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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Brasile: bilanci

Brasile: bilanci

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Brasile: bilanci dei due turni elettorali

 

Naturalmente, se si guarda solo ai due candidati in lizza nel ballottaggio, non può esserci dubbio: ha vinto Dilma Roussef, la candidata lanciata da Lula.

Ha avuto una percentuale di tutto rispetto, anche se è evidente che gran parte di voti passati al primo turno dal PT e dai suoi alleati di governo all’astensionismo (venti milioni di schede bianche!) o alla candidata “verde” (in realtà non verdissima, ma che beneficiava di aver rotto abbastanza clamorosamente col governo Lula di cui faceva parte) non sono stati recuperati che in parte. Ma bene o male, i timori di sorprese all’ultimo momento sono risultati infondati.

Un bel successo, soprattutto perché Dilma era stata sempre una “donna forte” nell’apparato, e un supporto prezioso a Lula,  ma non aveva mai combattuto in prima persona una battaglia simile. Il suo successo è quindi in larga parte merito della scommessa di Lula, che ha forzato il partito ad accettare la sua candidatura e si è impegnato fortemente al suo fianco.

Inutile dire che i giornali italiani, anche di sinistra, hanno insistito tanto sul fatto che è la prima donna che diventa presidente in Brasile, un po’ come avevano fatto con Morales, “primo presidente indigeno”… Molti pezzi di colore hanno descritto la pioggia di petali di fiori che l’ha accolta a Porto Alegre, dove ha votato.

In realtà non è una grande novità, dato che anche recentemente c’era stati nel continente latinoamericano vari casi di donne presidenti (non particolarmente entusiasmanti), da Michelle Bachelet in Cile, a Laura Chinchilla in Costarica, e soprattutto alla Cristina Fernández in Argentina. Per non parlare dei precedenti della Chamorro o di Isabelita Perón…

Più importante notare che il PT ha stravinto conquistando una maggioranza parlamentare che non aveva mai avuto durante le due presidenze di Lula: il blocco al governo ha raggiunto 402 deputati su un totale di 513, e ha anche la maggioranza nel senato, dove il precedente governo aveva conosciuto sconfitte gravi: ora ha ben 59 senatori su 81, e non dovrebbe più avere il pretesto delle trattative con alleati per giustificare la rinuncia a parti del suo programma, come la riforma agraria.

Inoltre il governo ha conquistato 15 governatori anche di regioni importanti strappate alla destra come Rio Grande do Sul e il Distretto Federale, mentre alla destra ne rimangono comunque 10 (tra cui però alcune di grande peso come São Paulo, che ha quasi 40 milioni di abitanti, Minas Gerais che ne ha venti, ecc). L’opposizione insomma è sconfitta ma non cancellata.

 

Come si spiega la vittoria di Dilma? Indubbiamente ha giocato il bilancio complessivamente accettabile del governo Lula, di cui lei era un pezzo importante, che ha approfittato bene della congiuntura economica favorevole per il paese: il Brasile negli ultimi due anni ha ricominciato a crescere a un ritmo sostenuto (per il 2010 si prevede un aumento del PIL del 7%). In questo contesto la politica di collaborazione di classe ha permesso di distribuire briciole consistenti, più che chiedere sacrifici. Le briciole erano di tipo assistenziale (prima di tutto la Bolsa Familia, e anche l’innalzamento del salario minimo) ma hanno garantito un sostanziale appoggio politico da parte dei lavoratori, anche grazie all’impegno del movimento sindacale, che ha sostenuto il governo propagandisticamente.

Naturalmente, si è vantato Lula in un’incontro con esponenti industriali, ciò è stato possibile grazie alla concertazione e alla pace sociale, a differenza dell’Europa (e pensava a Grecia e Francia, ovviamente, più che all’Italia). “Quale sciopero importante c’è stato qui da noi in questi ultimi anni?”, ha chiesto ai suoi interlocutori borghesi.

 

E a questo punto però è lecito domandarsi se la vittoria della “presidente donna” sostenuta dal “presidente operaio”, è anche una vittoria dei lavoratori.

Legittimo dubitarne. In realtà la borghesia si è divisa in queste elezioni: quella più retriva, della destra tradizionale, che controlla i grandi media, ed è in parte legata all’agrobusiness, ha appoggiato Serra, ma un grande settore di una borghesia ascendente, che è cresciuta molto negli ultimi anni e ha imparato a fare affari col PT (anche offrendo ad alcuni suoi esponenti incarichi importanti in Consigli di Amministrazione) ha sostenuto apertamente Dilma: banche che beneficiano di tassi di interesse unici al mondo, settori di medi costruttori che hanno partecipato allo sviluppo di un’edilizia popolare col programma “Minha casa, minha vida”, o grandi costruttori impegnati in gigantesche opere in tutto il continente. Appoggiavano Dilma anche l’uomo più ricco del Brasile, Eike Batista, e la più grande impresa privata (Vale, mineraria, operante dal Canada all’Australia), oltre a esponenti della siderurgia (Benjiamin Steinbruch) o del grande commercio, tutti favoriti dai finanziamenti della BNDES (Banco nacional do desenvolvimento, cioè dello sviluppo).

Del BNDES, la maggiore banca di sviluppo del continente, si parla ampliamente nell’articolo: Brasil China latinoamericana già sul mio sito). Sull’espansione delle multinazionali brasiliane, si veda anche Brasil: subimperialismo

Ma anche l’imperialismo statunitense ed europeo si è mantenuto per lo meno equidistante in questa competizione elettorale: tutti i governi imperialisti hanno ottime relazioni con Lula, a cui hanno dato grande spazio nelle riunioni internazionali come il G20; hanno appoggiato anche la richiesta di tenere in Brasile la Coppa del mondo e le Olimpiadi. Perché non farlo, se Lula ha assicurato ottimi profitti e una notevole stabilità in Brasile, svolgendo anche un ruolo di moderatore (e quando occorre di alleato dell’imperialismo) nelle crisi latinoamericane? Si pensi al ruolo essenziale nell’occupazione militare pluriennale di Haiti per conto dell’imperialismo statunitense.

