Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Celia Hart e il Che

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Il Che e il suo inedito. Il temerario tentativo del Che (di Celia Hart)

 

El sueño se hace a mano y sin permiso

Arando el porvenir con viejos bueyes”*

Silvio Rodríguez

 

È apparso per fortuna su La Haine y Rebelión un articolo del compagno Jesús Arboleya Cervera[1] che spiega minuziosamente la struttura del libro Apuntes críticos a la Economía política (“Note critiche all’Economia politica” [al Manuale di Economia politica dell’Accademia delle Scienze dell’Urss]”)del nostro autore, Che Guevara. Questo mi consente perciò di passare direttamente al commento di alcuni dei temi di fondo della riflessione di Guevara sulle vie per la costruzione del socialismo.

Sono stati davvero pochi i marxisti che si sono assunti la responsabilità di elaborare teoria rivoluzionaria mentre erano essi stessi protagonisti della trasformazione. Naturalmente, questo non attribuisce loro una maggiore credibilità degli altri, anche se è importante tenerne conto nel momento dell’analisi: l’oggetto “osservato” è al tempo stesso “osservatore”, e questo gli conferisce una sfumatura differente rispetto a chi ha teorizzato sul socialismo senza avere avuto la possibilità di costruirlo. Attenzione! Né migliore né peggiore, soltanto differente. È il caso, ad esempio, di Lenin, Trotskij, Mao, Fidel, il Che e pochi altri.

Nella Meccanica quantistica c’è un assioma che dice più o meno che la misurazione influenza la misura. Il fatto di misurare è un evento fisico che cambia inevitabilmente il risultato di ciò che vogliamo misurare. Sto volgarizzando, so bene che non si tratta di particelle elementari e che non ci muoviamo nel micromondo, ma voglio soltanto sottolineare come un’analisi teorica condotta da chi sta trasformando, al contempo, ciò che vuole capire ha un valore, un significato che muta e modifica l’oggetto nel momento stesso in cui lo si sta indagando. Teniamone conto.

Nel caso del Che, tutto ciò acquista la lucentezza del diamante in pieno sole; per nessun’altri come per lui. In pochissimo tempo, egli ha scambiato la valigetta di medico con un fucile, è stato il soldato migliore della rivoluzione cubana, ha di nuovo scambiato il fucile con la penna e con gli impegni amministrativi, per poi tornare con gesto coerente a imbracciare il fucile. Ciò che ha da dirci il Che è di suprema importanza, maggiore (molto maggiore!) di quella di qualunque grande sapiente.

È di questo che si tratta nel libro in questione, che ha un’importanza fondamentale, poiché l’impazienza dell’autore di capire le categorie, le misure che avrebbero determinato il passaggio a una nuova società impregna chi legge della stessa impazienza, degli stesi timori.

Va chiarita una cosa, e cioè che le Note del Che al Manuale di economia non sono totalmente inedite. Le opinioni del Che su di esso sono riprese in forma insuperabile nei due lavori di Borrego[2] e di Tablada[3]. Il mio più grande stupore di fronte a tutto questo l’ho espresso nella mia Introduzione[4] alla trentesima edizione del libro di Tablada. E continuo a pensare che il merito di Carlos sia quello di essere stato il primo ad avere salvato dalla tempesta stalinista le concezioni economiche del Che. Chi leggerà il libro di Tablada, che si sta avviando alla trentunesima edizione, si accorgerà che l’autore riporta i rimandi al Manuale come “inediti”. Nelle prossime edizioni, per fortuna, non sarà più costretto a farlo.

Tuttavia, anche così, il fatto di avere in mano un libro di questa natura, il cui autore è Guevara, che si presenta come era stato previsto, ci sconvolge: è come se arrivassimo in un’oscura biblioteca e trovassimo alla fine la dimostrazione del “teorema di Fermat”, che una qualche accademia scientifica aveva deciso che non fosse opportuno si conoscesse...., o uno spartito ignoto e fondamentale di Mozart, che non era opportuno si eseguisse.

Mi sono allora messa ad approfittarne fino in fondo. Pur avendo goduto della lettura dei libri dei miei compagni Borrego e Tablada, questo, se non altro per la valenza simbolica, era ormai l’estasi, l’apprensione, l’impegno.

Propongo allora al lettore di concentrarci soltanto sulla lettera che il Che aveva inviato a Fidel, e che gli editori riportano come Introduzione[5], su ciò che il Che ha intitolato “Necessità di questo libro”[6] e su qualche altro aspetto meno analizzato. Poi si vedrà, quando anche gli altri avranno in mano, come me, i famosi Quaderni di Praga. Accadrà presto, e ho fiducia che questa volta la pubblicazione sarà rapida, economica e in mille lingue (come è avvenuto per noi cubani, che abbiamo avuto la fortuna di acquistarlo alla Fiera del libro dell’Avana a un ottimo prezzo).

Vi invito, inoltre, a dimenticare per un attimo che chi ha scritto quelle lettere è il modello dei rivoluzionari; è colui che riempie le nostre piazze, che sigla le nostre bandiere, per la cui immagine – la sola immagine – siamo disposti a versare il nostro sangue. Ve lo dico perché il Che, in queste righe, vive come uno di noi, pieno di interrogativi e di proposte, con quel suo sorriso, quel sigaro consumato per metà, quella lunga falcata che lo hanno trasformato, non senza motivo, in uno degli attori più irresistibili di fronte alle macchine fotografiche. Non è una statua, né un manifesto, né una bandiera. In questi Appunti il Che è un uomo in carne ed ossa. Sarà difficile, ma sarà inevitabile toccarlo con mano, discutere con lui. Il Che si interrogava su tutto e su tutti... e noi dobbiamo chiedere tutto e a tutti, lui compreso, per vedere se una buona volta ricaveremo la verità che tutti quei grandi hanno cercato di trasmetterci o se dovremo continuare a ripetere litanie ecclesiastiche per il resto delle nostre patetiche esistenze.

