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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Brasile Lo scandalo di Petrobras

Brasile Lo scandalo di Petrobras

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La “gioia della corona” si ritorce contro Dilma

Petrobras, la maggiore impresa latinoamericana, generatrice di posti di lavoro e responsabile dello sviluppo sociale ed economico dell’epoca Lula, è oggi il nemico principale del neo eletto governo di Dilma Rousseff. Lo scandalo della corruzione rivela la fragilità del sistema politico brasiliano e mette il PT nel mirino.

di Anese Marra, da São Paulo

http://brecha.com.uy/

“Le indagini sulla corruzione di Petrobras cambieranno il paese per sempre.” Dilma Rousseff non sapeva quello che stava per caderle addosso quando pronunciò queste parole durante l’ultimo vertice del G 20 in  Australia. Le mancavano due settimane per vincere le sue seconde elezioni e con questa frase voleva dimostrare che non temeva le accuse del candidato dell’opposizione, il socialdemocratico Aécio Neves.

Petrobras era sullo sfondo di una delle campagne elettorali più aggressive e con i margini più ridotti degli ultimi 40 anni. Ma allora il PT (Partido dos Trabalhadores) non appariva ancora tra i principali protagonisti dello scandalo. Il candidato Neves concentrava i suoi attacchi su Dilma, di cui diceva che conosceva lo schema della corruzione della maggiore impresa dell’America Latina, ma le sue accuse si basavano su ipotesi. “Noialtri non conserviamo la sporcizia sotto il letto, la tiriamo fuori e la esaminiamo, e sarà così anche con Petrobras”, rispondeva Rousseff in ogni dibattito televisivo.

Ma la sicurezza che Dilma ha ostentato durante la campagna elettorale non l’ha mantenuta successivamente, come non ha mantenuto molte delle sue promesse elettorali. Senza dubbio invece le indagini hanno seguito il loro corso, e la presidente non ha fatto nulla per impedirle. Al contrario. In questo modo, il 1° gennaio, il giorno in cui ha assunto il nuovo incarico presidenziale, la Rousseff stava impantanata in quello che ormai è conosciuto come il maggiore scandalo di corruzione della storia brasiliana, l’operazione Lava Jato [dal nome di una catena di autolavaggi].

Le origini

Le indagini cominciarono nello Stato di Paraná molto prima delle elezioni. Inizialmente la Polizia Federale e il Pubblico Ministero cercavano le prove di un lavaggio di denaro realizzato dall’agente di cambio ed esperto di riciclaggio Alberto Yousseff, già detenuto in passato per lo stesso reato. Rapidamente si scoprirono affari tra Yousseff e Paulo Roberto Costa, ex direttore del settore Approvvigionamento di Petrobras. Il 17 marzo 2014 Yousseff veniva arrestato e tre giorni dopo anche Costa subiva la stessa sorte. A partire da quei giorni, i due hanno descritto punto per punto come funzionava il sistema di prelievo di denaro pubblico. Ogni mese si scoprono altri coinvolti nelle stesse operazioni, e questi a loro volta denunciano altri, facendo scoprire una operazione complessa e ben radicata da almeno 15 anni.

Uomini politici, funzionari pubblici, le principali imprese di costruzione del paese e diverse agenzie di cambio e finanziarie formerebbero l’organizzazione criminale Lava Jato, sospettata di “lavare” circa 10 milioni di milioni di reales. Le nove imprese di costruzione coinvolte, (Camargo Corrêa, Oas, Utc-Constram, Odebrecht, Mendes Júnior, Engevix, Queiroz Galvão, Iesa Óleo & Gás y Galvão Engenharia), conosciute come “Il club”, si dividevano tra loro i contratti con diverse imprese pubbliche, e particolarmente con Petrobras, mediante il pagamento di consistenti “mance”, ossia distribuzione di denaro pubblico a diversi partiti politici. Secondo la Polizia Federale, Alberto Yousseff era l’operatore finanziario del sistema (quello che raccoglieva il denaro),e Paulo Roberto Costa l’operatore politico che ripartiva i fondi tra i funzionari pubblici e i partiti. Il denaro usciva dalle imprese di costruzioni e passava attraverso alcune società fittizie di consulenza che lo ripulivano e lo distribuivano ai politici.

Al momento attuale si sa che i principali partiti beneficiati sono stati il Partido dos Trabalhadores (PT), il Partido del Movimiento Democrático Brasileño (Pmdb, principale alleato del governo) e il Partido Progresista (PP). A sua volta il Partido Socialista Brasileño (Psb) e il suo ex presidente, il defunto Eduardo Campos, avrebbe ricevuto circa 20 millones di reales (più di 6 milioni di euro) per la sua campagna di rielezione nel Pernambuco. Il partito socialdemocratico (Psdb), principale oppositore del governo, si sarebbe preso circa 10 milioni di reales, attraverso Sergio Guerra, oggi defunto, in cambio dell’impegno a non indagare sulle prime denunce sulla corruzione di Petrobras. Tutti costoro negano di aver partecipato a questa gigantesca trama.

