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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Il Perù in bilico

Il Perù in bilico

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PERÙ – DUE TIPI DI PROTESTA: OLLANTA HUMALA

O KEIKO FUJIMORI

Guillermo Almeyra

 

È passato quasi inosservato in Italia il successo di Ollanta Humala al primo turno delle presidenziali in Perù. Eppure una sua vittoria nel ballottaggio può avere una notevole influenza oggettiva sugli equilibri continentali. Ollanta Humala aveva perso le ultime elezioni presidenziali del 2006 nonostante un forte e fin troppo esplicito appoggio diretto di Hugo Chávez. Sembrava sparito dalla scena ma ha avuto poi una straordinaria rimonta nei sondaggi e ha avuto il 31% contro il 25% della Fujimori, e – come spiega Almeyra – può anche vincere nel secondo turno. La sua figura è contraddittoria come il movimento in cui si è formato, l’Etnocacerismo, un esasperato nazionalismo peruviano (nel nome si richiama a Andrés Avelino Caceres, più volte presidente ed eroe della guerra col Cile negli ultimi decenni del XIX secolo), che è caratterizzato da una carica di vero e proprio odio verso il Cile e da una rivendicazione dei confini dell’antico impero Inca, quindi con una esplicita minaccia non solo al Cile, ma anche all’Ecuador e alla Bolivia. Il movimento fu fondato da suo padre, Isaac Humala ed è guidato dal fratello Antauro Humala, e ha tentato in passato vari colpi di mano armati contro Fujimori e Toledo; ha una forte componente di ex militari ma è considerato di sinistra nonostante alcune esasperazioni nazionaliste e anche semirazziste (come le proposte di rimpiazzare le élites bianche e asiatiche con indigeni e meticci). Ma in questa scadenza elettorale Ollanta si è presentato con una larga coalizione “Gana Perú” (Perú vince), formata dal Partido Nacionalista Peruano insieme al Partido Comunista, Partido Socialista e altri minori, e ha preferito i consiglieri del PT brasiliano a quelli del PSUV venezuelano.

(a.m. 18/4/11)

 

 

 

L’etno-cacerista Ollanta Humala ha vinto in modo schiacciante a Puno, Cuzco, Ayacucho e in generale nelle zone contadine e indigene, mentre la figlia dell’ex dittatore Alberto Fujimori, Keiko, ha ottenuto i suoi voti dagli strati bassi del ceto medio. Sia il militare nazionalista sia la figlia del “Chinochet” peruviano hanno raccolto il rigetto per la politica neoliberista del governo di Alan García (che è stato praticamente spazzato via) e dei partiti di destra. In effetti, la notevole crescita economica peruviana ha concentrato ancor più la ricchezza e il potere, senza raggiungere i lavoratori delle campagne e delle città, i cui infimi salari hanno inseguito a fatica l’inflazione (anche se bassa, dell’1,7%) e che rappresentano solo il 23% del Pil.

Entrambi i candidati esprimono, inoltre, l’esigenza di una redistribuzione delle entrate e di una maggiore giustizia sociale, entrambi riflettono la sete di una maggiore protezione sociale per operai, contadini e poveri del Perù, anche se i loro programmi si situano ai due poli opposti..

Humala, che nelle precedenti elezioni fu sconfitto dall’Apra e da Alan García, è un militare nazionalista, anticileno e non solo anti-piñerista, che vuole abolire il privilegio militare-poliziesco, per cui si scontra con gli alti comandi dell’Esercito, contro cui si era sollevato, e vuole costruire un governo di vertice e paternalista che stimoli il mercato interno e consenta una maggior partecipazione dello Stato, in un’economia che è in mano alle multinazionali minerarie e degli esportatori/importatori.  Propone una politica sviluppista e riforme ispirate a quelle di Lula in Brasile.

Keiko è degna figlia di suo padre, il dittatore, che sconta una condanna a 25 anni di carcere per i suoi crimini contro l’umanità e i suoi ladrocini. Probabilmente gli concederà l’amnistia ed ha dichiarato che, se la eleggeranno, governerà con i più corrotti dei seguaci del recluso, che sarebbe suo consigliere, e con i familiari di entrambi. Non propone alcuna politica sociale ma la mano dura, convincendo con questo un settore arretrato che vuole un apparato sociale che imponga l’ordine con la forza.

Alan García ha già dato un appoggio indiretto a Keiko per il secondo turno, e lo stesso faranno probabilmente i candidati della destra sconfitti al primo turno, salvo l’ex presidente Alejandro Toledo, di origine indigena, che propenderà per Humala. Tuttavia, in Perù le ideologie e i partiti contano assai poco, e la riprova la fornisce Alvaro Vargas Llosa, che aborriva entrambi i candidati al secondo turno, ma alla fin fine sta propendendo per Hollanta Humala. Naturalmente è difficile che Keiko Fujimori metta insieme i voti di tutta la destra, una parte della quale si ricorda della dittatura e dei furti di suo padre, cui intende richiamarsi. In compenso, il nazionalista moderato sta ricevendo appoggi di destri moderati ed anche di gente della sinistra, come Javier Díaz Canseco, leader del piccolo Partito socialista del Perù. Alan García e la direzione dell’Apra sono molto screditati e non rappresentano, neanche lontanamente, le tradizionali basi del nord e quelle contadine del partito. Inoltre, il presidente cileno Sebastián Piñera sta già votando, con le sue dichiarazioni, contro Humala e gli Stati Uniti non tarderanno a fare lo stesso, il che potrebbe portare al militare nazionalista i voti di tanti incerti e potenziali astenuti, cui Humala offre aumenti di salari e diritti in base alla tassazione delle multinazionali.

È molto probabile, quindi, la vittoria dell’etnocacerista al secondo turno, anche se forse con margine risicato. Non sarà di sicuro né un Chávez né un Evo Morales, e neppure un Rafael Correa, perché tutti costoro si basano su movimenti che li hanno portati al governo, ma in ogni caso la sua presenza nel Palazzo di Pizarro renderà più difficile reprimere le mobilitazioni contadine e indigene e, quindi, le agevolerà e inoltre toglierà a Washington il suo appoggio peruviano.

 



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