Questa abitudine deve essergli derivata dalla medicina. O forse, come per il nostro barbuto, il suo motto era “dubita di tutto”, come scrisse Carlo Marx alla figlia Jenny nel famoso questionario.

Proviamo a parlare con il Che come se se fossimo tutti seduti al ministero dell’Industria, occupando un immeritato incarico in quella fase breve e luminosa: là, in una serata di marzo, mentre fiorisce lo stalinismo chruscioviano, nonostante il XX Congresso, agli albori della guerra del Vietnam, con l’Africa che trema, con i conflitti del campo socialista in Jugoslavia, ecc.

Siamo convocati tutti! Che non rimanga fuori un solo rivoluzionario che aspiri al socialismo da questa chiacchierata con il Che, che vi propongo di fare quando avrete il libro.

 

 

Dubitare di tutto

 

Anche noi abbiamo il diritto di dubitare di tutto, non soltanto Carlo Marx e Che Guevara, e se per caso ci sono problemi con qualche autorità accademica o politica... abbiamo l’autorizzazione del Che! In uno degli Anexos [Allegati] del libro di cui stiamo parlando, il Che, in una di quelle riunioni bimestrali di cui era protagonista, dice a proposito di quella volta che lo “accusarono” di essere trotskista (accusa precisa, certamente):

Il troskismo proviene da due parti: una, che è quella che mi interessa di meno, è quella dei trotskisti, che dicono che c’è tutta una serie di cose che ha già detto Trotsky

E Trotsky effettivamente aveva detto “molte cose”. E il Che prosegue:

La sola cosa che credo è che dobbiamo conservare la capacità necessaria di discutere tutte le opinioni contrarie sul tema, o altrimenti consentire che tutte le opinioni si esprimano. Un’opinione che si debba distruggere a legnate è un’opinione che non ci è utile.[7] Non serve aggiungere che questo vale tra rivoluzionari. Con il nemico di classe, si discute... con il “compagno Mauser”.

Tra l’altro, perché non ci si accusi di irriverenza, aggiungo qualcosa di insolito, a cui il Che accenna nel libro:

Durante la nostra pratica e la nostra ricerca teorica siamo arrivati a scoprire il principale colpevole, con nome e cognome: Vladimir Ilic Lenin. È questo il nostro grande ardire. Ma chi abbia la pazienza di arrivare agli ultimi capitoli della presente opera potrà apprezzare il rispetto e l’ammirazione che proviamo per questo colpevole e per gli obbiettivi rivoluzionari di atti i cui risultati oggi sorprenderebbero anche chi li ha compiuti (v. nota 6).

Se il Che ha sostenuto questo dell’uomo del quale ha anche detto: “Stato e Rivoluzione è la fonte teorica e pratica più limpida e feconda della letteratura marxista”,[8] allora siamo tutti liberi di pensare, di fare domande, di criticare... sempre naturalmente nella chiave dell’impegno rivoluzionario e senza che nessuno dei nostri morti si tramuti in santo. Dio ci assista nell’impegno di evitare che vengano canonizzati! Santificare il Che, trasformarlo in un martire, significherebbe infatti fare il più grosso favore all’imperialismo e ai “coesistenti”, collaboratori esemplari del nemico... Sono loro, in genere, che “non editano”, nascondono, bruciano, setacciano la verità, quelli che non l’hanno lasciata apertamente fluire. Non so fino a che punto sia arrivato il Che nella scoperta delle atrocità staliniane; ma non importa, ha fatto a pezzi ugualmente quel Manuale nelle poche ore che aveva a disposizione per scrivere e, nel tempo che gli restava, nella pratica rivoluzionaria ha fatto a pezzi anche le tesi dello stalinismo: il gradualismo, la coesistenza pacifica, il socialismo in un paese solo... Tutte queste cose il Che le ha rifiutate, in una pratica rivoluzionaria più antistalinista di qualsiasi partito trotskista dell’epoca.

Ma basta parlare di Stalin! Il compagno Guillermo Almeyra, la settimana scorsa, ha tracciato il suo bel profilo di questa figura su La Jornada[9], per cui, come lo stesso Che aveva detto nella sua lettera postuma a Fidel, “non vale la pena di scarabocchiare altre cartelle”.

E il Che non ne ha scarabocchiata neanche una. Propongo che, quando tutti lo avremo in mano, apriamo con questo libro una conversazione atemporale, sapendo quello che già sappiamo; e che la nostra sola bandiera sia che vogliamo realmente costruire il socialismo nel mondo, quanti di noi non solo crediamo sia possibile realmente, ma anche indispensabile. Quanto al resto, coloro che sono rispuntati dalle ceneri degli anni Novanta con indosso le nuove casacche liberiste, non sono della partita. Queste persone, le invito a continuare a bersi il loro tè e a contemplare con sguardo meravigliato la mela di Newton cadere dal classico albero inglese. Perché il Che appartiene a noi e non a loro. Perché un solo errore teorico del Che, un suo solo dubbio, ha più valore, chiarisce di più, è più utile di qualsiasi verità dimostrata... bevendosi una tazzina di tè.