È vero che il “Financial Times”, alla vigilia delle elezioni ha appoggiato in un editoriale la candidatura di Serra, ma lo ha fatto con argomenti singolari: dopo aver riconosciuto che i due candidati sono notevolmente simili, essendo entrambi “socialdemocratici che credono nelle politiche basate sul mercato con una forte componente sociale”, ha motivato così la sua scelta: “con la vittoria di Dilma, Lula resterebbe come un presidente parallelo e probabilmente si potrebbe ripresentare nel 2014”. La vittoria di Serra servirebbe dunque solo a impedire che Lula rimanga al potere per 16 anni, un periodo troppo lungo.

Ma non c’era sfiducia sostanziale in Lula e Dilma, e questa è la principale differenza rispetto alla prima elezione nel 2002: già allora c’era un’alleanza con partiti nettamente borghesi, ma questi rappresentavano una parte minoritaria della borghesia, per cui ci furono grandi timori nei settori maggioritari del capitalismo, col risultato di una notevole instabilità finanziaria nei primi anni, che oggi non è prevedibile almeno a breve termine. Naturalmente se ci fossero anche in Brasile maggiori ripercussioni della crisi che colpisce i principali paesi capitalisti e che sta già raggiungendo altri paesi del continente, l’attuale stabilità potrebbe essere scossa.

Ma per ora la borghesia può dormire sonni tranquilli: pur avendo avuto modestissimi miglioramenti, i lavoratori sono sfruttati non meno che al tempo delle due presidenze di Fernando Henrique Cardoso, anche se molti di loro si sentono per il momento anch’essi vittoriosi insieme a Dilma. Questo può consentire alla nuova presidente, che beneficia per il momento dell’appoggio della maggior parte dell’alta borghesia, e di quello dei sindacati, di riprendere subito un progetto che ha già provocato tensioni forti: la riforma della previdenza, con il solito allungamento dell’età per andare in pensione che sembra l’unica soluzione a tutti i governi, da Berlusconi a Raúl Castro.

Sarà più facile ritentarlo, al termine di elezioni in cui solo piccolissime forze hanno messo in dubbio le ricette neoliberiste che hanno cominciato ad essere applicate nel paese, mentre c’era un accordo sostanziale non solo tra i due principali contendenti, ma anche con la terza candidata, Marina Silva, che proponeva una terza via puramente apparente. Non c’era differenza di programmi, ma solo di persone, che discutevano su chi poteva essere il più efficace e sicuro gestore di una politica condivisa da tutti.

E in definitiva se nei prossimi anni ci saranno meno margini per la distribuzione di piccoli tranquillanti sociali, e il governo di Dilma Roussef si troverà quindi a dover fronteggiare un crescente malcontento popolare, ci sarà sempre la carta di riserva di Lula, che sarà apparentemente in secondo piano per i quattro anni più duri, pronto a ritornare come rimedio estremo, utilizzando il ricordo degli anni felici di crescita forte.

Intanto le prime prove del fuoco saranno non tanto l’eventuale riconsegna all’Italia di Cesare Battisti (più facile per Dilma, ora che è stata eletta, e che può spendere il prestigio per il suo passato di guerrigliera, come lo ha utilizzato l’ex tupamaro Mujica in Uruguay), quanto le misure di austerità, e in particolare l’attacco alle pensioni. La prima crisi del PT, da cui era nato con una certa consistenza il PSOL, era stata innescata proprio da un attacco a una parte del sistema pensionistico, presentato come “privilegiato”. Poi la reazione, il prezzo politico pagato e la forte ripresa dell’economia avevano fatto accantonare momentaneamente il progetto. Ma ora? Se la crisi economica mondiale non lascerà indenne il Brasile, le illusioni in Dilma e nel “lulismo” potranno essere presto sottoposte a una brusca verifica.

Antonio Moscato (3/11/10)

 

 

Elezioni in Brasile

Per un dibattito nella sinistra, oltre il “lulismo”

Charles André Udry

 

Il 4 ottobre 2010, la corrispondente del quotidiano argentino Clarín intitolava il suo articolo sui risultati elettorali in Brasile: “Un risultato che non fa altro che allungare l’agonia dell’opposizione” a Lula.

La candidata del Partito dei Lavoratori (PT), Dilma Rousseff, ha raccolto 47.648.171 voti (46,9%). Il candidato ufficiale di una frazione della borghesia, José Serra, del Partito della Social Democrazia Brasiliana (PSDB) ne ha raccolti 33.130.316 (32,61%). Si noti che interi settori della borghesia trovano Lula e la “sua” candidata (Dilma) assolutamente consoni agli interessi del Capitale.

— Marina Silva, ex ministro dell’Ambiente di Lula, sponsorizzata da un grande capitalista venditore di prodotti di bellezza biologici, ha ottenuto 19.635.951 voti (19,33%). Peraltro, Marina Silva non ha mai affrontato direttamente elementi di fondo dell’alterazione del “quadro ecologico”, ad esempio la politica dell’agro-industria (politica governativa di sostegno alla produzione di soja per l’esportazione in Cina; lo sviluppo dell’allevamento intensivo, ecc.)

