Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Tre Cube

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Tre Cube

 

Il clamore della stampa (compresa quella “democratica”, in testa “la Repubblica” col solito Omero Ciai, in perfetta sintonia con “el Pais”) sul conferimento del premio Sacharov a Guillermo Fariñas, impone una riflessione. Non stupisce il carattere strumentale dell’assegnazione del premio (ma quale premio non lo ha?) né che gli organi di stampa “democratici” dell’imperialismo europeo siano in prima linea nella sua utilizzazione.

Ho difeso Fariñas mentre faceva lo sciopero della fame dalle stupide denigrazioni dei bigotti che considerano sempre infallibile il regime cubano , ma senza dimenticare che l’opposizione di cui Fariñas è esponente non guarda all’autogestione e all’autoorganizzazione, ma a un’accelerazione delle “riforme” di Raúl Castro (definite ora positive ma non sufficienti). Una cosa è sostenere il diritto a difendere le proprie idee anche di chi non la pensa come me, senza che venga liquidato come criminale comune, o “prezzolato” dall’imperialismo statunitense (con commenti di questo genere: "Delincuente local cubano recibe premio Sajarov"), altra la valutazione dell’utilità dell’apporto di questi dissidenti alla soluzione dei problemi di Cuba.

In realtà, come ho cercato di segnalare pubblicando diversi testi provenienti da Cuba, come Pedro Campos da Cuba (it) o Rassegna cubana, la scelta non è obbligata tra la rigidità conservatrice della gerontocrazia cubana, e l’inconsistenza di un’opposizione amplificata in occidente, anche dai “democratici”, ma incapace di affrontare i gravi problemi del paese: esistono all’interno del paese, all’interno dello stesso partito comunista, pur tanto sclerotizzato, voci che cercano di trovare una soluzione democratica e autogestionaria alla crisi sempre più acuta del paese. Insomma c'è una terza Cuba, che si riallaccia al patrimonio originario della rivoluzione, invece di guardare, con entusiasmo o con reticenza, al modello capitalista.

In appendice, in spagnolo, il testo di Alonso sulla caduta del muro a cui fa riferimento l’intervistatrice; è apparso a Cuba su La Ventana, Portal informativo de la Casa de las Américas. (a.m. 22/10/10)

 

Riflessioni per la battaglia delle idee

Intervista al sociologo cubano Aurelio Alonso

(scritta per Agencia Nodo Sur - ANS – 6 agosto 2010

 

 

Cuba continua ad essere un faro di attrazione per il semplice e convincente motivo storico di aver partorito la prima Rivoluzione che, nella Nostra America, è riuscita al tempo stesso a scuotersi di dosso il giogo della dominazione imperialista e di farla finita con la proprietà privata di industrie, campi e servizi. Cuba ha resistito a ogni tipo di aggressioni militari, terroriste e persino di guerra biologica e al più brutale isolamento. Sopravvive dibattendosi fra le grinfie di un blocco imperialista di mezzo secolo e gli intralci e le trappole di questa lunga fase di non conclusa transizione socialista. Queste circostanze marcano a fuoco la sua attuale realtà e hanno lasciato segni indelebili. Di fronte all’incessante  cascata di calunnie, menzogne e tergiversazioni che subisce, molte sono  le voci che si sono levate a difenderla. Tuttavia, molte volte, queste molte voci ignorano come e perché gli intralci e le trappole siano sorti e si riproducano, mettendone seriamente in pericolo la sopravvivenza.

Cuba fa sempre “notizia”, ma è molto più di questo. Come Agencia Nodo Sur, pretendiamo di fornire un’informazione genuina affinché coloro che si identificano con gli ideali di emancipazione siano meglio attrezzati nella battaglia ideologica di oggi. Ripresa dalle sue stesse fonti, forniamo questa intervista ad Aurelio Alonso, un cubano che è un veterano di questo impegno nella battaglia delle idee.