 

 

Uomo nuovo e burocrazia

 

Nella lettera che fa da Introduzione a questa edizione vi è un’altra analisi di spaventosa attualità. Qualcosa che risponderebbe in larga misura all’emblematico discorso del Comandante Fidel – più che discorso, appello! – del 17 novembre [2005] all’Università dell’Avana. Dice il Che:

L’interesse materiale individuale era l’arma capitalistica per eccellenza e oggi si pretende di elevarlo a categoria dello sviluppo, ma è limitato dall’esistenza di una società in cui non è ammesso lo sfruttamento. In queste condizioni l’uomo non sviluppa tutte le sue straordinarie capacità produttive, né egli stesso si sviluppa come costruttore cosciente della nuova società.

E per essere coerenti con l’interesse materiale questo si insinua nella sfera improduttiva e in quella dei servizi [...]

Questa probabilmente è la spiegazione dell’interesse materiale da parte dei dirigenti, origine della corruzione (v. nota 5).

A questo mi riferivo nel mio articolo su quello che chiamo il “paradosso del convento”.[10] Non ho potuto, in dicembre, riferirmi a questi criteri del Che, semplicemente perché erano inediti. La lettera del Che era inesistente! Mi avrebbe risparmiato tante fatiche e congetture in quel lavoro.

Nella suddetta lettera (che è solo un frammento, e vedremo quando avremo il piacere di leggere l’altro) c’è un passo che costituisce per me l’essenza delle aspirazioni del Che a costruire il socialismo, che ha sempre costituito la sua perenne ricerca:

Abbiamo una grande lacuna nel nostro sistema, come inserire l’uomo nel suo lavoro in modo tale che non sia necessario quello che chiamiamo il disincentivo materiale, come far sì che ogni operaio senta l’esigenza vitale di sostenere la sua rivoluzione e al tempo stesso che il lavoro costituisca un piacere, che provi quello che tutti quanti noi qui in alto proviamo (v. nota 6).

L’indescrivibile felicità che si prova quando si intraprende un progetto nel quale uno è gestore e protagonista NON si estende a coloro che, a meno che non capiscano perfettamente l’importanza del progetto stesso, non ne sono responsabili. Non sto parlando di alzare banderuole o di disquisire su frasi fatte! Sto parlando del sentirsi creatore di qualcosa che delineerà il futuro. Il Che lo ha detto in questo modo:

Se si tratta di una questione di campo visivo, e se è dato interessarsi al lavoro solo a chi ha il compito, la capacità del grande costruttore, saremmo condannati al fatto che un tornitore o una segretaria non lavorerebbero mai con entusiasmo. Se la soluzione fosse quella della possibilità di sviluppo di questo stesso operaio in senso materiale, staremmo molto male. [...] La cosa certa è che oggi non esiste un’identificazione piena con il lavoro e credo che parte delle critiche che ci fanno siano ragionevoli, anche se non lo è il contenuto ideologico di queste. Ci si critica, cioè, per il fatto che i lavoratori non partecipano all’elaborazione dei piani, all’amministrazione delle unità statali, ecc., ed è un dato certo. Ma ne ricavano la conclusione che lo si deve al fatto che non sono interessati materialmente a questo, sono emarginati dalla produzione (ivi).

Indiscutibilmente, questa forza psicologica del sentirsi responsabile dell’esito di ciò che uno ha progettato direttamente ci viene dal regno animale. Non serve Freud, né c’è bisogno di tesi sofisticate per capire che si ama ciò che si crea e lo si protegge. Il fervore dei genitori nell’educazione dei figli rientra appunto in questo concetto: come trasformare l’impegno specifico in un sistema cooperativo? Governando, certamente, governando dal basso, con il potere materiale per farlo. Qualcuno una volta mi ha detto che amiamo di più i nostri figli che i nostri genitori, e che questo è paradossale, perché i genitori ci hanno dato la vita, il sostentamento, ecc. Per i figli, è piuttosto il contrario. Ma ho la sensazione che il Che intendesse dire questo: che amiamo la costruzione di un progetto non per ciò che ci offre, ma perché abbiamo il diritto di esserne responsabili. Per questo dobbiamo tutti poter governare.

La partecipazione dei lavoratori e del popolo in genere alla formazione dei piani produttivi di beni e servizi non deve necessariamente essere collegata a un interesse materiale diretto (a mio avviso, anzi, è l’unico modo per raggiungerla)...

Il Che stesso deve avere sentito qualcosa del genere al riguardo e lo dice a Fidel nella lettera:

Il rimedio che si cerca per questo è che gli operai dirigano le fabbriche e ne siano finanziariamente responsabili, che abbiano i loro incentivi e disincentivi secondo la gestione. Credo che qui sTia il nocciolo della questione, per noi è sbagliato pretendere che gli operai dirigano le unità; qualche operaio deve dirigere l’unità..., ma come rappresentante di tutti rispetto alla funzione che gli si assegna... non come rappresentante dell’unità di fronte alla grande unità dello Stato, in forma contrapposta (ivi).

Ecco i dubbi su come amministrare il potere nella fase di transizione. Ecco ciò su cui doveva riflettere di più chi ha avuto per farlo il tempo che il Che non ha avuto.

Che fare perché questo operaio, eletto dalle stesse masse, non finisca per cadere nella burocrazia (nelle ragnatele invischianti), nella quale nessuno, assolutamente nessuno, è esente dal cadere?

