Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Dalla Spagna in movimento

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Dalla Spagna in movimento

Spagna: una mobilitazione che apre nuove prospettive

a colloquio con Jaime Pastor*

È possibile, oggi 20 maggio 2011, parlare di un "Movimento 15 maggio" ? Qual è la differenza tra una manifestazione e un campo permanente?

Può darsi che sia troppo presto per dirlo, ma penso che si, effettivamente, le manifestazioni che hanno avuto luogo in più di cinquanta città e gli accampamenti nelle principali piazze di molte città costituiscono un “avvenimento fondatore” di un nuovo tipo di movimento sociale che apre prospettive a più lungo termine. Tutte queste manifestazioni esprimono un’indignazione collettiva verso le conseguenze negative della crisi per la stragrande maggioranza sociale che non si sente per nulla responsabile di quanto le sta capitando.

Quanto al “salto” come quello che è appena accaduto tra manifestazione e accampamento, le motivazioni possono essere concrete. Nel caso di Madrid, per esempio, gli arresti che hanno avuto luogo alla fine della manifestazione di domenica scorsa (15 maggio) hanno spinto un  gruppo di persone ad accamparsi a la Puerta del Sol al fine d’esigere la libertà dei loro compagni. In seguito, è lo smantellamento del campo da parte della polizia che ha provocato una nuova occupazione e un nuovo accampamento il giorno seguente e ancora in seguito. 

Ma ci sono senza dubbio anche degli effetti generali come l’ “effetto emulativo e di contagio” che entrano in gioco. Questo lo vediamo nel paragone con il simbolismo di piazza Tahrir al Cairo ( pur riconoscendo la differenza con gli egiziani che perseguivano l'obiettivo di far cadere una dittatura) e nel fatto che l’iniziativa di Madrid ha agito come stimolo per per la mobilitazione  nelle altre città che hanno espresso in questo modo la loro solidarietà. Si tratta dunque di occupare lo spazio pubblico nei luoghi simbolici delle città.

Quali possono essere le cause dell’indignazione di queste persone?

È difficile generalizzare, ma credo che la causa più comune sia la percezione d’ingiustizia dovuta alla risposta data dai grandi partiti politici alla crisi sistemica – finanziaria, economica, sociale… -;  considerano la “classe politica” come corrotta e al servizio dei grandi poteri economici. La fattura della crisi la sta pagando la gente comune che non l’ha causata, giovani, donne, anziani e immigrati, per mezzo di massicci tagli ai diritti sociali fondamentali. Lo slogan della piattaforma che ha preso l’iniziativa di queste mobilitazioni è molto significativo, “Democrazia reale, subito”: : «Non siamo merci in mano a politici e banchieri». Inoltre, va considerato il fatto che sono i giovani i veri protagonisti di questi avvenimenti; ce lo ricorda, ad esempio, uno slogan di “Gioventù  perduta”, un’altra piattaforma d’appello, anche questo molto rappresentativo dell’indignazione di chi denuncia la propria situazione: “senza casa, senza lavoro, senza salario”; a cui è immediatamente aggiunto  “Senza Paura”, al fine d’esprimere la volontà di uscire dalla rassegnazione e dalla ricerca di soluzioni individualiste alla crisi.

Come possiamo interpretare questi avvenimenti in un contesto elettorale?

Penso che è proprio perché questo sta succedendo in piena campagna elettorale (locale e regionale, 22 maggio) che assume ulteriormente un carattere di protesta verso certi discorsi di partito che i giovani considerano come promesse che non saranno mai mantenute da chi salirà al potere. Questo riflette ciò che mostrano le inchieste: la “classe politica” è largamente considerata come uno dei principali problemi e, di conseguenza, si assiste a una disaffezione dei cittadine non verso la democrazia in quanto tale ma verso la democrazia realmente esistente. La gente pensa che questa democrazia si sia a poco a poco svuotata della sua sostanza e che le grandi decisioni si prendono fuori dai parlamenti e dalla istituzioni rappresentative. Una frase di uno dei numerosi manifesti può riassumere tutto questo: “La nostra democrazia è sequestrata. Vogliamo la libertà!”.