 

“Il potere della censura è sempre quello di un politico,

non di un intellettuale”

Riflessioni sulla Rivoluzione cubana dal 1959 ad oggi

(da una conversazione di Ute Evers (latinoamericanista e giornalista in Germania) con il sociologo cubano Aurelio Alonso, dall’Avana)

 

«Pubblico il meno possibile sulla rivista Casa de las Américas perché la faccio: lì pubblico recensioni e altri testi del genere. Preferisco invece non pubblicarvi i miei testi più critici, sia perché non mi piace che si pensi che approfitti a questo fine delle mie responsabilità nella rivista, né voglio impegnarne la linea editoriale. Casa de las Américas non è una rivista ideologica nazionale, né una rivista per discutere sul socialismo a Cuba. In varie occasioni ho mandato testi a pubblicazioni che si sono rifiutate di farli uscire. Quando ho insistito, a volte qualcuno mi risponde cortesemente: “Aurelio, il tuo articolo è buono, ma il problema è che tu fai alcune critiche molto delicate”».

 

 

Signor Alonso, come critico su temi della politica, delle società e delle religioni, lei è conosciuto al di là dei confini di Cuba. Non molto tempo fa è anche uscito un suo interessante articolo su “Venti anni dalla caduta del Muro”. Che cosa critica maggiormente nel suo paese?

Le cose che critico di più sono quelle che hanno a che fare con la struttura dell’economia, le limitazioni e il logoramento per quanto riguarda il perfezionamento degli istituti del Potere Popolare e la necessità di arrivare a una democrazia socialista, su cui ho l’impressione che Cuba stia restando indietro rispetto agli altri tentativi latinoamericani: Venezuela, Equador, Bolivia, soprattutto. Se questi riescono a insediarsi, a mettere radici, a continuare ad andare avanti, Cuba può rimanere indietro, nonostante si tratti del primo esperimento socialista nella nostra America, ed abbia avuto due figure così notevoli come il Che e Fidel.

 

Può parlarmi un po’ del Potere Popolare cubano?

Il sistema del Potere Popolare cubano è riuscito a differenziarsi da quello sovietico con elementi di partecipazione popolari assenti in quello sovietico. Tuttavia, oltre a questo non si è andati, questi elementi sono molto pochi e li si vede funzionare soltanto nelle sfere di base. È un sistema troppo accentrato amministrativamente, nel quale i municipi mancano di risorse proprie, un sistema di dominio sull’economia stessa del municipio. Esistono politiche molto democratiche, ad esempio, come quella di eleggere direttamente dal basso, senza l’intervento di partiti o di altre istituzioni, i delegati delle assemblee municipali, cosa che non ha equivalente nel modo di eleggere l’Assemblea Nazionale del Potere Popolare. E, per altro verso, quelle municipali non hanno alcun potere – alcun potere! – alcuna possibilità di scelta. I delegati comunali eletti sono vittime de sistema politico. E quando metto per iscritto queste critiche, non mi pubblicano. E critico il Partito, che è il mio Partito e dal quale non me ne vado operché credo di vivere lealmente il mio impegno politico. Lo critico più duramente da dentro che da fuori. Il Partito deve cambiare, democratizzarsi anche come partito se vuole restare in piedi come regime di partito unico, che non è poi così importante come vogliamo credere. L’importante non è che sia unico ma che costituisca un’avanguardia coerente, e credo che non sempre lo siamo. Siamo un’altra cosa.

Vi sono articoli miei in cui dico questo e cerco di pubblicarli qui e se non posso lo faccio fuori, in libri o in qualche modo. Ma la mia intenzione è sempre quella che mi pubblichino qui. Il potere della censura lo esercita sempre il politico, mai l’intellettuale, che quando svolge incarichi di potere rischia di trasformarsi.

 

I cosiddetti “vetero-comunisti” hanno tanta influenza da paralizzare tutto un processo intellettuale progressista che a Cuba sta crescendo ogni giorno di più?

Sì, hanno tutto il potere. Tra l’altro, nel riciclaggio che sta avvenendo con il passaggio del potere da Fidel a Raúl, quel che hanno fatto finora è stato portare al principale livello di direzione accanto a Raúl personaggi tra i più vecchi che tengono ancora fermo il discorso degli anni ’60. Sembrerebbe che non si apprezzi la necessità del ricambio generazionale.

