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La posta in gioco delle elezioni spagnole di dicembre (1)

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DOSSIER SPAGNA / 1 – ELEZIONI DEL 20 DICEMBRE. CHE COSA E’ IN GIOCO

 

Fra 20 giorni esatti la Spagna andrà “alle urne”. Elezioni come tante in Europa? Non proprio. Quello che è in gioco è piuttosto importante, sia sul piano interno spagnolo, sia su un piano più generale, quanto meno europeo.

Dal 1977, anno in cui dopo lo sgretolamento del regime franchista si tennero le prime elezioni (quasi) libere, la Spagna è affetta da un male che molti vorrebbero importare in Italia: il bipartitismo. Ovvero la spartizione dello spazio politico fra due grandi partiti, uno di destra/centrodestra e uno di sinistra/centrosinistra, che competono tra loro, contendendosi il cosiddetto e fantomatico “centro” e alternandosi al governo. E in effetti si sono alternati: due governi dell’Unión de Centro Democrático (UCD) dal 1977 al 1982, quattro governi del Partido Socialista Obrero Español (PSOE) dal 1982 al 1996, 2 governi del Partido Popular (PP) dal 1996 al 2004, ancora due governi PSOE dal 2004 al 2011, e infine il governo in carica del PP dal 2011 a oggi.

In questo lungo periodo – quasi un quarantennio – la Spagna ha cambiato pelle, si è (come si dice) “modernizzata”, non è più il Paese di toreri e chitarristi caro ai turisti. Tutto ciò è innegabile. Dal livello in cui l’aveva lasciata il regime franchista, del resto, era praticamente impossibile scendere più in basso, si poteva solo risalire. Ma parallelamente ai tanti progressi in campo economico, sociale, culturale, si è avuto progressivamente un pesante regresso proprio a livello politico.

 

L’affermarsi del bipartitismo

La cosiddetta “transizione democratica” che ha permesso il passaggio dal tardo franchismo alla democrazia non è avvenuta attraverso una “ruptura” col vecchio sistema, ma con un compromesso fra le forze democratiche e di sinistra e le forze della destra postfranchista (che a volte, poi, tanto “post” non erano). La lunga notte franchista è stata messa tra parentesi, questo per evitare – si è detto – di riaprire vecchie ferite, di rischiare nuovi scontri “fratricidi”. Col risultato, fra l’altro, che decine e decine di fosse comuni in cui giacciono i resti di uomini e donne selvaggiamente trucidati a sangue freddo dai franchisti, pur chiaramente individuate da tempo, non sono state ancora aperte. Se ne occupano, quando possono e con i pochi mezzi di cui dispongono, associazioni di volontari, ostacolate il più delle volte dalle autorità, quando queste sono espressione del Partito popolare.

Ma questo delle fosse comuni è solo un dettaglio, per quanto significativo. Ciò che conta è che la “transizione” ha traghettato nel campo democratico tutto il vecchio apparato (governativo, economico, giudiziario eccetera) tardo franchista. Alle origini dell’UCD c’è infatti la fetta più significativa di questo apparato, alleatosi con spezzoni di formazioni democristiane, liberali e socialdemocratiche, accomunati dall’anticomunismo; quanto all’attuale PP, è una creatura di Fraga Iribarne, già vicepresidente e ministro franchista, che nella sua prima incarnazione (Alianza Popular) ha chiamato a raccolta tutti gli esponenti del cosiddetto bunker, la ridotta in cui s’era asserragliata la destra cavernicola e nostalgica.

Un primo punto da rimarcare è dunque questo: non c’è stata “rottura“ democratica, ma compromesso, un compromesso che ha consentito al sistema di riciclarsi, di innovarsi, di modernizzarsi, ma senza pagare pegno. Il secondo punto da rimarcare è che il sistema ha finito con l’assorbire al suo interno anche le forze che inizialmente volevano modificarlo, omologandosele. Ci riferiamo soprattutto al PSOE, che nei primi tempi – elezioni del 1977 – non esitava a scavalcare a sinistra il Partido Comunista de España (PCE) su alcuni punti, e che poi, col tempo e, soprattutto con la gestione del potere, ha finito con l’adattarvisi completamente.

Certo, sarebbe stupido sostenere che fra PSOE e PP non vi sono differenze. Vi sono, e sono anche serie: ma si tratta pur sempre di differenze all’interno di un quadro comune di riferimento, e cioè un’economia neoliberista, di cui il primo vorrebbe smussare gli angoli più acuti, mentre il secondo vorrebbe acuirli ancora di più.

Il convergere dei due partiti contrapposti, PSOE e PP, è stato il prodotto di molti fattori, fra i quali però un peso decisivo ha avuto proprio il bipartitismo. Il PP, per le sue origini e la sua natura, non ha mai avuto seri concorrenti alla sua destra; il PSOE aveva invece il problema del PCE, che gli faceva un po’ di concorrenza sul fianco sinistro. Un sistema elettorale ingegnoso (lo vedremo meglio più sotto) ha permesso di emarginarlo, assieme ad altre forze minori. Restavano due partiti in campo, che si differenziavano un po’ tra loro durante le campagne elettorali (ma non troppo: occoreva conquistare il cosiddetto “centro”), ma che poi praticavano politiche, soprattutto in campo economico, che solo con molta buona volontà si possono dire diverse tra loro.