In quale misura questi fenomeni di protesta sono legati a ciò che sta succedendo a livello mondiale?

Dallo scoppio della crisi sistemica e finanziaria a fine 2008 assistiamo ad uno sviluppo ineguale, ma crescente di movimenti di protesta nei differenti paesi del «nord» verso le risposte neoliberali alla crisi. Nell’Unione Europea, abbiamo il caso della Grecia, della Francia, della Gran Bretagna e del Portogallo. Abbiamo anche il caso, fino ad ora eccezionale, dell’Islanda, che, attraverso due referendum, ha rifiutato il pagamento del debito generato da una banca privata che ha dichiarato il suo fallimento a causa del suo “avventurismo” speculativo. È per questo che abbiamo potuto leggere slogan come “la Spagna in piedi, è l’Islanda” o “Vogliamo essere islandesi”. E, infine, abbiamo l’esempio della rivolta nel mondo arabo e del ruolo giocato dalla gioventù, attraverso l’uso intensivo e generalizzato delle nuove tecnologie della comunicazione. Senza dubbio questo ha anche influito sulle nostre reti sociali che si sono messe a preparare le mobilitazioni del 15 maggio scorso.

Le mobilitazioni dal 15 maggio in poi sono state indette principalmente tramite delle reti sociali come internet. In quale misura internet cambia il panorama delle mobilitazioni politiche?

È evidente che  l'uso di  queste reti costituisce una rivoluzione nell'ambito della controinformazione  e della comunicazione, ed aiuta a contrastare le informazioni e le opinioni diffuse dai  media tradizionali, oltreché a diffondere le loro proprie informazioni con una rapidità ed un risparmio di tempo prima impensabili. Queste reti permettono un coordinamento molto più efficace tra i militanti e fanno intravvedere la possibilità di un funzionamento più democratico e più orizzontale. Infine, questi mezzi contribuiscono  più facilmente  al passaggio tra virtuale e reale per mezzo della diffusione rapida delle iniziative di strada e delle risposte immediate date dalle autorità.

Cosa pensi del modo in cui queste mobilitazioni sono coperte dai media tradizionali?

Fino al 15 maggio scorso, c’è stato un silenzio quasi totale attorno a quanto facevano le reti sociali; ma è evidente che c’è stato un cambiamento d’atteggiamento nei giorni seguenti, quando si è manifestata la legittimità sociale dei giovani manifestanti e si è potuto constatare la grande eco riscontrata nelle strade. Ma ci sono anche dei tentativi palesi di mostrare già la presunta debolezza di questo movimento. La sua eterogeneità (reale ma logica e non negativa in quanto tale), la sua possibile manipolazione da parte di uno o l'altro dei partiti (tutto questo rinvia alle teorie cospirative in voga che vorrebbero cancellare  le motivazioni reali della protesta), l’esistenza di settori “anti-sistema” (attribuendo un valore negativo a questa qualificazione, malgrado si siano potuti leggere slogan assai chiari del tipo  “È il sistema che è contro le persone”) o “violenti” (mentre vediamo che l’opzione chiaramente maggioritaria è la disobbedienza civile non violenta). Tuttavia, ci sono anche dei media (specialmente alcune radio) che hanno dato la parola ai portavoce delle reti  o ad analisti che contribuiscono alla comprensione di quello che sta succedendo. È qualcosa d’importante che può aiutare la gente a cercare risposte differenti, rispetto a quello che i partiti offrono, sul soggetto della democrazia reale esistente e sulla crisi.

Per finire: quali pensi che saranno gli effetti possibili di questa mobilitazione sia a breve che a lungo termine ?

