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Dilma e l’eredità di Lula

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Dilma e l’eredità di Lula

 

Dilma Rousseff è decisa a trasformare il Brasile nel “primo paese tropicale sviluppato”, e sembra che il suo insediamento abbia incontrato il favore dei mercati. Rinvio all’ampia rassegna della stampa brasiliana e di vari paesi contenuta nel numero 879 di “Internazionale” in edicola questa settimana, e in particolare a un articolo equilibrato apparso su “The Economist”, che non nasconde le contraddizioni sociali stridenti che la nuova presidente deve fronteggiare. Il governo, infatti, è sostenuto come i due precedenti guidati da Lula da una coalizione abbastanza eterogenea, e il prezzo da pagare è non solo la corruzione, per assicurarsi consensi, ma anche misure scandalose, come un aumento del 62% degli stipendi dei deputati, che è stato votato il 15 dicembre, alla vigilia dell’insediamento di Dilma, e che ha suscitato ovviamente dure proteste tra i lavoratori in lotta per ottenere aumenti modestissimi, e preoccupati per i tagli nel bilancio dello Stato annunciati dalla nuova presidente.

La Rousseff ha promesso di garantire la stabilità e la crescita dell’economia controllando l’inflazione attraverso tagli ai bilanci, e incentivi per gli investimenti privati nei settori chiave delle infrastrutture. Ma ha anche dichiarato di non voler pregiudicare i piani sociali che hanno assicurato i grandi consensi a Lula, come il salario minimo che Lula poco prima di lasciare il potere ha portato a 540 real (circa 320 dollari mensili), e i programmi “Fome zero” (“Fame zero”, che ha dato a 45 milioni di brasiliani a basso reddito un contributo medio di 95 $ mensili) e “Bolsa familia”, che ha dato un aiuto economico a 12 milioni di famiglie con reddito inferiore ai 120 real mensili (meno di un quarto del salario minimo, che è ovviamente solo teorico!), impegnandoli alla scolarizzazione dei figli.

Tuttavia non sarà facile mantenere gli impegni. Aspettiamo la concretizzazione dei progetti di tagli presentati come necessari dalla nuova ministra della Pianificazione, Miriam Belchior, e dal ministro dell’Economia Guido Mantega, che aveva già l’incarico sotto Lula, ma che si trova di fronte alla necessità di ridurre il bilancio dello Stato di almeno 15 miliardi di dollari.

Probabilmente ci saranno novità significative nell’apertura all’iniziativa privata in settori in cui era stata contenuta e bloccata per ragioni strategiche, come le infrastrutture per gli aeroporti, che conoscono strozzature pericolose per il forte aumento del traffico. Il governo teme che possano aggravarsi per le prossime scadenze internazionali del Mondiale di football del 2014 e dei Giochi Olimpici del 2016, voluti per orgoglio nazionale, ma che possono richiedere uno sforzo troppo grande. Così Dilma ha già annunciato l’offerta ai privati di forti stock di azioni dell’impresa Infraero che gestisce gli aeroporti, sia per l’ampliamento di quelli di Rio e São Paulo sia per la costruzione di molti altri nuovi. Il progetto ha già avuto l’appoggio del governatore dello Stato di São Paulo, Geraldo Alckmin, che pure è all’opposizine. Ne parla dettagliatamente l’argentino Alberto Armendariz, corrispondente a Rio de “La Nación”, sempre su “Internazionale”.

Anche nel settore petrolifero, si punta ad allargare la partecipazione di capitali privati allo sfruttamento dei grandi giacimenti sottomarini davanti alla costa di Rio. Finora Lula aveva invece voluto che restassero riservati alla Petrobras (che pure non è più esclusivamente statale).

La ragione di questi mutamenti va cercata non nella diversa psicologia di Dilma o Lula, ma nella necessità assoluta di ridurre le spese statali, per contenere l’inflazione al 4,5% (nel 2010 è stata del 6%). Altri problemi possono sorgere per la costante sopravvalutazione del real, che ha più che raddoppiato il suo valore rispetto al dollaro negli anni della presidenza Lula, e che ora comincia ad avere ripercussioni negative sull’industria brasiliana. Anche se nel 2010 il Brasile ha raggiunto un record di esportazioni (oltre 201 miliardi di dollari), ha conosciuto infatti anche un aumento delle importazioni fino a 181 miliardi di dollari, col risultato di ridurre l’eccedenza attiva a soli 20 miliardi, cioè al livello più basso degli ultimi otto anni.

