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Attualità e Polemiche --> Actualidad latinoamericana --> Venezuela: problemi nuovi

Venezuela: problemi nuovi

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VENEZUELA

L’ESPROPRIO DELLE BANCHE, IL CONGRESSO DEL PSUV

E LA RIATTIVAZIONE DEL MOVIMENTO DEI LAVORATORI

Patrick Larsen (CMI-Venezuela)

(8 febbraio 2010)

 

 

Questo testo mi è stato inviato da Novedades Web El Militante, e mi è parso subito molto interessante sia per i contenuti, del tutto condivisibili, sia per la provenienza da una tendenza internazionale che aveva sempre sostenuto in maniera quasi acritica il processo in corso nel Venezuela di Chávez. Una raccolta di scritti del suo principale dirigente, Alan Woods, è stata pubblicata anche in Italia nel 2005 col titolo La rivoluzione venezuelana. Una prospettiva marxista (è distribuita attraverso la rete di Falce e martello). La pubblicazione sul loro sito argentino di questo scritto, che segnala senza reticenze i problemi che minacciano la rivoluzione bolivariana, conferma quanto avevo accennato direttamente o pubblicando sul sito altri testi recenti, come Venezuela, scontro evitabile, Lander y Chávez, e anche Cuba, Venezuela e Haiti.

 

 

Abbiamo assistito di recente a una serie di avvenimenti importanti che si stanno verificando in Venezuela – ad esempio, la svalutazione del bolivar o le nazionalizzazioni nel settore delle banche – e che vanno analizzati attentamente. Il movimento di occupazione delle fabbriche ha registrato lo scorso anno importanti progressi, ma è ancora impegnato nella lotta contro il sabotaggio dei gerenti controrivoluzionari, mentre i lavoratori continuano a battersi per la nazionalizzazione sotto controllo operaio. Per difendere le conquiste già effettuate, la rivoluzione deve porre all’ordine del giorno la nazionalizzazione delle principali leve dell’economia, l’unico modo per distruggere il capitalismo e fornire le condizioni indispensabili per un’economia socialista pianificata.

 

La rivoluzione venezuelana è tuttora la chiave per capire quanto sta accadendo in America Latina e, di fatto, nel mondo. Il presidente Chávez si è recato di recente a Copenhagen, dove è stato l’unico (a parte Evo Morales) a segnalare come il capitalismo costituisca la causa principale della crisi climatica globale. Per dirla con Chávez: «Se il clima fosse stato una banca, lo avrebbero già salvato». I discorsi di Chávez e Morales sulla necessità di distruggere il capitalismo e costruire il socialismo su scala mondiale hanno trovato un’eco entusiastica tra migliaia di lavoratori e di giovani, in Europa e nella stessa America Latina, dove i discorsi sono stati trasmessi da TeleSur in tutto il continente.

Fin dall’inizio stesso della rivoluzione venezuelana, i marxisti della CMI hanno difeso la rivoluzione e ne hanno messo in rilievo l’importanza per i rivoluzionari di tutto il mondo. Questo accadeva mentre molti che si proclamavano di sinistra hanno negato che ci fosse una rivoluzione, escludendo categoricamente che fosse possibile una svolta in direzione di un percorso socialista. A undici anni di distanza dall’inizio della rivoluzione, possiamo capire l’errore di calcolo di costoro. Indipendentemente dal fatto che la rivoluzione non ha ancora compiuto il passo decisivo verso il socialismo, è evidente che l’idea del socialismo ha ottenuto l’ascolto delle masse, che si stanno battendo proprio per raggiungere questo obbiettivo.

Mentre difendiamo la rivoluzione dagli attacchi dell’imperialismo e dell’oligarchia nazionale, sosteniamo al tempo stesso l’idea che la rivoluzione non si è spinta fino alle sue ultime conseguenze e che essa non può realizzarsi finché lo Stato borghese della IV Repubblica è ancora in piedi e mentre le principali leve di comando dell’economia stanno ancora nelle mani dell’oligarchia. Come vedremo, è ancora questa la principale contraddizione della rivoluzione venezuelana, fino ad oggi.