La costruzione di una nuova soggettività comune, pluralista e creativa  propria delle persone che partecipano a queste mobilitazioni è già di per sé un effetto importante. Questo è  positivo per tutte queste persone, poiché implica il tentativo di uscire dalla paralisi sociale smettendo di credere che. di fronte alla crisi, non ci sia altro da fare se non andare a votare per l’uno o l’altro partito il 22 maggio. L’effervescenza collettiva che si sta vivendo in questi giorni, il sentimento di sentirsi parte di un movimento così esteso e sincronizzato in tante città e con delle referenze a livello internazionale, con un repertorio di messaggi e d’azione molto ampi e di volta in volta sempre più creativi, avrà senza dubbio un impatto su tutte queste persone. Da questa esperienza può sorgere un nuovo ciclo di mobilitazioni  con una certa durata nel tempo e sempre più coordinate, anche se è evidentemente molto probabile che differenti reti, discorsi e proposte cominceranno a esprimersi pubblicamente e che le prime tensioni sorgeranno nel movimento. Ma quest’ultimo punto dipenderà anche dall’atteggiamento  che avranno il potere pubblico e le loro tattiche di cooperazione e/o repressione di fronte alle rivendicazioni dei differenti settori del movimento.

*professore presso il Dipartimento di Scienze Politiche della Universidad Nacional de Educación a Distancia (UNED). È membro della redazione della rivista Viento Sur. L'intervista è stata condotta lo scorso 20 maggio (prima delle elezioni regionali che hanno visto la sconfitta del PSOE di Zapatero). La traduzione in italiano (condotta a partire dalla versione in francese apparsa sul sito www.alencontre.org) è stata curata dalla redazione di Solidarietà-Ticino

 

 

Una piazza Tahrir a Barcellona. Note sul movimento degli "indignados"

 

di Josep Maria Antentas y Esther Vivas*

Non ci sono più dubbi. Il vento che ha elettrizzato il mondo arabo negli ultimi mesi, lo spirito delle proteste continue in Grecia, delle lotte studentesche in Gran Bretagna e Italia, delle mobilitazioni anti-Sarkozy in Francia…è arrivato nello Stato spagnolo.

Questi non sono, dunque, giorni di “business as usual”. Le confortevoli abitudini mercantili della nostra “democrazia di mercato” e i suoi rituali elettorali e mediatici si sono visti improvvisamente modificati dall’irruzione imprevista nella strada e nello spazio pubblico della mobilitazione cittadina. Questa “ribellione dei/delle indignati/e” inquieta le élite politiche, sempre a disagio quando la popolazione prende sul serio la democrazia...e decide di cominciare a praticarla per conto proprio.

Due anni e mezzo fa, quando la crisi scoppiata nel settembre del 2008 si è rivelata di proporzioni storiche, i “padroni del mondo” hanno vissuto un breve momento di panico allarmati dalla portata di una crisi che non avevano previsto, per mancanza di strumenti teorici per capirla e per la paura di una forte reazione sociale. Sono arrivati allora i vuoti proclami di “rifondazione del capitalismo” e i falsi mea culpa che sono evaporati poco a poco, appena puntellato il sistema finanziario e di fronte all’assenza di un focolaio sociale.

La reazione sociale ha tardato ad arrivare. Dall’inizio della crisi, le resistenze sociali sono state deboli. C’è stato un divario molto grande tra il discredito dell’attuale modello economico e la sua traduzione in azione collettiva. Vari fattori lo spiegano, in particolare, la paura, la rassegnazione di fronte all’attuale situazione, lo scetticismo verso i sindacati, l’assenza di referenti politici e sociali, e la penetrazione tra i salariati dei valori individualistici e consumistici.

