Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Damas de blanco a Cuba

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Le Damas de blanco e il “ripudio” organizzato

 

 

Ho visto con amarezza le scene delle manifestazioni di strada delle “Damas de blanco”, le madri, mogli e figlie di prigionieri politici. Mi ha colpito che fossero più che in passato, e che fossero sostenute anche da una parte dei passanti. D’altra parte una decina di giorni fa il funerale di una di esse si era trasformato in una manifestazione rumorosa e indignata di tutta una strada, perché la Seguridad aveva stupidamente vietato una corona di fiori il cui nastro portava la semplice scritta: Damas de blanco. Alcuni funzionari della Seguridad erano stati scacciati con insulti da una piccola folla che urlava in coro: “Libertad!”.

Ma qualcuno può essere rimasto sorpreso perché nei video messi su You Tube si vedono non solo le cariche di polizia, ma una vera e propria contromanifestazione al grido “Esta calle es de Fidel”, questa strada è di Fidel, con sottinteso: “non potete manifestare”. In parte si tratta delle squadre di intervento rapido, in borghese e senza armi, tranne, in alcuni casi, dei bastoni, ma organizzate militarmente; in parte sono cittadini precettati sul luogo di lavoro e portati sul posto con pullman.

Questi “actos de repudio” sono stati fatti ad esempio sotto le abitazioni di dissidenti non arrestati, come Osvaldo Payá, per togliergli il sonno, scoraggiare ulteriormente le visite e per intimidire i vicini. Erano abituali in URSS e in tutti i paesi della sua area, anche nei periodi della destalinizzazione chruscioviana (con bersaglio le mostre dei pittori astrattisti…) e perfino nei primi anni di Gorbaciov. Sull’efficacia di questi mezzi di intimidazione teppistica che si presentano come “organizzazione della protesta spontanea”, basterebbe il bilancio del fallimento di quei regimi nel 1989-1991. Ho pensato comunque utile riproporre un mio scritto in cui il protagonista racconta della sua crisi politica provocata proprio dalla partecipazione a questi “Actos de repudio” nel 1980 (l’anno in cui, non a caso, si tolse la vita Haidée Santamaria Hart, eroina della rivoluzione).

Stava già nel sito, ma inserito in un solo file di racconti cubani, abbastanza lungo, e quindi non sempre letto fino in fondo. I nomi sono fittizi, ma la storia è assolutamente vera. Questo racconto era stato selezionato da Danilo Manera e già pubblicato in un numero speciale di LIMES dedicato a Cuba. Era l’ultimo di una serie, e quindi contiene riferimenti a episodi descritti in precedenti racconti, se volete potete cercarli, in CUBA DA DENTRO, Racconti. (a.m.18/3/2010)

 

Il colonnello “bandido

 

Diversi anni prima della legalizzazione dei ristorantini che sarebbero stati chiamati Paladares, Emilio aveva conosciuto per caso un singolare personaggio. Robusto e riccioluto, Oscar stava lavorando a torso nudo nell’ingresso di una casa fatiscente dell’Avana vecchia. Preparava trofei da vendere ai turisti: teste di pesce spada imbalsamate, grossi granchi ed enormi aragoste svuotati, coperti da una vernice trasparente e montati su una tavoletta, piccole sculture in legno. Il tutto con la porta d’ingresso spalancata e in piena luce, nonostante la sua attività fosse a quel tempo ancora illecita, nel senso che quel che si produceva dall’asfittico artigianato sopravvissuto agli anni di statizzazione totale e assoluta (quella che Guevara aveva sconsigliato prima di andar via da Cuba) doveva essere obbligatoriamente venduto per pochi pesos alle Tiendas de artesania che rivendevano quegli oggetti a un prezzo ben più alto, e in dollari, ai turisti. Lui, invece, li vendeva direttamente in dollari. Per vivere e far vivere loro - diceva indicando due bambini vivacissimi che gli giocavano tra i piedi – che devo fare? Il bandido? Ma agli occhi della morale corrente nella Cuba sovietizzata, la sua attività illegale, se scoperta, veniva repressa quasi alla stregua di quella dei banditi.

Emilio era stato colpito dal suo viso intelligente e sfrontato, e anche da un particolare curioso: ogni tanto arrivava qualcuno a prendere discretamente qualcosa; anche un poliziotto del quartiere (il suo vicolo era centralissimo, in una zona turistica ben sorvegliata) veniva a prendersi un buon caffè, molto migliore di quelli distribuiti dalla libreta. Oscar, evidentemente, “sapeva vivere”, e soprattutto convivere con i rappresentanti dell’autorità. I caffè non venivano mai pagati, ma il poliziotto faceva “la vista gorda”, espressione gergale che letteralmente voleva dire “la vista grassa”, corrispondente alla nostra “chiudere un occhio o tutti e due”. Infatti, come Emilio seppe quando diventarono amici, faceva contrabbando di carne, di caffè, di altri generi che si procurava dal padre, contadino in una delle province centro orientali dell’isola. E le aragoste, non le usava solo per imbalsamarne il guscio: aveva sempre un congelatore pieno di code, di quelle che pescava a breve distanza dalla capitale. Altra attività vietatissima, ma largamente praticata.