Lenin ha analizzato questo a partire dalla prima esperienza comunista, la più limpida e da tutti prediletta, quella che ancora oggi ci tramanda alcune piste che sembrano essere state dimenticate: la Comune di Parigi. “La Comune – ha detto Marx – non doveva essere un organismo parlamentare [il corsivo è mio, C. H.], ma di lavoro, esecutivo e legislativo allo stesso tempo”.[11]

Sicuramente, una delle misure più singoalari decretate dalla Comune e che Marx sottolinea è l’abolizione delle spese di rappresentanza, di tutte le spese pecuniarie dei funzionari, la riduzione di tutti gli stipendi dei funzionari statali al livello del “salario di un operaio”. Lenin lo ha detto assai meglio in Stato e rivoluzione, che tutti conosciamo, ma la sostanza è la stessa. Così garantiremmo che ognuno sia... “in alto”, come ha indicato il Che in questa lettera inedita al Comandante Fidel, o meglio: che tutti stiamo “in basso”.

Quello che posso dire è che quanto ho potuto leggere di rivoluzionario nel merito ha posto lo stesso problema del Comandante Guevara come uno dei nodi più ardui da affrontare nella costruzione del socialismo, quando ancora i beni materiali non bastano a soddisfare equamente le esigenze di tutti i cittadini, quando non basta l’incentivo materiale, e neppure quello morale, e quando il peggiore di tutti i fantasmi ha finito per annientare l’esperienza dei soviet: la burocrazia. Livellare quelli che stanno sopra e quelli che stanno sotto è stata la disperazione di tutti... non solo del Che, aggiungo; anche se il Che non lo ha potuto sapere, lo aveva detto anche Antonio Gramsci:

La creazione dello Stato proletario non è, insomma, un atto taumaturgico, è anch’essa un farsi, è un processo di sviluppo [...] Bisogna dare maggior sviluppo e maggiori poteri alle istituzioni proletarie di fabbrica già esistenti, farne sorgere di simili nei villaggi, ottenere che gli uomini che le compongono siano dei comunisti coscienti della missione rivoluzionaria che l’istituzione deve assolvere. Altrimenti tutto il nostro entusiasmo, tutta la fede delle masse lavoratrici non riuscirà a impedire che la rivoluzione si componga miseramente in un nuovo Parlamento di imbroglioni, di fatui e di irresponsabili, e che nuovi e più spaventosi sacrifizi siano resi necessari per l’avvento dello Stato dei proletari.[12]

Mio Dio! Questo Gramsci lo ha detto nel 1919, e non sapeva allora che anni dopo centinaia di migliaia di comunisti avrebbero sofferto conseguenze peggiori di quelle affrontate per la presa del potere. E lo ha detto anche Rosa Luxemburg, la più tagliente di tutti i marxisti:

Tramite i consigli di operai e soldati, [il proletariato] dovrà allora occupare tutti gli incarichi, sorvegliare tutte le funzioni, considerare tutte le esigenze dal punto di vista dei propri interessi di classe e dell’obbiettivo socialista. Solo la reciproca influenza, costantemente viva, tra le masse popolari e i suoi organismi, i consigli degli operai e dei soldati, può garantire il comportamento della società in uno spirito comunista.[13]

Che è esattamente ciò che ci segnala il Che in “La necessità di questo libro”. “Spirito comunista”, niente di più simile alla teoria dell’“Uomo nuovo”... Quello spirito comunista senza il quale difficilmente potremmo costruire il socialismo senza classi. Non si tratta della questione dell’uovo e della gallina. Tutti e due insieme, entrambi in continuo, perenne interscambio.

Si sa da un pezzo – ha detto il Che – che è l’essere sociale che determina la coscienza [...] La nostra tesi è che i cambiamenti prodotti dalla Nep sono penetrati così a fondo nella vita dell’Urss da marcare del proprio segno questa fase. E si tratta di segni scoraggianti: la sovrastruttura capitalista ha progressivamente influenzato, sempre più marcatamente, i rapporti di produzione e i conflitti provocati dall’ibridazione rappresentata dalla Nep oggi si stanno risolvendo a favore della sovrastruttura; si sta ritornando al capitalismo, (v. nota 6).

Il Che, come tutti gli altri, voleva infatti il socialismo. E la teoria dell’“uomo nuovo” non è la soluzione caricaturale del fabbricare uomini in provetta nelle accademie perché poi questi trasformino la società. L’ “uomo nuovo” è esattamente lo “spirito comunista” al quale si riferisce Rosa Luxemburg. Egli “sapeva da tempo” che l’ordine dei concreti rapporti di produzione avrebbe in ultima istanza determinato la coscienza, MA (un ma gigantesco) in perfetto rapporto dialettico con essa.

 

 

Costruzione del socialismo

 

Di una cosa, in effetti, dovremmo convincerci noi rivoluzionari, se siamo marxisti, e cioè: aspirare a una società senza classi che conquisti l’estinzione dello Stato come risultato finale, relegando in un museo questo “vecchio arnese”. Lo Stato è un’istituzione repressiva, monarchica, borghese o proletario che sia. La dittatura del proletariato (l’appropriazione dei mezzi di produzione in nome della società) è il suo ultimo atto indipendente come Stato, stando a Engels quando ha richiamato quello che è uno dei miei paradigmi: “Il governo sulle persone verrà sostituito dall’amministrazione delle cose”.

Una chiarificazione: l’estinzione dello Stato, che Marx ha dimostrato possibile e di cui stiamo parlando, non ha niente a che vedere con l’attuale cosiddetto “neoliberismo”, in cui si va sottraendo potere agli Stati nazionali per consegnarlo al capitale internazionale. Non siamo mai stati tanto dominati: “inclusi” nel sistema, non abbiamo il diritto di decidere, ci scelgono la misura del tacco delle scarpe, il colore dei capelli, decidono che cosa fare dei nostri figli... e ci uccidono con il terrore e la solitudine; dopo averci esclusi, ci uccidono fisicamente. A dire il vero, non saprei quale delle due parti scegliere.

