Movimento Operaio

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Chaguaceda sul socialismo

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La gente del socialismo

aprile 16, 2011 (http://www.havanatimes.org/sp/?p=15387)

Armando Chaguaceda

 

Avevo chiesto ad alcuni compagni cubani un commento al congresso, su cui sto scrivendo a mano a mano che trapelano notizie, e Armando Chaguaceda mi ha mandato invece questa riflessione. Le difficoltà di traduzione per le molte espressioni gergali (non solo nel discorso dell’ubriaco...) mi hanno spinto a riportare in fondo l’originale. Per Brecht mi sono basato invece sulla traduzione della edizione Einaudi (a.m.17/4/11).

 

 

Ho letto El socialismo está en la gente, di Dilbert Reyes, un testo pubblicato sul quotidiano Granma. Sono d’accordo con il giornalista sul fatto che “la quotidianità ci offre le migliori versioni di come, a mezzo secolo di distanza, la gente seguiti a costruire la propria Isola e il proprio socialismo”, ma non so se i testimoni che presenta nella sua cronaca siano oggi i più rappresentativi tra i miei compatrioti, quando si decidono a parlare, pubblicamente, della società in cui vivono.

Mi sembra che quello che può essere stato un buon tentativo di smantellare, per voce dei protagonisti, le campagne che codificano la realtà cubana presentandola come il regno dell’oscuro, il triste, l’oppressivo e il fallito, pecchi dello stesso errore degli oppositori di queste, il semplicismo unilaterale.

Nel suo scritto, lavoratori abnegati ricordano i vantaggi sociali, la stabilità occupazionale, le pratiche di solidarietà che contraddistinguono il socialismo cubano negli scorsi decenni. Il quadro sembra ripreso da un reportage del quotidiano… ma nel 1981, 1982, 1983.

Non compaiono le note insoddisfazioni per il deterioramento dei servizi scolastici e sanitari, l’insufficienza del salario statale, l’affiorare dell’egoismo (per fortuna non ancora vincente) come prodotto della crisi economica e morale degli ultimi anni.

Non metto qui in discussione l’autenticità degli intervistati e delle loro testimonianze, ma richiamo l’attenzione sull’apparentemente scarso interesse dell’intervistatore di offrire un quadro più completo della nostra realtà.

Leggendo questa cronaca mi è venuto in mente quando, con un gruppo di amici, ci riunivamo ogni giovedì, attorno alle birre riscaldate del bar dell’Avana “El Carmelo” per discutere sull’”Autogestione e il socialismo”. Ci facevamo chiamare la “Rete proposte” (Red Propuestas) e riuscimmo laboriosamente ad aprire vari tavoli di discussione sul tema in occasioni accademiche, proprio quando l’argomento del “non-statale” era virtualmente demonizzato (correva l’anno 2004) e con una “battaglia delle idee” in pieno vigore.

Una sera, un uomo che tutte le settimane era al bar insieme a noi, si avvicinò e ci disse nella sua lucida (e ludica) ubriachezza: “c… i miei rispetti… sento tutto ‘sto mucchio di cose che dite del socialismo e d’altro … siete un pozzo di scienza, e credo anche che avete ragione, il socialismo mi piace perché è buono… il brutto è che è molto seguito”.

Potremmo ridere e banalizzare la cosa, o dire con l’arroganza dei “dotti” che si tratta di una lettura marginale della realtà. Penso invece si tratti di un altro modo di sentire, anche popolare e molto diffuso, che identifica il “socialismo” con le funzioni del socialismo di Stato, prevalso nell’isola per mezzo secolo.

In risposta, fin d’ora, sia agli apologeti sia a coloro che cercassero di ridicolizzare il povero ubriaco, credo che non si possa comunque dare alla “gente comune” la colpa di questo “errore”, perché sia la sua esperienza della vita di ogni giorno sia il discorso ufficiale gli ricordano quotidianamente che questo “è il socialismo possibile”… e tutto il resto (cooperative, autogestione e solidarietà non irreggimentata) è “capitalismo”.

Non a caso, una vicina del mio quartiere (Alamar), vedendomi discutere con una funzionaria del Poder Popular sulla insipiente soppressione dei venditori estivi di generi alimentari, di fronte all’inesistente offerta statale in quel tratto di spiaggia, intervenne dicendomi: “purtroppo, Chagua, quello che dici, mettere in piedi cooperative, non funziona, solo se si privatizza tutto si risolve il problema”.

