleva opporsi efficacemente a questa involuzione, e di conseguenza “il lavoro politico ideologico è stato sempre più indebolito da dogmi, formalismi, routine, fino al punto di far generalizzare l’opinione e la pratica che ripetere il discorso ufficiale, le arringhe e gli slogan, era quanto di più idoneo per far penetrare nella popolazione, e far interiorizzare le convinzioni politiche e ideologiche”. L’autore polemizza ancora a lungo con la violazione del principio di distribuzione socialista, ma anche con i “presunti vantaggi ideologici della sostituzione degli incentivi materiali con quelli morali”, che sembra una polemica con Guevara, ma più probabilmente si riferisce a una vulgata scorretta del pensiero di Guevara, diffusa a Cuba come conseguenza delle molte appropriazioni indebite del suo pensiero largamente occultato per decenni. Forse più che a Guevara ci si riferisce qui alla cosiddetta “offensiva rivoluzionaria” della primavera del 1968, che abbinava a inutili (e dannose…) nazionalizzazioni di piccolissime attività economiche, anche la fine di quei controlli rigorosi sulla qualità del lavoro a cui il Che teneva tanto.

Ma quello che interessa è la conclusione:

“A mano a mano che aumentavano le limitazioni imposte dal bloqueo, e i bisogni della popolazione erano sempre meno soddisfatti, il discorso ufficiale e gli slogan ripetuti come dogma persero gradatamente il loro valore, e la soluzione dei problemi individuali utilizzando le risorse del luogo di lavoro con il passare del tempo si trasformò nell’unica soluzione possibile, dato che non esiste nessuna altra via legale perché la popolazione possa risolvere tutti i problemi grandi e piccoli che l’angosciano quotidianamente. E questo si trasformò in un sistema per risolvere i problemi dei capi a diversi livelli, dei loro familiari e amici, provocando un’involuzione che porta al nepotismo e alla corruzione”.

Il testo fornisce ampi esempi di come sia diventato diffuso il ricorso all’appropriazione di beni dello Stato per risolvere i problemi personali. Nulla di nuovo, il fenomeno non è recente. Mi permetto di rinviare ad alcuni dei miei racconti cubani, in Cuba da dentro: Ritorno all’Avana ed Esplorazioni, dalla pagina 28 alla 32. Sono racconti, ma l’unica cosa modificata sono i nomi dei personaggi…

http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_docman&task=doc_download&gid=81&Itemid=2 

Naturalmente, qualcuno può domandarmi perché inserire questo testo, se non ci sono grandi novità. La prima novità è chi l’ha scritto: sia stato davvero Roberto Fernández Retamar, come è probabile visto il ritardo nella blanda smentita, o qualcuno vicino a lui nella Casa de las Américas, se dobbiamo credere alla dichiarazione dell’editore canadese, si tratta evidentemente di una riflessione proveniente non dai cosiddetti “dissidenti” (e tanto meno da quella esigua minoranza di essi che è filostatunitense), ma dall’interno del gruppo dirigente allargato, analogamente ad altre che avevo già segnalato e inserito nel sito.

La seconda è che affronta anche, con meno riferimenti agli ideali, e molti dati concreti, un aspetto particolare del problema: lo sfacelo del sistema scolastico, che ha origini più recenti:

 (…) di fronte alla crescente mancanza di valore del denaro e all’impossibilità di soddisfare con il salario le esigenze individuali e familiari, nelle generazioni emergenti è andata prendendo piede la tendenza a non affrontare carriere universitarie, perché non garantirebbero un salario decente. Così si sono indeboliti settori dell’importanza dell’istruzione, visto che quasi nessuno voleva, e vuole, diventare insegnante. È quindi arrivato il momento in cui si è dovuto rafforzare questo settore, per cui vi sono entrate moltissime persone non idonee, senza vocazione e senza adeguata preparazione, prive del livello indispensabile per insegnare, incapaci di creare valori nei bambini e negli adolescenti cui davano lezioni, mancando esse stesse di questi attributi morali.

Allo stesso modo, la crescente mancanza di coscienza sociale e la perdita di valori morali e politico-ideologici è andata generalizzando la tendenza, sempre più ampia nelle nuove generazioni, a non cercarsi problemi per qualunque cosa non li interessasse personalmente, specie in campo economico, visto che, secondo la convinzione ormai più diffusa, non li può risolvere nessuno, dal momento che “questo non c’è nessuno che lo sistemi”, dando luogo così a un ulteriore incremento dell’individualismo di cui abbiamo detto. Che ciascuno si risolva i suoi problemi come può e a nessuno importa come lo fa; senza preoccuparsi di ciò che non lo riguarda personalmente, legale o meno che sia.

