Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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USA- Risveglio del gigante dormiente

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Essendo il tema delle lotte dei lavoratori del Wisconsin appena stato sfiorato dalla stampa nostrana e subito lasciato cadere, sembra utile riportare questo contributo di un militante dell’organizzazione socialista rivoluzionaria statunitense “Solidarity”, attivamente impegnata nello sforzo di raggruppamento della sinistra e particolarmente attenta ai processi in atto e alle importanti implicazioni – negli USA e nel mondo- della ripresa dell’attività di ampi settori di movimento operaio e sindacale e di quello sociale più in generale.

 

 

Rinascita del movimento dei lavoratori

negli Stati Uniti

di Jase Short *

1 marzo 2011

 

Non vi è ombra di dubbio che quel che sta emergendo negli Stati Uniti costituisce la ripresa più significativa del movimento operaio da molto tempo a questa parte. Ciò che è cominciato nel Wisconsin sta per diffondersi rapidamente in altri Stati – compresi alcuni del Sud, tradizionalmente svuotati da qualsiasi attività sindacale.

Per capire che cosa sta accadendo, è bene chiarire una serie di elementi relativi al carattere unico degli Stati Uniti fra gli altri grandi paesi industrializzati, in termini di rapporti di forza tra movimento operaio e interessi capitalistici.

 

Peculiarità del movimento sindacale statunitense

 

Innanzitutto, in linea generale, il saggio di sindacalizzazione negli USA è incredibilmente più basso. È attualmente stimato al 14,2%; tranne rare eccezioni, è sceso ogni anno da vari decenni, soprattutto dopo il livello record degli anni ’40 e ’50. All’epoca, i lavoratori sindacalizzati erano quasi il 30% nel settore privato, e circa il 10% in quello pubblico. Attualmente la tendenza si è invertita: si calcola un 12,4% di iscritti, una percentuale significativa dei quali nel settore pubblico (36,8%), ma solo il 7,6% in quello privato.

Di fronte a queste cifre, si spiega la strategia dei governatori del Wisconsin (Walker), dell’Ohio (Kasic) e dei loro omologhi: si tratta di distruggere il diritto di contrattazione collettiva dei lavoratori del pubblico impiego, assestando un colpo fatale a quel che resta del movimento operaio nel suo complesso. Una volta neutralizzato l’ostacolo sindacale, si sarà eliminato l’ostacolo principale sulla strada della privatizzazione dei servizi e quel che resta del sindacalismo del settore privato si considererà definitivamente superato.

L’offensiva contro il settore pubblico non è portata avanti dai soli Repubblicani, ma la durezza degli attacchi in Stati come l’Ohio, il Wisconsin e il Tennessee (dove l’unico sindacato significativo del settore pubblico è quello degli insegnanti, che si scontra con una legislazione tendente a distruggerlo) presenta anche un aspetto di parte. Il Partito repubblicano, infatti, è ben consapevole di non avere troppe occasioni di riuscire a tornare a esercitare la sua influenza sul potere governativo (e questo da tempo), per cui deve assolutamente muoversi. Il suo obiettivo è quello di assicurarsi futuri successi elettorali distruggendo un’importante fonte del sostegno finanziario alle campagne dei suoi concorrenti, i Democratici. È, d’altra parte, sui sindacati operai che contano i Democratici per presentarsi nelle case e raggiungere la gente telefonicamente – senza i sindacati, i Democratici sono più isolati, elitari, e non hanno una buona percezione dell’opinione pubblica. Tuttavia, per essere chiari, quanto accade in California, nell’Illinois e a New York lo dimostra con chiarezza: entrambi i partiti si impegnano in una guerra contro quel che resta del movimento operaio negli USA.

Vanno tenuti presenti vari elementi significativi quando si cerca di capire la natura della lotta di classe negli Stati Uniti. Il primo è lo storico divorzio tra i sindacati e la sinistra politica radicale. Per accettare i sindacati, le cerchie dirigenti politiche e padronali hanno imposto come condizione che le file degli iscritti fossero depurate da quanti nutrissero convinzioni politiche radicali – come pure, con l’andar del tempo, da quegli iscritti senza idee politiche radicali ma che continuano ad avere un punto di vista combattivo sulle lotte. Quindi, la sinistra americana è incredibilmente debole rispetto alla sinistra dei paesi dell’Europa occidentale più paragonabili agli USA.