Il risultato, in parte inatteso nel PT, di Marina Silva è anche frutto della reazione al “bi-partitismo” mediatico Serra-Rousseff. Infine, si ricordi che Marina Silva – come pure Héloisa Helena (ex candidata presidenziale del PSOL nel 2006) – ha sviluppato una posizione molto conservatrice e contraria alla depenalizzazione dell’aborto. In Brasile, l’aborto clandestino condanna alla morte o a gravi malattie migliaia e migliaia di donne, per vari motivi, tra l’altro sociali (depauperamento), anche derivanti da brutali rapporti di oppressione sessista.

— Il Partito del Socialismo e della Libertà (PSOL) presentava Plinio Arruda Sampaio alle presidenziali: un uomo integerrimo, di origine cattolica di sinistra, esperto di riforma agraria e di una certa età (80 anni). Ha raccolto 886.616 voti (0,87%)

— Il Partito Socialista dei Lavoratori Unitario (PSTU) presentava l’esponente principale di Conlutas, un sindacalista molto stimato, che ha partecipato fin dall’inizio degli anni Ottanta alla creazione della Centrale Unitaria dei Lavoratori (CUT) a Sao Paulo: Zé Maria. Il fatto che quest’ultimo sia la figura emblematica di Conlutas costituisce, sicuramente, una “difficoltà” dopo il fallimento della fusione sindacale del giugno 2010. Ha raccolto solo 84.609 voti (0,08%), malgrado l’effettivo radicamento militante del PSTU in tutto il paese. [ Si veda in Appendice l’amaro articolo di Ernesto Herrera, che aveva partecipato fiducioso al congresso che doveva sancire la fusione del sindacalismo combattivo… qualcosa di simile a quello che è accaduto troppe volte anche in Italia… a.m.]

— Il Partito Comunista Brasiliano (PCB) presentava Ivan Pinheiro, che ha raccolto 39.136 voti (0,04%. Quanto al Partito Comunista del Brasile (PCdoB), d’origine maoista – al pari di numerose forze e figure uscite da questa corrente politicamente lobotomizzata – ha sostenuto direttamente Dilma Rousseff. Ha un rapporto di alleanza subalterna con il PT di Lula. Il Partito della Causa Operaia (PCO) - un’organizzazione che ha rapporti con il Partito Operaio argentino (PO), il cui più noto esponente è Jorge Altamira -, ha avuto 12.206 voti (0,01%).

— In altri termini, la vittoria di Lula de Silva – che teneva per mano e fra le braccia Dilma Rousseff – non è stata scombussolata dalla “sinistra radicale”, che non è riuscita a mettere in difficoltà la nuova collocazione politica di Dilma. L’insieme della “sinistra radicale” – perlomeno dei suoi candidati – non è riuscita ad apparire una forza, ancorché marginale, adeguata a contestarne il messaggio; questo, indipendentemente dalla qualità delle sue prese di posizione (quelle di Plinio Sampaio e di Zé Maria). L’egemonia della coppia Lula-Rousseff ha trovato conferma.

L’appoggio dei media (soprattutto la televisione) a Dilma Rousseff è stato meno massiccio di quello dato a Lula nelle passate elezioni, ma è stato pur sempre importante e settori borghesi chiave hanno appoggiato Lula-Rousseff, grazie a una politica perfettamente corrispondente ai loro interessi; tra l’altro, di un paese-protagonista “sub-imperialista” intraprendente, in tutte le accezioni del termine, nel continente sudamericano.

La politica di assistenza sociale (Bolsa familia, poco più di 65 dollari mensili) ha catturato il voto in massa di settori depauperati, tra gli altri nel Nord-Est: la zona più povera e dove regnano grandi proprietari che impiegano, senza timore, metodi vicini a quelli dei proprietari di schiavi.

— Gli otto anni di “regno” di Lula, in sintonia con settori determinanti del Capitale – banche, miniere (Gruppo Vale), agro-esportazioni, petrolio (Petrobras), grandi esportatori di infrastrutture – gli hanno assicurato un forte consolidamento istituzionale.

Al centro del potere politico-economico c’è Petrobras: vale a dire, un impresa in grado di attrarre capitale straniero, di garantire (tra l’altro) la tenuta del real sul mercato dei cambi e di essere uno strumento della diplomazia brasiliana, come paese emergente che si afferma sulla scena mondiale. Certo, il capitalismo brasiliano conserva tratti (tipo di settori produttori-esportatori) che ne possono ridurre l’influenza di fronte a una svolta della congiuntura mondiale, specie in Cina. Questa, e vari paesi asiatici, sono diventati, soprattutto negli ultimi anni, uno sbocco sempre più rilevante per il capitalismo brasiliano. La capitalizzazione borsistica di Petrobras (valore delle azioni moltiplicato per il loro numero) è una delle principali al mondo. E le riserve di petrolio da essa controllate rafforzano questa posizione e collocano Petrobras davanti alla Exxon.

— Infine, la Banca Nazionale di Sviluppo (BNDS) –la banca che dovrebbe, cioè, rispondere alle esigenze di un’economia integrata in sviluppo – non ha cessato di fornire il proprio sostegno ai progetti infrastrutturali, progetti spesso contrapposti a quelli della popolazione, ma che approdano a profitti massicci, rapidi e fortemente concentrati.

A questo si aggiunge il sostegno della BNDS a programmi tendenti ad imprimere all’economia brasiliana i tratti di un’economia di esportazione di commodities. Anche se si deve, al riguardo, tener conto del controllo del capitalismo brasiliano sul processo di trasformazione di parte dei beni, ad esempio sulla logistica (con tutta la sua complessità) necessaria alla loro esportazione. In questo senso, rispetto al Brasile, si può in parte evitare il termine di “ri-primarizzazione” (ritorno al settore primario), una definizione che si basa spesso, secondo noi, su una statistica ingannevole della tradizionale classificazione delle esportazioni.