 

Nella sua antologia, Polemiche culturali degli anni ’60, Graziella Pogolotti parla di un dibattito su certi manuali di marxismo. Questi dibattiti contribuiscono in qualche modo alla riflessione critica sull’odierna Rivoluzione cubana?

Penso di sì. Il dibattito c’è stato e continua ad esserci. Qui si continuano a pubblicare delle cose, nonostante gli organi di stampa cubani restino sotto tutela ufficiale. Il Partito ha infatti questa politica, questa concezione, protetta dall’ombrello secondo cui la Rivoluzione va protetta evitando tutto ciò che si dica contro. Detto così, sembrerebbe giusto: ma quando si passa all’analisi, uno si chieda che cosa si può definire come ciò che è contrario e dove stia il confine del “contro”. Cominci a renderti conto del fatto che coloro che amministrano la politica ti spostano il confine del “contro” fin dove vogliono loro, e te lo delimitano come vogliono loro.

 

Parliamo della fine degli anni ’60 del secolo scorso. A Cuba comincia una fase che segnerà negativamente quelli successivi all’assassinio di Che Guevara nel 1987…

Si, penso che ti riferisca a quello che Ambrosio Fornet ha battezzato con il nome di “Quinquennio Grigio”, che in realtà non è stato un quinquennio, se non nel senso persecutorio impresso dalla gestione infelicemente dogmatica di alcuni funzionari. Lo spazio del quinquennio allude alla sfera della creazione letteraria e artistica, dove quel che accadeva manteneva una corrispondenza con quanto stava avvenendo nel campo del pensiero.

Ma su un altro piano, quello della restrizione ideologica in stile sovietico, è arrivato ad abbracciare due decenni. Nel campo della creazione credo ci fossero due impostazioni: una sosteneva il realismo socialista e l’altra un’apertura meno angusta nelle forme di produrre arte, che investiva una serie di settori: il cinema, la creazione letteraria, le arti plastiche.

 

L’ICAIC [Instituto Cubano de Arte e Industria Cinematográficos] è sempre stato un’istituzione che è riuscita, fino ad oggi, a mantenere una posizione più o meno indipendente…

Sì, appunto per questo è diventato il “chiodo nel collo” per il Consejo Nacional de Cultura e l’apparato di controllo di cultura e istruzione nel Partito. L’hanno attaccato con molta forza. E, per fortuna, grazie alla sua capacità di resistere, il “Quinquennio” è stato solo un quinquennio.

Alfredo Guevara ebbe la capacità e il coraggio di affrontare questo – insieme ad altri, ma lui soprattutto – facendo sì che il ministro della Cultura che si sarebbe nominato, istituzionalizzando una struttura statale ricalcata sui modelli sovietici nel 1976, non fosse quello previsto, un veterocomunista che avrebbe sicuramente sistematizzato il realismo socialista, ma Armando Hart. Guevara riuscì ad evitare che si verificasse la deriva di una routine del pensiero e della creazione culturale.

Per questo Ambrosio Fornet lo chiama “Quinquennio”, e lo chiama “Grigio” perché in realtà non si uccide nessuno. Non siamo all’esperienza stalinista, in cui se non ti facevano sparire in una data fase, ti fucilavano in un’altra, a seconda dello stile del capo degli organi di sicurezza che Stalin designava. Non soffriamo una sistematica repressione poliziesca. Si sono verificati casi estremamente deprecabili, come quello di Heberto Padilla, incarcerato nel 1971 per aver pubblicato un libro di poesie sospetto di ostilità alla Rivoluzione. Tuttavia, casi di questa portata sono stati pochi. Non è stata la norma.

Credo che né per il Cremlino, o per l’Ufficio Politico sovietico e meno ancora per quello cubano fosse tanto importante che nella creazione artistica dominasse il “realismo socialista”. Decisiva è stata l’influenza di Alfredo, aggiunta a quella di Hart come primo ministro della Cultura. Non potevano, tuttavia, incidere oltre nella sfera dell’ideologia, che nel quadro degli anni Settanta e Ottanta era impossibile rettificare.

