Movimento Operaio

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> “Non si può trasformare radicalmente la realtà partendo solo dalla logica istituzionale”

“Non si può trasformare radicalmente la realtà partendo solo dalla logica istituzionale”

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di Franck Gaudichaud

[da Resumenwww.resumen.cl]

 

Alla fine del 2015, il ricercatore Franck Gaudichaud ha pubblicato il libro América Latina: Emancipaciones en costrucción, una raccolta di testi di diversi autori, sulle prospettive delle varie iniziative politiche sviluppatesi nel nostro continente. Sono presenti Venezuela, Colombia, Cile, Argentina, Uruguay, Brasile e Bolivia, a partire da queste relazioni, introdotte da un breve saggio del curatore. Partendo dalla lettura dell’opera, ne abbiamo parlato con quest’ultimo, e quella che riportiamo qui è la registrazione dell’incontro. (Resumen).

 

 

Nel prologo, nella prefazione e introduzione del libro si insiste sulla necessità di ricercare forme di lotta e di vita che si identifichino appieno con le popolazioni che le prescelgono. Secondo la tua esperienza, quali condizioni favoriscono l’incontro di questa autenticità?

In effetti, vari saggi del libro tornano su questo: cioè su una “via” che ricerchi un processo di emancipazione, che provi a disfarsi dei lacci che ci legano e ci opprimono. In uno degli articoli [del libro] sulla Colombia appare l’idea dei “lacci che liberano”. In questa relazione si parla dell’esperienza comunitaria indigena nel Bajo Sinú [Colombia, dipartimento di Córdoba] dove, in un contesto di guerra e di fronte a un disastro ambientale e a problemi idrici, una comunità riesce a ricreare spazi di vita collettivi intorno alla produzione agro-ecologica. Attraverso questa ed altre esperienze, si vede come, per ottenere queste forme di costruzione di vita associativa occorra avere preliminarmente un’esperienza di organizzazione collettiva o comunitaria, avere spazi in cui si possa deliberare, prendere decisioni insieme e affrontare qualsiasi tipo di aggressione o di difficoltà. È altresì importante avere idee forza comuni, vale a dire un asse organizzativo e soggettivo che consenta di cementare questo spazio di vita e riuscire a far che tale spazio sia il più democratico e partecipativo possibile. Talvolta, un’esperienza conflittuale consente di innescare questi processi, poiché l’antagonismo crea un “noi” e un “loro”, e quel “noi” consente di creare uno spazio più comunitario.

In questa ricerca quale rilevanza ha il recupero di concetti e interpretazioni proprie delle culture precolombiane?

Credo che i popoli indigeni o nativi, soprattutto negli ultimi quindici anni in America latina, abbiano consentito di tornare a porre al centro dello scenario politico continentale, appunto, idee forza antagoniste rispetto al neoliberismo. Ne è un esempio la questione dello scontro con le multinazionali estrattiviste e le loro logiche di spoliazione: le comunità indigene sono state in grado di proporre alternative. È stato non meno importante il recupero della forma “comunità” o di quella “comunale/di quartiere”, naturalmente con i relativi pro o contro, perché non va neanche idealizzato il fattore “indigeno” in chiave romantica e de-contestualizzata, come qualcosa di isolato dal resto della società, così come è evidente che esistono anche casi di caudillismo indigeno, di concezioni di vita patriarcali e una forte pressione per l’integrazione in direzione dell’ordinamento capitalistico globale…

Dalla fine degli anni Novanta ad oggi hanno avuto accesso all’amministrazione di diversi Stati leader e partiti che hanno suscitato nelle popolazioni dei rispettivi paesi la speranza di una restituzione dei loro diritti. In generale, come è possibile caratterizzare la traiettoria di questi governi e come spieghi che molti di questi abbiano perso negli ultimi anni il sostegno popolare?

