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“Vivere con un’America di pazzoidi”

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di François Bonnet*

da http://rproject.it/ e Solidarietà

È uno degli aggettivi preferiti da Trump che non lo riserva al solo Biden, “Joe il pazzo”. Questo termine può tuttavia aiutarci a riassumere la condizione di una società americana che precipita in un estremismo rabbioso nel nome di Dio e di un messianismo bianco e dominatore. Vent’anni di guerre ininterrotte hanno rimodellato in profondità l’Impero americano trasformandolo in un «rogue State» (in uno “stato canaglia” NdR)

Che venga o meno rieletto il prossimo 3 novembre, Donald Trump ha già riportato alcune vittorie. La principale? Contrariamente a quello di altri presidenti, il bilancio del suo mandato alla Casa Bianca sarà largamente irreversibile. La speranza di numerosi alleati degli Stati Uniti e dei sostenitori di Joe Biden di farla finita, una volta per tutte, con Donald Trump, di cancellare tutte le tracce del suo passaggio, è una pura illusione.

Vorrebbero rassicurarsi, dirsi che dopo questo penoso intermezzo durato quattro anni tutto ricomincerà come prima, as usual. Ma sbagliano: non ci sarà ritorno “al mondo di prima”.

Perché, anche se sconfitto, Trump avrà portato alla luce del sole e rafforzato con successo quell’America sino ad allora relegata dietro le quinte. I due mandati cortesi di Barak Obama -il cui bilancio politico si è rivelato assai limitato e, questo sì, perfettamente reversibile - avevano contenuto e anche mascherato le evoluzioni di fondo di una società americana nella quale ormai il peggio è diventato la norma.

Trump incarna magnificamente quel peggio. Ha liberato la parola fangosa di ampi strati della società oramai invitati al centro della tavolata. Quell’America esiste, massicciamente, e non se ne ritornerà nel fondo del ripostiglio in caso di sconfitta di Trump. Il suo mantra è semplice “Dio, le armi da fuoco ed il denaro”. La sua incultura la proietta in un complottismo esasperato, il suo patriottismo traviato la porta ad un militarismo fanatico mentre la sua volgarità individualista resta il carburante di un razzismo e di una xenofobia rivendicati apertamente.

Di fatto, il problema non è tanto Donald Trump quanto questa America che gli preesisteva e che non smette, da vent’anni in qua, di rafforzarsi. Nel 2008, gli Europei scoprivano, allibiti, l’emergenza di Sarah Palin. Icona del Tea Party, portavoce dell’ala la più oltranzista del Partito repubblicano, era addirittura stata investita della candidatura alla vicepresidenza con John Mc Cain, candidato-presidente. Sin dall’annuncio della candidatura di Trump nel 2016, la Palin ne è stata una sostenitrice entusiasta.

Il campanello d’allarme squillava sin da quegli anni Duemila per segnalare lo sprofondare della società americana in un estremismo rabbioso nel nome di Dio, di un messianismo americano, bianco e dominatore, su uno sfondo di ignoranza crassa del mondo e delle sfide che lo aspettano.

L’Europa ed il mondo guardano gli Stati uniti tramite le loro élites sofisticate, spesso democratiche, creative, mondializzate, successfull. E decifrano la vita “dell’Impero” attraverso la lettura dei grandi giornali della costa Est -il New York Times e il Washington Post-; a Ovest, il Los Angeles Times, oltre ad altre prestigiose riviste quali il New Yorker, l’Atlantic monthly, Foreign Policy e altre ancora.

Si tratta troppo spesso di filtri magici che combinano il “politically correct”, l’eleganza e l’autocompiacimento, occultando le questioni più sgradevoli: il tutto nel nome di un certo “eccezionalismo” americano e della sua missione universale. Di fatto, quelle élites e i loro giornali restano convinti che l’America, sola superpotenza planetaria, abbia il dovere di modellare il mondo, di dirgli cosa siano il Bene e la Norma.

I neoconservatori di George W. Bush l’hanno fatto tramite la guerra. I democratici alla Hillary Clinton hanno preferito la coercizione economica. Trump, a modo suo, ha preso dall’uno e dall’altra trasformando gli Stati Uniti in uno “rogue State” che minaccia il mondo e vi ha moltiplicato i disordini.

È questa, una constatazione che fanno da tempo molti esperti americani in relazioni internazionali. L’America di Trump? “A rogue superpower” risponde Robert Kagan che fu all’inizio degli anni Duemila capofila dei neoconservatori per poi sostenere la Clinton nel 2016. “Il mondo di Trump è lotta di tutti contro tutti”- scriveva già nel 2018 – “Non vi esistono relazioni fondate su valori comuni, non vi sono che transazioni basate sulla potenza. È un mondo che, un secolo fa, ci ha portati a due guerre mondiali”.

