Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Almeyra - Il caso libico

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LIBIA - CASO SPECIFICO NELLA RIVOLTA ARABA

Guillermo Almeyra

 

La rivolta in tutto il mondo arabo costituisce uno stesso processo democratico, di unità nazionale e di liberazione, ma ha ritmi e caratteristiche specifiche nelle varie regioni, a seconda della loro storia, della loro composizione etnica, della loro consistenzaculturale. Il processo non è stato scatenato dall’imperialismo, contro il quale è rivolto e di cui infrange tutti i dispositivi politico-militari nell’area, pur non avendo un chiaro orientamento antimperialista – che è piuttosto implicito – e non dimostrando, certamente, alcuna tendenza anticapitalista e, ancor meno, socialista di una qualche rilevanza. Se in Egitto e in Tunisia la rivolta si contraddistingue per l’attiva partecipazione operaia e degli agguerriti gruppi socialisti rivoluzionari, in altri paesi, ad esempio Bahrein, Omán, Algeria, Libia, nella lotta contro la dittatura si distinguono quasi esclusivamente i ceti medi urbani che aspirano alla libertà, settori borghesi stanchi del concentrarsi dei traffici e delle ricchezze nelle sole mani di re e dittatori, nonché proteste etniche e tribali, ad esempio in Sudan o in Libia, contro i privilegi concessi dalle dittature alle etnie e alle tribù che le appoggiano, o le differenze religiose. Poiché il mondo contadino è in decomposizione, l’incidenza delle solidarietà tribali non è più quella che avevano in passato e la politicizzazione, cresciuta con il livello di istruzione delle classi popolari, avviene per contagio, tramite l’esperienza migratoria o le informazioni che, come al solito, arrivano grazie ai mezzi di disinformazione, ma che la gente sa leggere tra le righe, analizzare contropelo e reinterpretare a seconda delle proprie esigenze. E dal momento che vari di questi paesi dipendono dalla rendita petrolifera e della petrolchimica – come la Libia - hanno pochi operai nativi e, con la rendita petrolifera, importano i lavoratori al pari dei generi alimentari: le loro società mancano di agricoltori (tranne in Egitto e, in parte, in Tunisia e Siria) oltre ad avere pochi operai, e questo assegna un peso fondamentale ai ceti medi urbani e ai funzionari, ai burocrati, alle forze di sicurezza e a importatori ed esportatori. Le tirannidi, tra l’altro, oltre ad aver concentrato potere e ricchezza, hanno creato il vuoto intorno al loro potere ed eliminato gli strumenti di mediazione (parlamento, giustizia, partiti, libertà di stampa), per cui non c’è altra via d’uscita se non le esplosioni sociali, dopo il fallimento della prima ondata nazionalista araba, alla fine degli anni Sessanta. Nell’area, d’altro canto, competono Cina e vari imperialismi per le risorse e la terra, e gli Stati Uniti cercano di sostituire la Francia in Tunisia e in Algeria o in Marocco e la Francia e l’Italia in Libia.

Tuttavia, la cosa certa e decisiva è che le popolazione si sono ribellate alle dittature e queste hanno sparato o sparano, come in Libia, contro i loro stessi popoli, che in oltre quarant’anni di tirannide hanno sempre dominato con il terrore. L’intervento imperialista è unicamente il tentativo di approfittare dei disordini e, soprattutto, della transitoria mancanza di chiarezza programmatica e di direzione rivoluzionaria di una rivolta che nasce, come tutte, confusa e che potrebbe trasformarsi in una rivoluzione sociale o, viceversa, approdare a un governo borghese di ricambio, sorretto da questo o quell’imperialismo, o anche a una situazione di caos tribale simile a quella dell’attuale Somalia.

Purtroppo, una delle eredità dello stalinismo si combina in America Latina con la tendenza nazionalista caudillista e per questo non mancano quelli che non riescono a vedere quello che fanno le classi in lotta, i popoli, e le loro caratteristiche culturali politiche, né ad avere fiducia in quelle masse di cui si riempiono la bocca. Per loro è tutto chiaro: tutti i mali li provoca solo l’imperialismo (non il sistema capitalista che i governi nazionalisti dittatoriali sostengono e rafforzano con la loro politica economica interna e internazionale) e il mondo lo vedono composto di Stati nazionali omogenei rappresentati dai rispettivi governi, che dipendono da un Lider illuminato sempre uguale a se stesso. Questa visione da apparato burocratico, nazionalista, che esclude l’analisi di classe e assegna all’imperialismo il ruolo che danno i cristiani al diavolo, spiega le vergognose dichiarazioni gheddafiste di Chávez, di Daniel Ortega e di certi scrittorucoli, proprio nel momento in cui Gheddafi manda mercenari ad ammazzare libici a centinaia per difendere il suo potere totalitario e il suo patrimonio multimilionario all’estero.