Di fronte a un simile fenomeno, il lavoro scolastico è diventato inefficace, vista la suaccennata mancanza di professionalità di gran parte degli insegnanti. E il lavoro ideologico nei centri di insegnamento, e quello che dovrebbero effettuare le organizzazioni politiche e di massa nei quartieri e nelle comunità, si è dimostrato sempre più formale, dogmatico, schematico, di routine e vuoto, incapace di raggiungere la coscienza dei giovani con motivazioni convincenti, poiché i valori che hanno cercato di inculcare loro a furia di ripetizione a scuola, e attraverso queste organizzazioni di massa e il discorso ufficiale, semplicemente non ha fatto presa sulle coscienze, dato che quasi sempre quelli che lo imponevano non costituivano un esempio di quel che professavano, per cui i valori di cui sopra, oggi come oggi non significano niente, per nessuno o quasi.

Ormai, a Cuba, non è un segreto per nessuno che queste carenze nella scuola si stanno verificando e che stanno aumentando da decenni, quando si è messo al primo posto l’obiettivo della promozione, provocando perdite notevoli nella qualità dell’istruzione, soprattutto sul piano dell’educazione formale ed estetica, nonché nella formazione di solidi valori morali, di convinzioni patriottiche e di principi politici e ideologici, essendosi trascurato per anni l’insegnamento di materie strettamente connesse a tutto questo, quali la lingua madre, la Storia di Cuba e il marxismo. […]

 

Questa parte mi sembra contraddittoria: si parla genericamente di “decenni”, ma in realtà l’insegnamento del “marxismo”, anzi del “marxismo-leninismo” è durata fino alla metà degli anni Novanta. Casomai si può discutere come veniva insegnato, ma è un’altra cosa. Il deterioramento della qualità dell’insegnamento, la fuga dalla scuola verso il settore turistico e le attività illegali,è strettamente legata all’apertura ai capitali stranieri all’Avana e Varadero, vere e proprie calamite per insegnanti demotivati, e non tanto alla soppressione di alcune discipline.

 

È logico, in questa situazione, che siano le nuove generazioni a manifestare di più la perdita di valori, perché non erano radicati in loro quando si è deviata la rotta; oltre al fatto che, per le ragioni già dette, è andata decadendo la qualità dell’istruzione di base, nello stesso tempo in cui l’assenza di interesse per il lavoro e i bisogni generali è diventata parte del modo di vivere della gente, ed è cresciuto invece l’interesse per i posti di lavoro in settori lucrativi di dubbia legalità o aperta illegalità, conformemente alla crescente perdita di valori morali da parte della gente.

Le carenze nell’educazione formale, etica, estetica, civica e patriottica, come la generalizzata mancanza di regole e di controllo in quasi tutti i settori della vita nazionale, accanto all’individualismo generato dalla mancata incentivazione al lavoro in più generazioni cubane che si sono succedute, ha fatto sì che una parte enorme delle famiglie, soprattutto nei settori della popolazione con livelli di istruzione e cultura più bassi, abbiano conosciuto un degrado morale, causando un allarmante incremento di comportamenti antisociali e delinquenziali; al tempo stesso è cresciuta la mancanza di rispetto delle norme di convivenza sociale e di quelle giuridiche, della proprietà collettiva, del diritto altrui, dei sani costumi, si è verificato l’abbandono delle tradizioni e dei valori storici ereditati dalle generazioni precedenti, fin dagli stessi inizi della nazionalità cubana.

Senza alcun dubbio, di fronte a questo sfascio morale e ideologico aumenta l’influenza ideologica del nemico, che non manca di approfittare dei nostri errori e delle nostre debolezza per seminare le proprie sementi nella coscienza della gente giovane. Come avrebbe affermato in tono di metaforica vanteria  John F. Kennedy, il presidente USA assassinato, in uno dei suoi discorsi agli inizi degli anni Sessanta, quando inaugurò la lotta ideologica contro Cuba, dopo la sconfitta di [Playa] Girón: “dobbiamo trovare le crepe della Cortina di Ferro per seminarvi i semi della libertà”. […]

Dopo questa ennesima manifestazione di ortodossia, e di invito alla “vigilanza” ideologica, la lettera tocca un tasto molto delicato in questa fase: la produttività del lavoro, e la necessità di mandare a lavorare in settori poco attraenti per remunerazione e qualità del lavoro chi risulta in soprannumero nei ministeri o in aziende poco produttive.