Altra cosa, diversa, costituiva il campo dell’ideologia, che prevalesse cioè un’apertura anche rispetto alla dottrina marxista. La dottrina investiva infatti la politica, e in quest’ultima si poteva sviluppare una tendenza critica rispetto al sistema dall’interno del sistema stesso. Per questo, ripeto, per l’ideologia non c’è stato un “Quinquennio Grigio”, ma un ventennio.

 

Parliamo del periodo in cui era docente alla Facoltà di Filosofia dell’Università dell’Avana, quando un gruppo di giovani si riunì per ricercare una rinnovata visione del marxismo…

Cominciammo a sviluppare la critica dei manuali sovietici e a cambiare, a sperimentare cambiamenti nei programmi di insegnamento del marxismo. Raggiungendo un livello di maturità culminato nell’insegnamento di un programma di storia del pensiero marxista al posto di quello di filosofia marxista, vale a dire materialismo dialettico e materialismo storico.

Abbiamo cercato di modificare quell’impostazione dottrinaria. Pensavamo fosse più importante insegnare quale fosse il contesto storico di Karl Marx e Friedrich Engels, la loro storia personale, come siano arrivati alla dottrina attraverso le loro esperienze e frustrazioni, in che cosa quella dottrina dovesse rispettare la loro epoca e che cosa dovesse continuare a svilupparsi; cosa è successo dopo la loro morte, e perché la Russia è diventata il centro rivoluzionario dell’Europa, il ruolo svolto da Lenin come genio rivoluzionario e creativo in seno alla tradizione marxista, a dallo stesso Trotski – che ha avuto un ruolo importante – e altri; arrivando anche, così, alla Rivoluzione cinese, interrogandoci sul ruolo di Mao ed anche di Fidel Castro e della Rivoluzione cubana. Era questo il marxismo che insegnavamo e cercavamo di confrontare con l’insegnamento dei manuali sovietici.

 

E come si è concretizzato questo confronto?

Abbiamo avuto vari confronti, dibattiti, in riunioni con docenti. In una di queste riunioni, questi ci dissero che avrebbero fatto uscire nella loro rivista un articolo di critica delle nostre posizioni. All’epoca esistevano diverse riviste. Le scuole di Partito avevano una rivista teorica, che si chiamava Teoria y Práctica. Noi ne avevamo una che si chiamava Pensamiento Crítico. Sul piano nazionale, la loro aveva maggiore diffusione della nostra, ma la nostra aveva molto maggior diffusione in America Latina, ed era più richiesta. C’erano anche altre riviste.

A proposito dell’articolo critico, chiesi se avrebbero pubblicato sulla loro rivista anche una mia critica al loro articolo. Si videro costretti a dire di sì. E quando fu pronta, l’articolo uscì. Cominciò una polemica che alla fine interruppi perché avevo la sensazione che fosse una fatica inutile. La polemica sui manuali di filosofia ebbe molta risonanza soprattutto in Francia e in Germania, dove fu pubblicata da Hans Magnum Henzenberger nel n. 18 (1969) di Kursbuch, dedicato a Cuba, alla Rivoluzione.

Venne poi la chiusura di Pensamiento Crítico e del gruppo di Filosofia, che proponeva un marxismo antimanualista e cominciava a diventare significativo, con un’incidenza contestataria in campo dottrinario, chiusura che diventò la premessa di quella più generale dell’intera cultura che si sarebbe imposta nel 1971, a partire dal I Congresso di Istruzione e Cultura. L’inizio del “quinquennio Grigio”.

 

E oggi quale è la sua situazione?

 

Pubblico il meno possibile sulla rivista Casa de las Américas perché la faccio: lì pubblico recensioni e altri testi del genere. Preferisco invece non pubblicarvi i miei testi più critici, sia perché non mi piace che si pensi che approfitti a questo fine delle mie responsabilità nella rivista, né voglio impegnarne la linea editoriale. Casa de las Américas non è una rivista ideologica nazionale, né una rivista per discutere sul socialismo a Cuba. In varie occasioni ho mandato testi a pubblicazioni che si sono rifiutate di farli uscire. Quando ho insistito, a volte qualcuno mi risponde cortesemente: “Aurelio, il tuo articolo è buono, ma il problema è che tu fai alcune critiche molto delicate”.