 

L’economia venezuelana è in fase di recessione

 

Nel suo discorso di inaugurazione del nuovo anno (del 30 dicembre 2009), il presidente Chávez ha dovuto riconoscere che il 2009 è stato per il governo un anno difficile. La crisi mondiale del capitalismo ha avuto grosse ripercussioni sull’economia venezuelana, che ha chiuso il 2009 con una contrazione del 2,9% del Prodotto interno lordo, rispetto all’incremento del 4,8% dell’anno precedente. Il periodo 2003-2008 aveva conosciuto una notevole crescita, con una delle percentuali più elevate dell’America Latina. Tutti i dati stanno ora ad indicare un rilevante calo della produzione: l’industria manifatturiera (che rappresenta il 16% del Pil) ha registrato, nel 2009, una diminuzione del 7,2%, mentre la produzione di automobili è scesa del 17,39%.

Secondo le statistica della Banca centrale del Venezuela, le esportazioni del paese sono scese mediamente di un 5,1% negli ultimi quattro anni. Le esportazioni di prodotti non tradizionali del Venezuela sono diminuite bruscamente del 60%. La stessa fonte ha segnalato che il totale degli introiti derivanti dall’esportazione di petrolio sono scesi del 35,3%: dagli 89,1 miliardi di dollari statunitensi, del 2008, ai 57,6 dell’anno successivo.

Naturalmente, questo ha creato seri problemi al governo. Chávez è rimasto fermo nella linea di non effettuare alcun taglio delle spese sociali, delle riforme del welfare e dei progetti finanziate dalle rendite petrolifere. Tuttavia, con il crollo del prezzo del petrolio al barile sul mercato mondiale, il bilancio dello Stato è minacciato. Per mantenere la spesa pubblica, Chávez ha dovuto prendere nuove misure. L’8 gennaio ha annunciato la svalutazione della divisa venezuelana, a due livelli: il cambio “normale” sarà di 2,60 bolivares per dollaro e quello del “grezzo” sarà di 4,60. Questa misura è volta a consentire allo Stato un margine molto più ampio per la spesa sociale, poiché i dollari ricavati dalla vendita di petrolio si possono ora cambiare a 4,6 bolivares rispetto ai soli 2 o 3 del passato.

Il problema, però, è che questa misura, a lungo andare, non sarà di grande aiuto; al contrario, aumenterà l’inflazione, che ha tormentato i venezuelani nel corso degli ultimi due anni, con tassi del 30,9% nel 2008 e del 25,1% nel 2009, i più alti dell’America Latina. Appena un paio di giorni dopo la svalutazione, i prezzi di ogni genere di prodotto hanno preso ad aumentare; è duplicato il costo dei voli e lo stesso è accaduto per molti apparecchi elettronici, ad esempio computer e portatili, ecc. Il governo ha promesso di battersi contro l’inflazione, e ha spedito Eduardo Samán, ministro del Commercio, in tutti i negozi che speculavano e alzavano artificiosamente i prezzi.

Questo è accaduto in una serie di negozi che il governo sta minacciando di chiusura, di soppressione dell’esercizio e addirittura di esproprio. Nel suo programma settimanale “Aló Presidente” di domenica 18 gennaio, Chávez ha annunciato l’esproprio della catena di supermercati Éxito, sostenendo che l’impresa aveva speculato sistematicamente con i suoi prodotti e che questo costituiva «un furto ai danni della gente». Ha aggiunto altre minacce generali contro i capitalisti: «Ricordatevi che loro, gli imprenditori, stanno derubando la gente […] Questo è un furto e non voglio che continui. Questa situazione finirà con l’esproprio». Nello stesso programma televisivo ha ordinato l’esproprio di Sambil, a Candelaria, un centro commerciale in un quartiere centrale di Caracas.

