Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Varlam Šalamov

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La scoperta delle “altre vite” di Varlam Šalamov

 

 

Questo articolo mi era stato commissionato dal Manifesto, con i soliti (per me) rigidi limiti di spazio, ma è uscito con due mesi di ritardo insieme a un altro articolo, peraltro buono, sullo stesso argomento (che tra l’altro diceva molte delle cose che avrei detto, se avessi avuto spazio). Per questo mi ero rattristato e l’avevo accantonato, senza metterlo sul sito. Me ne sono ricordato ora mentre scrivevo la nota sulla morte del detenuto politico cubano Orlando Zapata Tamayo, anch’esso condannato per le sue opinioni, ma catalogato come un detenuto comune. Insieme a questo, per capire che cosa Cuba ha ereditato dall’URSS staliniana, rinvio a un altro articolo dello stesso periodo, Testimonianze sullo stalinismo, che essendo stato concepito per il sito, è assai più ampio ed esauriente. (a.m. 24/2/2010)

 

 

Non è vero che l’esplorazione degli archivi sovietici dopo il crollo dell’URSS sia stata fatta esclusivamente con intenti speculativi, per rifilare in occidente qualche bufala scandalistica. Certo si sono intrecciati interessi diversi: alcuni tenacemente e ostinatamente censori, altri generosamente impegnati a portare alla luce un passato mai definitivamente sepolto.

Questo straordinario libro (Varlam Šalamov, Alcune mie vite. Documenti segreti e racconti inediti, Mondadori, Milano, 2009) ad esempio, non sarebbe stato possibile senza alcuni “miracoli”: il primo fu l’incontro tra un ricercatore italiano, Francesco Bigazzi, e un archivista russo consapevole del valore di Šalamov al punto di aver simulato la distruzione degli Atti di uno dei suoi processi, ordinata dai suoi superiori, nascondendo il fascicolo sotto altro nome nella speranza di una futura possibile pubblicazione. Lo aveva proposto a Bigazzi, che era rimasto sorpreso perché per altri materiali lo stesso archivista gli aveva spesso frapposto ostacoli dettati da un rispetto scrupoloso dei regolamenti. In questo caso gli aveva dato il fascicolo senza nessuna formalità dicendo: “Non voglio che in nessun modo questo patrimonio culturale, non più russo, ma di tutta l’umanità, vada disperso”.

Il secondo miracolo è l’incontro tra lo stesso Bigazzi e Irina Sirotinskaja, erede del patrimonio culturale di Šalamov, che dopo la sua morte aveva continuato per anni a cercare di rintracciare le tracce dei processi per ottenere finalmente una “riabilitazione” postuma: aveva trovato la documentazione su quelli del 1937 e del 1943, ma non su quello che lo studioso italiano aveva in mano. Šalamov, liberato dopo la morte di Stalin e di Berja aveva ottenuto poi l’annullamento delle condanne del 1937 e del 1943, ma non di quella del 1929, l’unica che conteneva un capo d’accusa vagamente collegato a una sua “colpa” reale, che egli aveva ammesso a testa alta: la riproduzione e distribuzione del Testamento di Lenin, anzi di “un falso conosciuto come Testamento di Lenin” (così uno stupefatto giovane inquirente, ignaro dei dibattiti degli anni Venti, trascriverà a verbale nel 1937 la dichiarazione di Šalamov).

Le successive condanne trovarono lo scrittore indignato, ma preparato: ad esempio nel 1937 venne assurdamente accusato di “diserzione” perché un ordine di carcerazione emesso nei suoi confronti era arrivato al campo mesi dopo il suo rilascio; nel 1943 il nuovo processo, costruito su testimoni falsi e imbeccati, era una ritorsione nei confronti dei suoi ricorsi alle autorità.

Varlam Šalamov si era radicalizzato a venti anni: aveva incontrato a Mosca, dove era arrivato per frequentare l’università, un folto gruppo di simpatizzanti dell’Opposizione trockista, e aveva partecipato alla manifestazione “sovversiva” che in occasione del decennale della rivoluzione aveva lanciato parole d’ordine antiburocratiche. Ma non si era iscritto al partito o al Komsomol, e questa, paradossalmente, era un’aggravante: “Il trockismo era certo pericoloso, ma ancora più pericolosa era quella «terza forza», quei senza partito che ne innalzavano le insegne”, scrive. E infatti sarà colpito da una condanna che nel 1929 appariva ancora particolarmente dura: “tre anni da scontare in campi di lavoro a destinazione speciale”. Al termine avrebbe avuto diritto a un incontro con la famiglia e poi sarebbe stato mandato al confino per altri cinque anni. Il caso era stato istruito in base al famoso art. 58, 10 e 11 (agitazione e organizzazione controrivoluzionaria), ma nel dispositivo della condanna c’era scritto “elemento socialmente nocivo”, e quindi era stato caricato su un vagone di detenuti comuni che, fiutato in lui il politico, lo avevano subito derubato e angariato.

Potevamo già conoscere e amare Šalamov leggendo i suoi straordinari Racconti della Kolima, di cui esistono tre edizioni italiane, ma questo libro ci permette di ricostruire, attraverso la folle logica dei verbali di interrogatorio, l’itinerario della trasformazione dello scrittore in un testimone del suo tempo.

Va detto che di materiali del genere, frutto della passione di qualche ricercatore, ma anche della coscienza di alcuni archivisti, ce ne sono ormai parecchi, anche se insufficientemente conosciuti. Penso a quello straordinario libro dovuto alla tenacia di Vitalij Šentalinskij, che aveva avuto l’intuizione che negli archivi della NKVD ci dovevano essere preziosi manoscritti confiscati ai maggiori scrittori sovietici al momento dell’arresto. Šentalinskij cercava inizialmente le tracce di Babel e Mandel’štam, ma ha finito per trovare anche i fascicoli di alcuni scampati, come Bulgakov, seguito con attenzione dai servizi anche se restava libero per decisione di Stalin, e Gor’kij, che non ne esce bene, dato che risultano tutti gli interventi dei collaboratori di Jagoda per influenzarlo ottenendone la collaborazione. (Vitalij Šentalinskij, I manoscritti non bruciano, Garzanti, 1994). Penso all’asciutto libretto con cui Pavel Chinsky ricostruisce la vicenda di un ingegnere chimico, Izrail’Vizelskij, ostinatamente impegnato a respingere ogni accusa e a spedire - invano - memoriali difensivi a Stalin (Pavel Chinsky, La fabbrica della colpa. Microstoria del terrore staliniano, Bruno Mondadori, Milano 2006).

Un colpevole silenzio caratterizza gran parte della sinistra italiana, che ha liquidato ad esempio la preziosa e irrefutabile documentazione raccolta da Solzhenicyn, respingendola insieme alle giustamente criticabili idee reazionarie a cui era approdato, o che ha ignorato la straordinaria produzione letteraria di un sopravvissuto italiano ai Gulag, Dante Corneli, il “redivivo tiburtino”, condannato nell’Italia fascista a venti anni per aver ucciso un fascista in uno scontro del 1921, e che scontò in URSS ventiquattro anni tra carcere e confino per aver votato nel 1925 una mozione dell’Opposizione di sinistra. (11/11/2009)

Antonio Moscato