Il divorzio con la sinistra ha comportato la subordinazione dei sindacati all’agenda e agli interessi del Partito democratico. Questo partito non è mai stato un partito operaio, ma è diventato il partito per eccellenza delle persone di colore, del movimento operaio organizzato, degli interessi delle donne, dei LGBT, ecc. Il motivo va ricercato più nella forte svolta a destra dei Repubblicani che non nella difesa degli interessi di questi gruppi da parte dei Democratici. Quel che restava dell’appoggio del Partito democratico al movimento operaio organizzato si è logorato in modo significativo dopo gli anni ’70, soprattutto sotto le amministrazioni Clinton e Obama. Il recupero, particolarmente enfatizzata dai media, di General Motors grazie all’amministrazione Obama forniva a quest’ultima la grande occasione per sostenere la tradizionale colonna portante delle forze sindacali statunitensi (il sindacato dell’auto, l’UAW). Essa ha invece sfruttato la leva che aveva in mano per strappare all’UAW durissime concessioni – ora, i nuovi occupati percepiscono la metà del salario precedente. L’attività prevalente della maggior parte dei sindacati è quella di restarsene praticamente in silenzio finché non arriva qualche scadenza elettorale: allora si trasformano di fatto in quartieri generali del Partito democratico in tutto il paese. In certi casi, per esempio in quello degli insegnanti del Tennessee, i sindacati non hanno in pratica altro da fare che raccogliere fondi e voti per i Democratici.

Di più, malgrado eroici sforzi di riforma portati avanti da correnti come i Teamsters for a Democratic Union (TDU, i Camionisti per un sindacato democratico) o il Trasport Workers Local 100 a New York, i sindacati sono pressoché esclusivamente dominati dalla loro direzione burocratica (un male endemico che – ammettiamolo – non si registra solo negli USA mas anche in Europa occidentale). Molti di questi dirigenti percepiscono salari enormi in confronto a quelli dei loro iscritti. Le loro cerchie dirigenziali sfiorano spesso quelle del crimine organizzato (Hoffa fra i Teamster, Stern al SEIU - Service Employees Internacional Union). Comunque, pur lasciando da parte estremi del genere, la tendenza della burocrazia nel corso degli ultimi trent’anni è stata quella ad assistere le élites politico-sindacali nel compito di strappare concessioni al mondo del lavoro.

L’aria sembra stia cambiando, grazie alle lotte attuali. Il fatto è che l’aggressione al diritto alla contrattazione collettiva, di per sé, lancia una sfida  non solo ai sindacati, ma alla loro stessa direzione burocratica, minacciandone poteri e privilegi. Malgrado, quindi, questa enorme ascesa che potrebbe sconfiggere qualsiasi attacco alle protezioni sociali, ai salari, ecc., la direzione sindacale, in cambio della salvaguardia del contratto collettivo, continua ad avanzare proposte che autorizzeranno tagli selvaggi (per non parlare degli attacchi non ancora annunciati).

L’ultima cosa da tenere presente è lo sviluppo geografico disuguale negli Stati Uniti. Gli Stati del Sud hanno conosciuto una rapida trasformazione nel corso dell’ultimo ventennio: spostamento progressivo dalla produzione rurale a quella urbana e suburbana (il Sud è diventato il luogo privilegiato degli investimenti nella produzione industriale); trasformazione demografica, con il massiccio afflusso di persone provenienti da altre regioni del paese (in cerca di lavoro e di Stati senza tassazione del reddito locale); e un’immigrazione rilevante di lavoratori ispanofoni (in particolare nell’ultimo decennio). Tra l’altro, la bipolarità razziale del Sud si è trasformata in modo radicale in questi ultimi dieci anni: oggi esiste uno spettro bianco-nero-bruno, ulteriormente complicato per l’elevato numero di altre popolazioni di immigrati in posti come Atlanta e Nashville (quest’ultima accoglie una delle concentrazioni di kurdi tra le più numerose fuori dal Medio Oriente).