 

Il 25 Luglio si celebrerà il Giorno della Ribellione a Cuba. Come trascorrerà quel giorno?

Ti assicuro che andrò a festeggiarlo con la soddisfazione che il sistema creato dall’esperimento socialista cubano, pur con tutti i difetti che ha, rimane in piedi, con buona parte del suo respiro virtuoso inalterato. Con l’indignazione che siano passati cinquant’anni e gli Stati Uniti non siano stati in grado - nemmeno di fronte al pesante richiamo degli Stati del mondo, reiterato ogni anno nell’Assemblea Generale dell’ONU – di eliminare il blocco economico e avviare la normalizzazione dei rapporti con Cuba.

Provando il peso che la mia generazione, insieme a quella dei dirigenti, non abbia avuto la lucidità indispensabile per avanzare di più nei percorsi di consolidamento e mantenimento dell’economia che ritengo possibili, e di creazione di una democrazia e una cultura democratica genuinamente socialiste.

Con la speranza di chi sente che non tutto è perduto, che sa che abbiamo conquiste raggiunte nelle condizioni più difficili, la certezza che resisteremo e la fiducia che abbiamo la forza di migliorare ulteriormente la nostra sussistenza. Spero di festeggiare così l’arrivo del 26 luglio 2010.

 

[Originariamente pubblicato nel giornale tedesco Neues Deutschland]

 

Aurelio Alonso:Laureato in Sociologia all’Università dell’Avana. Fondatore del Dipartimento di Filosofia. Docente specializzato di Materialismo dialettico e Storico, Storia del Pensiero Marxista, Storia della Filosofia e Storia della Scienza. Membro del comitato di redazione della rivista Pensamiento Crítico, Coordinatore del Gruppo di lavoro di CLACSO su Religione e Società dal 2003, della cattedra Ernesto Che Guevara dell’Università dell’Avana, della cattedra Antonio Gramsci del Centro Juan Marinello, e di Latin American Studies Association (LASA). Ricercatore presso il Centro Studi sull’Europa Occidentale e del Centro Studi d’America. Ex Consigliere Politico in Francia. È stato membro del comitato di redazione di Cuadernos de Nuestra América. Dal dicembre 2005 è vicedirettore della rivista Casas de las Américas. L’ultimo suo libro si intitola La economia cubana: ajustes con socialismo (Pinos Nuevos – Ciencias Sociales, 1995).

 

Appendice

El Muro entre las ruinas y la fantasía

di Aurelio Alonso

La Guerra Fría no se apagó, sino que, como todas las guerras, la ganó una de las partes: la lógica de la acumulación, del capital. Ganada entonces, para conducir al mundo a una crisis más definitiva: una crisis de civilización”. “En Cuba no se hace posible definir con coherencia una estrategia estable de desarrollo, sin lograr previamente una estrategia de subsistencia, larga e irreversible. Guste o no guste aceptarlo”

El Muro de Berlín no se cayó. Fue derribado. Su derribo se convirtió en un episodio emblemático. Quizás comparable con el asalto a La Bastilla por las masas hambrientas de París en julio de 1789. Significativamente doscientos años después. Los parisinos que se apoderaron de aquella fortaleza casi vacía de prisioneros no podían tener idea de la resonancia histórica que iba a dejar su audacia. Probablemente las masas berlinesas que derribaron el Muro tampoco se imaginaban que aquella acción iba a marcar el fracaso del manojo de promesas nacido de la voluntad fallida de los revolucionarios rusos de 1917 de construir un mundo sin opresión, frente al edificio del dominio del capital.

Ni siquiera hoy parece constituir una evidencia del todo aceptada que el verdadero signo emblemático del fracaso de la aventura socialista no fue el derribo del Muro. Fue su existencia misma. El Muro no representaba la edificación de un mundo de libertades sino la de un mundo de prohibiciones.