Inoltre il tesoro del Brasile sta perdendo ogni anno decine di miliardi di dollari vendendo titoli brasiliani a banche straniere e investendo il ricavato in strumenti finanziari in dollari, che rendono dieci punti percentuali in meno (la fonte è il già citato articolo de “The Economist”).

Non si tratta di una scelta suicida, ma di una necessità, sia per ragioni di prestigio sia per consolidare i rapporti con i settori finanziari più importanti a livello mondiale. Il nuovo ministro dell’Industria e Commercio Fernando Pimentel ha promesso di far abbassare il tasso di interesse che oggi è del 10,75% e che provoca questi fenomeni inquietanti. Ma non sarà facile.

D’altra parte lo stesso fenomeno si presenta anche in altri paesi con governi apparentemente ancor più radicali. Ad esempio la Bolivia, dove Andrés Solíz Rada, che è stato ministro degli Idrocarburi nel primo periodo della presidenza di Evo Morales (sostituito poi presto su pressioni di Lula, per aver cercato di imporre la tassa del 50% sui profitti delle raffinerie anche a quelle della Petrobras), ha denunciato che la Bolivia presta le sue riserve monetarie internazionali, che ammontano a 9 miliardi di dollari, a banche come la spagnola BBVA o l’inglese Barclay, legate a compagnie petrolifere e industrie militari statunitensi ed europee, a un tasso di interesse dello 0,25% annuale, da cui per giunta vanno anche scontate commissioni. Ma il paese paga invece alla “Corporación Andina de Fomento” (CAF) un interesse superiore all’8% annuo per i crediti che riceve… L’articolo con un’ampia documentazione può essere letto in: http://www.bolpress.com/art.php?Cod=2010112904

 

Insomma, la situazione della “nuova” America Latina e dei suoi governi progressisti, è per vari aspetti non tranquillizzante, e richiede un’attenzione costante e precisa, evitando le mitizzazioni un po’ ingenue con cui una parte della sinistra sopravvissuta al naufragio risponde a volte alle demonizzazioni infami della destra ma anche del PD, che è ostilissimo ai nuovi processi latinoamericani in nome degli interessi dell’imperialismo italiano ed europeo. Il bersaglio principale del PD (e soprattutto della sua componente dalemiana o fassiniana proveniente dal vecchio PCI) è Hugo Chávez, ma anche Evo Morales riceve la sua parte di insulti e calunnie. Sintomatico che nel momento in cui Evo ha avuto il coraggio di riparare all’errore fatto quando per stroncare il contrabbando ha aumentato il prezzo della benzina, e ha ritirato il decreto, questo gesto coraggioso ha avuto una scarsa eco sulla stampa italiana. Si veda sul sito Sensazionale: Evo ritira il decreto, Caos in Bolivia, e anche il più recente Almeyra: Bolivia.

Anche la decisione imprevista e coraggiosa di Hugo Chávez di ritirare la legge sull’università, già approvata dal parlamento ma contestata da alcuni settori docenti e da una parte degli studenti, è stata ignorata. Era imbarazzante spiegare che quello che viene presentato in Italia come un dittatore spietato, aveva deciso di ridiscutere con l’opposizione, in parlamento e nelle università, il testo della legge, pur non essendo stato contestato da mobilitazioni paragonabili a quelle italiane contro la Gelmini.

Ora tocca anche al Brasile, che viene attaccato in Italia da destra e sinistra, ingigantendo il caso Battisti e sorvolando invece sui suoi problemi reali, sul suo sviluppo impetuoso, sugli sforzi per colmare ritardi ed eredità di un passato di dipendenza e ingiustizie macroscopiche, sforzi forse insufficienti, ma comunque degni di ammirazione, specie se confrontati con le politiche europee di cinica cancellazione di diritti acquisiti e di un welfare conquistato con le lotte di decenni.

Di questi problemi e contraddizioni ho scritto più volte, nel sito, nel libro Il risveglio dell’America Latina delle edizioni Alegre, e su “ERRE”. Colgo l’occasione per segnalare un grosso dossier (Il cammino dell’altra America) di più di venti pagine apparso sul numero di dicembre di questa rivista, che può essere trovata nelle poche librerie che ancora accettano di vendere riviste (sono sempre meno), o richiesta alla redazione scrivendo a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

(a.m. 8/1/11)

 

 



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