In Libia non si scontra la nazione oppressa e semicoloniale contro l’imperialismo, ma la parte maggioritaria e plebea di quella nazione contro il regime, il cui operato facilita l’intrusione imperialista. Da un lato ci sono Gheddafi, le sue forze repressive in crisi, la sua tribù (Gadhafa) e un’altra tribù minoritaria alleata e privilegiata, e dall’altro il resto delle tribù, i ceti medi, settori della borghesia commerciale e dell’esercito, i lavoratori del petrolio e la setta Senoussi, monarchica, fondamentalista. Né la Francia né l’Italia assecondano realmente le intenzioni statunitensi di ricorrere alla forza. Così, alla lotta intertribale e interborghese si aggiunge un conflitto interimperialista. Chi, quindi, si preoccupa di combattere l’imperialismo, anziché coprirsi di obbrobrio appoggiando Gheddafi, deve combattere sia contro qualsiasi intervento imperialista in Libia e sulla rivolta araba, sia perché cadano i dittatori assassini e torturatori di Libia, Yemen, Omán.

Il 20 marzo ci sarà una giornata di sostegno alla ribellione araba. Deve essere massiccia e farsi sentire nel mondo!

No all’intervento imperialista, abbasso Gheddafi! Assemblea costituente in Libia, Tunisia ed Egitto, per riorganizzare e unificare la regione sulla base di consigli dei lavoratori!

 

 

 

 

Appello

sostenere le lotte delle masse arabe e RESPINGERE L’INTERVENTO DELL’IMPERIALISMO

 

Le rivolte cominciate in Algeria, che hanno rovesciato autocrati e despoti che hanno oppresso per decenni le popolazioni della Tunisia e dell’Egitto, e che si ripetono in altri paesi dell’Africa e del Medio Oriente, continuano ad avanzare ed ora hanno preso piede in Libia. Gli imperialismi americano ed europeo assistono alla caduta dei loro emissari e vedono indebolirsi la propria presenza nell’area.

Certamente la Libia non è completamente assimilabile agli altri paesi del Nord Africa, come non lo è la direzione dell’insurrezione in corso, e questo determina contrasti al momento di prendere una posizione politica. C’è realmente un tentativo dell’imperialismo di espropriare la rivolta popolare, ma questo non implica meccanicamente l’appoggio a Gheddafi.

L’imperialismo vuole sostituirlo con propri agenti e sfruttare l’avversione esistente nei confronti del dittatore sanguinario per creare un governo affine agli interessi delle grandi compagnie petrolifere. Con questo obbiettivo gli Stati Uniti hanno messo in moto un accerchiamento diplomatico (a partire dall’Onu) e una minaccia di intervento militare (a partire dalla Nato) che non ha orchestrato in Tunisia o in Egitto e che non ha bisogno di applicare ai suoi alleati, reucci o burattini, dello Yemen, del Barhein, del Marocco, della Giordania, dell’Oman o dell’Arabia Saudita. Se non ci riesce, contemplerà altre varianti, ad esempio la secessione del paese.

Nonostante queste minacce, non dobbiamo dimenticare chi è Gheddafi. In origine, non è stato una marionetta guidata a distanza dall’imperialismo ed è stato un alleato dei movimenti antimperialisti nel mondo, ma è stato anche un anticomunista dichiarato. Grazie alla nazionalizzazione della rendita petrolifera ha sviluppato l’economia e migliorato sostanzialmente le condizioni di vita della sua popolazione sulla base di generosi sussidi e dell’importazione di generi alimentari.

Con la fine della “guerra fredda” e l’esaurirsi della politica di scontro tra i due grandi blocchi, Gheddafi ha perso importanza nella regione, salvo per il fatto che Italia, Francia e Spagna sono i principali acquirenti del petrolio libico che, privatizzato, si contendono varie compagnie imperialiste (Total, Shell, Eni, tra le altre), e per gli investimenti libici nella Fiat in Italia, in imprese di costruzione spagnole, nell’industria degli armamenti britannica o nella banca europea.