Mi nutro di vignette, per una ragione fondamentale: il nostro popolo è uno, nella sua vivace contraddittorietà, ed è disonesto prenderlo come una massa sempre eroica e luminosa, o come una banda di vagabondi o di pecoroni. Di solito non crede nello Stato, ma pretende che rispetti le sue promesse di giustizia; può nutrire illusioni puerili sul mercato, ma ne schiva i colpi e battaglia con esso duramente.

Conosce e patisce la trasformazione della solidarietà in internazionalismo (la politica di Stato che gli sottrae risorse in maniera inconsulta), ma non abbandona le reti di solidarietà tra abitanti del quartiere, familiari e amici, né smette di spedire il proprio sangue in aiuto alle vittime di un terremoto a migliaia di chilometri di distanza.

Può essere leggero e al tempo stesso costante, smemorato e leale, irreverente e sensibile. Ha fatto quel che ha potuto e che ha dovuto fare in questi anni duri, assolvendo il principale compito di ogni comunità umana: garantire la sopravvivenza delle persone e dei valori di cui è composta.

 

Affrontando sfide

 

La sua allegria, la sua dignità, il suo ingegno e la sua inventiva sono direttamente proporzionali alle sfide che ha affrontato (un misto formidabile di ostilità imperialista e di malgoverno burocratico) e inversamente proporzionali alla mancanza di fantasia di quanti, da qualunque impostazione ideologica, cercano di metterne in caricatura – o giudicarne -le spinte che lo muovono e i disimpegni.

Per quanti credono, da magnanimi illuminati, di poter codificare o giudicare la virtù popolare a partire da schemi prefabbricati (e addirittura di servirsene per fini propri) vale la pena di ricordare i versi che seguono, di Bertold Brecht, scritti dopo la sollevazione popolare di Berlino(sconfitta) del 17 giugno del 1953.

 

La soluzione

 

Dopo la rivolta del 17 Giugno

il segretario dell’Unione degli Scrittori

fece distribuire nella Stalinallee dei volantini

in cui si diceva che il popolo

si era giocata la fiducia del governo

e la poteva riconquistare soltanto

raddoppiando il lavoro. Non sarebbe

più semplice, allora, che il governo

sciogliesse il popolo e

ne eleggesse un altro?

 

In questi giorni, un gruppo di persone, riunite all’Avana, decidono dei destini della nazione e prenderanno decisioni che avranno implicazione sulla “gente del socialismo”. Mi auguro solamente che le invocazioni al popolo siano di meno della responsabilità e del rispetto che avranno per le sue richieste e le sue aspettative.

 

 

La gente del socialismo

abril 16, 2011 |  http://www.havanatimes.org/sp/?p=15387 

·          

Armando Chaguaceda

 

He leído El socialismo está en la gente, de Dilbert Reyes, texto publicado en el diario Granma.  Concuerdo con el periodista que “la cotidianidad nos da las mejores versiones de cómo, medio siglo después, la gente sigue construyendo su Isla y su propio socialismo” pero no sé sí los testimonios que expone en su crónica son hoy los más representativos de entre mis compatriotas, cuando se deciden a hablar, públicamente,  de la sociedad en que viven.

Me parece que lo que pudo ser un buen intento de desmontar, con la voz de los protagonistas, las campañas que codifican la realidad cubana presentándola como el reino de lo oscuro, lo triste, lo opresivo y lo fracasado, peca del mismo error de sus oponentes: la simplona unilateralidad.

En su texto, abnegados trabajadores recuerdan los beneficios sociales, el empleo estable, las prácticas de solidaridad que caracterizaron el socialismo cubano en las décadas pasadas.  La muestra parece tomada de un reportaje del diario… pero hecho en 1981, 1982, 1983.

No aparecen las conocidas insatisfacciones con el deterioro de servicios de educación y salud,  la insuficiencia del salario estatal, la emergencia del egoísmo (por suerte aún no victorioso) como resultado de la crisis económica y moral de los últimos años.

No cuestiono aquí la autenticidad de los entrevistados y su testimonio, pero sí llamo la atención sobre el aparentemente escaso interés del entrevistador para presentar un cuadro más complejo de nuestra realidad.

