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La pagina di Antonio Moscato

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Riconciliazione in Uruguay

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Uruguay

 

IL NEMICO PRINCIPALE

Agenda Radical, n. 1116, 22 marzo 2010

 

 

 

«La povera dialettica delle contraddizioni principali e di quelle secondarie si è rivelata infernale, ci ha giocato non pochi brutti tiri. E il nemico secondario, normalmente sottovalutato in nome della lotta contro il nemico principale, il più delle volte si è rivelato mortale».

Daniel Bensaid, Fragments mécréants. Sur les mythes identitaires et la république imaginaire, Lignes, Essais, Parigi, 2005

 

 

Il 1° marzo [insediamento come presidente di José Alberto “Pepe” Mujica, ex tupamaro] ha avviato una nuova fase, quella delle «cause comuni come Nazione». Povertà, sicurezza, “riforma dello Stato”, istruzione. Secondo il presidente, queste “cause comuni” andranno affrontate patriotticamente, indipendentemente «dai meschini interessi corporativi», vale a dire a prescindere dagli interessi di classe. Non vi è nulla che sia incompatibile, se si tratta di costruire «una patria per tutti e con tutti, assolutamente con tutti».

Nel discorso di insediamento è stato enfatico su questo: «Ricercheremo dunque il dialogo, non per bontà o moderazione, ma perché crediamo che l’idea della complementarità delle parti sociali sia la migliore (…). Ci sembra che la scelta della concertazione e della convergenza sia più corretta di quella del conflitto».

In questa prospettiva si inserisce la riconciliazione con i militari, invitandoli a un «inserimento di tipo nuovo nella società», impegnandoli nel progetto di «solidarietà e inclusione sociale», per tornare a guadagnarsi il «rispetto della cittadinanza», anche se « la cosa più difficile nella lotta per l’unità nazionale è essere capaci di suscitare nel popolo sentimenti di affetto per le sue Forze Armate».

Il proposito espresso da Mujica nella base aerea di Santa Bernardina non solo ha ottenuto l’applauso entusiasta dei 350 ufficiali presenti alla riunione del 16 aprile. Bianchi, colorados, seguaci del Frente Amplio, sono accorsi in appoggio al Presidente. Basta scorrere i commenti e gli editoriali sia della stampa di destra (El País, El Observador, Búsqueda, Últimas Noticias) sia di quella ufficiale (La República, El Popular, Brecha) per dimostrare l’«ampio consenso». Gli uni e gli altri concordano con il capo di Stato: «Le Forze Armate di oggi non devono portare alcun peso del passato agli occhi del loro popolo». Gli assassinii, le sparizioni, le torture restano «al giudizio della storia». In omaggio alle «cause comuni» che ci uniscono.

Ovviamente, la riconciliazione richiede di più che non gesti formali e simbolismi. Essa impone decisioni politiche, soprattutto nell’impegno sull’impunità del terrorismo di Stato. Donde l’intenzione manifestata dal Presidente (e dai principali dirigenti del Frente Amplio) di cominciare subito a «voltare pagina». Le misure nei confronti dei «prigionieri di vecchia data» (un indulto di fatto) andrebbero in questa direzione. Si tratta, secondo Mujica e sua moglie, la senatrice Lucía Topolansky [anche lei ex militante dei Tupamaros], di porre fine a quello spirito di «vendetta» che ancora si annida in settori della società «che guardano indietro». È la stessa linea della ex ministro della Difesa, Azucena Berrutti, e cioè: cancellare ogni traccia di memoria democratica.

Il corso programmatico del governo è tracciato. All’insegna del «paese agro-intelligente», si adotteranno i «modelli di collaborazione pubblico-privata» applicati nei paesi dell’OCSE (Organizzazione di Collaborazione allo Sviluppo ed Economica, che raccoglie i principali paesi capitalistici del pianeta). Vale a dire: approfondirsi della sottomissione del paese alla logica di accumulazione che muove il Capitale mondializzato; con tutte le garanzie per gli imprenditori locali e gli investitori stranieri.

Il paesaggio economico è “tranquillizzante” e il Pil tornerà a crescere (4%), sostiene il ministro Fernando Lorenzo, allievo di Astori [oggi vicepresidente, ma nel passato governo di Frente Amplio ministro delle finanze ultraliberista]. Nel migliore dei casi, con un po’ più di vento a favore, si potrà «ridurre il carico fiscale» sui salari. Chiaramente, senza aumentare quello dei padroni, che è il più basso del Mercosur (7,5%).