Minacce di impeachment

“Lava Jato” si è trasformato nella principale pietra collocata su una strada che già accumulava vari ostacoli per la presidente neo eletta. Il giorno in cui ha preso possesso del suo incarico per la seconda volta, ha assicurato che avrebbe “difeso l’impresa statale dai predatori interni e dai nemici esterni”. Ma in quel momento già sapeva che il suo braccio destro, la ex ministra della Casa Civile Gleisi Hoffmann, era stata accusata di aver ricevuto denaro per la sua campagna elettorale per la carica di senatrice, e che l’ex ministro Antonio Palocci era ugualmente stato scoperto come esattore di 2 milioni di reales per la campagna elettorale della stessa Rousseff.

In gennaio Petrobras aveva già cancellato i suoi affari con più di 23 imprese private, e si contavano già 39 persone arrestate, tra funzionari statali e quadri dirigenti delle imprese costruttrici. Altri cinque direttori di diverse aree della compagnia petrolifera figurano ugualmente tra gli indagati.

Di una lista di duemila funzionari pubblici inquisiti, 150 sono già stati chiamati a rispondere alla giustizia.

Se gennaio è stato un mese nero per Dilma, febbraio è cominciato ancor peggio. Il giorno 4 la presidente della Petrobras, Graça Foster, sottoposta a una forte pressione dalle indagini, si è dimessa dal suo incarico. Il giorno dopo anche il tesoriere del PT, João Vaccari, accusato di aver accumulato più di 200 milioni di reales per il suo partito, e un altro po’ per il suo conto personale, è stato convocato a deporre davanti alla Polizia Federale. Il venerdì 6 la Rousseff annuncia la designazione del nuovo presidente di Petrobras: Aldemir Bendine, ex presidente del Banco de Brasil, che ha un profilo più politico e meno “di mercato”, col risultato di provocare le critiche del mercato finanziario internazionale, e una nuova caduta delle azioni della compagnia petrolifera statale.

A mano a mano che si scoprono nuovi coinvolgimenti del PT nell’organizzazione Lava Jato, le minacce di impeachment contro la presidente aumentano nel parlamento. In realtà da quando Rousseff ha vinto le elezioni con un margine ridottissimo, questo termine giuridico è stato riproposto fino alla sazietà. Nel mese di novembre circa 10.000 manifestanti hanno marciato a São Paulo, appoggiati dal candidato sconfitto Aécio Neves, che chiedeva questo “golpe” alla presidente.

Ma quello che sembrava una mossa dovuta più all’ignoranza e al clima infuocato generato da comizi molto aggressivi, oggi sembra trovare maggiore forza. Lo stesso ex presidente Fernando Henrique Cardoso (Psdb) ha chiesto al suo avvocato di contattare il giurista Yves Gandra Martins per vedere la possibilità di un eventuale processo di impeachment basato non sui crimini della presidente, su cui non esistono prove, ma su una sua presunta responsabilità nei crimini di altri. Il giornalista Ricardo Kotscho ha la sensazione che si pensi a una “versione brasileña del golpe paraguayo” che rovesciò Fernando Lugo nel 2012, e ricorda che Gandra è un avvocato legato al “Comando Caccia Comunisti” che appoggiò il golpe del 1964 contro João Goulart.

La presidente non risponde di fronte alle minacce, ma non dà neppure spiegazioni, e le rimangono pochi appoggi. Nonostante abbia tentato di accontentare la destra con un’équipe economica ben disposta ad assecondare i desideri del mercato, e abbia annunciato politiche di tagli della spesa pubblica ricalcate sulle richieste dell’opposizione, Rousseff non ha potuto conquistarla. Al tempo stesso la sua svolta a destra ha irritato molto quelli che avevano creduto alle sue promesse “di sinistra”. La scelta di ministri come Katia Abreu (conosciuta come la “regina dell’agrobusiness”) all’Agricultura, o di Gilberto Kassab (che è uno degli ex sindaci di São Paulo più screditati e corrotti) al dicastero delle Città ha infuriato anche i propri compagni di partito.

