Movimento Operaio

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Cannavò: non votiamo

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Stavolta non votiamo (Da Il megafonoquotidiano)

Berlusconi si fa un decreto su misura e cerca di tamponare la crisi del Pdl. Napolitano glielo firma e pensa di aver evitato il peggio. Viviamo in un sistema al collasso, non c'è nessuna alternativa valida e il meno peggio porta solo al peggio. Ma possiamo recuperare "lo spirito di scissione" e costruire un'altra politica

di Salvatore Cannavò

Il governo ha varato il decreto e Napolitano lo ha firmato a tarda sera. Giusto in tempo per permettere al Tar di esprimersi sulla base delle nuove norme che sono state redatte "ad listam", misurate cioè sulle esigenze del centrodestra escluso dalla competizione per le regionali di Lazio e Lombardia. Diciamo subito che un'elezione regionale senza Formigoni in Lombardia e Polverini nel Lazio non avrebbe dovuto tenersi perché la democrazia è anche sostanza oltre che forma. Ma il modo con cui questi hanno risolto il problema - un decreto su misura, l'intesa con il Quirinale e, si desume, la complicità del Pd - costituisce uno sfregio alla stessa convivenza democratica. Il commento ricorrente è uno solo: «Ma la legge è davvero uguale per tutti?». E' una domanda lecita che, certamente, animerà le manifestazioni, già convocate, di oggi pomeriggio al Pantheon e di domani a piazza Navona. C'è una rivolta morale in corso, un'indignazione collettiva a cui sta cercando di dare voce Antonio Di Pietro con la sua proposta di «impeachment» per Giorgio Napolitano e a cui cerca di collegarsi anche il Pd con l'indizione di una manifestazione per sabato 13 marzo. Manifestare ci sembra giusto anche se Berlusconi e il Pdl hanno fatto di peggio. Certamente il varo del decreto è un atto di arroganza, una prova di forza da parte di chi pensa di non dover rendere conto a nessuno, nemmeno ai propri elettori. La vicenda si sarebbe potuta risolvere con delle scuse formali, con l'affidamento al responso del Tar - il cui giudizio positivo hanno di fatto evocato sia Bersani che Di Pietro - magari, in un sussulto di correttezza con il sacrificio della lista Pdl nella provincia di Roma, visto che il presentatore l'aveva barattata con un panino. E invece si è preferito perseguire il già visto: l'atto di forza, la "faccia feroce" per spaventare soprattutto i propri, cioè far credere loro che come al solito la colpa è dei magistrati e dei "comunisti". Sul decreto, di fatto, c'è scritto: "coloro che si chiamano Roberto Formigoni oppure abbiano una lista con su scritto Berlusconi fanno un po' come c...gli pare".

L'effetto paradossale è che la vicenda è chiaramente una spia delle difficoltà in cui versa il Pdl, degli scontri interni, dell'impossibilità di reggere un partito reale troppo a lungo imperniato sul carisma del capo che, a sua volta, ha bisogno dello scontro eterno contro "il male" per reggersi in piedi. Dopo quindici anni questa strategia comincia a mostrare i primi segni di crisi e non a caso i sondaggi iniziano a dare verdetti negativi. Proprio per questo la risposta è brutale, aiuta a ricompattare e recuperare gli indecisi. Ma è anche il segno di una difficoltà più strutturale. A noi sembra evidente che questo sistema - istituzionale, politico, economico e sociale - non regge più, traballa da tutte le parti, produce solo malumori e scontentezze che magari si riversano su capri espiatori come i migranti. Non regge più il centrodestra che discute di fuffa mentre la Cassa integrazione riparte alla grande; e non regge il centrosinistra dentro al quale non esiste una linea significativamente alternativa e in cui ogni giorno c'è un dirigente di turno che pensa di farsi un altro partito (ieri Rutelli, oggi Veltroni). Non regge una sinistra ex-parlamentare che non sa fare altro che accodarsi al Pd e sperare di brucare qualche briciola di rappresentanza istituzionale di cui ha bisogno come il pane. Sia nella versione più visibile di Vendola, probabilmente rieletto alla presidenza della Puglia per poi gestirla con quel Pd che lo voleva affossare; sia nella versione più "povera" della Federazione della sinistra guidata da quel Ferrero che si presenta a Napoli al pari di Maradona (ma ci pensate? Maradona, cioè il genio assoluto del pallone...). Ma alla lunga non regge nemmeno Di Pietro che dopo aver raccolto i malumori, le incazzature diffuse, le disillusioni della sinistra, fa un congresso autoritario, si modera molto e poi rilancia chiedendo l'impeachment per Napolitano e poi ancora si allea con De Luca in Campania. Uno slalom troppo abile per durare.

Il sistema non regge nemmeno sul piano istituzionale. L'idea che diminuendo i partiti e semplificando il gioco politico ci sarebbe stata maggiore efficienza è fallita miseramente: con la diarchia Pd-Pdl siamo messi peggio di prima. Il bipolarismo è una farsa, la composizione delle liste una mafia, la stessa raccolta delle firme una barzelletta. Si lasciano fuori dalle istituzioni forze importanti e il sistema è più ingessato di prima, la credibilità complessiva affonda nel fango. E soprattutto non c'è fiducia alcuna di una qualche via d'uscita rispetto a problemi assillanti, il lavoro in primo luogo. Ma chi sta dando qualche soluzione rispetto alla crisi, ai licenziamenti che si moltiplicano, ai negozi e alle fabbriche che chiudono, al futuro sbarrato, all'ambiente deturpato, alla scuola smantellata? Non ci sono risposte, non c'è prospettiva, non esiste un'alternativa.
E allora, la situazione è esattamente questa: il sistema è al collasso ma non esiste alternativa. Chi avrebbe dovuto preservarla, la sinistra radicale, si è bevuto il cervello al governo e oggi la ricostruzione è ancora più difficile. Le forze davvero alternative sono piuttosto debole, alcune si lasciano incantare da un settarismo inconcludente, altre si danno da fare ma senza esito. Che fare, dunque? Disperarsi, piangere e mugugnare? A noi viene in mente solo quello che Gramsci ha chiamato «spirito di scissione»: demarcarsi dal main stream, dal corso dominante, dalle regole fasulle di un gioco poco divertente, dall'egemonia di un pensiero unico e debole allo stesso tempo per costruire altro. Costruire un'altra politica, un'altra sfera, istituzioni sociali alternative, luoghi di conflitto e di confronto diversi da quelli imposti da un sistema boccheggiante. Smarcarsi, spiazzare gli avversari, rilanciare su proposte rivoluzionarie perché riformatrici (la riduzione dell'orario di lavoro, per esempio), costruire un altro ritmo, un altro tavolo da gioco e imporre altre regole. Si può fare, è stato già fatto tante altre volte. E su questo ci si può ritrovare in tanti e diversi: forze politiche e sociali, gruppi di opinione, correnti diversi ma tendenti a un cambiamento strutturale. Una coalizione del cambiamento che guardi altrove e smetta di accodarsi al "male minore" perché gli ultimi quindici anni ci hanno dimostrato che il meno peggio porta al peggio. Si può fare provando a stare fuori dal coro. Per questo, stavolta, non ci stiamo, non partecipiamo, ci tiriamo fuori e non votiamo. Non li votiamo, non partecipiamo al loro gioco, non ci facciamo integrare. Lo possiamo fare in tanti non come gesto salvifico ma come strumento per costruire la nostra scissione collettiva. E vediamo che succede.

Da Il megafonoquotidiano