Tuttavia, le politiche economiche del governo sono molto contraddittorie. Pur essendo continuate le nazionalizzazioni di piccole e medie imprese, restano intatti i settori chiave dell’economia. Pur nell’ipotesi che la svalutazione debba dare impulso alla produzione nazionale e alle esportazioni dal Venezuela, i capitalisti continuano ad essere restii ad effettuare grossi investimenti. L’oligarchia venezuelana è sempre stata totalmente parassitaria e preferisce importare tutti i beni di consumo, anziché avviarne la produzione nazionale. Con la rivoluzione bolivariana si sente ancor più insicura, temendo le regolamentazioni del governo e la minaccia di esproprio. Questo dilemma si è manifestato molto chiaramente in un recente editoriale del quotidiano finanziario di destra Reporte Diario de la Economía: «Chávez sta mandando segnali misti al settore privato: minaccia l’esproprio delle imprese che aumentano i prezzi senza giustificato motivo, ma offre agli Stati Uniti mille milioni di dollari in crediti e sovvenzioni come incentivi, chiedendo di dialogare con gli imprenditori. L’indebolimento della moneta venezuelana rende i prodotti relativamente meno cari, ma gli imprenditori esitano ad investire in fase recessiva. Hanno inoltre conosciuto anni di intimidazioni da parte del presidente, che ha nazionalizzato vasti settori dell’industria» (13-1-2010, p- 11).

I dati più recenti segnalano l’aumento della produzione interna e delle esportazioni. Come abbiamo visto, negli ultimi anni le esportazioni sono diminuite. Quel che è peggio, è che l’idea della “Sovranità Alimentare”, secondo cui si ipotizzava che un grande impulso in agricoltura avrebbe ridotto la dipendenza da generi alimentari importati, non si è concretizzata. La produzione agricola nazionale ha visto il calo dei principali prodotti: mais, -27%; canna da zucchero, -15%; arance, - 25%.

Il problema è che il compito di sviluppare l’economia venezuelana non può essere lasciato in mano ai capitalisti. Per anni essi hanno dimostrato il loro totale disinteresse, preferendo mantenere un’economia dipendente dagli introiti del petrolio e una scarsa produzione interna. Il problema è che il sistema capitalista rimane. Lo ha ammesso lo stesso presidente dell’Istituto Nazionale di Statistica, che in una recente intervista al quotidiano El Universal (9-1-2010) ci ricorda che il 70% del Pil continua ad essere prodotto dal settore privato: «L’economia continua ad essere capitalistica», ha affermato.

Finché il capitalismo rimarrà al suo posto, i lavoratori venezuelani e i poveri saranno perseguitati dai guai dell’inflazione, della disoccupazione e dei tagli della spesa sociale. Tutti i tentativi di manovrare entro i limiti dell’economia di mercato, alla fine, creano solo nuove contraddizioni. Se la situazione continua a peggiorare, è in forse la sussistenza delle conquiste della rivoluzione – ad esempio, Barrio Adentro, le Misiones e le Università Bolivariane. Chávez si è rifiutato di applicare i tagli, ma le misure adottate non sono in assoluto sufficienti a garantire questo. Per difendere realmente queste conquiste, la rivoluzione deve mettere in agenda la nazionalizzazione delle leve dominanti dell’economia e il monopolio statale del commercio estero. Solo questo può distruggere il capitalismo e fornire le condizioni indispensabili per un’economia socialista pianificata.

 

Crisi nel settore bancario ed espropri

 

Un altro avvenimento notevole è stata la recente crisi bancaria, verificatasi dal novembre dell’anno scorso in poi. Quando si è scoperta la frode, e anche lo sfruttamento e la cattiva gestione in una serie di banche, il governo è intervenuto. Delle banche espropriate sono state liquidate Banco Canarias, Benpro, Banco e Baninvest, mentre Confederado, Banco Bolívar, Banorte e Central Banco Universal sono state nazionalizzate e si è effettuata la fusione con la società statale Banfoandes, per creare una nuova banca di investimento pubblico, Banco Bicentenario. Altre 10 banche sono state condannate in gennaio a multe per un totale di 5,34 milioni di dollari Usa per mancato rispetto delle leggi venezuelane, inclusa quella sul credito ai contadini come incentivo alla produzione agricola.