— Il “lulismo” non ha rinunciato alla politica di privatizzazione dei “beni pubblici” e neanche al rifiuto di “ri-nazionalizzare” beni privatizzati sotto Ferdinando Enrique Cardoso (1995-2003): Inoltre, sotto il regno di Lula è stata sviluppata la politica della partecipazione-privato pubblico (PPP), un sistema che consente di istituire la privatizzazione completa o parziale di un determinato settore, senza rischio per il Capitale, in base a una stima contabile più seria del suo potenziale e della sua redditività, nel corso di alcuni anni di prova.

La politica di privatizzazione è anche un sottoprodotto dell’esigenza del capitale finanziario internazionale e nazionale di ricavare un saldo primario dell’attivo di bilancio (calcolato deducendo dagli introiti l’ammontare delle spese tranne gli interessi del debito) per rispondere con regolarità ai diktat dei creditori internazionali e nazionali. Entrambe le frazioni del capitale finanziario approfittano del saggio di cambio in ascesa del real e della rendita che scende regolarmente.

— L’insieme delle scelte economiche, politiche, istituzionali, sociali ha consentito al PT di conquistare la direzione (il posto di governatore) dei seguenti Stati: Sergipe, Bahia, Rio Grande do Sud, Acre.

Il PT è quasi sicuro di strappare al secondo turno il posto di governatore negli Stati di Rio de Janeiro, Pernambuco, Ceara, Maranhao, Piaui, Mato Grosso, Espiritu Santo e Mato Grosso do Sul.

— L’opposizione della destra denominata “social-democratica”, ha ottenuto la maggioranza nello Stato di São Paulo (il centro economico del paese) e in quello (minerario) di Minais Gerais, il terzo per rilevanza economica insieme allo Stato del Paraná e del Tocantins. La destra di Democrazia (DEM, ex Partito del Fronte liberista) ha ottenuto il posto di governatore solo in due Stati: Santa Catarina e Rio Grande do Norte.

— Al Senato, l’alleanza intorno al PT è passata da 39 a 59 seggi, diventando maggioritaria. Il dato sarà riconfermato al secondo turno (31 dicembre 2010), in seguito alle elezioni in otto Stati. Il Senato, quindi, non sarà più un’istanza che possa opporsi – nel senso di trattare – al governo. Il Senato è stato, e sarà, un luogo di negoziati interborghesi (se si considerano gli interessi sociali effettivamente sostenuti dal PT e la composizione sociale statalizzata e “borghesificata” della sua direzione). Il PT si troverà semplicemente in una posizione migliore per trattare con gli alleati e alcuni degli “oppositori”.

Nell’Assemblea (Parlamento) il PT controllerà il 60% dei seggi.

— Bilancio: i tradizionali “oppositori” hanno perso terreno negli otto anni del regime Lula, del “lulismo”, per riprendere un termine che denota il rilievo del ruolo del PT trasformato, dopo un breve periodo successivo alla sua nascita formale (10 febbraio 1980).

La politica di assistenzialismo (Bolsa familia) rivolta a circa 40 milioni di “poveri” (calcolando i membri della famiglia) - cioè, uomini e donne ipersfruttati/e secondo modalità cosiddette formali e informali, peraltro interconnesse – ha svolto un ruolo rilevante. Questo, insieme al sostegno, aperto o implicito, di frange molto significative del Capitale.

Del resto,, la stampa economica (ad esempio, Valor Economico) non ha omesso di sottolineare la somiglianza dei due programmi sostenuti da Dilma Rousseff (PT) e da José Serra (PSDB)

I settori fragili (precariato) e depauperati, per l’essenziale non organizzati e oppressi, hanno visto nella delega a un “uomo della provvidenza” una parziale soluzione alla loro miseria. Una “provvidenza” (nella misura concreta della Bolsa familia) che riguardava 3,6 milioni di famiglie sotto Cardoso e che si è estesa a quasi 12 milioni di famiglie, dal 2006.

— A questi si aggiunge, in una congiuntura economica piuttosto favorevole – almeno, fino al 2011, secondo le previsioni che possiamo fare – l’aumento del salario minimo di circa il 54% in otto anni. Di contro, i profitti del settore bancario sono aumentati mediamente del 400%. Questo garantisce al PT il sostegno di settori di lavoratori/lavoratrici che percepiscono una o due volte il salario minimo. Sostegno che, di fatto, andava più a Lula – il grande comunicatore, il re della “fabbrica delle storie” (Storytelling), alla cui vita è stato dedicato un film – che non al PT. Perché è Lula il vero centro delle decisioni del PT, intorno a cui ruota una neo-borghesia burocratica, avida di “potere”, più simbolico che reale, e soprattutto di soldi.

La politica superficialmente “redistributiva” non ha impedito che il differenziale di reddito (in senso lato) faccia del Brasile uno dei paese più disugualitari del mondo, con tutto quel che implica la disuguaglianza in termini di sfruttamento e di oppressione, addirittura nella forma di rapporti “semifeudali” tra settori di lavoratori/lavoratrici e fra strati depauperati (condizione molto diffusa, con accentuati tratti di paternalismo). Non ci soffermeremo sulle tante situazioni di lavoro coatto, compreso in settori connessi alla cosiddetta industria moderna: ad esempio, le acciaierie che funzionano con carbone di legna, una produzione contraddistinta dal più brutale sfruttamento; come pure il lavoro nel settore di trasformazione della canna da zucchero in carburante, che costituisce la configurazione emblematica del processo brutale (primitivo) dell’accumulazione del Capitale in Brasile.

— Infine, la politica di “bancarizzazione dell’economia”, più esattamente di apertura del credito privato ai/alle lavoratori/lavoratrici cosiddetti membri della “classe media”, ha ampliato il sostegno al PT e, sulla scia, ha garantito l’appoggio al consumo interno.