Stiamo ora cercando di fare appello alla coscienza della popolazione attiva (i giovani, naturalmente), per innalzare quantità e qualità del lavoro, vale a dire la produttività. La cosa principale infatti, in qualsiasi parte del mondo, indipendentemente dal periodo storico e dal sistema sociale dominante, è stata, è e sarà la produzione di beni di consumo e di servizi, senza la quale nessuna società ha potuto né potrà sopravvivere. Ma se questo richiamo alla coscienza non va insieme all’indispensabile incentivazione materiale, questo impedisce che il lavoro diventi il sistema grazie al quale la gente possa risolvere i propri problemi concreti. Ossia, che il lavoro sia considerato da tutti la prima esigenza vitale dell’essere umano. Per questo le arringhe tese a inculcare l’amore per il lavoro e ad inserirlo nella scala di valori delle masse lavoratrici risultano infruttuose, dal momento che la maggioranza delle persone cui vengono rivolte non fanno propria questa necessità dello Stato, che considerano un’entità estranea, amorfa e intangibile di cui non si sentono parte, non essendo stati educati fin da piccoli all’amore per il lavoro né al senso di appartenenza alla società come valori morali, ma si è sempre cercato di inculcarglieli, quindi senza che mai li interiorizzassero. Inoltre, l’assenza di incentivi economici ha finito per uccidere l’amore per il lavoro, ogni volta che la sua quantità e qualità non comportavano un aumento salariale ed era impossibile soddisfare con il solo salario i bisogni materiali.

Ora che occorre recuperare forza lavoro in settori come l’agricoltura, l’edilizia, la pesca ed altri particolarmente pesanti, in tempi in cui le condizioni lavorative non sono le più comode e il trattamento economico non è dei migliori, la stragrande maggioranza della gente in età da lavoro, a prescindere dall’età, non si sente coinvolta in questo importante compito e preferisce dedicarsi a lavori più remunerativi, ad esempio il turismo, il commercio e la gastronomia, o esercitare mestieri informali e ai margini, dove guadagna di più, senza che gli interessi la legalità o meno di questi lavori, o con quali materiali lavorino, o i bisogni della società nel suo complesso, e ancor meno quanto loro e i familiari ricevano da questa e l’impegno sociale che questo implica sul piano morale; fino al punto estremo che è frequente sentire fra i giovani pronunciare frasi sul fatto che non vogliono lavorare con lo Stato, come pure espressioni in cui mettono in dubbio i vantaggi del socialismo come sistema sociale, con non pochi che arrivano ad affermare di preferire il capitalismo, che considerano un sistema superiore, convinti che sia più capace di soddisfare le esigenze individuali dell’essere umano. Tutto l’insieme, dunque, dei fattori economici, giuridici, educativi, morali, ideologici, ecc. precedentemente elencati, si sono trasformati in una profonda crisi di valori, che colpisce soprattutto le giovani generazioni. Questa è la principale colpa del disinteresse per il lavoro, l’aumento dell’oziosità e della delinquenza, nonché del fatto che una parte importante dei giovani veda nell’emigrazione verso paesi sviluppati l’unica soluzione della situazione economica loro e delle loro famiglie. […]

 

Il testo proseguiva con questo tono per altre due o tre pagine, un po’ ripetitive. La lettura inevitabilmente più attenta durante la traduzione, ha fatto crescere i miei dubbi sull’attribuzione a Roberto Fernández Retamar, e mi ha comunque spinto a fermarmi qui. Retamar è uno scrittore famoso, ma non l’ho mai amato né letto molto, né mi aveva commosso incontrarlo personalmente in un dibattito. Forse sono stato influenzato dal giudizio sprezzante dato su di lui da Pablo Neruda in Confesso che ho vissuto: Retamar è “uno dei tanti arrivisti politici e letterari della nostra epoca”. Neruda aveva giustamente il dente avvelenato per il ruolo molto attivo di Retamar nell’assurda “scomunica” del grande poeta cileno firmata da parte di un gran numero di scrittori e artisti cubani dopo un suo viaggio negli Stati Uniti nel 1966. Neruda era stato invitato da Arthur Miller a una conferenza internazionale degli scrittori, in cui peraltro denunciò l’aggressione al Vietnam, ma fu accusato di “poco meno che di sottomissione e di tradimento”…

Per questo non sono in grado di fare un’analisi stilistica di questo testo e di pronunciarmi sulla sua autenticità. In ogni caso, mi sembra che le parti tradotte possono dare un’idea delle inquietudini diffuse a Cuba non tra i nemici del regime, ma tra gli stessi suoi sostenitori, indipendentemente da chi ha scritto questo rapporto, e per quale scopo. (a.m. 10/02/2010)



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