La nazionalizzazione e la fusione di queste banche hanno incrementato il controllo statale del mercato finanziario del 20-25% circa. La cosa interessante è che queste misure non solo colpiscono la borghesia finanziaria, ma anche una serie di alleati di Chávez, come Arne Chacón Escamillo (padrone di Banco Real e fratello dell’ex ministra di Scienza e Tecnologia, Jesse Chacón) e Antonio Márquez (ex presidente della Commissione Nazionale Valori), arrestati e accusati di frode bancaria. Chávez ha dichiarato che avrebbe fatto piazza pulita del disordine finanziario, «accada quel che accada». L’arresto di Arne Chacón ha provocato la rinuncia all’incarico della sorella, che continua a far parte dell’ala destra del governo. Stando ai sondaggi di opinione, le misure adottate dal governo hanno ottenuto l’approvazione del 61% della popolazione, e la disapprovazione del 39% di questa.

La nazionalizzazione delle banche è, effettivamente, un passo in avanti che va riconosciuto da tutti i rivoluzionari. I capitalisti del settore finanziario hanno saccheggiato l’economia per anni e ora cercheranno di far pagare la crisi ai lavoratori. La nazionalizzazione delle banche, tuttavia, è ben lungi dall’essere sufficiente. Mai si realizzerà un’economia socialista pianificata se non si controlla il credito su vasta scala. Tutte le principali banche vanno nazionalizzate, per pianificare investimenti e concedere alle masse lavoratrici, ai contadini e ai piccoli commercianti crediti a basso costo. Se non si fa questo, torneremo in futuro a vedere ancor più speculazione e frode da parte dei capitalisti del settore finanziario.

 

I lavoratori si battono per l’unità sindacale

 

La classe operaia si è ormai resa conto della crisi. Anche se la disoccupazione è aumentata relativamente poco (7,4-8%), c’è stato un attacco generalizzato del padronato contro la classe operaia. Nell’industria automobilistica, questo si manifesta sia a Valencia, con il temporaneo licenziamento dei lavoratori della General Motors, sia a Barcelona, nello Stato di Anzoátegui, con la continua lotta alla Mitsubishi (MMC). In quest’ultimo caso, l’imprenditore ha cercato di licenziare 250 lavoratori a tempo determinato nel gennaio 2009, cosa che ha dato luogo all’occupazione della fabbrica a partire dall’11 gennaio dello stesso anno. I capi hanno voluto dare ai lavoratori una lezione e hanno corrotto la polizia regionale per dare l’assalto alla fabbrica occupata il 29 gennaio, cosa che ha provocato la morte di due lavoratori. Pur essendosi raggiunto, agli inizi di marzo, un accordo provvisorio, lo scontro tra sindacato e imprenditori è continuato e in agosto questi ultimi hanno tentato la serrata. Questa è stata dichiarata illegale dal ministro del Lavoro ed è stata battuta alla fine di agosto: Ovviamente, i capi hanno continuato nell’impegno di schiacciare il sindacato, licenziando 11 dei suoi principali dirigenti. Purtroppo questa azione è stata avallata dal ministero del Lavoro.

La lotta della Mitsubishi ha avuto il valore di un avvertimento per i lavoratori di tutto il Venezuela, spingendoli a battersi per il rinnovamento del movimento operaio e, concretamente, per la riunificazione dell’UNT (Unione Nazionale dei Lavoratori), paralizzata dalle lotte di frazione, che avevano portato alla spaccatura nel Congresso del 2006. A metà ottobre del 2009, la Federazione dell’UNT dei lavoratori dell’industria automobilistica ha tenuto una riunione di più di 200 lavoratori che è approdata alla riunificazione. Il 4 novembre 2009, si è concluso felicemente il congresso regionale dell’UNT dello Stato di Anzoátegui, con rappresentanti di 40 sindacati. Infine, il 5 dicembre si è tenuta a Caracas l’assemblea nazionale dell’UNT, con 700 lavoratori di tutto il paese. Sono già iniziati i preparativi per un congresso nazionale da tenersi il prossimo aprile.