L’estinzione dello Stato è quando le priorità dell’uomo sono guardare il cielo, scrutare quale sarà il futuro dell’universo, discernere i misteri della morte e pensare che cosa faremo se il sole collasserà. Perché avere un tetto e qualcosa da mangiare sarà altrettanto naturale e scontato del battito cardiaco.

No! Non sono un’idealista, lo possiamo ottenere, anzi: è la sola cosa che potremo fare per non scomparire come i dinosauri.

Nella convinzione della progressiva abolizione dello Stato sono diventati marxisti e hanno dato la vita milioni di compagni... per cui definire questo “idealismo” equivale a tradire i nostri morti.

Dobbiamo prendere il potere, però. È indispensabile per questo sogno e per l’aspirazione di tutti i rivoluzionari, inclusi i miei compagni anarchici, libertari, sindacalisti, così come lo è rullare prima in pista perché l’aereo possa raggiungere le nuvole. Attenzione, però: con l’intenzione costante da parte del pilota di decollare, perché quanto più veloci riusciremo ad andare tanto prima raggiungeremo il cielo. È questo la dittatura del proletariato... niente di più del rullare di un aereo in pista. La confusione c’è stata per il fatto che, durante il socialismo reale, il pilota procedeva sulla pista placidamente e a velocità costante e comoda, mentre i passeggeri se ne stavano imprigionati nei loro sedili per ore in attesa che l’aereo si staccasse da terra. Lui sì, il pilota, se ne stava a bere di sicuro quella gradevole tazzina di tè di cui abbiamo parlato.

Abbiamo bisogno della dittatura del proletariato per raggiungere l’obiettivo.

La Comune – ha detto Lenin – poté in poche settimane incominciare a costruire una nuova macchina statale proletaria; ed ecco i provvedimenti da essa presi per realizzare una democrazia più perfetta e sradicare la burocrazia.[14]

Non furono però solo i comunardi del XIX secolo a non riuscirci. Non ci sono riusciti neanche i boliviani nel 2003, gli equadoriani nel 2004, gli argentini nel 2001... Arriviamo sempre a metà strada. Cacciamo i presidenti, scendiamo in piazza con tutta la forza che si crea tra le masse, ma ci manca il goal. Strappiamo il pallone alla squadra avversari, facciamo mosse bellissime, ci gridano “Urrà!” dalle tribune, ma la partita si vince solo se si segna il goal; il pareggio è la vittoria dell’avversario. E dobbiamo fare goal in tempo, prima che l’arbitro fischi. Né le grida di gioia per avere rovesciato un governo borghese, né i discorsi antimperialisti significano avere fatto goal. Il nostro goal è la dittatura del proletariato, semplice, limpida e autentica.

Si tratti di socialismo del XXI secolo, o di socialismo andino, o del Polo Nord, accidenti, prima facciamo le rispettive rivoluzioni socialiste del secolo XXI, quella delle Ande e quella degli orsi bianchi del Polo Nord, e il proletariato prenda il potere.

 

 

Conoscenza della storia e censura

 

Non abbiate paura! Più problemi di quelli che ha avuto l’isola solitaria di Cuba, quando siamo stati sul punto dell’esplosione nucleare, non li avrete. In quegli anni c’era molto più anticomunismo di adesso, eppure siamo andati a Playa Girón con un paio di aerei sconquassati a difendere la bandiera rossa del proletariato. Siamo diventati comunisti malgrado il tradimento dei sovietici nella crisi dei missili. E non conoscevamo neanche la metà della storia che ormai conosciamo... Gli stalinisti non ci hanno permesso di conoscere troppo, hanno scritto questo manualetto. Oggi abbiamo molto di più. Tra tante rivelazioni... abbiamo gli inediti del Che sul Manuale con cui Stalin ha cercato di paralizzare ideologicamente il mondo.

Se il primo passo verso la felicità è la dittatura del proletariato, come farlo? Quale diplomazia per una dittatura del proletariato verso il resto dei paesi che non hanno fatto la rivoluzione? Quale democrazia tra i rivoluzionari? Servono o non servono i sindacati? Lo Stato dovrà essere un grande sindacato operaio e non un governo? Cogestione, autogestione? A tali domande non si è risposto appieno nella prassi concreta, perché i libri affrontano quello che gli si pone. Sappiamo bene che non sono domande passate di moda, non hanno ancora i capelli bianchi: sono ancora domande di attualità. Sono le domande di Cuba e i pericoli della restaurazione del capitalismo evocata da Fidel, sono i dubbi dei compagni della Unt in Venezuela.[15] Sono le domande di Chavez, che ha il terrore della corruzione e della burocrazia.

Visto che ora ci è consentito di leggere apertamente queste cose, corriamo a studiare tutti insieme, ancora una volta. Così come la “Missione Miracolo” restituisce la vista, [16] seguiamo noi venezuelani, cubani e tutti i rivoluzionari un’altra missione in nome del Che, per studiare, dubitare, riflettere sui suoi interrogativi, la sua coerenza, i suoi errori... e smettiamola di fare altre celebrazioni.

Non mi interessa che alcuni cubani conoscessero tutta la verità, che ci fossero quelli che hanno censurato il Che e si dicono rivoluzionari. Non ho più fiducia in loro.