Mientras leía la crónica recordé cuando nos reuníamos cada jueves un grupo de amigos, en torno a las cervezas calentonas del bar habanero “El Carmelo.” para debatir sobre la Autogestión y el socialismo.  Nos hacíamos llamar la Red Propuestas y logramos con trabajo abrir varias mesas de discusión sobre ese tema en eventos académicos, justo cuando el tema de lo no-estatal estaba virtualmente satanizado (corría el año 2004) y con una “Batalla de Ideas” en plena pujanza.

Una tarde un hombre, que cada semana coincidía con nosotros en el bar, se nos acercó y nos dijo en su lúcida (y lúdica) embriaguez “coño, mis respetos….yo oigo to esa muela que ustedes hablan del socialismo y esas cosas…la ciencia ustedes están escapaos, es más yo creo que tienen razón, yo quiero al socialismo porque es bueno…lo malo que es muy seguío.”

Podremos reírnos y banalizar el asunto, o decir con la soberbia de los “cultos” que se trata de una lectura marginal de la realidad.   Sin embargo considero que se trata de otra apropiación, también popular y muy extendida, que identifica “el socialismo” con los desempeños del socialismo de estado que ha prevalecido por medio siglo en la isla.

Contestando desde ahora a los apologistas y a los que traten de ridiculizar al pícaro beodo, creo que en todo caso no se puede culpar a la “gente común” de ese “error” porque tanto su experiencia de vida cotidiana como el discurso oficial le “recuerdan” cada día que ese “es el socialismo posible”….y todo lo demás es (cooperativas, autogestión, solidaridad no regimentada) es “capitalismo.”

No por gusto una vecina de mi barrio de Alamar, al verme discutir con una funcionaria del Poder Popular sobre la torpe erradicación de los vendedores de alimentos en el verano y ante la inexistente oferta estatal en esa zona de playa, me comentó “ay, Chagua eso que tú dices de armar cooperativas no funciona, cuando todo sea privado el problema se resuelve”

Traigo a colación las viñetas por una razón fundamental: nuestro pueblo es uno, en su viva contradictoriedad, y no es honesto asumirlo como una masa siempre heroica y luminosa ni banda de holgazanes o carneros.  Suele descreer del estado pero le exige el cumplimiento de sus promesas justicieras,  puede abrigar ilusiones infantiles con el mercado,  pero esquiva sus golpes y brega duro con él.

Conoce y sufre la conversión de la solidaridad en internacionalismo (política de estado que le quita inconsultamente recursos) pero no abandona las redes de reciprocidad de vecinos, familiares y amigos ni deja de enviar su sangre las víctimas de un terremoto a miles de kilómetros de distancia.

Puede ser ligero y a la vez persistente, desmemoriado y leal, irreverente y sensible.  Ha hecho lo que ha podido y lo que le ha dejado hacer en estos años duros, cumpliendo con la primera misión de cualquier comunidad humana: garantizar la sobrevivencia de las personas y los valores que la conforman.

Enfrentando desafíos

Su alegría, su dignidad, su ingenio e inventiva son directamente proporcionales a los desafíos que ha enfrentado (una formidable combinación de hostilidad imperialista y desgobierno burocrático) e inversamente proporcional a la falta de imaginación de quienes, desde cualquier postura ideológica o profesional, tratan de caricaturizar -o juzgar- sus móviles y desempeños.

Para quienes piensan, con magnanimidad de ilustrados, que pueden codificar o juzgar la virtud populardesde moldes prehechos (y hasta servirse de ella con fines propios) vale la pena recordar estos versos de Bertold Brecht, escritos tras la (aplastada) sublevación popular berlinesa del 17 de junio de 1953.

La solución”

Tras la sublevación del 17 de Junio,
La Secretaria de la Unión de Escritores
Hizo repartir folletos en el Stalinallee
Indicando que el pueblo
Había perdido la confianza del gobierno
Y podía ganarla de nuevo solamente
Con esfuerzos redoblados. ¿No sería más simple
En ese caso para el gobierno
disolver el pueblo
Y elegir otro?

En estos días un grupo de hombres, reunidos en la Habana, deciden sobre los rumbos de la nación y tomaran decisiones que afectarán a la “gente del socialismo.” Sólo deseo que las invocaciones al pueblo sean menores que la responsabilidad y respeto que demuestren para con sus demandas y esperanzas

 

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