Si tratterà, sicuramente, di un congresso molto importante per il futuro del movimento dei lavoratori venezuelani. La spaccatura dell’UNT nel 2006 aveva avuto un impatto estremamente negativo sulla lotta di classe e ha costituito un elemento di peso nella sconfitta di svariate occupazioni di fabbriche, ad esempio quella di Sanitarios Maracay nel 2006-2007. La pressione dal basso ha costretto i leader delle varie correnti a riunirsi e a cercare di ricomporre l’UNT. Evidentemente, una qualsiasi unità sindacale durevole si può ottenere solo sulla base di un piano di intervento legato alla prospettiva di porre la classe operaia all’avanguardia della rivoluzione. Il problema dei prezzi speculativi e della penuria alimentare è un’occasione preziosa per l’UNT, per elaborare un piano di occupazione di fabbriche di tutte le industrie che effettuino sabotaggi contro la rivoluzione. Un nuova ondata di occupazioni di fabbriche, guidata dall’UNT, in difesa della rivoluzione, potrebbe sospingere il governo a prendere misure decisive contro la borghesia. Questa politica potrebbe cambiare il corso della rivoluzione.

 

Fabbriche occupate e lotta per il controllo dei lavoratori

 

Nel movimento delle fabbriche occupate, i lavoratori stanno anche lottando per la nazionalizzazione sotto controllo operaio. Il 31 agosto 2009, si è ottenuta una parziale vittoria, quando il presidente Chávez ha annunciato pubblicamente la nazionalizzazione dell’INAF, una fabbrica situata a Maracay (Stato di Aragua), che produce la meccanica per il settore ferroviario. Dopo che il proprietario della fabbrica l’aveva abbandonata, nel 2006, i lavoratori avevano continuato la produzione sotto il loro controllo e creato un comitato di fabbrica per la gestione di tutte le operazioni. Fin dall’inizio, i lavoratori avevano richiesto la nazionalizzazione sotto controllo operaio. La dichiarazione di Chávez significa che adesso è stata fornita più materia prima per aumentare la produzione, ma a parte questo non c’è stato niente di concreto, non è stato firmato nessun decreto. I lavoratori, tutti membri attivi del PSUV, stanno facendo campagna per l’attuazione della decisione di Chávez.

La vicina fabbrica Gotcha, che produce camice, è un altro esempio della militanza dei lavoratori venezuelani. Le operaie di questa fabbrica hanno lottato per vari anni per diverse loro rivendicazioni e dal 2008 hanno occupato la fabbrica. Continuano a produrre magliette, che stanno vendendo ai distributori nazionali, ma vogliono la nazionalizzazione come unico modo per produrre un bene che vada in favore della popolazione in genere: studenti, impiegati pubblici e così via.

La situazione nelle industrie che sono state nazionalizzate di recente è piuttosto critica. È in particolare il caso di Guayana, dove si sono nazionalizzate varie industrie a partire dal 2008-2009. Alla SIDOR, i lavoratori si lamentano perché il sabotaggio dei gerenti, che sono ancora rimasti al proprio posto, sta ottenendo un effetto catastrofico sui risultati della produzione. Un incendio alla MITREX, una delle fonderie dell’azienda, ha provocato un forte calo produttivo. Cattiva gestione e corruzione sembrano essere peggiorate. Normalmente SIDOR produce 4,6 milioni annui di tonnellate di ferro, ma nel 2009 ne ha prodotte solo 3 milioni. I lavoratori organizzati nel Fronte Rivoluzionario dei Lavoratori Siderurgici si stanno battendo per l’applicazione del controllo dei lavoratori come unico modo per aprire i libri contabili , eleggere i dirigenti e impostare su basi solide la società. Hanno denunciato come il sabotaggio voluto da parte di un settore degli amministratori sia volto a ridurre la produzione, per dimostrare così che la nazionalizzazione dell’impresa nel 2008 è stata un errore. I lavoratori dell’Orinoco Iron e di altre quattro fabbriche di rivestimenti nazionalizzate nel maggio 2009 stanno attraversando esperienze analoghe.

I lavoratori delle fabbriche nazionalizzate di recente hanno imparato in pochissimo tempo come di per sé la nazionalizzazioni non risolva tutto. Senza il controllo democratico e la direzione dei lavoratori, gli elementi controrivoluzionari si possono infiltrare e possono cospirare sabotando la produzione. Cattiva gestione e corruzione si possono combattere efficacemente solo se i lavoratori impegnano la loro forza collettiva per imporre la propria volontà e se si assumono il compito del funzionamento delle fabbriche, in connessione stretta con un piano socialista di sviluppo in tutto il paese.