Il focolaio attuale non parte, senza dubbio, da zero. Anni di lavoro su piccola scala delle reti e movimenti alternativi, d’iniziative e resistenze con impatto limitato hanno mantenuto viva la fiamma della contestazione in questo difficile periodo. Il 29 settembre ha anche aperto una prima breccia, anche se la posteriore smobilitazione delle direzioni di CCOO e UGT (le due maggiori centrali sindacali spagnole NdT) e l’impresentabile firma del patto sociale ha chiuso la via della mobilitazione sindacale e ha ulteriormente approfondito, se possibile, il discredito e la disistima verso i sindacati maggioritari della gioventù combattiva, quella che oggi è protagonista di questi accampamenti nelle maggiori piazze del paese.

Indignati e indignate!

L' “indignazione”, tanto di moda attraverso il panflet di Hessel (si fa riferimento al testo "Indignez vous!" pubblicato, con grande successo editoriale, alcuni mesi fa in Francia) è una delle idee-forza che definiscono le proteste in corso. Riappare così, sotto un’altra forma lo "Ya Basta!” che hanno intonato gli zapatisti nel loro sollevamento del 1° gennaio 1994, nella prima rivolta contro il “nuovo ordine mondiale” proclamato da George Bush padre a seguito della prima guerra nel Golfo, la disintegrazione dell’URSS e la caduta del muro di Berlino.

"L’indignazione è un inizio. Uno s’indigna, si ribella e poi si vedrà”, ricordava già Daniel Bensaïd. Poco a poco, senza dubbio, si è passati dal malessere all’indignazione e da questa alla mobilitazione. Siamo davanti ad una vera “indignazione mobilitata”. Dal terremoto della crisi, comincia a sorgere lo tsunami della mobilitazione sociale.

Per lottare non bastano solo il malessere e l’indignazione, bisogna anche credere nell’utilità dell’azione collettiva, nel fatto che possa vincere e che non tutto è perso prima di iniziare. Per anni noi dei movimenti sociali nello Stato spagnolo abbiamo conosciuto essenzialmente sconfitte. La mancanza di vittorie che mostrassero l’utilità della mobilitazione sociale e facessero aumentare le aspettative del possibile ha pesato come un macigno nella lenta reazione iniziale contro la crisi.

Ed è qui che entra in gioco il grande contributo apportato delle rivoluzioni nel mondo arabo alle proteste in corso. Mostrano che l’azione collettiva è utile, che “si può fare”. Perciò queste, come la meno mediatica vittoria contro i banchieri e la classe politica in Islanda, sono stati un referente dall’inizio per i/le manifestanti e attivisti/e.

Assieme alla convinzione che “si può fare”, che si possono cambiare le cose, la scomparsa della paura, in un momento di crisi e difficoltà, è un altro fattore chiave. “Senza paura” è precisamente uno degli slogan che si sono sentiti di più in questi giorni. La paura attanaglia ancora la maggioranza dei lavoratori e dei settori popolari e questo dà forza alla passività o alle reazioni xenofobe e individualiste. Ma la mobilitazione del 15 maggio e i gli attuali accampamenti nelle piazze espandono a macchia d’olio un potente antidoto contro la paura che minaccia di smontare gli schemi di un’élite dirigente di fronte a un sistema ogni volta sempre più delegittimato.

Il Movimento del 15 maggio e i campi base hanno un’importante componente generazionale. Come ogni volta che scoppia un nuovo ciclo di lotte, emerge con forza una nuova generazione militante, e la “gioventù” come tale acquisisce visibilità e protagonismo. Sebbene questa componente generazionale e giovanile sia fondamentale, e si esprima inoltre in alcuni movimenti organizzati che hanno avuto visibilità in questi giorni come “Gioventù Senza Futuro”, bisogna notare che la protesta in corso non è un movimento generazionale. È un movimento di critica all’attuale modello economico e ai tentativi di far pagare la crisi ai lavoratori con un peso particolare sulla gioventù. In particolare la sfida è che, come in molte occasioni, la protesta giovanile agisca da fattore scatenante e da catalizzatore di un ciclo di lotte sciali più ampio.