Il Che diceva che il campo socialista stava cadendo a pezzi... e ci hanno spedito in massa, intere generazioni, anche stando così le cose, nei paesi “socialisti”, dicendoci che quello sarebbe stato il futuro di Cuba, per cui non mi interessa che questi inediti fossero al sicuro nelle mani “di chi di dovere”. Qualsiasi fossero quelle mani, hanno potuto fare ben poco per salvarci dalla disperazione ideologica degli anni Novanta. È lo stalinismo latente, abbarbicato, anonimo. È la mediocrità organizzata. Se cerchiamo il responsabile di aver censurato il Che... non troveremo nomi, perché la ragnatela purtroppo è anonima. Sicuramente il Che ha dedicato il libro (anche se non completato) a tutti quanti noi, dicendo esattamente:

Molti saranno disorientati di fronte a questo cumulo di motivazioni nuove e diverse, altri si sentiranno feriti e vi sarà chi scorgerà in tutto il libro soltanto una rabbiosa posizione anticomunista mascherata da argomentazione teorica. Molti però (lo speriamo sinceramente) sentiranno il respiro di nuove idee e vedranno espresse le proprie convinzioni finora sconnesse, disorganiche, in un tutto più o meno strutturato. A questo gruppo è fondamentalmente rivolto il libro e anche ai tanti studenti cubani che devono passare per il doloroso percorso dell’apprendimento di “verità eterne”, provenienti soprattutto dall’Urss. (v. nota 6)

Nessuno può immaginare quanto siano mancate queste riflessioni del Che... soprattutto a quelli di noi, studenti e lavoratori cubani, che abbiamo visto passare, dalla notte al mattino, dalle parole d’ordine staliniste al più volgare dei capitalismi in Europa dell’Est.

Per altro verso... vergogna, solo vergogna di fronte a quello che resta delle centinaia di migliaia di fratelli che hanno dovuto immaginare più che sapere tante cose, in nome di stupidaggini ribattezzate come consegne da rispettare, o in nome di una presunta discrezione. Non solamente noi cubani, presi tra la perestrojka e lo stalinismo, senza sapere dove mettere la testa, ma i Tupamaros (quelli veri), i guerriglieri centroamericani, quelli che sono morti nello Stadio cileno con la parola del Che sulle labbra, dopo il governo dell’Unidad Popular...

Fra poco sarà il trentesimo anniversario del goalpe militare in Argentina (culla del Che): quanti di quegli indimenticabili 30.000 desaparecidos hanno potuto avere accesso a questa visione socialista sostenuta dal Che? Robi Santucho avrà letto i “Quaderni di Praga” prima di dare la sua vita alla rivoluzione? E Silvio Frondizi, il capo del Movimiento Izquierda Revolucionaria (Mir Praxis), al quale il Che propose addirittura di rimanere nell’Isola a lavorare in campo ideologico e che elaborò le interpretazioni più brillanti sulla rivoluzione cubana, anche a lui, li hanno forniti i Quaderni? Mi dicano: per chi erano i Quaderni di Praga? Per quando ci saremmo tutti ritrovati ben bene emozionati e smarriti dopo il crollo del campo socialista, che il Che aveva previsto? In Argentina i sovietici erano troppo occupati a ricevere medaglie dalla Giunta militare per potersi ricordare del Che. Ma si dovrà ancora parlare molto di quelle collaborazioni: immagino che in quei momenti le riflessioni del Che, che diceva che l’Urss sarebbe regredita al capitalismo, erano ciò di cui meno avevano bisogno gli stalinisti. E mi domando poi quanti membri del Partito comunista argentino, che ha fornito tanti desaparecidos sotto la dittatura, sapessero di queste Note. Avrebbero continuato ad appoggiare l’Urss? Sono convinta che sarebbe rimasta solo l’Urss ad appoggiare velatamente la dittatura militare in Argentina...

Chi conosceva questi “Quaderni”, che ci rivelano a quasi quaranta anni di distanza? Dice Orlando Borrego: “Ma, aprendo una parentesi sui materiali di Praga, debbo chiarire che sono stati conservati fino ad ora (2001) da me e dalle altre persone che per logico diritto debbono farlo”.[17] Non capisco, in questo, il mio carissimo fratello: di quali diritti parla, visto che apre il suo bel libro sul Che dicendo: “Qualsiasi lettore avvertito potrà notare che questo libro si doveva scrivere prima. Di fronte a un’osservazione del genere, forse la cosa più onesta è rispondere che non vi sono giustificazioni credibili”?[18] Ottima critica. Mi attengo a questa... per il momento.

Carlos Tablada ha atteso vari lustri prima di scrivere il suo libro. Quello di Tablada è uscito per primo. Nessuno dei due me lo ha detto, ma so perché non è stato possibile scrivere prima questi due libri e perché i “Quaderni di Praga” oggi risultano un quasi ridicolo “inedito” del Che. Per lo stesso motivo per cui il “Testamento di Lenin” è stato conosciuto molto più tardi. Per quella ragnatela impersonale e appiccicosa che abbiamo già caratterizzata. Mi risulta anche che l’edizione delle Opere del Che del 1977[19] sia stata vilmente censurata rispetto ai testi integrali della raccolta di Orlando Borrego. Credo anche che sia ancora quella la versione che naviga su Internet. Lo abbiamo già detto e dimostrato in modo inconfutabile.

Il Che non è scampato alla censura. Esattamente come Trotskij, Rosa Luxemburg, Lukács e tutti gli eretici marxisti sono stati censurati, in tempi e luoghi diversi. Perché tutti loro si ponevano le stesse domande, avevano le stesse aspirazioni e soprattutto la stessa predilezione per la ragione, la critica, i dubbi, l’autenticità...

Certo, saremmo andati molto più avanti se per il Che non fossero stati “inediti” tanti rivoluzionari marxisti successivi a Lenin e contemporanei a lui, che si criticavano reciprocamente, pubblicamente e ardentemente, con la massima naturalezza: Rosa nei confronti di Lenin, Lukács in quelli di Rosa, e così via. Qualcosa di analogo troviamo negli anni Sessanta con il Che, Carlos Rafael Rodríguez, Alberto Moras, Ernest Mandel, ecc., nel grande dibattito economico. Non so, ma sembra che tutto... sia accaduto negli anni Sessanta.