Recordar aquel hecho como indicador del fin de la Guerra Fría y del sistema bipolar se puede volver un recuerdo bastante parcial. La Historia no se hace en blanco y negro. La Guerra Fría no se apagó, sino que, como todas las guerras, la ganó una de las partes: y en esta guerra ganó la lógica de la acumulación, la lógica del capital. Ganada entonces, para conducir al mundo a una crisis más definitiva: una crisis de civilización.

Con posterioridad el mundo no devino multipolar, devino en todo caso unipolar, si es posible el contrasentido semántico de concebir un polo sin su opuesto. Más exacto sería decir, pienso yo, que dio paso al primado de otra bipolaridad, la signada por las dinámicas de la relación entre los opresores y los oprimidos, acreedores y deudores, que se revela, en términos de poder, en centros y periferias. En el fondo, la más vieja de las bipolaridades en la Historia, la que fija la lógica de la dominación.

A pocas semanas de derribado el Muro, la 82 División Aerotransportada de la Infantería de Marina de los Estados Unidos invadió impunemente Panamá con el propósito de secuestrar a un jefe de Estado acusado de narcotraficante, y dejando una estela de más de cinco mil muertos civiles. Puro terrorismo de Estado. Después de aquello la impunidad no requeriría siquiera de la coartada del narcotráfico para los episodios de intervención que le siguieron, arrastrando a aliados, con carencia de pruebas verificables para sus acciones, e incluso a espaldas del Consejo de Seguridad de las Naciones Unidas.

¿Qué tipo de mundo ha dejado al cabo en pie el fin del conflicto Este-Oeste? ¡Qué distorsión para la Historia que el Muro, tan lamentablemente levantado, deje también tanto que lamentar tras su caída!

Hecha esta introducción, permítanme acercarme ahora a mi escenario local. Me toca recordar, en este encuentro, con la memoria del ciudadano de la periferia. No de cualquier periferia sino la de un país —lejano de Europa, pequeño, insular, y de escasos recursos— que, después de una socialización muy radical, optó por acoplarse al mundo que se levantaba tras el Muro; aunque lo hizo cuando no quedaba otra opción, una vez desechado el espejismo de querer insertar un proyecto socialista autóctono en el traspatio de los Estados Unidos y, en consecuencia, castigado con un asedio sin tregua. Se hizo evidente desde los 60 que, de manera autóctona, su socialismo no conseguiría sostenerse; dentro del bloque soviético, tal vez.

Visto desde Cuba, el verdadero revés lo marcó el derrumbe, que siguió al del muro, del experimento socialista soviético, y con él, de la armazón de sostén material que había significado, durante casi dos décadas, para aquella empresa de desarrollo social de los cubanos, tan difícil de consumar. Una aventura en la cual no nos habían dejado solos hasta entonces, aunque no siempre resultara fácil entendernos.

A veces se pierde de vista que del medio siglo que corre desde 1959, Cuba ha vivido las dos últimas décadas —o sea, casi la mitad del tiempo— dentro de las coordenadas que dejaron los derrumbes y el fin del bipolarismo. Lo subrayo porque el tiempo histórico es algo más que un conteo de años: es existencia transcurrida, que responde por todo el paisaje económico, político, social y cultural que puede abarcar hoy nuestra mirada dentro del país.

En medio de todas las turbulencias sociales y económicas imaginables, Cuba decidió no abandonar el socialismo, ni permearse de influencias occidentales, y finalmente correr con los costos de las incertidumbres que tal decisión planteaba.

El efecto de desconexión internacional sufrido a partir de 1990 debe asumirse como punto de partida de la crisis más aguda afrontada por la sociedad cubana después de 1959. Se le llamó «período especial en tiempo de paz», para marcar la semejanza con las privaciones que siguen a las batallas perdidas. Resultó, en algunos aspectos, el shock más intenso sufrido por las naciones que formaban el sistema que se desintegró, sin que se removiera en el caso cubano —como sí ocurrió en Europa del Este— la estructura de poder; ni que se adoptara una reforma integral que acoplara al sistema la fuerza de la economía de mercado, como en Vietnam, que tampoco renunciaba con ello a su orientación política central.