Si parla molto del “ciclo” progressista e ultimamente si discute su una sua probabile “fine”, o perlomeno di un riflusso o di un indebolimento dei progressismi governativi. Sicuramente, quei governialcuni di carattere nazional-popolare radicale, altri di centro-sinistrasono frutto di una profonda crisi di egemonia del neoliberismo in parte della regione, soprattutto in Sudamerica. Correa, Morales, Chávez, i Kirchner, in minor misura Lula, provengono da quel ciclo “dall’alto” dei movimenti sociali, sindacali, contadini e popolari, con marcato segno antimperialista e sovranista. Ovviamente, però, il processo bolivariano venezuelano è molto diverso – per la sua radicalità a partire dagli anni 2002-2003 – da governi social-liberisti come quello di Dilma in Brasile o del peronismo progressista dei Kirchner. In ogni caso, a distanza di più di quindici anni dall’elezione di Chávez, assistiamo a un notevole riflusso a livello regionale e a un certo esaurimento di questa “epoca di cambiamento”. Emergono chiaramente gli ostacoli che devono affrontare quei processi e le contraddizioni politiche di quei governi, nel contesto dell’offensiva delle destre e della nuova collocazione di Washington.

Si conferma, ancora una volta, che non si può trasformare radicalmente la realtà, ossia fin dalle radici, solo a partire da una logica istituzionale e “dall’alto”, come pure che la sinistra può vincere le elezioni e arrivare al governo, ma non per questo le classi popolari, automaticamente, conquistano il potere. Allo stesso modo, alcuni governi progressisti o nazional-popolari subiscono il riflusso perché lo hanno essi stessi incentivato, tramite la cooptazione, l’istituzionalizzazione dei movimenti, varie forme di “rivoluzione passiva”; e senza i movimenti non è possibile avanzare e scontrarsi con il capitale. Di fatto, lo stesso Álvaro García Linera [vicepresidente della Bolivia] ammette che si tratterebbe di una “tensione creativa” della rivoluzione, ma io credo che questa potrebbe essere creativa soltanto se esiste una dinamica permanente, dialettica, tra governo e potere popolare, che eroda lo Stato borghese, mentre sembra che questo legame si sia infranto in vari paesi. Oggi, in effetti, vari movimenti protestano contro ciò che ritengono che i governi non abbiano fatto, o denunciano la prosecuzione dell’estrattivismo (ad esempio in Ecuador), si mobilitano contro la burocrazia, contro la corruzione, contro le alleanze con la borghesia (ad esempio in Venezuela e in Brasile).

L’estrazione e produzione di materie prime destinate all’esportazione ha contraddistinto l’America latina fin dalla sua colonizzazione. Come descriveresti la politica di questi governi rispetto a questo modello e quale ne è stata la ripercussione sulla politica di queste nazioni?

Credo che un nodo centrale dell’attuale riflusso elettorale, sociale e politico abbia a che fare con le debolezze dei cambiamenti nel modello di accumulazione, con la prosecuzione della rapina estrattiva e con il sorgere di un certo malcontento in strati di ceto medio e popolare, cui vanno aggiunti elementi più specifici (ad esempio, il dissesto economico in Venezuela o la corruzione in Brasile).

L’economista argentino Claudio Katz parla di una situazione “dualistica”: progressismo politico con continuità estrattiva, nuove autonomie sovrane su un piano geopolitico insieme al rafforzamento della condizione dipendente di esportatore di materie prime sul piano economico. Pesa sicuramente ancora la maledetta eredità di cinque secoli, cioè quella della dipendenza e delle materie prime. Sicuramente, nessuno pensa che i governi possano farla finita ora con l’estrattivismo, in cinque minuti: si tratta di profondi e complessi processi di transizione che non si possono avviare in un anno, in cinque, in quindici… Ma, questo , occorre guardare alla direzione imboccata dalle politiche pubbliche “progressiste” e al loro rapporto con le classi subalterne mobilitate, per vedere se vanno verso una transizione post-estrattivista, basata su una prospettiva sostenibile e sullo sviluppo di un’economia includente, meno depredatoria e in grado di incrementare il potere popolare. In tal caso, come sostengono Eduardo Gudynas, Alberto Acosta, Maristella Svampa, i governi progressisti hanno vissuto un periodo aureo grazie a un prezzo molto elevato delle materie prime, al “consenso delle commoditiesed effettivamente all’aver ridistribuito questa rendita verso il basso, cosa che naturalmente è importante e considerevole, perché ha permesso che milioni di persone uscissero dalla povertà, che si ricostituisse lo Stato; però, ora che i prezzi scendono, è evidente la fragilità di questa logica “redditiera”, insieme alle conseguenze dell’aver trasformato la struttura disegualitaria della società come frutto di questa dipendenza e della “riprimarizzazione” delle economie della “Nuestramérica:

García Linera critica con forza i suoi critici da sinistra, li chiama “intellettuali da caffè” o “ecologisti infantili”, sostenendo che vogliono trasformare i paesi latinoamericani in “guardaboschi del Nord”, congelando la natura  e le sue risorse. Credo si tratti di un modo caricaturale e pericoloso di eludere o di impedire il dibattito. Ci serve estrarre risorse e trasformare risorse? Certo che : per rispondere alle urgenze sociali, alla povertà, alla costruzione dei servizi pubblici; occorre però vedere se questa indispensabile estrazione di risorse consenta di cominciare a venir fuori dalla mega-estrazione dipendente, ed anche dal neosviluppismo (come in Bolivia o in Argentina), funzionale, alla fine, al capitale straniero. Ora, se guardiamo ai livelli di dipendenza dal petrolio in Ecuador e in Venezuela, dalla soia in Argentina e altrove, dal rame in Cile, dal gas e dal litio in Bolivia, ecc., sembra non si sia riusciti a fare emergere l’avvio di una rottura con questo modello estrattivista e che le prospettive neo-sviluppiste siano andate a sbattere.

Diversi articoli del libro fanno riferimento a forme di lotta sociale che considerano l’abitabilità dei territori come obiettivo fondamentale delle azioni. In base alle tue osservazioni, in che cosa consiste l’importanza della territorializzazione della lotta comunitaria?

Se consideriamo la storia, il movimento operaio fu sempre territorializzato. Le sue lotte sono sempre state ancorate a un determinato territorio, come quello della fabbrica, del quartiere, o del luogo di produzione in generale. Quel che si vede nel ciclo neoliberista, è una frammentazione-polverizzazione della classe operaia tradizionale, delle sue identità e, al tempo stesso, una nuova dimensione spaziale del neoliberismo, cioè come si realizza l’accumulazione per spoliazione in certi territori. Per questo sono così importanti le lotte che riescono a organizzarsi intorno alla difesa del proprio habitat, dei propri territori, del proprio comune, tanto nelle campagne quanto in città. Oggi la sfida per il movimento sindacale, nel caso del Cile guardando all’esperienza della Unión Portuaria, è come combinare la lotta sindacale classista con un’alleanza ampia in un dato territorio con altri soggetti popolari in lotta, come inquilini, studenti, donne… Perché il conflitto capitale-lavoro continua ad essere un asse antagonista centrale rispetto al modello, e i lavoratori ad essere alla base della produzione del plusvalore capitalista. Si tratta di unire questi settori per riuscire, da lì, a costruire forme di potere popolare e di auto-organizzazione democratica.

Negli articoli relativi alla Colombia e al Messico, la violenza contro le comunità si manifesta come fattore determinante nelle decisioni di queste. È possibile individuare quadri comuni in questi paesi e, se sì, quali?

Sì, si tratta di paesi in cui esiste un “neoliberismo di guerra”, in cui il governo è ostaggio della narco-politica, in cui il paramilitarismo, i sicari, insieme allo Stato, reprimono la popolazione civile e il movimento popolare. Le forze militari e poliziesche, i programmi “anti-droghe” statunitensi, rientrano in questa logica di guerra contro la popolazione, anche se si dichiara di “combattere” contro i cartelli. Di qui l’importanza di esperienze di polizie comunitarie e di autodifesa, ad opera e in favore della popolazione, come nel Guerrero o in Oaxaca. Altra cosa è capire come viva il neoliberismo dentro questo contesto e si alimenti di questa estrema violenza. C’è anche il fenomeno dei flussi di droghe e di migranti in questo circolo di violenza che sembra non avere fine. In Colombia, i contadini che si spostano sono 6 milioni e sono centinaia di migliaia i morti dall’inizio del conflitto. In Messico, in sette anni, si sono registrati più morti che in guerre come quella dell’Afghanistan, con oltre 160.000 vittime.

In un articolo sulla situazione politica boliviana e il disimpegno dal governo del MAS (Movimiento al Socialismo) si pone la domanda se ci si orienti o meno “verso una democrazia post-coloniale”. Secondo te, quali sono gli elementi rilevanti per rispondere a questa domanda e come risponderesti tu in termini generali?

