Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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WikiLeaks: entusiasmi e cautele

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WikiLeaks: entusiasmi e cautele

 

Si è aperto un dibattito su WikiLeaks. È facile respingere le denigrazioni assurde di WikiLeaks fatte da Frattini o da altri personaggi simili, che considerano ovviamente un crimine rendere nota la loro ipocrisia e abitudine a mentire. Per non parlare di chi, in preda al panico, ha semplicemente proposto di mandare un killer da Assange… Grottesco anche parlare di violazione di un segreto, mentre tutti i files sono stati scaricati da un sito a disposizione di una casta di ben tre milioni di utenti!

Per la stessa ragione è grottesco accusare WikiLeaks di “mettere in pericolo la vita dei soldati americani”, tanto più che dalla versione pubblicata sono stati cancellati tutti i riferimenti ad informatori nascosti.

Sbagliato anche fare dietrologia e immaginare ipotetici “nemici dell’America” che avrebbero ideato questo sito e lo finanzierebbero (naturalmente, chi lancia queste ipotesi non fa mai nulla gratis e non immagina che qualcuno possa farlo). Dove sarebbero d’altra parte i nemici degli Stati Uniti? Tra gli Stati hanno gli USA hanno dei rivali, dei concorrenti, ma della loro stessa pasta, con gli stessi metodi, e tutt’altro che disposti a togliere i veli alla diplomazia. Si pensi alla Russia o alla Cina: ai loro governi basta non essere disturbati mentre massacrano ceceni, ujguri o tibetani, e in cambio non si preoccupano molto di quel che fanno gli Stati Uniti, o i paesi imperialisti europei, né se ne scandalizzano.

 

Detto questo per la chiarezza, vale la pena di frenare anche gli eccessivi entusiasmi della sinistra. Prima di tutto ricordando che qualcosa è cambiato dopo i primi lanci sulle guerre in Afghanistan e in Iraq, o su Guantanamo, che avevano avuto una funzione del tutto positiva. La pubblicazione dei documenti ha cominciato ad essere ritardata e sottoposta una censura non al di sopra di ogni sospetto: quella delle redazioni di cinque grandissimi giornali, interessati ad far crescere le vendite, ma anche da decenni principali responsabili delle grandi campagne di mistificazione e occultamento della realtà: si pensi ad esempio al ruolo di “El País” nella demonizzazione dell’esperienza bolivariana e di Cuba…

Così dei 251.287 messaggi diplomatici in suo possesso WikiLeaks - insieme ai cinque direttori - ha deciso di pubblicarne inizialmente solo 243 (duecentoquarantatre!). La maggior parte per giunta “rivelavano” non tanto fatti quanto opinioni di diplomatici o funzionari, neppure tanto sconvolgenti, dato che, sia pur senza il crisma dell’ufficialità, erano già note a un attento lettore di uno qualsiasi dei cinque quotidiani. Ma l’aspetto più preoccupante è che la scelta è stata affidata ai cinque direttori.

Sylvie Kauffman, direttore di “le Monde”, ha precisato che alla selezione dei documenti hanno lavorato per molti mesi “circa 120 persone” (presumibilmente esterne alla redazione, che altrimenti sarebbe stata impossibilitata a continuare per tanto tempo a funzionare normalmente), in collegamento con gli altri quattro quotidiani. Secondo la Kauffman c’è stato una specie di patto con il portale WikiLeaks, che ha accettato che prima di pubblicare i documenti le redazioni avvertissero il Dipartimento di Stato. Forse per questo di quest’ultimo lancio sono stati responsabili solo in quattro quotidiani, escludendo in questa fase il “New York Times” (più verosimilmente soggetto a pressioni governative) che ha pubblicato solo i documenti già resi pubblici dall’inglese “The Guardian”. Javier Moreno, direttore di “El País”, ha dichiarato in un chat con i suoi lettori che non c’era stato nessun tipo di accordo con il governo degli USA, ma che questo era stato “preventivamente informato”.