El producto interno bruto (PIB) cubano cayó en cerca del 36% entre 1990 y 1993 y la capacidad adquisitiva del país se redujo al 30%. Las importaciones se concentraron casi totalmente en petróleo y alimentos, ahora a precios menos favorables, condiciones en las cuales los volúmenes adquiridos se redujeron de manera sensible.

Indicadores sustantivos de pobreza, como el declive en los niveles de nutrición y la precariedad de vivienda, se hicieron sentir en estos años. Los suelos, explotados sin rotación por la producción azucarera, se mostraban exhaustos. Todas las inversiones se redujeron significativamente. Incluso la infraestructura de las instituciones de salud y educación, los logros más ostensibles del proyecto cubano de justicia y equidad, se ha visto —y se ve— severamente afectada.

Los escombros del Muro de Berlín siguieron lloviendo sobre La Habana, castigada desde los Estados Unidos con un cerco cada vez más estrecho. Inscrita, por demás, con inusitada arbitrariedad, en el «eje del mal» codificado por el terror ejercido desde Washington, que puede desplegar ahora sin contenciones su opresión sobre la periferia, como coartada para su cruzada contra el terrorismo.

La coyuntura súbitamente crítica de los noventa impuso, sin tiempo para una redefinición integral previa de estrategias, la apertura a la inversión extranjera, la restauración de espacios, muy reducidos, para la iniciativa privada, y algunos ajustes en la circulación monetaria. Se adoptaron reformas, desde los inicios de la debacle, coyunturales unas, estructurales otras. Faltaría tiempo para detalles, pero al menos hay que decir que fueron moderadas, tímidas e insuficientes.

Este proceso reformador no mostró ser parte, en ningún momento, de un proyecto articulado: cada reforma se revelaba orientada más bien a mitigar un problema concreto, y fueron siempre asumidas con muchas reticencias, o incluso con la evidente aspiración política de revertirlas; aunque sirvieron, y hay que reconocerlo, para contener la caída de la economía hacia mediados de la década. Hasta ahora el Estado cubano ha mantenido prácticamente invariable el modelo centralizador, tanto en la propiedad sobre todas las ramas de la economía, como en la conducción política y en la institucionalidad reguladora de la vida civil.

Hubo al final de los años 90 señales de reanimación. No obstante, no fue posible hablar en rigor de recuperación económica hasta que se iniciaron cambios en la América Latina que propiciarían para Cuba una nueva perspectiva de integración.

En el año 1990 el «índice de desarrollo humano» (IDH), fijado por el PNUD, situaba a Cuba en el lugar 39 dentro de un total de 130 países. El deterioro de la situación en los años subsiguientes llevó, en 1994 a su comportamiento más crítico, cuando la Isla quedó relegada a la posición 89 entre 173 países. De nuevo el informe del PNUD de 2007-2008 ha mostrado una recuperación importante, al quedar Cuba en el lugar 51.

Pero seamos realistas. Si hiciéramos un posicionamiento exclusivamente en función de los ingresos (PIB per capita) Cuba quedaría relegada al lugar 94. Estas dinámicas muestran a la vez la fuerza y la debilidad del sistema cubano: de una parte la capacidad de resistir, y de retener para la población niveles de amparo que serían inimaginables, en una situación de crisis, dentro de una economía de mercado. De otra parte, la insuficiencia efectiva de la economía cubana, renuente a formalizar su propio andamiaje mercantil para hacer sustentable el sistema.

Se puede afirmar que las distorsiones que podemos ver hoy en el escenario socioeconómico cubano resumen los efectos combinados de la desconexión y el derrumbe de la economía, de una parte, y de otra de las medidas aplicadas para contener la caída. Sin poder descontar los precedentes efectos, también combinados, de las limitaciones impuestas por el bloqueo y las generadas al interior por estrategias erráticas, o frustradas por agentes externos. En Cuba no se hace posible definir con coherencia una estrategia estable de desarrollo, sin lograr previamente una estrategia de subsistencia, larga e irreversible. Guste o no guste aceptarlo.