Un settore è stato sicuramente conquistato da Marina Silva che, uscita dal governo Lula, poteva apparire al di fuori delle tante “operazioni politiche” tradizionalmente contraddistinte dal marchio della corruzione. Resta pur sempre il fatto che predomina, ed è destinata a predominare, in una congiuntura del genere, l’adesione a una stabilità “consensuale” in seno a questa frazione attiva della società. Del resto, la posizione “neutrale” assunta da Marina Silva dopo il primo turno sta ad indicare la volontà tattica di contrattare il proprio risultato elettorale con Dilma Rousseff, e questo pur dando l’impressione di una scelta “neutrale” tra Rousseff e Serra, per rafforzare la sua capacità di trattativa in termini di posizioni ministeriali. Propenderà per l’inserimento, in un modo o nell’altro, nel governo del PT di Lula e della futura presidente: Dilma Rousseff.

— Gli ultimi sondaggi (23 ottobre 2010) danno una crescita del 10% per Dilma Rousseff. L’Istituto di sondaggi Ibope sottolinea che “Dilma Rousseff sembra la candidata migliore per difendere i poveri”. Lo stesso sondaggio indica che “Serra è stato, sotto il presidente F. H. Cardoso, il miglior ministro del mondo della Sanità”! Tutta la stampa brasiliana insiste sul perentorio apporto di Lula nella campagna elettorale e sulla sua capacità di neutralizzare gli attacchi recenti di Serra a Dilma Rousseff o al PT: Il suo prestigio e i legami instaurati con i centri decisionali dei media sono di grande utilità per l’ex-guerrigliera Dilma Rousseff.

— In questo quadro, anche se è un tema secondario, può essere utile, di fronte alla confusione diffusa da certi siti della rete legati alla “sinistra radicale”, richiamare alcuni dati che la riguardano. Héloisa Helena (PSOL) non è stata eletta nello Stato di Alagoas. Luciana Genro (PSOL-MES) ha mancato la rielezione nello Stato di Rio Grande do Sul. Heloisa Helena si è dimessa da presidente del PSOL.

Il PSTU trae un bilancio che si può dire minimalista della sua politica elettorale – candidatura di Zé Maria, dopo il fallimento dell’unificazione sindacale di Conclat - al di là della reale portata del suo messaggio chiaramente classista e contro la presenza delle forze brasiliane alla testa dell’occupazione di Haiti. Plinio Sampaio ha fatto una campagna dignitosa, onesta, ma un po’ troppo “saggia”.

— La “sinistra radicale” ha assunto le seguenti posizioni per il secondo turno delle presidenziali. Il PSTU chiama a votare scheda nulla “come forma di voto contro la destra al secondo turno”. Questo ci sembra corretto. Il PSOL, almeno la maggioranza della direzione, fa appello a non “dare nessun voto a Serra”, che significa votare Dilma Rousseff. Tutti i parlamentari del PSOL si sono dichiarati favorevoli a “un voto critico a Dilma”, con l’eccezione di Janina Rocha, deputata di Rio de Janeiro, che si è pronunciata per il voto nullo.

Il candidato presidenziale del PSOL, Plinio Sampaio Arruda ha assunto la stessa posizione. Spiega in una “Lettera alla nazione”: “Che cosa è meglio per la lotta del popolo? Affrontare un governo chiaramente ostile e brutale [come sarebbe un governo Serra], o un governo ugualmente ostile, ma più abile e più capace di corrompere politicamente i dirigenti popolari?”. In questa prospettiva, prosegue Plinio, occorre “prendere posizione chiaramente contro l’attuale sistema e non accettare alcun compromesso con i due candidati”. La differenza con il PSOL è netta.

Il principale movimento sociale brasiliano, il MST (il Movimento dei contadini senza terra) non ha assunto una posizione ufficiale sul secondo turno e l’appoggio a una delle due candidature. Tuttavia, la stragrande maggioranza della base ha votato per il PT. Settori della direzione del MST sono apertamente assai più critici. Sono però prigionieri, certamente, di processi materiali (sostegno ai contadini che vogliono insediarsi nelle terre). Questi processi hanno avuto un’accelerazione, dopo l’illusione in una reale riforma agraria che non è mai decollata; e, questo, nonostante la presenza, nel primo governo, del (micro)ministro della Riforma agraria, Miguel Rossetto. Quest’ultimo continua la sua carriera nella Petrobras. Un ministro proveniente da Democrazia socialista, Sezione della IV Internazionale (SU) per due decenni, dal 1985 al 2003 o 2004 (difficile datarne l’uscita)

Sarebbe utile diffondere e far conoscere queste notizie fattuali in seno alla “sinistra radicale europea”, tra l’altro nel Nuovo partito anticapitalista (NPA) francese. Si potrebbe ridurre la confusione politica con notizie più continue – e meno gesuitiche – sul Brasile e sulle forze della cosiddetta “sinistra radicale” in questo paese.

La “verità dei fatti” può avere funzione pedagogica. In ogni caso, contribuisce all’esigenza di una formazione politica onesta e di classe.

 

 Appendice

 

Brasil


Conclat: un retroceso inocultable


 

Ernesto Herrera *

 

 16/6/2010

 

La convocatoria entusiasmaba. El Congresso da Classe Trabalhadora (Conclat) se proponía unificar, en una nueva central clasista, a las corrientes sindicales, populares, estudiantiles, que resisten la ofensiva del gobierno Lula y los empresarios. Y que, al mismo tiempo, enfrentan a las centrales (CUT, Força Sindical, etc.) sometidas al gobierno y al orden capitalista.


