Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Spagna / Verso un «governo progressista» PSOE-Podemos-IU?

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Continuiamo (nonostante le momentanee difficoltà del sito, non del tutto superate) l’informazione sulla situazione spagnola, evitando le banalità e le reticenze della stampa mainstream ma anche le mitizzazioni ottimistiche che spesso circolano nella sinistra, come accadeva nei primi mesi del governo di Syriza in Grecia. Questa è una prima nota a caldo che non nasconde le contraddizioni e le difficoltà dell’esperimento, che va seguito attentamente. È curata da Cristiano Dan, che nelle settimane prima del voto spagnolo aveva presentato in diversi articoli le varie forze politiche in campo. Ricordo alcuni degli articoli precedenti: La posta in gioco delle elezioni spagnole di dicembre (1), SPAGNA 4 | Il PSOE tra l’incudine e il martello e SPAGNA 6 / Podemos e le elezioni del 20 dicembre (a.m.24/1/16)

 

 

 

 

Il primo colpo di teatro spetta a Mariano Rajoy, presidente del Partido Popular (PP), che si è tirato indietro. Nel senso che, nell’incontro con il capo dello Stato (che in Spagna, monarchia, è ovviamente il re) ha detto di non volersi presentare in Parlamento per sollecitarne l’investitura, non avendo dietro di i numeri - i seggi - sufficienti a ottenerla. Il volpone sa infatti che se lo avesse fatto e fosse stato bocciato, sarebbe scattato il meccanismo delle elezioni anticipate, da tenersi 60 giorni dopo. Preferisce quindi che a fallire, a essere bocciato in Parlamento, sia il segretario del Partido Socialista Obrero Español (PSOE), Pedro Sánchez, da additare poi come responsabile dell’ingovernabilità del Paese, visto che rifiuta ostinatamente la “grande coalizione“ fra PP, PSOE e Ciudadanos. In caso di elezioni anticipate, secondo lui, il suo senso di “responsabilità” verso il Paese servirebbe a procurargli una robusta manciata di voti in più. Pura tattica da vecchio politicante, dunque, di cui non vale la pena occuparsi più a lungo.

Ma è pura tattica – e qui veniamo al secondo colpo di teatro - anche la proposta fatta successivamente dal segretario di Podemos, Pablo Iglesias, di un «governo progressista» formato da PSOE, Podemos e Izquierda Unida (IU)?

Qui ogni interpretazione è possibile. Se fosse pura tattica, tanto di cappello per una mossa che ha scatenato il putiferio, facendo saltare i nervi a persone e giornali solitamente più compassati (si veda, per esempio, l’editoriale con inizio in prima paginafatto inconsuetodi «El País» di sabato 23 gennaio). Ma anche in questo caso si tratterebbe di uno dei tanti episodi di schermaglia politica che forniscono il pane quotidiano ai cronisti parlamentari e sollecitano sbadigli in chi cronista parlamentare non è. Se però non è tattica, ma proposta seria, conviene allora chiedersi:

a) esistono le basi numeriche (i seggi) per un «governo progressista»?;

b) ci sono le condizioni programmatiche per una convergenza simile?

Cominciamo dai numeri. La Camera dei deputati ha 350 seggi, quindi la maggioranza assoluta è di 176. Si può governare anche con un numero minore di seggi, a patto però di averne comunque più dell’opposizione che vota contro, il che presuppone che uno o più partiti si astengano. Detto questo, il «governo progressista» potrebbe contare, sulla carta, su 90 seggi del PSOE, su 69 di Podemos e coalizioni alleate e su 2 di IU (che però, è bene ricordarlo, ha altri 3 seggi, eletti in Galizia e Catalogna, e qui conteggiati nelle coalizioni alleate). In tutto 161 seggi, cui si contrapporrebbero sicuramente 163 voti (123 di PP e alleati e 40 di Ciudadanos). In conclusione, servono almeno altri seggi più qualche astensione. Difficile pensare che i nazionalisti baschi di Bildu (2 seggi) o quelli di Esquerra Republicàna de Catalunya (ERC, 9 seggi) o di Democràcia i Llibertat (DiL, 8 seggi) possano votare a favore di un simile governo se non in cambio di concessioni che il PSOE non è certo disposto a fare [1]. Più morbidi potrebbero invece essere il Partido Nacionalista Vasco (PNV, 6 seggi) o Coalición Canaria (1 seggio). Come si vede, strada tutta in salita, anche se non del tutto impraticabile.

Ma qui veniamo al dunque. Una volta stabilito che sul puro piano numerico un «governo progressista» potrebbe nascere (ma non si sa quanto durare), resta da stabilire su quali contenuti. E qui sorgono i problemi. Per quanto riguarda alcune delle più urgenti misure economiche e sociali c’è una certa convergenza: non totale, ma negoziabile. Per fare qualche esempio: l’abolizione della liberticida Ley de Seguridad Ciudadana voluta dal PP; l’innalzamento del salario minimo; l’estensione a tutti dell’assistenza sanitaria; il ripristino delle forniture di gas ed elettricità, tagliate a chi non poteva pagare; la difesa del diritto a un’abitazione (divieto di sfratto se non v’è un’alternativa; alloggi garantiti alle vittime delle violenza machista, ecc.); chiusura definitiva della centrale nucleare di Garoña. E potremmo continuare, fino a configurare un programma minimo che è positivo, progressista, necessario, ma che è dello stesso tipo di quello varato dai socialisti portoghesi con l’appoggio esterno della sinistra. In altre parole, per un programma simile non occorre arrivare a un governo organico dei tre partiti: basterebbe appoggiare dall’esterno il PSOE. Altro discorso andrebbe fatto se nel programma del possibile governo entrassero misure come una nuova legge elettorale finalmente democratica o il “diritto a decidere” per quelle “nazionalità” dello Stato spagnolo che, a ragione o a torto, intendono rimettere in discussione il loro attuale assetto (e non c’è solo la scelta-spauracchio dell’indipendenza: c’è anche quella di una radicale riforma in senso federale, molto tempo fa bandiera anche del PSOE).

Stando così le cose, val dunque la pena impegnare un partito, che si vuole partito-movimento, in un ruolo istituzionale (che è anche una camicia di forza) per realizzare un programma (ripetiamolo: positivo) che si può egualmente sostenere dall’esterno? Non c’è il rischio, forte, che l’altro aspetto di Podemos, quello del partito-movimento suscitatore di mobilitazioni sociali, finisca coll’essere offuscato o addirittura entrare in contraddizione con l’aspetto istituzionale?

Lasciamo per ora in sospeso questi interrogativi, in attesa di ulteriori dettagli. La situazione in Spagna sta evolvendo con ritmi molto rapidi. Già sabato 30 novembre, quando si riunirà il Comitato federale del PSOE, avremo una risposta alla proposta-provocazione di Iglesias.

 

 

 

 

[1] Per ingraziarsi i nazionalisti catalani e baschi, almeno sul piano istituzionale, il PSOE ha “prestato” due senatori sia all’ERC sia a DiL per consentire loro di formare gruppi parlamentari. Al PNV, sempre al Senato, ha ceduto un posto nella Mesa, l’organo di governo dell’assemblea. Questo certamente in vista di possibili astensioni. Alla Camera è invece stato intransigente, assieme a PP e Ciudadanos, nell’interpretare alla lettera il regolamento, impedendo che i deputati eletti nelle coalizioni alleate con Podemos (Galizia, Catalogna e Paese valenzano) potessero costituire propri gruppi parlamentari, nonostante in passato si fosse fatta almeno un’eccezione in questo senso.



Tags: Iglesias  PSOE  Podemos  

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