Ci sono cose cui mi piacerebbe che il Che rispondesse, ma sono priva di qualsiasi misticismo, per cui questi dubbi ce li terremo per rispondere noi stessi, prima o poi, imbastendo dati.

Il Che dice nel suo nuovo libro:

L’enorme quantità di scritti che ha lasciato [Lenin] alla sua morte hanno rappresentato il completamento dell’opera dei fondatori. Dopo, la sorgente si è affievolita e sono rimaste in piedi solo opere isolate di Stalin e alcuni scritti di Mao Tse Tung, come testimoni dell’immenso potere creativo del marxismo. Nei suoi ultimi anni Stalin ha temuto i risultati di tale carenza teorica e ha ordinato la redazione di un manuale che fosse accessibile alle masse e trattasse i temi dell’economia politica fino ai giorni nostri (v. nota 6).

Il colmo! Stalin si proponeva tutto il contrario: occultare l’armamentario teorico prodotto dai rivoluzionari migliori contemporanei e successivi a Lenin!

D’altro canto, nel Plan Tentativo[20] di studi, esposto anche nel suo progetto di libro, nella sua parte IV, il Che segnala come personalità del socialismo: Lenin, Stalin, Chrusciov, Tito e Fidel. Secondo gli editori, questi appunti sarebbero stati scritti tra il 1965 e il 1966. Allora, la lettera che ha mandato ad Armando Hart il 4 dicembre del 1965 era “sovversiva”?

Sarebbe molto importante che il lettore cubano potesse accedere a quella lettera, perché è un vero e proprio enigma, in cui a volte non si sa se il Che ignori tante cose od ostenti la sua squisita ironia porteña (sta in rete nel sito di Rebelión, “Cátedra del Che Guevara”). Da sola, quella lettera meriterebbe un’analisi a sé e, a mio avviso, avrebbe dovuto essere compresa in questo libro.[21]

Il Che dice nel suo “Plan de estudios para los cubanos” della lettera ad Hart, nella Parte V (Marx e il pensiero marxista)

Bisognerebbe pubblicare le opere complete di Marx, Engels, Lenin, Stalin[22] e altri grandi marxisti. Per esempio, nessuno ha mai letto niente di Rosa Luxemburg, che commette degli errori nelle sue critiche a Marx (tomo III), ma che morì assassinata; l’istinto dell’imperialismo in questi casi è superiore al nostro.

E al punto VII dice:

Qui dovrebbero essere ben analizzati i grandi revisionisti (se volete potete includere Kruscev); e dovrebbe comparire, approfondito più degli altri, il tuo amico Trotsky che, a quanto sembra, è esistito e ha scritto.[23]

Secondo Orlando Borrego, in un’intervista da lui rilasciata a Néstor Kohan, il Che aveva letto Preobraženskij, “così come ha studiato Trotsky, lo ha letto tutto, il Che e tutto un nostro gruppo”.[24]

Allora, come è possibile che Trotskij “sembra che sia esistito e abbia scritto”, se il Che aveva letto tutto su di lui e all’epoca erano disponibili già una ventina di buoni testi?

Questo cruciverba tra i “Quaderni di Praga”, l’“intervista a Borrego” e la “Lettera ad Armando Hart” mi dimostra che due più due non mi danno quattro.

Altrettanto mi capita con Rosa Luxemburg. Rosa ha criticato i bolscevichi sulla questione agraria, con gli stessi criteri con cui il Che ha criticato la Nep:

Il pericolo comincia là dove essi fanno di necessità virtù, fissano ormai teoricamente in tutto e per tutto la loro tattica forzata da queste fatali condizioni e pretendono di raccomandarla all’imitazione del proletariato internazionale come il modello della tattica socialista.[25]

Parole quasi identiche le ha dette il Che a proposito della Nep, eppure per consigliare di leggere Rosa ricorre al fatto che è stata assassinata dal nemico. Su questo aveva certamente ragione, molti di loro sono stati assassinati dal nemico... Leone Trotskij, che è sicuramente vissuto, è stato assassinato dal nemico. Il Che ha letto o no Rosa?

 

 

Sollevare i veli

 

Sono passati ormai quarant’anni dall’assassinio del Che e appaiono oggi i suoi inediti che ci impegneranno tutti. Discutiamo nelle fabbriche, nelle università, nelle comunità questi dubbi del Che. Questo ci porterà a rileggere ancora una volta Stato e Rivoluzione di Lenin. ci riporterà a Carlo Marx e Marx ci porterà di nuovo a precisare il termine socialismo, che a mio avviso è andato smarrito tra i mutamenti semantici del XXI secolo.

Finalmente, dunque, abbiamo ottimi insegnanti per aiutarci in questo compito, gli inediti del Che. Chiediamo loro di aiutarci a recuperare il tempo perduto. Che li si pubblichino in edizione economica! Che si organizzino seminari e dibattiti.

Borrego ci dice, tra l’altro, che il Che rivide la raccolta dei suoi testi, messi insieme in fretta e stampati in bella veste. Però, in certo senso, anche questi sono inediti! Io li conosco perché i miei genitori ebbero il privilegio di averne una copia. Il fatto, però, che solo un centinaio di cubani abbiano queste opere del Che fa di questi libri ugualmente degli inediti.

Molti compagni trotskisti di varia tendenza mi hanno confessato che per loro il Che era un grande uomo d’azione e un rivoluzionario coerente e nient’altro. Che ha scritto poco, si ricordano solo del Diario del Che in Bolivia... Non sarà, allora... che il Che è inedito completamente?

