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Spagna (2) - Lo schieramento della destra cavernicola

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Dossier Spagna | 2 – La destra cavernicola: il Partido Popular e il pulviscolo d’estrema destra

 

In Spagna non esiste, almeno per ora, il pericolo dell’emergenza di forti correnti d’estrema destra, più o meno classica, come sta accadendo in Francia con il Front National, in Italia con la “nuova” Lega Nord di Salvini, in Germania con Pegida, per limitarci solo a pochi esempi. Qui il Partido Popular  (PP) occupa da tempo buona parte dello spazio politico nel quale tali correnti potrebbero svilupparsi, rappresentandone in una certa misura e per certi aspetti gli interessi e gli obiettivi. Questo non significa che il PP sia un partito di “estrema destra”. Il PP si sforza di fornire di un’immagine di “moderazione”, si autocolloca “al centro”, si richiama a un vago «umanesimo cristiano», aderisce al Partito popolare europeo. Nei fatti, è un partito di destra che raccoglie adesioni anche al centro e anche all’estrema destra, perché è riuscito a proporsi come la barriera più efficace contro il ritorno al potere della “sinistra”, etichetta che attribuisce, generosamente, al PSOE. È un partito che rappresenta gli interessi di buona parte del capitale spagnolo in campo economico e quelli della parte più retriva, e maggioritaria, della Chiesa cattolica in campo ideologico. Una sorta di Democrazia cristiana di destra, insomma, che raccoglie adesioni non solo fra la borghesia rampante più avida e corrotta, ma anche in strati popolari delle regioni economicamente più arretrate, come le due Castiglie o la Galizia. Ma che non è mai  riuscito a sfondare veramente in alcune importanti regioni “periferiche”, come la Catalogna e i Paesi baschi, fra le più sviluppate dal punto di vista economico, sociale e culturale, dove ha incontrato l’ostacolo di altri partiti di centro e centrodestra, ma con un orientamento nazionalista [1] più o meno marcato: il Partido Nacionalista Vasco (PNV) nei Paesi baschi e la federazione, ormai defunta, di Convergència i Unió (CiU) in Catalogna. Ciò che gli ha alienato l’appoggio di settori importanti del capitalismo di queste regioni e lo ha spinto sempre più a proporsi, implicitamente, non tanto come un partito “nazionale”, quanto come un partito castigliano, ostile non solo al nazionalismo secessionista, ma anche a ogni forma di federalismo, di autonomia sostanziale. Riproponendo così un «patriottismo spagnolo» che non poteva che retroalimentare i «patriottismi» delle regioni periferiche: Catalogna innanzi tutto, ma anche Paesi baschi e Galizia.

Ma facciamo un passo indietro, e vediamo da dove viene e come si è formato il PP, quali sono state le cause del suo successo in questi anni e quali le ragioni della sua attuale crisi.

 

Le origini del Partido Popular

Si è già detto (vedi La posta in gioco delle elezioni spagnole di dicembre ) come all’origine dell’attuale PP vi sia l’ala più “continuista” del tardo franchismo, quella rassegnata a una “transizione” il meno “democratica” possibile, in concorrenza con l’ala “aperturista”, rappresentata da Adolfo Suárez e la sua Unión de Centro Democrático (UCD). La sua prima incarnazione è l’Alianza Popular (AP), creatura di Fraga Iribarne, nata dalla fusione di alcune protoformazioni di destra (più che altro strumenti elettorali di vari dignitari del regime in agonia). AP si pone subito al centro di una costellazione di altri piccoli partiti, di destra ed estrema destra, che tende a inglobare o almeno a federare (è la Federación de Partidos de Alianza Popular). La prima prova elettorale del 1977 è deludente: l’8 % dei voti e 16 deputati, cioè l’emarginazione politica. Fraga non tarda a trarne le conclusioni e decide una svolta in senso moderato: quando si vota la Costituzione, AP l’approva a maggioranza, rompendo con le sue componenti più oltranziste che lasceranno il partito e la federazione.

All’inizio la svolta al centro sembra non pagare. Nelle elezioni del 1979, la coalizione che AP ha formato (Coalición Democrática) scende a meno del 6 % e a 9 deputati. Ma la crisi dell’UCD, iniziatasi nel 1981 con una scissione capeggiata dal suo stesso fondatore, Suárez e che si conclude nel 1982 con la disintegrazione di questo partito e la vittoria del PSOE (sono le cosiddette «elecciones del cambio»), apre una voragine al centro e al centrodestra che la nuova coalizione promossa da AP (Coalición Popular) si affretta a colmare, balzando al 26 % e a 105 seggi.