Qualcuno ha osservato che questo metodo di fatto annulla le pretese della pagina Web di essere basata su una collaborazione diretta tra gli “internauti”, escludendoli di fatto dalla possibilità di “pescare” liberamente le informazioni che li interessano, ma WikiLeaks ha sostenuto che “i documenti diplomatici sono così importanti, e riguardano un’area geografica così ampia, che procedere in altro modo non avrebbe reso giustizia a questi documenti”.

Ma non ha convinto soprattutto i paesi che della politica degli Stati Uniti sono stati vittime. Ad esempio sull’argentino “Página 12”, (http://www.pagina12.com.ar/), il corrispondente da Parigi Eduardo Febbro ha osservato il 30 novembre che si direbbe che WikiLeaks abbia fiducia solo nei mezzi di comunicazione di un pugno di paesi” (vedi caso, imperialisti), mentre “il resto del pianeta di cui questo materiale parla resta escluso”.

Colpisce, aggiunge, che questi cinque pretesi “rappresentanti della libertà di espressione e della democrazia hanno lavorato a stretto contatto con i poteri di fronte ai quali avrebbero avuto un’altra missione: “incalzarli sui punti in cui la menzogna mette in pericolo la vita umana, e in cui la menzogna e la manipolazione vanno contro il bene comune”. Così, in fondo, l’ultimo a essere informato è stato il lettore, che paga per il giornale. “Le Monde” ha ammesso che nei giorni precedenti alla pubblicazione i “rappresentanti del Dipartimento di Stato hanno preso contatto con molti governi stranieri per prevenirli sulle rivelazioni e allertarli per possibili reazioni negative della loro opinione pubblica”. Javier Moreno (“El País”), a un lettore che gli chiedeva se aveva preso in considerazione “la ragion di Stato” prima di pubblicare i documenti, ha risposto seccamente “Si”, aggiungendo poi molte belle parole sul diritto dei cittadini a disporre di un’informazione veritiera…

Va detto che non possiamo dimenticare che, dopo la reazione alle prime rivelazioni sui crimini di guerra in Afghanistan degli statunitensi (e degli italiani, ma questo è stato subito dimenticato dai mass-media del nostro paese, a favore delle presunte “rivelazioni” sui festini notturni e la conseguente sonnolenza del premier), Julian Assange aveva buone ragioni per essere prudente. Sentendosi braccato ha coinvolto i maggiori giornali del pianeta, gli unici – tra l’altro - in grado di finanziare la sua clandestinità. Questa scelta fa parte della sua “assicurazione sulla vita”, anche se più efficace è l’annuncio che tutti suoi archivi sono stati inviati in forma cifrata a 100.000 (centomila!) indirizzi in tutto il mondo, che riceveranno automaticamente la password per decrittarli nel caso gli accadesse qualcosa…

È possibile capire le sue preoccupazioni, ma indubbiamente questa sua reazione dovrebbe smorzare gli eccessivi entusiasmi da sinistra per questo nuovo Robin Hood, a cui come al solito molti vorrebbero delegare i compiti di denuncia che la sinistra non assolve più da decenni. Sottolineare l’empasse, mettere in evidenza le sue contraddizioni, a partire dalla pericolosa delega del compito di informare al mondo ai prìncipi della disinformazione, serve solo a chiarire che la sua denuncia è stato un prezioso surrogato, ma anche un surrogato fragile, esposto sia a una reazione violenta, sia a una pressione corruttrice, in assenza di una mobilitazione di massa contro i crimini dell’imperialismo, di cui – volendo -  si sapeva molto, anche troppo!

Forse Julian Assange ha fatto un passo più lungo della gamba. Nella direzione giusta, senza dubbio: sono la menzogna e il silenzio a mettere in pericolo l’umanità, non la verità e la franca denuncia dei crimini. Ma lo ha fatto anche con un individualismo che lo rende più vulnerabile, ed esposto ad errori che potrebbe pagare caro.

(a.m. 4 dicembre 2010)



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