Per queste ragioni, il tradizionale ruolo del Sud come bastione della reazione di fronte al movimento operaio è diventato molto volatile. Gli Stati del Sud sono perlopiù gli Stati del “diritto al lavoro”, o Stati che vietano per legge la pratica del closed-shop (l’assunzione riservata agli iscritti ai sindacati) e quindi contrastano i tentativi di sindacalizzazione nel settore privato. Uno degli attacchi più radicali contro il movimento operaio nelle ultime settimane è stata una legge introdotta nell’Indiana e che farebbe di questo uno Stato del “diritto al lavoro”, cosa che rappresenterebbe per il Midwest uno sviluppo notevole. In assenza di burocrazie sindacali tradizionali in grado di svolgere il ruolo di valvola di sicurezza per il malcontento dei lavoratori, guadagna credibilità la prospettiva dell’esplosione di un’ iniziativa alla base. Una prova di questo potenziale si può trovare nella spinta a creare sindacati nel settore pubblico, soprattutto nel Sud. Negli anni ’70, eroiche battaglie in questa zona sono state alimentate da militanti del settore pubblico e sono culminate nella conquista del diritto alla contrattazione collettiva per molti lavoratori. Ora, anche queste conquiste sono minacciate.

 

Da Piazza Tahrir a Madison

 

In questo quadro va vista l’importanza di quel che è emerso nel Wisconsin e che si sta diffondendo attraverso gli Stati Uniti con una velocità che sorprende anche molti di noi che ci troviamo sul campo. Decine di migliaia di persone continuano a scendere per le strade di Madison. Diecimila sono scese in piazza a Columbus, nell’Ohio, uno Stato devastato dalla delocalizzazione di attività in altri paesi e nel Sud degli USA.

Come militante di base del Tennessee, debbo dire di non avere mai visto una cosa tanto strana come 300 sostenitori del movimento sindacale che occupano un angusto corridoio del Legislative Plaza per tenere una conferenza stampa (subito trasformatasi in miniraduno), o centinaia di insegnanti ammassarsi in un posto così improbabile come Franklin and Johnson City (Francklin è un bastione della reazione, una specie di gigantesca “gated community” – quartieri residenziali molto agiati, circondati e custoditi da vigili – e uno dei comitati più ricchi del paese), o ancora che 600 supporter del sindacalismo si radunino davanti al Campidoglio, semplicemente in base a un appello lanciato essenzialmente da Facebook e MoveOn.org, praticamente senza altra forma di organizzazione (molti di noi, militanti, ci aspettavamo una trentina di persone).

La natura di questo movimento non è semplicemente economica, nel senso che non si limita ai luoghi di lavoro e a lotte sui salari, i sussidi, le condizioni di lavoro, ecc. Si tratta piuttosto di un movimento potenzialmente politico, orientato a difendere il diritto all’esistenza stessa dei sindacati, dal punto di vista legale. La sua forma rinvia all’ascesa operaia dell’inizio degli anni ’70, ma la posta in gioco evoca piuttosto gli anni ’30: il diritto legale all’esistenza sindacale.

L’iniziativa è presa soprattutto da militanti di base e da simpatizzanti del sindacato, soprattutto fra gli studenti. Nei primi giorni di manifestazioni si sono visti pochissimo i cartelli stampati in massa dal sindacato, ma piuttosto c’è stata la fioritura di una varietà sorprendente di messaggi creativi, una parte significativa dei quali fa riferimento alla recente sollevazione rivoluzionaria in Egitto. L’attenzione delle masse per la lotta ingaggiata qui è stata attirata dal fatto che gli insegnanti hanno osservato di fatto uno sciopero di due giorni (si sono dichiarati malati in massa fornendo certificati, per solidarietà) e questo ha messo in evidenza la capacità dei lavoratori di avere negli USA un’udienza di massa quale non si era più vista da tantissimo tempo. Migliaia di liceali hanno abbandonato le loro classi per marciare verso Madison al fianco degli studenti universitari, offrendo lo spettacolo di un movimento intergenerazionale, smentendo le concezioni diffuse sui sindacati, da un lato, e sul fossato tra militanti più giovani e più anziani, dall’altro.