El Conclat se realizó los días 5 y 6 de junio en la ciudad de Santos. (1) La masiva concurrencia reflejaba las expectativas creadas: 4.000 participantes y 3.200 delegados/as; cerca de 350 sindicatos, federaciones, movimientos y asociaciones que representaban, según los organizadores, a más 3 millones de trabajadores.  En los meses previos, 926 asambleas de base habían reunido alrededor de 20 mil trabajadores para debatir las distintas tesis, hacer propuestas, elegir delegados/as.


La presencia de numerosas delegaciones extranjeras, llegadas de 26 países de América Latina y el Caribe, Estados Unidos, Europa y Japón, le aportaba al Conclat la imprescindible dimensión internacionalista. Particularmente emotiva fue la presencia de Sotiris Martalis, del sindicato de profesores de Grecia, perteneciente a la ADEY (Confederación de Sindicatos del Sector Público), quien relató la lucha de los trabajadores griegos que enfrentan el brutal ataque capitalista contra los salarios, el empleo, y las jubilaciones. (2)


Relaciones de fuerza


Para los miles de participantes que se involucraron con la unificación, el Conclat era una suerte de síntesis de sus diversas experiencias. Es decir: traducía a un nivel organizativo y programático el comienzo de una reorganización sindical y popular que, si bien en una situación defensiva, se construía desde la oposición al programa neoliberal del gobierno patronal encabezado por Lula. Expresaba, por otra parte, los esfuerzos por unificar las luchas, pautar demandas y buscar consensos sobre puntos que dividían al campo clasista y anticapitalista.


Aunque todavía un fenómeno de vanguardia, minoritario en el conjunto de la clase trabajadora y sin la presencia de un sector decisivo de los explotados, como son los campesinos sin tierra (organizados mayoritariamente en el Movimento dos Trabalhadores Rurales Sim Terra), este proceso de unificación reflejaba la energía social acumulada en capas significativas del movimiento popular.


De hecho, el Conclat expresaba a un cierto nivel, el surgimiento de un nuevo sindicalismo. Un sindicalismo que, a la vez, vincula las demandas más concretas de las masas trabajadoras con el conjunto de las movilizaciones de los explotados y oprimidos bajo una perspectiva anticapitalista. De allí que el Conclat despuntaba como la posibilidad (tan sólo eso) de una alternativa para la disputa en las relaciones de fuerzas globales.


Porque de eso se trataba. De construir un instrumento para modificar (o intentar modificar) las relaciones de fuerzas entre el campo sindical clasista y las corporaciones sindicales subordinadas, política y materialmente, al aparato del Estado capitalista. (3) El jueves 3 de junio, una nota del diario Folha de Sao Paulo revelaba el escandaloso precio de esa subordinación: las centrales sindicales aliadas al gobierno habían recibido, desde 2008, la suma de 228 millones de reales (126,3 millones de dólares) como “rembolso” del “impuesto sindical”. (4)


El Conclat tenía por delante el desafío de superar, en beneficio de las clases trabajadoras y oprimidas, la “bancarrota del proyecto sindical de izquierda combativa e independiente” iniciado con las grandes huelgas obreras de los años 1978-1980 y con la fundación de la CUT (Central Única dos Trabalhadores). Por tanto, el desafío exigía avanzar en la construcción de una alternativa clasista con incidencia decisiva en sectores claves de la clase trabajadora. Una delegada, trabajadora de la enseñanza, resumía el sentir de la base militante: “volvemos a fundar el sindicalismo de clase”.


No obstante, este horizonte fue diluyéndose en el transcurrir mismo del Congreso. Pesó mucho más, para los aparatos sindicales de Conlutas e Intersindical,  la “razón” de sus propios argumentos y la “victoria” de sus propuestas. Arengaron a su tropa. Escucharon nada.  Impusieron - desde la tribuna y los grupos de discusión - una lógica de competencia. Hicieron prevalecer la disputa por las relaciones de fuerzas…al interior del Conclat.


Lamentablemente, el Conclat no logró afianzar ese camino de unidad. Por el contrario, terminó produciendo una grave fractura.  Y esta “interrupción del proceso de unificación” - que se venía gestando desde el Foro Social de Belén (enero 2009) -  es, por donde se la mire, un pesado retroceso. Imposible de ocultar o disfrazar. Bastaba ver el gesto amargo, desolado, indignado, de trabajadores y luchadores sociales de a pie - venidos con mil sacrificios de todo el país - para percibir las consecuencias del fracaso. De pronto, la contagiosa esperanza de los días anteriores se había apagado.


Mayoría sin liderazgo


La convocatoria al Conclat lucía en banderas y camisetas: “Vamos a unir para fortalecer la lucha”. En esa simple consigna se planteaban las tareas: el Congreso para superar la fragmentación de la izquierda sindical; la nueva central como instrumento para organizar la lucha contra el capital.


En las distintas tesis presentadas (5) se podían encontrar convergencias y divergencias importantes, por ejemplo, sobre el funcionamiento de la futura central, la proporcionalidad, la integración y las atribuciones de la dirección. Lo mismo se podría decir respecto al análisis de la coyuntura nacional: había una “tensión de fondo” marcada por la campaña electoral. En el Congreso se hizo patente la rivalidad entre los que optaban por la candidatura de Ze María-PSTU (Partido Socialista dos Trabalhadores Unificado) y los que optaban por la de Plinio de Arruda Sampaio-PSOL (Partido Socialismo e Liberdade), como dos caminos distintos de expresar la lucha y los intereses de los trabajadores contra los dos partidos del orden burgués (PSDB y PT). El cobro de “responsabilidades” en torno a la no concreción del Frente de Izquierda, fueron una constante durante el Congreso.


Evidentemente, una candidatura presentada bajo el lema Frente de Izquierda, hubiera creado mejores condiciones para modificar la falsa polarización “centro-izquierda/centro derecha”, que el sociólogo Ricardo Antúnes describe como un peligro de “americanización” del sistema político brasilero. 