In forma immediata, possiamo dire che in Bolivia l’insorgenza contadino-indigeno-popolare che ha infranto l’equilibrio del predominio della vecchia oligarchia razzista, bianca (e meticcia) sia di Santa Cruz sia di La Paz, ha sloggiato una casta storicamente insediata al potere. Quel che è accaduto con Evo Morales e il MAS è stato uno spostamento brusco ai vertici, l’emergere di strati intermedi meticci e popolar-indigeni verso il centro della politica, delle soggettività e del potere statale. Tuttavia, questa irruzione politica istituzionale e simbolica ha come antecedenti lotte di piazza di grandi dimensioni, quali la “guerra” dell’acqua e del gas, la rivolta popolare degli anni 2000. Questo cambiamento popolare nel sistema politico si tradusse nella nuova Costituzione plurinazionale e in nuovi diritti. Ora, per chi rivendica la decolonialità del potere in tutte le sue dimensioni - soprattutto teorici critici un tempo vicini a García Linera all’interno del gruppo “Comuna” o in settori dell’indigenismo radicale - c’è una tensione – e anche una contraddizione – tra la retorica governativa del “buen vivir” rivolta all’esterno e la concreta politica neosviluppista di Evo, senza che si sia trasformato il cuore post-coloniale della società.

 

Nei testi “Democrazia partecipativa in tempi di rivoluzione bolivariana” e “Controllo operaio e autogestione: l’esempio di SIDOR in Venezuela” si sviluppano resoconti a proposito di iniziative di partecipazione popolare che, per quanto si siano relativamente sviluppate, si sono dimostrate insufficienti a conquistare una radicale trasformazione democratica della nazione. Partendo dalla tua interpretazione, quali sono i fattori che favoriscono questa situazione e quali conflitti ha suscitato in seno alla società venezuelana?

Il processo bolivariano si trova in un momento molto complicato, di decomposizione del progetto iniziale, di scontro di poteri tra l’esecutivo e un parlamento ormai controllato dall’opposizione. Naturalmente, occorre insistere che c’è stata un’aggressione costante da parte dell’imperialismo nordamericano nei confronti del Venezuela. Non lo ha lasciato respirare perché costituiva un esempio molto pericoloso, secondo Washington, per il suo impatto regionale, e questa aggressione ha contribuito alla guerra economica, alla carenza di rifornimenti, a rafforzare una violenta opposizione, ecc. Tuttavia, lo stesso Chávez aveva detto nei suoi ultimi momenti che il miglior modo per combattere questa asfissia era imprimere un “colpo di timone” e incentivare il potere popolare. In Venezuela, tutti i ministeri hanno il nome di “poder popular”, ma sappiamo che questo non vuol dire che sia necessariamente così… Al contrario, i livelli di mala-amministrazione, di corruzione, di nepotismo sono terribili nei corridoi di Miraflores [palazzo del governo] o del PSUV

L’esperienza dei Consigli Comunali è la cosa più avanzata che ci sia stata in Venezuela in termini di potere popolare, ma la pratica è diversificata, dipendendo dalla presenza militante e, sempre, in un rapporto piuttosto verticistico con la commissione presidenziale che elargisce il denaro ai Consigli e anche alle iniziative che emanano dalla presidenza. C’è perciò un limite alla partecipazione dal basso che questi consigli rappresentano.

E l’altro elemento che dava molta speranza sono state le prove di cogestione operaia. Esperienze come SIDOR [Industria siderurgica dell’Orinoco], ed altre quali ALCASA o INVEVAL, alla fine hanno registrato un bilancio negativo. Dopo battaglie campali, vinse la burocrazia sindacale, ebbero la meglio i funzionari più ostili alla partecipazione e i nemici del Codice del lavoro (molto avanzato) del Venezuela, che però non si applica. Attualmente in Venezuela, stando alle denunce di compagni del “chavismo popolare” e critico, alle notizie di siti come Aporrea, c’è repressione sindacale a livello d’impresa, ci sono militanti e indigeni repressi e lo Stato non è stato in grado di salvaguardare questi fondamentali diritti. Ovviamente, al momento di criticare, non ci si deve dimenticare di analizzare il comportamento violento dell’opposizione prima della sua vittoria nelle urne alle ultime elezioni, o dello stato di questi diritti dove domina la destra neoliberista, come in Colombia, in Messico o in Honduras… Tuttavia, esiste una visione mistificante, dall’ottica del “Socialismo del XXI secolo”, che impedisce a parte delle sinistre di capire quel che realmente accade in Venezuela.