Emilio, durante i successivi soggiorni a Platero, trovò spesso bellissime code di aragoste imbandite sulle tavole dei dirigenti locali che lo avevano invitato a cena, e che non si sognavano affatto di nascondere che le pescavano o peggio se le facevano dare dall’impianto che doveva surgelarle per venderle all’estero. Anche all’Avana, in suo onore, gli amici meno politicizzati che lo invitavano a cena gli procuravano le aragoste (comprate a un dollaro l’una, gli spiegavano, dato che era sempre curiosissimo sui prezzi, senza timore di apparire indiscreto). Non le trovava mai invece nelle case degli intellettuali della izquierda, (la sinistra), i “guevaristi” che erano stati discriminati nel periodo di maggiore influenza sovietica, tra il 1971 e il 1986, e che erano di un puritanesimo rigorosissimo. A casa di uno di loro trovò sulla tavola solo harina, cioè polenta, senza nessun condimento a parte il sale. Emilio era arrivato senza preavviso, perché il telefono come spesso accadeva non funzionava da giorni, e fu invitato con qualche imbarazzo e molte scuse per la povertà del desco. Che invece lo commosse e lo fece sentire orgoglioso dell’amicizia con un uomo e una donna (dato che la moglie era anche lei una straordinaria intellettuale) rimasti così fedeli allo spirito originario della rivoluzione, nonostante le dure prove subite.

Il suo ospite infatti, era stato allontanato per anni dall’insegnamento per compiacere i sovietici che lo consideravano “trotskista” come Guevara, anche se era stato inviato come diplomatico in una sede molto importante per Cuba proprio in quel periodo. Quando era “riaffiorato” dopo il lungo “esilio interno” (che comportava soprattutto l’impossibilità di pubblicare quello che scriveva, era diventato ricercatissimo in convegni che si tenevano in Europa o in America Latina, da cui riportava a volte anche mille dollari di compensi che versava integralmente al Centro Studi in cui lavorava. E mangiava solo polenta scondita come i nostri contadini di un secolo fa.

Tornando a Oscar, appena las paladares furono tollerate, ne aprì una, modestissima come attrezzature ma con una cucina prelibata. La sua casa era un rudere che aveva riattato alla meglio da buon carpentiere che era, ma non era fornita neppure di acqua corrente (se la procurava inizialmente dai vicini con un lungo tubo di gomma), mentre l’energia elettrica era rubata collegandosi abusivamente a un cavo. C’erano solo un paio di tavolini e delle sedie scompagnate, e qualche panca costruita da lui, ma bastavano perché i clienti cubani, che non erano pochi, portavano in genere il cibo a casa. Praticava tre tariffe diverse: una per i turisti danarosi, una ridottissima per i cubani, e una intermedia per Emilio, che mangiava ottime aragoste con pochi dollari.

Quando il governo tentò di regolarizzare il settore introducendo controlli e stabilendo imposte abbastanza elevate, subì qualche perquisizione e anche un paio di fermi di polizia. Ma se la cavò in poco tempo, aumentando le tangenti per gli ispettori e i piccoli regali (qualche coda di aragosta, qualche libbra di carne o un pacchetto di buon caffè) per i poliziotti del quartiere, che quindi lo avvertivano in tempo dell’arrivo di qualche rompiscatole non ancora “addomesticato”. Quando fu imposta una tassa di duecento pesos per gli esercizi che vendevano in valuta nazionale e di duecento dollari per gli altri, Emilio gli chiese come faceva, dato che la maggior parte dei clienti erano ormai stranieri. Rispose: “io vendo in pesos, e se gli stranieri non ce l’hanno, vanno a cambiare i dollari da mio cognato, nella casa di fronte”. Fatta la legge, trovato l’inganno…

Col passare del tempo, la fiducia di Oscar in Emilio aumentava. Un giorno, vedendo che rifiutava lo zucchero nel caffè, osservò: “sei come il Che”. E cominciò a raccontare che era stato per più di un anno nella sua scorta. I particolari che raccontava corrispondevano a quello che Emilio aveva appreso da tante testimonianze, ma egli continuava a dubitare che si potesse trattare di una millanteria basata su qualche confidenza di persone che veramente avevano vissuto vicino a Guevara.