De todas maneras, había un consenso fundamental en cuanto a la situación de las luchas sindicales y populares y, sobre todo, respecto al programa. Lo que animaba aún más la posibilidad de unificación.


En dos cuestiones centrales no había acuerdo: 1) naturaleza de la central; 2) el nombre de la nueva central. En once reuniones de la Comisión por la Reorganización/Coordinación pro Central, esas diferencias no se resolvieron. Acordaron laudarlas mediante el criterio de la “democracia obrera”, es decir, votando en el Congreso. Ahora ya conocemos el resultado de esa decisión. En apariencia muy democrática.

 

Una clara mayoría de los delegados/as se pronunció a favor de la propuesta de Conlutas: una central sindical, popular y estudiantil. Sin duda una fórmula acertada, en sintonía con la pluralidad de sectores sociales involucrados en la reorganización sindical y popular. Intersindical proponía una central sindical que articulara en un Foro Nacional con el movimiento estudiantil. Seguidamente, a propuesta de Conlutas,  la misma mayoría votó a favor de la integración de los estudiantes en la dirección de la nueva central. (6) 

 

En cuanto al nombre, una ajustada mayoría (imposible de cuantificar en la medida que no se contaron los votos), impuso la denominación “Conlutas-Intersindical/Central Sindical y Popular”. Los delegados/as de Intersindical (que ya había desautorizado el uso de su nombre en la nueva central), del MAS (7) y de Unidos pra Lutar (8), se rebelaron ante el “atropello”. Y se fueron del Congreso. El proceso de unificación estaba “interrumpido”.


El “restablecimiento” del Congreso - luego del retiro de los delegados/as de Intersindical/Unidos/MAS - profundizó la ruptura. La mayoría que constituyó finalmente la “nueva central sindical” es, principalmente, Conlutas. Otras corrientes la acompañan: Movimento dos Trabalhadores Sim Teto (MTST); Terra Livre   (Movimento popular do campo e da cidade); Movimento Popular pela Reforma Agrária (MPRA)  y, sorprendentemente, el Movimento Terra, Trabalho e Liberdade (MTL), organización que integra una fracción oportunista del PSOL. (9) 


Las formalidades dicen que el Congreso decidió. Qué hubo una mayoría (lo que nadie discute) y una minoría. Que existió una “legitimidad democrática”. Ya sin el clima de entusiasmo y con poco más de la mitad de los delegados/as en la sala, se anunció la constitución de la nueva central y la integración de una “Secretaría Ejecutiva Nacional Provisoria” de 21 miembros acordada por consenso con amplia primacía de Conlutas. (10) Estará encargada de “encaminar las resoluciones” y de re-establecer las relaciones con el sector que se retiró del Congreso.


Las principales fuerzas se han pronunciado sobre el resultado. Para Conlutas: “Lo que qué iba a ser una gran victoria del proceso de reorganización, infelizmente, se transformó en una derrota, por la decisión del bloque Intersindical/Unidos/MAS de retirarse del Congreso después de perder la votación del nombre de la nueva entidad”. Para Intersindical: “Infelizmente, lo que no deseábamos ocurrió! Tuvimos que interrumpir el proceso de fundación de la central. El debate sobre la construcción de la nueva Central (naturaleza, política y nombre) reveló la más absoluta falta de voluntad, por parte de la mayoría de Conlutas, en construir una síntesis de opiniones divergentes, optando por el método, a partir de una mayoría numérica (pequeña y eventual) de delegados y delegadas en el Congreso, de querer imponer una visión única”. (11)


Casi todas las corrientes coinciden en persistir explorando los caminos de la unidad. Aunque la idea que predomina es que la ruptura es “irreversible” si la mayoría mantiene las posiciones y los métodos que condujeron al fracaso final. Se apunta, obviamente, a la “responsabilidad” de Conlutas y a la fuerza política que la hegemoniza: el PSTU.


No se descubre nada al decir que el PSTU tiene un peso decisivo en Conlutas. Y en muchas luchas sociales. Es imposible entender la génesis y el desarrollo de Conlutas sin considerar la audacia y el compromiso activo de los militantes y dirigentes sindicales del PSTU en ese proceso. Por tanto, la mayoría construida por el PSTU en Conlutas tiene una legitimidad política incontestable.


También es cierto: existe una responsabilidad de Conlutas/PSTU en el fracaso del Conclat. ¿Por “abusar” de su mayoría? ¿Por “atropellar” a la minoría? Sería una explicación unilateral y sectaria. El drama fue la incapacidad de ejercer un liderazgo a partir de esa mayoría obtenida en el Conclat. Un liderazgo que trascendiera las fronteras de Conlutas/PSTU, es decir, más allá de su delimitado campo de adhesiones e influencias conquistadas. Un liderazgo que, en definitiva, promoviera y asegurara tanto los acuerdos como los consensos. Imprescindibles en cualquier proceso de unificación que - como el que abría el Conclat -  involucraba a fuerzas, tradiciones, y prácticas muy diferentes; un proceso en el cual se debía afirmar la madurez y la credibilidad de una dirección; una capacidad que, por otra parte, venía siendo examinada por amplias capas sociales que llegaban a reunirse en el Conclat.


El grave error fue no componer. Y el de no ejercer un verdadero liderazgo. Porque desde el inicio del Congreso se olfateaba un clima de ruptura en las diversas tendencias de Intersindical (que a su vez responden en muchos casos a fracciones del PSOL) que temían ser “anexadas” por Conlutas y caer en la órbita del PSTU (luego de las votaciones sobre la naturaleza y el nombre de la nueva central, hubo una desbandada de los delegados/as de Intersindical, obligando a su dirección a retirarse). También, porque era sabido que sectores importantes de Intersindical (que no participaron del Conclat) mantenían una negativa respecto a la unificación con Conlutas: porque “cerraba las puertas” a corrientes de izquierda en la CUT, críticas de la subordinación al gobierno.