 

La lotte interne al Partito Socialista

 

Il I Congresso straordinario del PSUV si è aperto il 21 novembre con un grande convegno a Caracas, con Chávez che ha fatto un discorso molto di sinistra, nel quale si è appellato alla creazione della V Internazionale Socialista. Era previsto che il congresso durasse fino a fine dicembre, ma il presidente Chávez ha proposto ai delegati che si prorogasse fino ad aprile, per poter discutere a fondo i documenti. I delegati hanno approvato la proposta.

Fin dall’inizio era chiaro che il congresso era contrassegnato da uno scontro tra sinistra e destra. Lo si è visto nel processo di elezione dei delegati, quando la base del PSUV di Caracas si è levata contro le irregolarità in seno al Comitato elettorale che doveva sovraintenderlo. In un’assemblea di massa a fine ottobre, gli esponenti delle correnti del PSUV hanno votato a favore della destituzione del Comitato e della sua sostituzione con altre persone disponibili a incaricarsene. Analoghe proteste contro le irregolarità si sono susseguite in altre parti del paese e nella campagna per le elezioni dei delegati del 15 novembre, in cui si sono costituite alleanze dell’ala sinistra a livello locale e regionale.

Nel congresso vero e proprio si è fatto sentire lo stato d’animo rivoluzionario di un ampio settore dei delegati. La burocrazia ha cercato di controllare la situazione organizzando il dibattito Stato per Stato e non nelle commissioni miste, nelle quali i delegati dei diversi Stati possono discutere insieme, indipendentemente dalla loro provenienza. Nonostante questo, non si è riusciti ad impedire l’organizzazione dell’embrione di un’ala di sinistra tra i delegati. Il prolungarsi del congresso ha consentito ai delegati di rientrare dopo le sedute congressuali (che si tengono nei fine-settimana) e di discutere settimana per settimana le proposte con gli esponenti di ogni tendenza, a loro volta tenuti a discutere con la propria area.

Finora, il Congresso ha discusso temi quali la situazione politica ed economica del paese, la crisi bancaria, i piani di risparmio idrico ed energetico, la creazione di una forza di polizia nazionale e la conformazione della V Internazionale. Nell’ultima seduta di dicembre, è stata presentata ai delegati la proposta di una bozza di Programma e di una bozza di Dichiarazione di principi. La proposta non ha tenuto conto dei vecchi documenti del Congresso di Fondazione del 2008, in cui la sinistra era riuscita a lasciare la propria impronta nella Dichiarazione di Principi. La proposta di ignorare i vecchi documenti è stata però respinta dalla maggioranza dei delegati. Il dibattito su questi documenti si terrà nelle prossime settimane e segnerà sicuramente un momento di polemica tra la destra e la sinistra.

La sinistra deve organizzarsi urgentemente intorno a un programma concreto di obbiettivi chiari, incluso l’esproprio dei settori dominanti dell’economia. Esiste il potenziale per una grande tendenza di sinistra, che possa organizzare decine ed anche centinaia di delegati al congresso, raccogliere migliaia di attivisti nelle rispettive regioni. Il PSUV ha 2,5 milioni di iscritti registrati in squadre, la cui stragrande maggioranza si è unita per lottare perché vinca la rivoluzione. È dovere di tutti i socialisti rivoluzionari organizzare questi lavoratori e i poveri, a partire dall’avanguardia, in una tendenza marxista in grado di conquistare la maggioranza nel partito e di sconfiggere l’ala burocratica di destra. Il futuro della rivoluzione bolivariana dipenderà da questo.

 

Le tattiche dell’imperialismo e la controrivoluzione

 

Quando Chávez ha parlato all’Assemblea generale dell’ONU, a New York, l’ottobre scorso, ha spiegato come ci siano due volti di Obama – l’Obama sorridente e diplomatico, da un lato e, dall’altro, l’Obama che accetta la legittimità delle elezioni fraudolente in Honduras e l’istallazione di 7 basi militari in Colombia: “Obama, lei chi è? Il primo o il secondo Obama?”, ha chiesto. Indubbiamente, c’è un filo di verità in questa dichiarazione. Obama è e continua ad essere il rappresentante dell’imperialismo statunitense e quanti pensavano che la sua politica estera sarebbe stata radicalmente contrapposta a quella di Bush ormai devono essere molto delusi.