Poi Oscar gli raccontò tutta la sua storia: aveva combattuto, giovanissimo, nell’Esercito ribelle nella sua provincia, una di quelle attraversate da Guevara e Cienfuegos nella loro marcia verso l’Avana, ed era stato membro “fondatore” prima della Gioventù ribelle, poi della Seguridad. Il titolo di “fondatore” è molto stimato a Cuba. Vuol dire che è entrato fin dal primo giorno in un organismo creato nel corso o subito dopo la rivoluzione. Aveva militato nella Seguridad fino a diventarne un ufficiale superiore col grado di colonnello. Aveva partecipato alla lotta contro i bandidos (cioè i controrivoluzionari che avevano tentato di imitare le gesta dei barbudos annidandosi sulle montagne dell’Escambray), e aveva lottato per anni contro la corruzione dilagante. Con entusiasmo per i primi dieci anni, poi con dubbi sempre maggiori. Quando nel 1980 un gran numero di cubani si riversò nella cittadina di Mariel, da cui Fidel aveva concesso di partire a chi voleva, fu inviato a organizzare la “protesta spontanea” che doveva limitare il fenomeno, diventato più massiccio del previsto. Doveva organizzare gli insulti e il lancio di uova marce a quelli che aspettavano un’imbarcazione che li venisse a prendere. Venivano definiti gusanos, cioè vermi, come i veri controrivoluzionari, ma lui sapeva che una parte di essi era solo stanca di un regime che stava diventando sempre più lontano dalle sue origini, avevano “perso la fede”, o semplicemente speravano in un salario migliore altrove.

Oscar non poteva rifiutare un compito assegnatogli, ma si dichiarò malato, con un esaurimento nervoso, e chiese di lasciare il suo posto per tornare a fare il suo mestiere di carpentiere. Ma evidentemente aveva espresso i suoi dubbi a qualche collega, e fu arrestato “per abbandono del posto di lavoro”, e condannato a una lunga pena detentiva, che scontò per quasi dieci anni. Uscito dal carcere non volle più riprendere il suo lavoro di carpentiere, pagato pochissimo, Inoltre la moglie lo aveva lasciato durante la detenzione. Si mise con una sottoproletaria dell’Avana Vecchia, insieme alla quale riattò quel rudere, e cominciò a vivere di espedienti e piccoli traffici.

Questa la storia che raccontò a Emilio, accettando perfino che la registrasse. Emilio manteneva tuttavia qualche dubbio, pur pensando che un fondo di verità potesse esserci. Poi ebbe una conferma sorprendente. Aveva invitato Ernesto, un regista cubano che aveva conosciuto in Italia, per mangiare qualcosa nella modesta Paladar. Appena Oscar vide Ernesto, ne fu colpito, lo studiò attentamente e gli chiese se era nato nella città di Cienfuegos, e se aveva un padre che gli assomigliava. Era così, e risultò che quasi venti anni prima Oscar era stato a casa sua, durante una “missione”: doveva scoprire le prove su un funzionario corrotto, che trovò e arrestò. In quell’anno Ernesto aveva solo quindici anni, ma qualcosa di quella vicenda ricordava. Che capacità professionali ha perduto la Seguridad quando ti ha licenziato e arrestato!, commentò Emilio, sbalordito.

Di fatto Oscar era diventato secondo la morale corrente un “bandido”, ma se si parlava del Che o di Camilo Cienfuegos, ritornava il rivoluzionario dei primi anni. Di Guevara raccontava aneddoti che furono poi confermati dalla prima figlia, Hildita, che allora era ancora viva, e in parte dalla vedova, tranne uno che la riguardava direttamente, ma la metteva in una luce discutibile. E una volta che sentì un avventore cubano fare una battuta che metteva in dubbio la versione ufficiale della morte di Cienfuegos, insinuando che ci potesse essere lo zampino di Castro, esplose infuriato, smentendolo, e cominciando una lunga ricostruzione dell’ultimo giorno e dell’ultima notte di Camilo Cienfuegos: lui era di guardia proprio all’aeroporto da cui Camilo partì, nonostante il servizio meteorologico avesse annunciato l’avvicinarsi di un ciclone. Cienfuegos era un cabezón come il Che, e aveva voluto partire lo stesso, illudendosi di aggirare il ciclone in cui invece il suo piccolo aereo scomparve per sempre. Non era possibile poi che qualcuno avesse fatto un sabotaggio all’aereo, perché il pilota, legatissimo a Camilo e scomparso con lui, dormiva a bordo per vigilare. Lo abbiamo cercato per giorni e giorni, precisava, spiando l’oceano, esplorando tutti cayos, gli isolotti sabbiosi su una base corallina che orlano le coste di Cuba. Il cubano non si convinse: sono in molti a ripetere questa storia, che proietta nel passato la diffidenza per Fidel nata negli anni della maggiore influenza sovietica e rimasta anche dopo, per le tante reticenze su quel periodo, sulle circostanze della morte di Guevara, ecc.