Da allora, la sua politica nella regione è diventata sempre più reazionaria, con il sostegno a dittatori come Ben Ali e Mubarak, trasformandosi in una pedina in più della politica di Israele e degli Stati Uniti. Parallelamente, soprattutto a partire dal 2003, si è avviato un processo di concessioni economiche (apertura e aggiustamento strutturale dell’economia, eliminazione dei sussidi, facilitazioni per gli investimenti stranieri e il capitale finanziario), che si sono ripercosse sulle condizioni in cui vivono e riproducono attualmente la propria esistenza i lavoratori e i settori popolari libici.

Questo è durato finché sono durate le basi del suo appoggio internazionale. L’indebolimento dell’egemonia statunitense e dell’Italia, la recessione economica internazionale, l’aumento del prezzo dei generi alimentari, da un lato e, dall’altro lato le pressioni delle aspirazioni democratiche ai suoi confini occidentali ed orientali, hanno infranto i fragili equilibri di Gheddafi.

È stata questa la base dell’esplosione, che è partita dall’anello più debole, la Cirenaica, e dalle tribù nomadi, propagandosi fino a raggiungere i lavoratori e i ceti medi urbani pauperizzati. In questa rivolta si mescolano agenti degli Stati Uniti, monarchici, sette fondamentaliste, nazionaliste nasseriane, borghesi che vogliono la loro parte del bottino dello Stato, operai del petrolio e dell’industria chimica, studenti universitari senza lavoro né prospettiva, donne istruite grazie all’alfabetizzazione che aveva promosso Gheddafi, ufficiali e soldati stanchi del dispotismo e della corruzione. Il processo è molto confuso, ed è chiaro che ci sono settori manipolati dagli Stati Uniti.

Gheddafi fa appello all’unità nazionale contro i nemici esterni, mentre promette una mattanza per gli avversari interni. Ma anche l’intervento militare che preparano gli Stati Uniti e i governi europei nell’eventualità di una guerra civile provocherà più morti e carestia, innescando un processo che può dar fuoco alla miccia dormiente del nazionalismo antimperialista arabo.

Di fronte a questa prospettiva, quelli di noi che non vedono il corso della storia solo come uno scontro tra settori “nazionali” e “filo imperialisti”, ma da una posizione di indipendenza di classe e di difesa degli interessi degli sfruttati e degli oppressi di fronte a tutti i loro oppressori e sfruttatori, nazionali o stranieri, facciamo appello a discutere ciò che sta accadendo in Libia e nell’intera regione, flagellata e spogliata da regimi dispotici e autoritari.

Ci opponiamo al saccheggio del petrolio che si prepara. Mettiamo in guardia dalle manovre in atto per sostituire il tiranno con un altro servo delle grandi potenze. Chiamiamo all’autodifesa dei lavoratori, alla riorganizzazione dell’economia su basi nuove e alla resistenza contro ogni operazione imperialista alle porte della rivoluzioni tunisina ed egiziana.

Noi firmatari della presente dichiarazione sosteniamo l’autodeterminazione dei popoli e siamo al loro fianco di fronte a qualunque tipo di intervento imperialista. Ripudiamo la recente dichiarazione dell’Onu e ci appelliamo alla più vasta solidarietà antimperialista e antidittatoriale con il popolo libico e con l’insieme delle masse arabe.

L’Assemblea dei movimenti sociali riunitasi nel Forum sociale mondiale a Dakar ha deciso “… una giornata mondiale di mobilitazione in solidarietà con la rivoluzione nel mondo arabo” per il prossimo 20 marzo (data prescelta perché è l’anniversario dell’invasione in Iraq nel 2003). Uniamo i nostri sforzi per questa giornata mondiale.

Buenos Aires, 27 febbraio 2011.

Primi firmatari:

Guillermo Almeyra, Claudio Katz, Agustín Santella, Mabel Bellucci, Guillermo Gigliani, Modesto Guerrero, Aldo Casas, Luis Angió, Emilio Taddei, Clara Algranati, José Seoane, Hernán Ouviña, Susana Neuhaus, Hugo Calello, Alberto Bonnet, Miguel Mazzeo, Ariel Petrucelli, Eduardo Lucita.

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Tags: Libia