Il tentativo di dividere i lavoratori escludendo dalla legge polizia e pompieri è fallito. Al contrario, ha dimostrato alla gente la forza della solidarietà, perché i pompieri hanno sostenuto in massa i colleghi di lavoro, e questo ha diffuso il senso di solidarietà in vasti settori dell’opinione pubblica. Ora la polizia si è unita a quelli che protestano a Madison, infrangendo gli ordini impartiti di disperdere la folla. Questa partecipazione dei poliziotti è relativamente senza precedenti.

Di recente, un blogger progressista ha fatto una telefonata bidone all’ufficio del governatore Walker, risultata assai rivelatrice. Spacciandosi per uno dei fratelli Koch (miliardari che sono al terzo e quarto posto nell’elenco degli uomini più ricchi degli Stati Uniti e i cui fondi hanno irrorato la creazione di organizzazioni libertarie negli USA, nonché di varie forze associate al Tea Party), ha chiamato Walker, che è caduto nella trappola. Fra le rivelazioni che hanno avuto ampia diffusione via radio (inclusa la rete pubblica nazionale, con maggiore ascolto di parecchie stazioni cablate della destra) si è venuto a sapere che, per Walker, la faccenda non aveva niente a che vedere con il pareggio del bilancio e tutto invece con il tentativo di “cambiare il corso della Storia” assestando un colpo mortale al movimento operaio organizzato. Walker ha anche confessato di aver pensato di infiltrare agenti provocatori fra la folla adunata a Madison, per suscitare torbidi e screditare il movimento. Le ripercussioni di questi avvenimenti non sono ancora chiare, ma si parla di un procedimento giudiziario contro Walker, soprattutto dopo che i rappresentanti delle forze di polizia sono venuti a sapere della faccenda degli agenti provocatori.

 

Un movimento che si estende a macchia d’olio

 

Ecco il tipo di interventi diffusi, creativi, affiancati da movimenti di massa e attività di sciopero (che sono però ancora deboli e scarse) che caratterizzano la rivitalizzazione del movimento operaio negli Stati Uniti. Per la prima volta da tanto, tantissimo tempo, milioni di normali lavoratori si radunano cantando slogan come “el pueblo unido jamas sera vencido!”, si alleano con la sinistra radicale leggendone le pubblicazioni e informandosi sugli orari di riunione. Benché pochissime cose si siano fatte ufficialmente, sono diventate comunii le intese di fatto tra militanti politici di diverse tendenze della sinistra radicale (maoisti, troskisti, ecc.), soprattutto tra i membri più giovani di queste organizzazioni.

L’effetto si è fatto sentire in seno alle forze più tradizionali della sinistra, culminando nelle iniziative di massa del sabato in tutti gli Stati Uniti, su appello di un ex membro dell’amministrazione Obama, Van Jones (cacciato dal suo lavoro in seguito a una campagna “anti-rossi” ben orchestrata dai Repubblicani) e di MoveOn.org, una specie di organizzazione opportunista, orientata sui movimenti sociali, e che si mobilita ogni volta che masse di persone promuovono un’iniziativa, con l’obiettivo di incanalarla sul terreno del voto. Nel Wisconsin si sono radunate oltre 100.000 persone (una cifra molto rilevante per uno Stato di quelle dimensioni), oltre 50.000 si sono raccolte in altri posti, con soprattutto alcune sorprese come i 600 di Nashville.