Ricompaiono tuttavia all’orizzonte alcuni nuvoloni o, meglio, si ripresenta una vecchia minaccia che si è cercato di nascondere. Nei primi nove mesi del 2009, il debito lordo dell’Uruguay è aumentato del 12,8% ed ammonta attualmente a 19.943 milioni di dollari. Questo significa, da un lato, il 64,7% del Pil e, dall’altro, che il debito pro capite (quanto, cioè, dovrebbe pagare ogni uruguaiano per cancellare il debito dello Stato) è di 5.942 dollari.

Alla metà del 2006, il governo di Tabaré Vásquez ha cancellato anticipatamente i 630 milioni che doveva al Fondo Monetario Internazionale (FMI), seguendo la linea indicata da Lula, Kirchner, Chávez per disimpegnarsi con il FMI e «rompere la dipendenza»; il debito estero, dicevano, riguarda il passato. Ciò nonostante, più che ridursi il livello dell’indebitamento pubblico, nei fatti questo è aumentato, con l’emissione di nuovi buoni con i quali coprire gli ammortamenti. E ora si ammette che il debito continua ad essere un problema preoccupante per l’economia del paese. Tra il 2010 e il 2011, il governo dovrà affrontare un abbattimento del debito che comporterà l’esborso di 2.881 dollari. Nel quadro di un’economia liberista come quello attuale, la «riduzione della spesa» (investimenti sociali, salari dei pubblici dipendenti, infrastrutture, ecc.) costituirà una delle priorità del governo. Nell’immediato, si annuncia già la riduzione del passivo fiscale.

In sintesi,saranno i/le salariati/e a saldare il conto. E i più poveri, oggi destinatari di tutta la filantropia mediatica, dovranno di nuovo aspettare per essere «inclusi».

L’iniziativa politica è in mano al “progressismo”, che organizza l’agenda, indica i temi e descrive quel che non succede e quello che smette di succedere, monopolizzando la narrazione. Ha la capacità di convincere: un elemento chiave in politica, tanto che per gli elettori di Mujica (soprattutto lavoratori e strati sociali depauperati) un governo del Frente Amplio è «molto meglio» ed è preferibile a qualsiasi altro governo di destra. Il gioco della «dialettica delle contraddizioni principali e secondarie» si riproduce, dunque, nell’immaginario (e nell’operato) dei “soggetti” dai quali dipende l’intero processo di emancipazione sociale.

Questa coscienza immediata (“riformista”, direbbero gli ortodossi) fornisce sostegno sociale e politico al “progressismo”, inteso come scelta programmatica e strategica di collaborazione di classe nel campo dell’ordine capitalistico. Di questo si tratta: di una scelta che difende il sistema di dominazione borghese e, di conseguenza, il suo sistema di accumulazione e di sfruttamento. Attualmente, dal vertice dello Stato, regge i pilastri basilari del sistema: l’architettura istituzionale antidemocratica, l’appropriazione privata capitalistica del lavoro sociale, la subordinazione del paese agli istituti finanziari della mondializzazione imperialista.

Le denominazioni di tale scelta “progressista” variano a seconda di chi le definisca: socialdemocratica, social-liberista, tardo-batllista [il “batllismo” è una tendenza del Partido Colorado dell’Uruguay, ispirata alle dottrine di José Batll], neo-liberismo stretto, ecc. Le forme hanno scarsa importanza, nel momento in cui occorre (ri)pensare una strategia di lotta di classe e un’alternativa programmatica rivoluzionaria e socialista. Ma l’elemento decisivo è la definizione: il governo di Frente Amplio oggi è il nemico principale, in quanto, come strumento dello Stato capitalista, garantisce le condizioni politiche e materiali (economico-sociali) della riproduzione del potere di classe della borghesia.

Il “progressismo” è un apparato politico-elettorale che convince , e che compra anche, ed è una barriera formidabile che si erge di fronte a qualunque processo di trasformazione sociale e, quindi, di fronte ad ogni prospettiva socialista.