La expresión más elevada de recuperación económica se percibió en 2006, cuando el crecimiento del PIB alcanzó el 12.5%, aunque todavía quedó corta con relación a los resultados de finales de los 80 (últimos años de asociación al CAME). Además este índice comenzó a desacelerarse al caer a 7.3% en 2007 y 4.3% en 2008. La cifra inicial prevista para 2009 ya requirió un primer ajuste a 2.5% en abril y a 1.5% en agosto. La economía vive su peor momento desde 1994 y no hay que excluir la posibilidad de termine el presente año con signo negativo.

Al margen de la fuerte contracción que la economía cubana afronta al final de esta primera década del siglo, hay que reconocer que por primera vez ha aparecido para Cuba, desde el derrumbe del Muro, un escenario de inserción, ahora sin dependencia de un centro político o económico exclusivo; aparentemente ajeno a un esquema de polaridades en sentido convencional.

En el plano económico se destaca el hecho de que Venezuela, bajo el gobierno bolivariano, se haya convertido en el socio principal de la Isla. Pero por encima del dato económico, y englobando el dato económico, resalta la marea de cambio social hacia gobiernos de izquierda, de distinto grado de radicalidad, todos portadores de una voluntad transformadora de la orientación integral de la América al sur del Río Bravo. La propuesta de la Alianza Bolivariana para las Américas (ALBA) se abre paso como ideal de integración frente a la implantación del libre comercio según la receta norteamericana (ALCA).

No me parece que corresponda a este panel la introducción del análisis del cambio latinoamericano, que seguramente será tomado en cuenta en presentaciones posteriores. Lo cito ahora sólo para apuntar la importancia que tiene —y la que podría alcanzar— esta atmósfera de cambio para la subsistencia cubana. La cual será seguramente mayor que lo que la experiencia cubana pueda aportar a ellos.

Dos cosas solamente quiero adelantar. La primera es que Cuba no se puede permitir una prospección triunfalista. Tampoco nuestra América. Nos encontramos dentro de una correlación regional contradictoria, que va a mostrar avances y retrocesos, en la cual las fuerzas conservadoras cuentan con el respaldo de Washington frente a los gobiernos de izquierda, que no han dejado de ser vulnerables.

El territorio colombiano se puede convertir en el bastión militar de los Estados Unidos para zanjar por la «vía dura» sus diferendos con los Estados de la región. Una nueva versión de Plan Colombia podría incluir a Panamá y contar con la neutralidad de Costa Rica. La paz va a ser perturbada para quienes decidan no plegarse a Washington en el clásico expediente de sumisión.

Lo otro que no quiero dejar de anotar trasciende a la coyuntura y tiene, a mi juicio, un valor excepcional. La mirada estratégica de los nuevos proyectos latinoamericanos ha introducido un elemento sustantivo desde la sabiduría tradicional de los pueblos indígenas. Se trata de la conceptuación del propósito de «buen vivir» (sumak kawsay) frente al de «vivir mejor» que ha dominado hasta ahora el horizonte de desarrollo y los criterios de eficiencia; conceptuación explícita ya en las nuevas Constituciones votadas en Bolivia y en Ecuador.

En esta visión se implica también una relación del ser humano con su medio natural basada en la reposición y no en la depredación, un concepto de integración no solo dirigido a las relaciones de los seres humanos entre sí, sino también entre los seres humanos y la naturaleza, de la cual la lógica de la acumulación le ha hecho olvidar que es parte integral.

Muchas gracias.

Fuente: http://laventana.casa.cult.cu/modules.php?name=News&file=article&sid=5113

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Versión en español del texto presentado por el autor en la Conferencia Internacional «XX años después: El Mundo más allá del Muro», The World Political Forum, Bosco Marengo, Italia, 9-10 de octubre de 2009.

La traduzione italiana è ora inserita nel sito col nome di: Alonso: Cuba e il muro. Altri testi dello stesso autore in Aurelio Alonso

http://www.rebelion.org/ :