¿”Autismo político” como dijo un delegado de base? Difícil de afirmar para un “observador” extranjero. No obstante, queda la percepción de que el “estado mayor” de Conlutas/PSTU no debió forzar la votación sobre el nombre de la nueva central. No sólo porque no reflejaba el proceso reorganización sindical y popular, sino porque no respetaba las distintas sensibilidades y pluralidades representadas en el Conclat.


Antes del Conclat (los días 3 y 4 de junio) fue realizado el Congreso de Conlutas. Sería el Congreso de su “disolución”. Pero no lo fue. Los 1.800 delegados/as que participaron de manera enfervorizada, tanto en los debates como en las votaciones, terminaron por auto-afirmar la continuidad de Conlutas. Resultó un mandato inapelable en defensa de la “identidad”. Dos días después, a la hora de quebrar el impasse en el Conclat, no hubo consenso, ni se hicieron “concesiones”. La dirección de Conlutas/PSTU se refugió en el hermético centralismo ante un proceso de reorganización que iba más allá de sus fuerzas militantes y de su campo de influencias.


Los esfuerzos y negociaciones de último momento resultaron vanos. Luego de las votaciones, cientos de delegado/as abandonaron el Congreso. La mayoría de Intersindical y muchos de Conlutas. Con la sensación de que se había perdido una inapreciable oportunidad.


* Miembro del Colectivo Militante (Uruguay), editor de Correspondencia de Prensa.


Notas


1) El Conclat fue convocado y organizado por Conlutas (Coordinaçào Nacional de Lutas); Intersindical; MAS (Movimento Avançando Sindical); MTST (Movimento dos Trabalhadores Sim Teto); MTL (Movimento Terra, Trabalho e Liberdade); y la Pastoral Operaria (PO - Metropolitana de Sao Paulo).
2) Entre las delegaciones sindicales extranjeras, se pueden destacar: SUD-Solidaires, Unitaires et Démocratiques (Francia); Sindicato Nacional de Empresas Ferroviarias (Japón); Labor Notes (EEUU); y la Corriente, Clasista, Unitaria, Revolucionaria y Autónoma (Venezuela). Entre las organizaciones políticas internacionales estaban: Batay Ouvriye (Haití); Nuevo Partido Anticapitalista (Francia); Corriente Roja (Estado español); y el Movimiento Por el Socialismo (Suiza). Además de numerosos grupos de América Latina y el Caribe. El lunes 7 de junio, las delegaciones extranjeras realizaron un encuentro internacional para coordinar campañas de solidaridad.
3) Las seis centrales sindicales reconocidas legalmente reciben dineros del Estado. Todas ellas hacen campaña por Dilma Rousseff, candidata presidencial del PT. La CUT (brazo sindical del PT) y  Força Sindical (burocracia escindida del PCB y reciclada en su momento por Collor de Mello para frenar el “sindicalismo salvaje de la CUT”) son las que cuentan con más afiliados.
4) 
El “impuesto sindical” fue creado por el gobierno de Getulio Vargas en 1940. Hoy es obligatorio y lo pagan todos los trabajadores, estén sindicalizados o no. Equivale al salario de un día y se descuenta en el mes de marzo de cada año. También es cobrado a los patrones. Las dos centrales mayoritarias, CUT y Força Sindical recibieron, solamente en 2010, la suma de 50 millones de reales (29 millones de dólares aproximadamente). El “impuesto sindical” lo recauda el gobierno, desde 2008 lo distribuye entre las centrales, federaciones sindicales, y gremios empresariales. Actualmente es la principal fuente de ingresos de los sindicatos. La CUT lo denuncia como un “recurso espúreo”, pero se lo embolsa. 
5) Todas las tesis están disponibles en los sitios de Conlutas e Intersindical:  http://www.conlutas.org.br/site1/default.asp y www.intersindical.inf.br

6) La representación estudiantil en el Conclat estuvo a cargo de la ANEL (Asambleia Nacional dos Estudantes – Livre), está compuesta mayoritariamente por jóvenes militantes del PSTU que rompieron con la UNE (Uniao Nacional dos Estudantes) dominada por fuerzas políticas que apoyan al gobierno Lula, principalmente el PCdoB y el PT.
7) El MAS (Movimento Avançando Sindical), de orígenes estalinistas, está animado por la Corrente Comunista Luís Carlos Prestes.
8) Unidos pra Lutar es el frente sindical de la Corrente Socialista dos Trabalhadores (CST), organización trotskista que integra el PSOL. Hasta el Conclat, fue parte de Conlutas. Defendió tesis propias que en algunos temas se oponían a las propuestas mayoritarias en Conlutas, sobre todo respecto al carácter y al nombre de la nueva central.
9) Esta fracción del PSOL está compuesta por el Movimento Terra, Trabalho e Liberdade (MTL), el Movimento Esquerda Socialista (MES) y la ex senadora Heloísa Helena. Es la fracción que proponía que el PSOL apoyara la candidatura presidencial de Marina Silva (Partido Verde). No apoyó la elección de Plinio de Arruda Sampaio como candidato presidencial del PSOL.
Acepta las “donaciones” de empresas privadas en las campañas electorales.
10) La Secretaria Executiva Nacional Provisoria está integrada por 3 militantes de Terra Livre, 3 del MTL, 3 del MTST y 12 de Conlutas.
11) La versión completa de las dos declaraciones (en portugués) está en los sitios de Conlutas e Intersindical.




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