Ma non importa, il tempo ci si allunga se viaggiamo alla velocità della luce. Affrettiamoci perciò. Non sarà forse questo il momento buono per pubblicare tutti questi “eretici” qui nel mio paese, qui, al calore della “Battaglia delle Idee”? La bella Fiera del Libro ha dimostrato che la carta non scarseggia.

Io, inoltre, aspiro a che non restino inediti del Che nascosti per oscure ragioni nebulose, anche se ho motivo di nutrire qualche sospetto. Se fosse così, a quarant’anni quasi dal suo assassinio, sarebbe uno presa in giro grottesca...

Intanto abbiamo i “Quaderni di Praga”. Intanto ci sono gli scritti raccolti in sette tomi dal compagno Borrego, che sono certa sarebbe disposto a pubblicarli non in duecento copie ma a “migliaia di milioni”: una copia per ogni stella che brilla in cielo. Il Che glielo aveva detto che quell’opera avrebbe potuto interessare Turcios Lima (capo rivoluzionario latinoamericano, importante all’epoca) che, secondo il Che: “così potrà rendersi conto delle cose buone e cattive che fanno i rivoluzionari dopo la presa del potere”.[26]

Ebbene, oggi tutta la rivoluzione in America latina ha bisogno di quei sette volumi compilati da Borrego e di cui il Che disse che erano un “buon popourri”. Pubblichiamolo questo pot-pourri del Che! Se non c’è un editore disponibile allo scopo, per le più disparate ragioni... ebbene, potrei magari passarli in Internet. Ci sono molti compagni che forniscono pagine digitali marxiste, che hanno fatto un sorprendente lavoro di “scannerizzare” opere dei classici senza guadagnarci neanche un centesimo. E se mancasse una copia, c’è la mia! Quella che è stata di Haydée Santamaría. Entrambi, mia madre e il Che, sarebbero lieti che lo facessi.

Compagni, il Che sta finendo di nascere in una pienezza sorprendente, polemico, iracondo, dubbioso e allegro... Dietro di lui vengono gli altri che abbiamo anche loro rinchiuso nelle Accademie. Soltanto là, il dibattito non serve. La discussione degli anni Sessanta di cui il Comandante Guevara è stato protagonista è stata pubblica e nota a tutti. La militanza politica non è compito esclusivo di qualche facoltà universitaria. Domandatelo ad Antonio Mella! Quelli che “sanno” devono scendere in lizza per vedere di aiutarci un po’, in un momento come questo che sembra l’ultima occasione che Dio ci dà per strapparci le catene di dosso, altrimenti dovremo ricominciare a scoprire “l’acqua calda” e credo stia per fischiare l’ipotetico arbitro della nostra partita di calcio.

Il Che rappresenta l’“anello mancante” tra la teoria marxista, il bolscevismo più radicale e le lotte di emancipazione del Terzo mondo. Per questo nasce e rinasce e continua a nascere, fino a risultare quasi molesto; per questo ci sono ancora inediti del Che... per questo ci sono ancora misteri da chiarire...

Chiaro! Lo ha detto in un modo insuperabile Eduardo Galeano:

Come mai il Che ha questa pericolosa abitudine di continuare a rinascere? Più lo insultano, lo deformano, lo tradiscono, più rinasce. È quello che nasce più di tutti. Non sarà perché il Che diceva quello che pensava? E che faceva quello che diceva? Non sarà per questo che continua a essere straordinario, in un mondo in cui le parole e i fatti molto raramente si incontrano, e se lo fanno raramente si salutano, perché non si riconoscono?[27]

Ernesto Guevara conclude “La necessità di questo libro” dicendo:

Molti sconvolgimenti attendono l’umanità prima della sua definitiva liberazione [...] questa non potrà arrivare senza un radicale cambiamento strategico nelle principali potenze socialiste [...] noi portiamo il nostro granello di sabbia, con il timore che l’impresa sia molto al di sopra delle nostre forze. In ogni caso, resta la testimonianza del nostro tentativo (v. nota 6).

Conosciamo ormai gli sconvolgimenti, superiori a qualsiasi precedente pronostico... Non importa! Risciacquiamo le lacrime di impotenza di questa fase e, insieme, facciamo come se quel tentativo guevarista di salvare il socialismo sia ancora vivo e si sia appena finito di enunciarlo, anche se dobbiamo rifare tutto daccapo.

Il Che, questa volta, conta su di noi... per continuare a nascere... hasta la victoria siempre!

 

 

 

 

 



* [“Il sogno si fa a mano, e senza permesso, arando l’avvenire con vecchi buoi”].

[1] “Reflexiones del Che sobra el Socialismo”, in La Haine y Rebelión, 24 febbraio 2006.

[2] Orlando Borrego, Che, el Camino del Fuego, Imagen Contemporánea, L’Avana, 2001.

[3] Carlos Tablada, El Pensamiento económico del Che Guevara, Ed. Nuestra América, 2005 (prima edizione 1987).

[4] Celia Hart, “Un libro salvado del mar”, Prologo a Carlos Tablada, Pensamiento económico del Che Guevara, Casa Editorial Ruth, L’Avana, 2006 (trentesima edizione).

[5] Ernesto Che Guevara, “Algunas reflexiones sobre la transición socialista”, in Apuntes críticos a la Economia Política, Centro de Estudios Che Guevara y Ciencias Sociales, 2006, L’Avana, p. 7.

[6] E. Che Guevara, “Necesidad de este libro”, ivi, p. 25.

[7] E. Che Guevara, (Anexos) Reunión bimestral 1964: in Apuntes críticos a



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