Questi tentativi hanno contribuito a galvanizzare un’opinione pubblica assopita che, nonostante la sua generalizzata spoliticizzazione, continua a dare ben più importanza alla creazione di posti di lavoro che non alla riduzione delle spese di bilancio come priorità nazionale fondamentale. Da un recente sondaggio NY Times/CBS Poll risulta che appena il 14% degli statunitensi considerano come  loro principale priorità il passivo di bilancio, contro il 43% che indicano invece la creazione di posti di lavoro come la priorità nazionale. In seguito al movimento sociale, il Tea Party – che sta già subendo un calo di popolarità per i suoi eccessi islamofobi e razzisti – ha perso molto del suo slancio. A Madison, oltre 70.000 persone si sono radunate un giorno a sostegno dei diritti dei lavoratori, mentre la contromanifestazione organizzata dal Tea Party ha raccolto appena 2.000 persone. A Nashville, in occasione del raduno convocato da Van Jones e MoveOn, la contromanifestazione annunciata del Tea Party non si è mai concretizzata.

In effetti, un numero significativo di partecipanti di base al Tea Party continuano a gridare “giù le mani dal mio Medicare” (sistema sanitario), o “giù le mani dalla mia assistenza e previdenza sociale”, a discapito dei loro dirigenti politici, i cui obiettivi sono soprattutto quelli di farla finita con questi programmi governativi molto popolari. Un numero rilevante di beneficiari di quei programmi, infatti, non sa neppure di partecipare a programmi governativi – cosa che dimostra l’assenza di educazione politica in questo paese. La mancanza di consapevolezza è sfruttata dai media di destra, ma la cosa comincia oggi a cambiare, perché d’ora in avanti queste conquiste sono minacciate a livello federale!

In breve, la massiccia attività operaia che ormai si diffonde, a partire dal Wisconsin, verso l’Ohio, il Tennessee e la Georgia, minaccia al di là di questi Stati lo statu quo del mondo degli affari, della burocrazia sindacale, del Partito democratico, del Tea Party… e della stragrande maggioranza della stessa popolazione. Sconfitte nel Wisconsin e nell’Ohio, nel prossimo futuro, potrebbero schiacciare nell’uovo il movimento nascente, ma molti militanti si preprano a tutte le eventualità; come capitalizzare questa sollevazione nel caso in cui vincesse nel Wisconsin, oppure se venisse sconfitta: sembra questa la problematica che emerge dalle discussioni fra i militanti operai e della sinistra radicale, nell’intero paese. Il fatto che dei lavoratori siano in grado di far sentire la loro presenza in alcuni Stati del Sud ha enormi implicazioni da un duplice punto di vista: per le prospettive di ricostruzione del movimento operaio nazionale e per la possibilità di trasformare una difesa improvvisata dei sindacati del settore pubblico in una battaglia per unificare lo stesso settore privato (anche se questo non è certo immediatamente all’ordine del giorno). Sullo sfondo di questi tentativi c’è la ripresa dell’iniziativa “dal basso”, derivante dall’accresciuta partecipazione di sindacalizzati di recente (e spesso più giovani) ai dibattiti quotidiani dei loro sindacati, una cosa promettente per le tendenze che si battono per una riforma democratica in seno alle grandi organizzazioni sindacali.

I tentativi di recupero del movimento finora sono falliti, non perché non ci siano stati. Squadre del Partito democratico, dell’AFL-CIO e del SEIU arrivano nel Wisconsin, cercando di avere una qualche influenza nelle sollevazioni democratiche perché i loro privilegi non siano la prossima vittima di questo gigante indebolito che è il movimento operaio statunitense. Speriamo che i loro tentativi si infrangano contro il fronte unico dei sindacalisti democratici.

Se negli Stati Uniti dovesse crescere un nuovo movimento operaio serio, le ripercussioni politiche sarebbero gigantesche, non solo negli USA ma nel mondo intero. Per tutti noi, è un momento molto eccitante. Auguriamoci di riuscire a non sprecare quest’occasione senza precedenti di costruire un volto nuovo della democrazia nel nostro paese.

 

* Jase Short è membro di “Solidarity”, un’organizzazione statunitense che si definisce “democratica, marxista rivoluzionaria, femminista, antirazzista” e che è impegnata nel raggruppamento e nella ricostruzione della sinistra. Vive nello Stato del Tennessee.

La testimonianza che riportiamo è ripresa dal sito della LCR belga: www.lcr-lagauche.be (5 marzo 2011).

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