 

La crisi del bipartitismo

 

In questi ultimi anni il sistema “perfetto” del bipartitsmo spagnolo (alcuni acuti dirigenti del nostro Partito democratico sono stati tentati di copiarlo, prima che la signora Boschi riesumasse peggiorandola la legge-truffa del 1953) ha cominciato a scricchiolare. La serie infinita di scandali che ha investito soprattutto il PP ma che non ha risparmiato il PSOE, l’aggravarsi della crisi economica, le periodiche ondate di manifestazioni (da quelle pacifiste a quelle degli indignados), l’incancrenirsi del problema catalano e altri fattori ancora hanno diffuso nella cittadinanza, spesso al di là delle collocazioni politiche, un clima di sfiducia, di stanchezza, che ha finito col trovare dei nuovi canali in cui esprimersi. Prima le elezioni europee del 2014, poi quelle “regionali” di quest’anno hanno infatti ridimensionato il bipartito, facendo emergere a sinistra Podemos, a destra Ciudadanos. Gli ultimi sondaggi, da prendersi con tutte le cautele del caso, pronosticherebbero un pareggio perfetto a tre PP-Ciudadanos-PSOE, con Podemos distaccato di qualche punto percentuale. Uno scenario da incubo per il PP e aperto a tutte le soluzioni: da quella più ovvia di un governo PP-Ciudadanos, a quella meno ovvia e un tantino osé di un governo PSOE-Ciudadanos (che aprirebbe sul fianco sinistro del PSOE una voragine). Ma non val la pena di insistere in previsioni basate su sondaggi.

Quel che è certo è che l’era del bipartitismo è finita e che se ne apre un’altra in cui si metterà sicuramente mano alla Costituzione. Per la sinistra spagnola non si profila certo una situazione “alla portoghese”, ma si apre una fase in cui da una condizione di assoluta marginalità politica si passa a una di mobilitazione e raggruppamento di forze non più trascurabili. A patto, però, che Podemos non commetta altri errori (come vedremo in un’altra scheda).

 

Due tre cose da sapere per valutare i risultati

 

Valutare i risultati di un’elezione è certamente facile, ma è altrettanto facile commettere degli errori di miopia. Certo, il 21 dicembre si conteranno i seggi di ciascun partito e se ne guarderanno le percentuali. È bene dunque sapere fin da subito che nel sistema elettorale spagnolo il rapporto fra le percentuali (o i voti) e i seggi non è molto stretto, anzi è piuttosto largo, arbitrario.

In Spagna si vota per la Camera dei deputati con un sistema elettorale proporzionale corretto. Le “correzioni” sono tre: 1) la ripartizione dei seggi avviene con il metodo D’Hondt; 2) i seggi si assegnano su base circoscrizionale; 3) per ottenere un seggio un partito deve avere almeno il 3 % nella circoscrizione.

1)    Il metodo D’Hondt è abbastanza noto (è quello usato in Italia fino agli anni Novanta) e non è dunque il caso di scendere qui in dettagli. Basterà dire che nell’assegnazione dei seggi favorisce il partito più grande di ogni circoscrizione. Fatte le somme a livello nazionale, si tratta di una manciata più o meno grande di seggi in più. Questo “premio”, in misura però minore, riguarda anche il secondo partito.

2)    L’assegnazione dei seggi su base circoscrizionale è praticamente la norma in tutti i Paesi europei, ma il trucco consiste in questo: meno circoscrizioni ci sono e più sono grandi, più proporzionalità si ha; al contrario, più circoscrizioni ci sono e più sono piccole, meno proporzionalmente si distribuiscono i seggi. In Spagna le circoscrizioni sono 52. Questo significa che nella maggioranza delle circoscrizioni, che sono piccole o medie, esiste di fatto uno sbarramento che può andare dall’8-9 % al 20 %. Nessuna possibilità dunque per partiti piccoli o medi anche con una forza elettorale non disprezzabile.

3)    Infine, il 3 % necessario nella circoscrizione è la ciliegina sulla torta. In effetti nella stragrande maggioranza delle circoscrizioni è una beffa, perché vi esiste già di fatto – come si è visto – uno sbarramento ben maggiore. Serve invece a Madrid e a Barcellona, le circoscrizioni più grandi, per essere sicuri che nessun “partitino” riesca a strappare un misero seggio...

Dettagli “tecnici“ che possono annoiare, ma che è bene tener da conto. Si possono comunque riassumere così: nelle elezioni del 2011, per conquistare ogni suo seggio il PP ha avuto bisogno di  58.000 voti, il PSOE 64.000, Izquierda Unida (il PCE) 153.000 e Unión Progreso y Democracia 229.000...

 

Scheda a cura di Cristiano Dan

 

Prossima scheda: La destra cavernicola: il Partido Popular e il pulviscolo dell’estrema destra

 

 

 

 

 



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