Nel settembre del 2003, prima della visita a Washington dell’allora presidente francese Jacques Chirac, George W. Bush dichiarava su Fox News “Gli ricorderò, e mi ascolterà, che l’America è una nazione buona, autenticamente buona”. È esattamente ciò che notava lo specialista Pierre Hassner quando parlava di “questa convinzione puritana che fa coincidere gli interessi degli Stati Uniti e quelli del Bene”.

Un recentissimo editoriale del New York Times sotto forma di appello solenne a votare in favore di Biden il 3 novembre brandisce proprio questo tipo di argomento. “Biden si è impegnato a «restaurare l’anima dell’America». È l’uomo giusto per raccogliere tale sfida”. Il giorno prima dopo avere fatto sapere urbi et orbi che pregava per il pronto ristabilimento di Trump, Biden s’era di nuovo impegnato a “restaurare la leadership morale dell’America” sul mondo.

L’indomani della sua vittoria nel 2016 avevamo qualificato l’elezione di Donald Trump come un “11 settembre politico” per sottolineare come si trattasse di un “sisma dalle conseguenze durature” per il mondo intero. Quattro anni dopo, le conseguenze sono innegabili. E le questioni sgradevoli sono da porre di nuovo e con più forza: sulla natura del regime politico statunitense, sulla polarizzazione estrema di quella società e sulla mutazione mostruosa di parte di essa.

Trump adora ricorrere a termini quali “pazzo”, “demente”, ”picchiatello”, “scervellato” per designare i democratici, i “socialisti » e le nuove figure emergenti dall’effervescenza delle sinistre americane. Non smette di ricorrere alle espressioni “Joe il pazzo” (Biden) e “Nancy la folle” (Pelosi). Tale psichiatrizzazione del dibattito pubblico e politico sarebbe poco interessante se alcuni di questi aggettivi non riassumessero in modo brutale molte realtà statunitensi.

Il mito americano diventato incubo

Infatti, è proprio l’impressione d’avere a che fare con una società di “pazzoidi” quella che ci assale di primo acchito osservando queste folle che fanno di Trump il loro superuomo: gli evangelici e i “Christian born again » che vedono l’intervento divino in ogni porta che sbatte, le milizie armate che preparano la guerra civile contro il nemico nascosto nel box del garage, gli abitanti dei sobborghi bianchi sprofondati in un razzismo paranoico, i suprematisti bianchi che fantasmano sul Ku Klux Klan, le classi medie che si sentono assediate da un mondo ostile deciso a distruggere la loro America.

Questa società di pazzoidi ha il suo proprio sistema d’informazione al quale si abbevera di fatti alternativi, post-verità e visioni complottiste d’ogni sorta. Fox News ed il sito Breitbart News ne rappresentano le navi ammiraglie. Dietre di queste, centinaia di siti ultras, di radio e televisioni, migliaia di pagine facebook perfezionano la costruzione di questo mondo parallelo.

D’altronde, non sono nemmeno gli inventori di queste post-verità. Dal 2004, quando metteva il vicino Oriente a fuoco e a sangue, George W. Bush faceva campagna per la sua rielezione spiegando che “grazie a noi, l’America avanza estendendo la pace e la libertà nel mondo”.

Prendiamo un paio d’esempi, e non forse tra i più gravi. Alcuni giorni fa, sette membri di un gruppo paramilitare sono stati incolpati perché preparavano l’assalto al Parlamento del Michigan allo scopo di scatenare una “guerra civile”. Sei altri attivisti dell’estrema destra sono poi stati arrestati perché preparavano il rapimento della governatrice democratica di questo Stato. Pochi mesi fa, Trump aveva lanciato un appello a “liberare il Michigan”.

Altro aneddoto, raccontato dal giornalista americano Thomas Frank in un testo pubblicato su Le Monde diplomatique: “in un ristorante vicino al mio domicilio di Kansas City entra una sera un tale con in testa un gran cappellaccio rosso col nome di Donald Trump, ma senza mascherina protettiva. Invitato dal cameriere (pagato otto dollari e mezzo l’ora) a coprirsi il naso e la bocca, come richiesto dal regolamento, questo non trova di meglio da fare che alzare la maglietta per fargli vedere che, sotto, ha una pistola”.

Come spiegare una deriva così massiccia della società americana, il “mito americano” diventato l’” incubo americano”? Un sacco di analisi pertinenti sono state avanzate. Ma una di queste, importante, rimane in gran parte ignorata o sottovalutata. Dopo venti anni di guerra ininterrotta sul pianeta, la società americana sarebbe come in uno stato grave di stress post-traumatico. Questo aiuta a spiegare le manifestazioni deliranti di una parte della sua classe politica e della popolazione. E getta una luce diversa sul cosiddetto ”Trump speak”.