Per cui la domanda è: come si può costruire una politica dell’emancipazione a partire da uno Stato che si basa sulla rendita, dipende dal petrolio, e conosce un processo popolare aggredito sia da fuori sia da dentro? Si tratta di una sfida piuttosto grande…

 

Nell’articolo sull’iniziativa Yasuní-itt in Ecuador si parla della decisione del governo Correa di esplorare i pozzi petroliferi del Grande Parco Nazionale dello Yasuní, rinunciando al progetto di lasciare non estratto il 20% delle riserve petrolifere ecuadoriane, allo scopo di non alterare irreversibilmente gli ecosistemi tutelati. L’argomento più ricorrente del governo era che l’Ecuador ha bisogno, per modernizzarsi, del ricavato della vendita di questo petrolio, nonostante chi si oppone a questa decisione sostiene che l’avvio di queste operazioni finirebbe per aggravare, in realtà, la precarietà dell’esistenza degli ecuadoriani. Che cosa pensi al riguardo?

Yasuní era un progetto coraggioso e il simbolo di un altro modo possibile di considerare il rapporto con la natura. Per spiegare l’arretramento, il governo ricorse all’argomento che non aveva ottenuto il necessario sostegno della comunità internazionale. E questo è verissimo. Gran parte del movimento ambientalista, tuttavia, proponeva di tener fermo comunque il progetto, come sfida dal Sud ai paesi del Nord e ponendo in rilievo come questo potesse tra l’altro costituire un incentivo per la stessa economia ecuadoriana, al di là dell’iniziale perdita in fatto di greggio. Questo incrementò il conflitto sociale tra la CONAIE (Confederazione delle nazionalità indigene ecuadoriane) e il governo. Un divorzio che spiega le grandi mobilitazioni nel corso del 2015.

Da solo, l’Ecuador, un piccolo paese periferico, non può intraprendere da solo la lotta ambientale planetaria. D’accordo, ma avrebbe costituito un esempio molto forte per il resto del mondo. Adesso, hanno addirittura ampliato la zona petrolifera e il confine estrattivo in Ecuador e, se si considera che Yasuní è una delle zone più importanti nel mondo quanto alla biodiversità, è una catastrofe.

 

Le fabbriche recuperate dai rispettivi lavoratori in Argentina costituiscono uno dei temi trattati in uno dei lavori del tuo libro. Esse rappresentano una delle iniziative popolari che persistono e si sviluppano, arrivando a raggiungere, stando al IV censimento di Imprese Recuperate, la cifra di 311 con varie denominazioni e in cui lavorano 13.462 persone. A tuo parere, quali possibilità hanno questi spazi di trasformarsi in nuclei che contribuiscano alla lotta della classe lavoratrice in generale, e quale situazione si troveranno di fronte nel contesto del governo Macri?

Credo che le fabbriche recuperate, siano esse cooperative o siano autogestite sotto controllo operaio, abbiano rappresentato un grande apporto. Soprattutto in Argentina, vi sono fabbriche come Fasinpat, ex-Zanon, con una forte politicizzazione classista, ma ve ne sono altre che non sono così, non hanno militanti di organizzazioni politiche rivoluzionarie, ma si tratta comunque di lavoratori che hanno difeso il proprio posto di lavoro di fronte alla chiusura padronale e alla crisi del 2001; e anche queste costituiscono esperienze molto valide. Ora, questo movimento è assai complesso, perché si è diviso in varie correnti, alcune molto vicine al peronismo, e al governo negli ultimi anni, ed altre che dissentono dal peronismo e sono più autonome. A parte questo, tuttavia, hanno contribuito molto, in quanto hanno dimostrato che un’economia dei lavoratori, autogestita, è possibile. Che è possibile gestire razionalmente la forza lavoro senza aver bisogno di padroni, di capi e di forme verticistiche. Che si può avere un luogo di lavoro orizzontale e democratico, in cui tutti/e abbiano lo stesso salario.

Nel contesto del governo di Macri, possiamo dire che la riorganizzazione sindacale classista esistente in Argentina da vari anni nei settori automotrici, industriale, metropolitana ecc. sarà molto importante per organizzare la resistenza di fronte a un esecutivo della destra neoliberista repressiva, ancorché questo si presenti come una “destra” moderna e aperta. Macri incontrerà difficoltà a implementare le sue riforme, dal momento che esistono settori capaci di rispondere ed esiste una società politicizzata.

(26 gennaio 2016)

Traduzione di Titti Pierini



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