Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Fernando Martínez Heredia, un compagno indimenticabile

Fernando Martínez Heredia, un compagno indimenticabile

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È arrivata improvvisa la notizia della morte di Fernando Martínez Heredia, nella sua casa all’Avana. Un infarto. Aveva pochi mesi meno di me e sembrava infaticabile quando interveniva in decine di dibattiti, soprattutto dopo che gli era stato assegnato il Premio Nacional de Ciencias Sociales, e ai suoi libri era stata dedicata una speciale Feria del Libro.

Armando Chaguaceda dice di lui che lo considerò a lungo un maestro e un esempio, ma che quando le posizioni mutarono (Chaguaceda vive ormai la maggior parte del tempo fuori Cuba, dove torna raramente) mantennero tra loro relazioni cordiali. Non è facile a Cuba, ma anch’io ho sperimentato qualcosa di simile. Fernando mi aveva guidato nei primi anni della mia esplorazione del presente e del passato di Cuba, e pur non avendomi dato materialmente nessuno degli inediti del Che, mi aveva consigliato le strade per raggiungere quei compagni che li custodivano, e in diversi casi mi aveva anche presentato. E quando si manifestò l’ostilità nei miei confronti di un settore della burocrazia che negava assolutamente che ci fossero scritti inediti di Guevara, e aveva riportato le critiche di qualche sciagurato italiano che mi aveva definito “anticubano” mi invitò ancora a un ciclo di dibattiti all’Università dell’Avana. In quell’occasione qualcuno dal pubblico mi chiese un parere su alcune condanne di dissidenti, e io risposi che come marxista rivoluzionario non avevo nulla in comune con quelli che da comunisti erano diventati socialdemocratici, ma che non era una buona ragione per incarcerarli. Una parte della sala applaudì, un'altra guardava attentamente chi applaudiva e chi no, e Fernando non era minimamente imbarazzato.

Fernando mi aveva raccontato in varie occasioni parte della sua storia, che non ha mai scritto e che rimane un tabu anche dopo che negli ultimi anni è stato insignito di molte onorificenze e premi. Non a caso nel suo necrologio sul Granma l’episodio centrale della sua vita di militante comunista viene taciuto: si dice che nel 1963 entrò a far parte del consiglio dell’Università dell’Avana, dirigendo il Dipartimento di Filosofia e fondando la rivista Pensamiento critico, ma non si dice che nel 1972, all’inizio di quello che si è poi chiamato il “quinquennio grigio” (e che durò in realtà almeno 15 anni), sia il Dipartimento sia la rivista furono chiusi con pretesti burocratici, disperdendo il gruppo dei promotori, tra cui vorrei ricordare almeno Aurelio Alonso e Juan Valdés Paz. Fernando per almeno quindici anni non poté insegnare né pubblicare quel che scriveva, e decise di servire la rivoluzione in altri modi, prima di tutto impegnandosi nella solidarietà internazionalista, in particolare nel supporto anche militare alla rivoluzione sandinista, negli anni immediatamente precedenti la vittoria.

La differenza di posizioni a cui accenna Armando Chaguaceda era soprattutto una differenza di toni, e di tattica. Da anni Fernando scriveva articoli lunghi e densi, ma che presentavano le sue osservazioni critiche in una forma criptica che li rendevano poco comprensibili al lettore. Eppure la diffidenza nei suoi confronti continuava, forse anche perché il suo stile di vita appariva in contrasto con le abitudini di gran parte della nomenklatura politica e dei dirigenti delle associazioni culturali. Mi aveva colpito, in pieno periodo especial, arrivare a casa sua senza preavviso (il telefono era rotto da giorni) e trovare lui ed Esther che potevano offrirmi solo di dividere una magra pozione di harina (polenta) senza alcun condimento. Eppure quando era invitato da università spagnole o argentine, gli offrivano compensi anche di 1000 dollari a lezione, che lui regolarmente versava interamente a riviste come Temas o Cuadernos de Nuestra América, sempre bisognose di aiuto. Eppure erano anni di austerità per il 99% della popolazione cubana, anche se avevo verificato che ai margini di convegni con invitati stranieri, nei ricevimenti circolavano in abbondanza whisky, scampi e altre delizie, che alla fine arrivavano anche al numeroso personale di servizio. L’egualitarismo dei primi tempi era stato accantonato da una parte dell’apparato, non da quelli come Fernando...

Molte delle vicende della sua via Fernando me le raccontò in una singolare occasione in cui si trovò ad avere molto tempo libero: era stato invitato per una tavola rotonda a cui doveva partecipare anche Bertinotti presso il circolo Punto Rosso di Milano, e io gli avevo combinato un paio di altri dibattiti. Ma alcuni degli incompetenti che hanno diretto per anni le relazioni internazionali di Rifondazione vennero avvertiti dai soliti zelanti “professionisti della solidarietà” che Fernando Martínez Heredia era un dissidente, e che era pericoloso che Bertinotti partecipasse a un dibattito con lui. Il dibattito venne annullato in extremis con un pretesto e, dato che si era in prossimità delle feste di Pasqua, non fu possibile organizzarne altri: così Fernando passò alcuni giorni in vacanza a Roma a visitare fori romani e musei e soprattutto a raccontarmi della sua vita senza reticenze.

In quella occasione oltre a un appassionato dibattito con i nostri giovani comunisti a Genzano, aveva avuto un lungo incontro con Livio Maitan, di cui aveva letto già molti libri e articoli. Quando Livio morì, nel 2004, mi scrisse una lettera commossa che diceva che se ne era andato “uno dei nostri”. Lo stesso mi sento di dire oggi di Fernando, a cui devo moltissimo di quel che so di Cuba. (a.m.)



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