Sulla rivista The Nation, il giornalista Andrew McCormick ha appena pubblicato una lunga testimonianza intitolata “Come l'America si è rivoltata contro sé stessa”. È una testimonianza nella misura in cui McCormik ha la particolarità di essere un “veterano” della Marina degli Stati Uniti. Ha servito per sette anni in Afghanistan, Africa orientale e nel Mar della Cina Meridionale. “Gli americani hanno capito implicitamente che le nostre guerre ci hanno cambiati - scrive McCormick. È come se la guerra - e tutti i simboli, le parole e la violenza ad essa associati - si fosse infiltrata attraverso i nostri pori e incastrata in profondità nelle nostre ossa. In questo autunno, nel quale la guerra contro il terrorismo sta entrando nel suo ventesimo anno, sembra che i nemici ce li troviamo in casa. Le nostre guerre ci hanno trasformati in drogati della forza e con il discorso di guerra civile ora sulle labbra di tanti americani, questa trasformazione potrebbe distruggerci”.

McCormick, che dice di non riconoscere più il suo paese, descrive un’“estetica militaristica” che invade lo spazio pubblico. Osserva che la produzione del fucile da guerra M16 -in vendita libera- è passata da 100’000 unità nel 2004 a “più di 2 milioni nel 2016”. Le parole e i concetti della guerra hanno invaso il discorso politico, quello di Trump e dei suoi elettori. Così, ad esempio, gli attivisti neri di Black Live Matter sono definiti “terroristi” da “eliminare”, da “annientare”.

Queste guerre hanno contribuito al declino della nostra cultura democratica

Globalmente, le guerre americane non sono servite a nulla se non a destabilizzare intere aree del pianeta e ad arricchire le aziende americane grazie ai contratti militari, osserva McCormick. Sono morte un sacco di persone, ma per un modo migliore?”. Un nuovo concetto fa oramai parte del discorso degli esperti della politica estera e di difesa americane, quello delle “forever wars” le guerre perpetue.

L'espressione dà la misura di ciò che la società sta vivendo. Dal 2001, gli Stati Uniti sono impegnati in modo permanente e simultaneo in numerosi conflitti: in Afghanistan, Pakistan, Iraq,Yemen, Siria, Libia, Sahel...”Questi conflitti sono costati migliaia di miliardi di dollari che sarebbero stati necessari per altre priorità, più urgenti, qui a casa. Hanno contribuito al declino della nostra cultura democratica e delle nostre istituzioni. Hanno spianato la strada all'orribile divisione voluta da Trump”, ha osservato in gennaio Elizabeth Warren, candidata sconfitta nelle primarie democratiche.

Dall'11 settembre 2001, oltre 2,7 milioni di soldati americani sono stati impegnati in questi conflitti. “Negli ultimi due decenni, l’esercito degli Stati Uniti ha combattuto in almeno ventidue paesi”, scrive David Vine, che in questo mese di ottobre pubblica United States of War, un libro che ha suscitato molto scalpore. Antropologo e sociologo dell'Università di Washington, Vine ha lavorato per anni sull'apparato di difesa americano ed i suoi legami con la società.

“In vent'anni, queste guerre hanno ucciso 15’000 soldati americani - scrive David Vine – altre centinaia di migliaia sono tornati a casa feriti, mutilati, vittime di stress post-traumatico e di altri disturbi mentali o fisici. Nel 2018, 1,7 milioni di veterani hanno dichiarato handicap consecutivi al loro impegno sui campi di battaglia”. La tesi difesa da David Vine è la seguente: dall'Indipendenza in poi, gli Stati Uniti, non hanno smesso di costruirsi e avanzare tramite la guerra, il discorso e l’assetto militari sono rimasti al centro del progetto politico americano, sia per rafforzarlo, sia, a volte, per imporlo. Ed è vero che dal 18°secolo in poi, l'elenco dei conflitti è quasi infinito.

Un altro libro, questa volta un romanzo, racconta la storia di uno dei conflitti fondatori degli Stati Uniti, la guerra messicano-americana del 1846-1848, consecutiva all'annessione unilaterale del Texas. In Bloody Twilight (pubblicato nel 2019, da Gallmeister publishing), James Carlos Blake sottolinea la ferocia di cui fece allora prova l'esercito americano, una ferocia che spinse i soldati irlandesi a disertare massicciamente e a unirsi all'esercito messicano per fondare il “Battaglione dei Patrizi”, un battaglione ancora onorato, anno dopo anno, a Città del Messico. Leggendo Bloody Twilight, non si può fare a meno di pensare all'Iraq, alle vittime delle torture di Abu Ghraib, di Guantanamo Bay e delle prigioni segrete della CIA.