Naturalmente, l’egemonia “progressista” non è una maledizione divina piovuta dal cielo. È frutto di un lungo processo oggettivo in cui i rapporti di forza – grazie a una serie di sconfitte e di altrettante capitolazioni delle direzioni politiche e sindacali del Frente Amplio – sono mutati in favore della dominazione del Capitale. Sono queste concrete condizioni dei rapporti di forza tra le classi antagoniste quelle che consentono al “progressismo”, e al governo di Mujica in particolare, di costruire percezioni socio-culturali di “pace sociale”, di “consenso” e, in definitiva, di “dialogo nella società civile”. Per questo l’idea di “scontro” perde adepti giorno dopo giorno. È svalutata.

L’Istituto Cuesta-Duarte del PIT-CNT [l’unico sindacato in Uruguay], è la fotografia di questa realtà. Nel suo bollettino di informazione via internet del 15 marzo spicca in prima pagina una notizia: le dichiarazioni del presidente dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, Juan Somavia, alla rivista d’affari América Economía, in cui il funzionario ha messo in rilievo l’esempio dell’Uruguay nel «gestire il conflitto lavorativo». Secondo il funzionario, il paese costituisce un modello in fatto di «creazione di consensi», di «contrattazione tripartita» e di «dialogo sociale». Fattori decisivi che – come sappiamo – fanno parte integrante della strategia di collaborazione di classe del PIT-CNT.

Il governo ha cominciato da poco, per cui sarebbe un esercizio inutile predirne la dinamica futura. Mujica parte con un 62% di popolarità (inferiore a quella di Tabaré Vásquez nel 2005) e un clima di relativa aspettativa. Nessuno può dire quanto durerà la “luna di miele”, e meno ancora che avrà in mano un assegno in bianco. Le prime iniziative del governo (“riforma dello Stato, “piano di solidarietà e inclusione sociale”, lavoro “volontario”, riforma della legge di umanizzazione carceraria) servono soprattutto a saggiare il terreno.

Per il momento, le reazioni sono tiepide; anche se una serie di lotte sindacali dimostrano sicuramente che esiste una resistenza che chiede, soprattutto, condizioni dignitose di lavoro e di salario. Alcuni esempi: lo sciopero del Sindacato Unico degli Operai del Trasporto del latte (Sutol), un’azienda di distribuzione di Conaprole a Salto; la mobilitazione dell’Associazione dei Funzionari della Lotta Antitubercolosi; l’occupazione dei lavoratori di Bloquera S. A. a San Carlos, Maldonado; lo sciopero dei lavoratori della Cooperativa di Funzionari della Ceramica di Lavalleja, dove i “soci” finanziati dal Fondo Raúl Sendic [che prende il nome dal leader del MLN-Tupamaro], trasformatisi in padroni, sfruttano e costringono i salariati a lavorare in condizioni subumane; la lotta dei lavoratori dell’impresa Montes del Planta (fusione della cartiera svedo-finlandese Stora Enso con la cilena Arauco) a Conchillas, Colonia.

Nel frattempo, la crisi economico-sociale colora lo sfondo del paesaggio. La portata della “frattura sociale” (disoccupazione, povertà, emarginazione, violenza) si misura attraverso la cronaca poliziesca: nel quartiere Marconi, a Malvin Nord; nel liceo 62; nella polemica sulle “infrazioni meno gravi” e su come reprimerle con “maggiore efficacia”; nel dramma quotidiano delle “peggiori carceri del mondo”; nelle morti di donne nell’ospedale psichiatrico Santín Carlos Rossi di San José.

Il governo ha fatto della «lotta alla povertà» il suo vessillo distintivo. Ma se la politica economica continuerà all’insegna del neoliberismo, concordata con il FMI e la BM nel 2005, i “piani assistenziali” continueranno a somigliare a quelle porte girevoli da cui alcuni escono ed altri entrano. La maggior parte dei 650.000 poveri restano tali, per quante piroetta faccia l’INE (l’Istituto nazionale di statistica) per nascondere le spaventose condizioni dei più diseredati. Nessuno può prendere per validi i parametri dell’INE per stabilire chi sia un indigente o un povero. Dire che una persona è indigente solo se ha un reddito inferiore a 80 dollari al mese (1.636 pesos), o che è povera solo se guadagna mensilmente 240 dollari (4.899 pesos), è semplicemente vergognoso. Serve come strumento di propaganda politica per dire che la “povertà” è scesa al 19%, ma è intollerabile per chiunque abbia un minimo di decenza.

 

[vedi anche sul sito, sullo stesso argomento: Un tupamaro rassicurante]

 

[traduzione di Titti Pierini. Le note tra parentesi quadra sono redazionali. (a.m.26/3/10)]



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