L’imperialismo è impegnato a porre fine al processo rivoluzionario che si sta svolgendo in Venezuela. Il Venezuela è l’avanguardia indiscutibile di questo processo e la politica internazionalista di Chávez e i suoi continui appelli alla rivoluzione mondiale (anche se nella sua forma limitata e confusa) costituiscono un faro luminoso per tutti i militanti antimperialisti del mondo intero. La rivoluzione venezuelana rappresenta un pericolo mortale per le classi dominanti delle Americhe. Questo spiega perché l’imperialismo statunitense abbia compiuto altri passi per controllare la situazione: l’installazione di 7 basi militari in Colombia, il colpo di Stato in Honduras e, per ultimo, l’accordo per creare nuove basi militari a Panama che, in pratica, accerchieranno il Venezuela con la presenza militare statunitense.

I lacchè dell’imperialismo, e cioè l’opposizione controrivoluzionaria venezuelana, stanno cercando di approfittare di ognuno degli errori commessi dal governo. Problemi irrisolti come l’alloggio, l’aumento del tasso di delinquenza e, di recente, le interruzioni del sistema dell’energia che lasciano per lunghe ore molte case prive di elettricità, vengono utilizzati dall’opposizione per creare apatia tra le masse che appoggiano la rivoluzione. La stessa cosa sta accadendo con problemi come l’inflazione e la penuria di generi alimentari. Il fatto che l’opposizione sia riuscita a ottenere l’elezione di sindaci e governatore in zone povere, come Petare, nel novembre 2008, costituisce un chiaro segnale di avvertimento. Se il governo non prende misure decisive per rispondere ai bisogni delle masse, la demoralizzazione si può estendere ed esprimere in forma di astensione alle prossime elezioni.

La prossima prova elettorale saranno le politiche di settembre. Se la situazione non cambia in alcun modo, l’opposizione ha grandi possibilità di vincere un consistente numero di seggi nel nuovo parlamento, che poi impiegherà per sabotare il funzionamento del governo, mobilitare i ceti medi e creare disturbi ogni volta che sia possibile. L’obiettivo finale è quello di destabilizzare il paese e creare le condizioni per potersi liberare di Chávez, per via parlamentare o extraparlamentare.

Creare comitati di azione nelle fabbriche, nei quartieri poveri e nelle università è all’ordine del giorno. Il loro compito sarebbe quello di far propria la grande tradizione del doppio potere del 2002, collegandosi a livello locale, regionale e nazionale a rappresentanti eletti sottoposti al diritto di revoca e predisponendo piani concreti per sconfiggere la controrivoluzione in tutti gli ambiti della società. In molti luoghi simili embrioni di doppio potere esistono nei battaglioni del PSUV e/o nei consigli comunali.

Se i controrivoluzionari sabotano, ad esempio, la produzione di generi alimentari, la UNT e i gruppi di base locali del PSUV devono indicare la strada da percorrere, attraverso l’occupazione delle fabbriche in questione, rimettendole in funzione sotto il controllo dei lavoratori. Un elemento del genere c’è già stato con i controlli costanti di INDEPABIS (la Commissione di controllo di qualità e prezzo, guidata da Eduardo Samán), che in molti casi ha incoraggiato i lavoratori a farsi carico degli impianti di trasformazione e ad esigerne l’esproprio. La recente nazionalizzazione della catena di supermercati Éxito ha trovato il sostegno incondizionato della stragrande maggioranza dei lavoratori: Occorre seguirne l’esempio in tutti gli angoli della società venezuelana.

Il rafforzamento della tendenza marxista nelle file del PSUV, dell’organizzazione giovanile del PSUV e nell’UNT costituirebbe uno strumento poderoso per sospingere un processo del genere e completare così la Rivoluzione Socialista del Venezuela.

 

(traduzione di Titti Pierini)

 



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