Emilio era già convinto da prima, per una elementare constatazione: Cienfuegos era andato a Camaguey per arrestare Huberto Matos, un comandante che aveva avuto un buon ruolo nella prima fase della rivoluzione, ma era anche un proprietario terriero, e aveva rifiutato la riforma agraria, e aveva per questo scritto una lettera di dimissioni a Fidel. Camilo era andato ad arrestarlo per timore che potesse organizzare una rivolta, in una provincia dove erano forti le resistenze alla riforma agraria. Ma l’elemento decisivo per respingere quelle insinuazioni è che in quel 1959 Fidel, il Che e Camilo si trovavano in totale accordo proprio sulla necessità di accelerare e portare a termine la riforma agraria.

Nonostante quel passato, che Oscar rivendicava con orgoglio, il suo presente scivolava sempre più ai margini della legalità, anche se ripeteva ad Emilio che non voleva certo il ritorno a quel capitalismo che aveva combattuto con le armi in pugno: voleva solo una vita decente per i due bambini che gli erano nati dalla convivenza con la nuova compagna, che lo aiutava ottimamente a cucinare ma lo irritava per la sua rozzezza, per l’incomprensione totale dei discorsi politici e dei suoi ricordi del passato, ma anche perché non condivideva le sue generosità verso chi, come Emilio, gli era entrato in simpatia.

Ma non solo verso Emilio. Era diventato una specie di factotum nel quartiere. Trovava tutto a tutti, senza chiedere denaro alle persone che stimava o da cui poteva ricevere un favore domani. A Emilio ad esempio regalò una piccola scultura di Changó, la divinità africana (identificata per secoli, prudenzialmente, con Santa Barbara), a cui i cubani neri e non solo neri o meticci come Oscar offrono il primo sorso di una bottiglia di ron. Di fatto era una specie di “sindaco della Habana Vieja”. Come il sindaco del Rione Sanità…

Quando Emilio nel 1984 arrivò all’Avana da Platero con il famoso viaggio in sei, Oscar si rivelò un testimone prezioso sui balseros, ma soprattutto sulla sommossa che c’era stata in agosto, e che era difficile interpretare solo ascoltando la TV, o le dicerie popolari (che erano regolarmente alimentate dall’ascolto delle radio di Miami. Anche suo cognato era partito con due amici, d’altra parte, e non si avevano più loro notizie (le radio di Miami trasmettevano ogni giorno i nomi di chi era arrivato). Lo stavano piangendo per morto, quando arrivò all’Avana con le mani spellate, e la pelle bruciata. Aveva remato per tre giorni su una piccola zattera precaria (ce n’erano di tutti tipi), sempre più a fatica per una leggera brezza che veniva da nord, e che si rafforzava continuamente. Alla fine, invece di vedere “Lamerica”, si erano accorti che stavano di nuovo di fronte alle coste cubane. Si rassegnarono, e si consolarono con una sbornia colossale, insieme a Oscar e a tutto il vicinato.

Sei mesi dopo, parlando con Emilio, il famoso cognato disse che “i balseros erano tutti pazzi”. Era cambiato il clima, si stava un po’ meglio, e aveva dimenticato di essere stato anche lui tra quei pazzi… In quella occasione Oscar era furioso con le autorità perché avevano dato il via a chiunque volesse partire, purché non rubasse un’imbarcazione dello Stato, e non portasse bambini, ma avevano oscurato la CNN, che veniva fino a quel momento ritrasmessa agli alberghi per turisti, e captata con piccole antenne paraboliche da moltissimi abitanti dell’Avana. Le antenne erano vietate, ma venivano costruite da molti artigiani e vendute per cinquanta dollari. Spuntavano da tutte le finestre e balconi, ma la polizia faceva la vista gorda… Sospendere la trasmissione della CNN (che mandava in onda molte immagini degli annegati ripescati) aveva impedito di capire l’ampiezza del dramma, e quindi molti incoscienti erano partiti per un viaggio senza ritorno.

Poi, a mano a mano, la sempre maggiore “professionalizzazione” di Oscar, aveva provocato un raffreddamento dei rapporti. L’ultima volta che Emilio aveva accompagnato nel ristorantino una delle tante delegazioni che accompagnava, bastò che uno degli italiani chiedesse sigari e ron e questi comparvero subito in quantità industriale, perfino nelle marche desiderate. Era diventata una centrale di smistamento della refurtiva proveniente dalle diplotiendas, o direttamente dalle fabbriche. Emilio non poteva più accettare di essere anche involontariamente complice. Non si videro più. Ma Emilio ha continuato a pensare che la storia di Oscar, e della sua lenta trasmigrazione da rivoluzionario a bandido, rimane importante per capire cos è successo a Cuba negli ultimi anni.