Eppure, osserva David Vine, quel che succede dal 2001 è di una portata e di una natura diversa perché queste guerre sono fondate sulla menzogna (Iraq) e sulla dissimulazione, e perché, finite senza né vincitori né vinti, “hanno trasformato il mondo in un insanguinato campo di battaglia”.

Nel 2002, George W. Bush ha sottolineato l'importanza di avere un apparato militare “capace di colpire in qualsiasi momento ed in qualsiasi angolo del mondo, anche il più buio e il più remoto”. Nel 2016, Donald Trump suscitò delle illusioni dando l’impressione di prendere il contropiede di Bush tornando ad una politica isolazionista che prometteva di “riportare a casa” le truppe dell’US Army.

E invece, non è successo niente di tutto questo. L’”America first” di Trump non è mai stata un’”America back home”. Anzi, il presidente ha moltiplicato le crisi diplomatiche a cascata, con gli alleati europei vilipesi, accordi di disarmo cestinati e guerre commerciali attizzate… Addirittura, il suo effimero consigliere, l’accanito neoconservatore John Bolton, aveva perorato in favore di tre guerre simultanee contro Venezuela, Iran e Corea del Nord.

Di fatto, dietro questa diplomazia aggressiva e la retorica marziale destinata a coltivare il fervore della sua base elettorale, Trump è stato il più grande amico e fornitore di contratti al complesso militare industriale, quel famoso “complesso” di cui, già nel 1961, l’allora presidente Dwight Eisenhower aveva denunciato “la disastrosa influenza in ascesa”...

Con Trump, l'industria della difesa ha assunto la direzione del Pentagono per sviluppare nuovi sistemi d'armamento, riavviare la corsa ad armi nucleari innovative e fare esplodere le spese militari. Quasi la metà degli alti funzionari del dipartimento della difesa sono direttamente legati all'industria militare, ricorda il periodico Politico.

È sotto Trump, nel 2018 e nel 2019, che le spese militari hanno superato di gran lunga la soglia dei 700 miliardi di dollari. Così, dei 2’000 miliardi di spese militari sull’insieme del pianeta, gli Stati Uniti pesavano 732 miliardi di dollari, cioè il 38% del totale, molto di più delle spese cumulate degli altri paesi più spendaccioni, cioè Cina, India, Russia e Arabia Saudita (459 miliardi di dollari).

David Vine, nel suo libro United States of War stabilisce anche una contabilità delle basi militari US nel mondo: ve ne sono 800 in 85 paesi e vi impiegano 225'000 persone: “Le guerre nelle quali il nostro governo si è lanciato dal 2001 sarebbero state molto più difficili da realizzare senza questa rete di un’ampiezza senza precedenti di basi militari- fa notare l’autore - Queste basi hanno permesso di lanciare nuove guerre che, a loro volta, hanno permesso l’installazione di nuove basi, e così via…”

Il mio pulsante è più grosso del tuo…”

Qual è il legame tra questa iperpotenza militare senza precedenti e questa parte della società americana diventata “pazzoide”? È, per l’appunto, Donald Trump, l’uomo che non smette di attizzare l’incendio che riscalda la sua base elettorale. Un tweet - ma ce ne sarebbero altre migliaia - riassume i rischi che il 45° presidente degli Stati Uniti fa correre al mondo. Allorché il leader nord-coreano si vantava di disporre del pulsante nucleare, Trump rispondeva via un tweet ai suoi tifosi: “Ma c’è qualcuno per dirgli che il pulsante ce l’ho anch’io, ma più grosso e potente del suo e che il mio funziona?”

È con questa America, con o senza Trump, che saremo obbligati a continuare a vivere. Gli ottimisti faranno notare che Biden si è impegnato a riancorare gli Stati Uniti all’accordo di Parigi sul clima, a riprendere la “diplomazia del nucleare” con l’Iran così come il ristabilimento della relazione transatlantica con l’Europa. Sono promesse vaghe che il candidato democratico completa con l’impegno a mantenere l’ambasciata in Israele a Gerusalemme dove l’ha trasferita Trump e con il rifiuto di ridurre il budget della difesa: “La politica di difesa degli Stati Uniti incomincia qui a casa” ha detto Joe Biden.

Una casa abitata da pazzoidi che, dopati da quattro anni di trumpismo, hanno la ferma intenzione di occuparne, in un modo o nell’altro, tutte le stanze.

* apparso sul sito di Mediapart il 13 ottobre 2020. La traduzione in italiano è stata curata da Paolo Gilardi per il sito http://rproject.it/



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