 

Dall’opposizione al governo

Comincia così una fase, che durerà 18 anni, di dura opposizione ai governi socialisti e di ascesa elettorale quasi ininterrotta, che lo porta dapprima a diventare il primo partito nelle europee del 1994, poi a scalzare i socialisti dal potere nelle legislative del 1996, con una maggioranza relativa che richiede l’appoggio esterno di altri partiti: PNV e CiU, ai quali si è già accennato, e i regionalisti di centro della Coalición Canaria. Nel frattempo AP si è “rifondata”, fagocitando decine di spezzoni di partiti di centro e di centrodestra, assumendo l’attuale denominazione, mettendo in pensione Fraga, e affidandosi alle cure di José María Aznar, che si era fatto le ossa in un’organizzazione studentesca falangista negli ultimi anni del franchismo. Nel 2000 il Partido Popular ottiene la maggioranza assoluta e tutto ciò che ribolliva sotto l’apparenza dell’«umanesimo cristiano» viene alla luce. Nel 2003, nel cosiddetto ”vertice delle Azzorre”, Aznar è uno dei più oltranzisti alleati di Bush nella guerra del Golfo. Il suo avventurismo suscita una delle più ampie manifestazioni antiguerra europee ma richiama anche l’attenzione dei jihadisti. L’11 marzo dell’anno successivo uno spaventoso attentato alla stazione ferroviaria di Atocha (Madrid) lascia sul terreno quasi 200 morti. Aznar perde il lume della ragione: nonostante i primi indizi certi indichino una matrice jihadista, si ostina a darne la colpa all’ETA basca, di fronte a un Paese sempre più attonito. Il risultato non si fa attendere. Nelle elezioni, già convocate, che si tennero tre giorni dopo l’attentato, il PSOE ottiene la maggioranza, e la riottiene nel 2008. Ma anche il suo leader, Zapatero, sembra aver perso il lume della ragione: di fronte a una crisi economica globale sempre più evidente, si ostina a negarne anche la solo semplice esistenza [2]. E così già l’anno dopo il PP torna a essere il primo partito alle europee, riconquistando il governo nel 2011, questa volta con Mariano Rajoy.

Rajoy non è un presidente con l’elmetto come Aznar (lo si è visto in questi giorni, nel ridicolo balletto dell’offerta di militari spagnoli alla Francia, subito rimangiata), ma anche lui non scherza. Dalla sua ascesa al potere a oggi il PP si è scatenato, riesumando le posizioni più retrive e clericali in fatto di istruzione e di diritti civili (aborto innanzi tutto), applicando alla lettera le direttive neoliberiste di Bruxelles, andando allo scontro frontale con le rivendicazioni della Catalogna (sino a far apparire il secessionismo come unica via d’uscita). Il tutto mentre attorno a lui fioccavano gli scandali prodotti da una corruzione sempre più sfrenata e pervasiva (i casi Bárcenas e Gürtel ne sono gli esempi più macroscopici).

 

IL PP alla prova del dicembre 2015

 

Un bilancio catastrofico, di cui il PP ha già pagato un prezzo salato nelle ultime europee e nelle regionali di pochi mesi fa. Fine della corsa, dunque? Non è detto. Il PP deve sì fare i conti con un forte discredito, che però non ha investito solo lui, ma anche il suo “storico” avversario, il PSOE, che appare indebolito e con una identità a pezzi. Se cala il PP ma parallelamente cala anche il PSOE (come è quasi certo che avverrà), ha ancora buone probabilità di restare in campo. Deve certo fare i conti con un concorrente che razzola nel suo stesso cortile, Ciutadanos [al quale dedicheremo la prossima scheda], ma ha ancora qualche freccia al suo arco: il clima che si è creato dopo gli attentati di Parigi, che incontestabilmente favorisce i governi “d’ordine”; un certo rilancio di un «patriottismo spagnolo», stimolato dallo spauracchio della secessione catalana; la divisione delle forze di sinistra, che arrivano alla prova del voto con due liste, che saranno pesantemente danneggiate entrambe dal sistema elettorale.

 

L’estrema destra

Resta da dire qualche parola sull’estrema destra spagnola, che, come si è visto, in parte si è accomodata nel PP, ma in parte sopravvive a stento, frammentata in una miriade di partitini rissosi. L’unica formazione di questo tipo che può sottrarre qualche voto prezioso al PP è Vox, frutto di una sua scissione. Non ha la possibilità di fare eleggere nemmeno mezzo deputato, ma può danneggiare il PP in diversi collegi dove anche una manciata di voti conta. Nessun pericolo viene invece dai tradizionalisti cattolici di Familia y Vida, da Democracia Nacional o dai nostalgici (ce ne sono ancora in circolazione) della Falange Española de las JONS.

 

[1] Il termine “nazionalista” (nacionalista) in Spagna viene impiegato con un significato diverso da quello che ha in Italia e in altri Paesi europei, dove in genere caratterizza movimenti d’estrema destra. In Spagna si distingue fra “nazionale” (nacional), proprio dei partiti che praticano il «patriottismo spagnolo», centralisti e contrari a ogni concessione di tipo federalistico (il partito unico franchista si denominava Movimiento nacional), e “nazionalista”, proprio invece dei partiti, indipendentisti o federalisti, delle regioni cosiddette “periferiche” (Catalogna, Comunità valenzana, Baleari, Paesi baschi, Navarra, Galizia, Canarie). La distinzione è radicata: al punto, per esempio, che quando il minuscolo Partido Nacionalista de Castilla y León, di centrodestra, volle federarsi ad Alianza Popular, venne invitato a rinunciare al “Nacionalista”.  Cosa che fece.

[2] In quegli anni Zapatero era diventato un vero e proprio mito in certa sinistra, soprattutto italiana. Dell’irresponsabile inconsistenza della sua esperienza diremo in una prossima scheda.

 

Scheda curata da Cristiano Dan

 

 



Tags: Spagna  destra  nazionalismo  

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