Il clima di tensione nel suo stesso partito si è sentito nello scorso fine settimana, quando il PT celebrava il trentacinquesimo anniversario delle sua fondazione, ed era apparso, invitato come una star, il presidente uruguayano José Mujica. L’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha difeso le scelte economiche di Dilma con una frase che pretendeva di essere conclusiva: “Non c’era un’altra strada possibile”. Ma i sindacati non hanno accettato questa giustificazione e hanno chiesto un nuovo dialogo tra Rousseff e i movimenti sociali, altra promessa non mantenuta.  Lula ha respinto tutte le accuse collegate allo scandalo di Lava Jeto, e ha concluso la cerimonia annunciando la sua candidatura per il 2018, sperando di chiudere i conti col passato e con un futuro immediato che appare molto oscuro per il partito.

Il valore di Petrobras

Se lo scandalo “Lava Jato” ha finito per collocare il PT nel mirino degli investigatori in materia di corruzione, la “grande” stampa, sempre allineata con la destra più conservatrice, collabora ampiamente all’affondamento del partito. La settimana scorsa il giornalista Luis Nassiff ha denunciato l’invio di un mail della direttrice della Centrale giornalistica del “Globo”, Silvia Faria, con cui avvertiva i suoi redattori che avrebbero dovuto evitare di nominare Fernando Henrique Cardoso in rapporto all’operazione Lava Jato.

Jean Wyllys, deputato del partito di sinistra uscito dal PT Partido Socialismo y Libertad (Psol) dava lo stesso avvertimento: “è chiaro che bisogna fare indagini sulla corruzione in Petrobras durante i governi del PT, ma anche durante la tappa “tucana” (cioè del governo di Fernando Henrique Cardoso). I media selezionano l’informazione sulla corruzione nel PT e dimenticano quella degli altri partiti”. Wyllys sottolineava anche che questo scandalo doveva servire per riflettere sul finanziamento privato delle campagne elettorali: Il prelievo di denaro andava diretto alle casseforti per finanziare le campagne elettorali. Lava Jato è il simbolo della corruzione in Brasile basata sulla commistione tra sistema privato e pubblico. È urgente pensare a una riforma del finanziamento dei partiti politici”, osservava il dirigente della sinistra. [Ma è anche utile che in Brasile guardino con attenzione alla pessima esperienza italiana di finanziamento dei partiti. In ogni caso stiano attenti alle sviste, come quella di Lula che ha salutato il “compagno Renzi”… NdT]

L’altra grande vittima della stampa è attualmente la stessa compagnia Petrobras, che viene presentata come un’impresa rovinata. La Federación Única de Petroleros (Fup) è stata la prima a lamentarsi del pessimo trattamento mediatico: “Stiamo vedendo come tentano di screditare Petrobras, nascondere i suoi successi per sminuirla davanti agli investitori privati”, dicono i sindacalisti in una lettera pubblicata sul portale Carta Maior.

Dalla Fup ricordano che negli ultimi 12 anni gli investimenti fatti hanno portato l’impresa a tornare autosufficiente e a conseguire risultati tecnologici come la scoperta dei giacimenti petroliferi del pre-sal. Nel 2002 il suo valore sul mercato era di 15 milioni di milioni di dollari, e ora raggiunge i 110 milioni di milioni, nove volte di più. Alla fine dell’anno scorso la produzione di Petrobras ha superato quella della statunitense Exxon Mobil, con una cifra di 150.000 barili al giorno, convertendosi nella maggiore produttrice di petrolio al mondo tra le imprese a capitale aperto.

La stampa, naturalmente, insiste sulla caduta del valore delle azioni di Petrobras nelle borse straniere, ma evita di parlare della crisi internazionale nella Opep e della nuova guerra dei prezzi del petrolio iniziata dall’Arabia Saudita, che ha lasciato con seri problemi paesi come l’Iran, la Russia e il Venezuela.

Il ruolo geopolitico del Brasile nel settore petrolifero non è discutibile. Ma Petrobras è anche più importante a livello nazionale perché produce il 13% del PIL del paese, e il 20% degli investimenti realizzati in Brasile. Le 23 imprese che sono state segnate dalla partecipazione a Lava Jato, assicurano il 14% dei posti di lavoro totali nel gigante latinoamericano. Se queste imprese costruttrici rimanessero impossibilitate a offrire i loro prodotti a Petrobras e a partecipare a opere pubbliche, una delle prime conseguenze sarà l’aumento della disoccupazione.

La sinistra rivendica il ruolo sociale e simbolico di questa grande impresa: “Petrobras è e sarà, con tutti i suoi problemi, uno strumento fondamentale per lo sviluppo del paese, il suo valore è incommensurabile”, commenta ad esempio il giornalista Mauro Santayana. Dilma Rousseff ha davanti a se il difficile compito di punire i corrotti senza mandare in rovina l’impresa, e salvare il suo partito da un’opposizione assetata di potere e con maggioranza nel Congresso.


 



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