Sullo sfondo lo spirito "no global"

Il dinamismo, la spontaneità e la spinta delle proteste attuali sono quanto di più forte si sia visto dall’emergere del movimento "no global" più di un decennio fa. Scoppiato a livello internazionale nel novembre del 1999 nelle proteste di Seattle durante il vertice dell’OMC (anche se precedenti risalgono al sollevamento zapatista in Chapas nel 1994), l’onda "no global" è arrivata rapidamente nello Stato spagnolo. La consultazione per l’abolizione del debito estero nel marzo del 2000 (celebrata lo stesso giorno delle elezioni generali e la cui realizzazione fu proibita in varie città dello Stato dalla giunta elettorale) e la forte mobilitazione per partecipare al controvertice di Praga nel settembre del 2000 contro Banca Mondiale ed FMI sono stati i primi segni di questa ripartenza, in particolare in Catalogna. Ma la sua massificazione e amplificazione sono arrivate con le mobilitazioni contro il vertice della Banca mondiale a Barcellona dal 22 al 24 di giugno 2001, il cui decimo anniversario sta per compiersi. Giusto dieci anni dopo assistiamo alla nascita di un movimento la cui energia, entusiasmo e forza collettiva non vedevamo da allora. Non sarà questo, dunque, un decimo anniversario nostalgico. Tutto il contrario. Lo celebreremo con la nascita di un nuovo movimento.

Le assemblee in questi giorni in Piazza Catalunya (e, senza dubbio, in tutti i campi base che attraversano lo Stato cominciando da quello di plaza del  Sol a Madrid) ci hanno dato momenti impagabili, di quelli che succedono molto raramente e che marcano un prima e un dopo nelle traiettorie biografiche di chi vi partecipa e nella dinamica delle lotte sociali. Il 15 maggio e gli accampamenti sono autentiche “lotte di fondazione” e sintomi chiari che abbiamo assistito a un passaggio di fase e che il vento della ribellione soffia di nuovo. Finalmente. Un vera “generazione Tahrir” emerge, come in passato lo fece una “generazione Seattle” o una “generazione Genova”.

Come la spina “antiglobalizzazione” ha attraversato il pianeta, seguendo i vertici ufficiali a Washington, Praga, Québec, Goteborg, Genova o Barcellona, migliaia di persone si sono sentite identificate con queste proteste e una grande varietà di collettivi di tutto il pianeta hanno avuto la sensazione di fare parte di uno stesso movimento, dello stesso “popolo”, il “popolo di Seattle”, o di “Genova”, di condividere degli obiettivi comuni e sentirsi partecipi dei una stessa lotta.

L’attuale movimento s’ispira anche a riferimenti internazionali più recenti e importanti di lotte e di vittorie. Cerca di posizionarsi nella galassia di movimenti così diversi come le rivoluzioni in Egitto, in Tunisia, o la vittoria in Islanda, ponendo la sua mobilitazione in una lotta generale contro il capitalismo globale e la servile élite politica. All’interno dello stesso Stato spagnolo, le manifestazioni del 15 maggio e ora i campi base, in un esempio simultaneo di decentralizzazione e di coordinamento, disegnano un’identità condivisa e una comunità simbolica di appartenenza.

Il movimento no global ha avuto nella sua fase di ascesa nel mirino le istituzioni internazionali, OMC, BM e FMI e le multinazionali. In seguito, con l’inizio della “guerra globale contro il terrorismo” proclamata da Bush figlio, la critica alla guerra e alla dominazione imperialista hanno acquisito centralità. L’attuale movimento colloca al centro della critica una classe politica, la cui complicità e servitù di fronte nei confronti dei poteri economici è rimasta più esposta che mai. “Non siamo merci in mano dei politici e dei banchieri” recitava uno degli slogan principali del 15 maggio. Si rimanda così alla critica formale frontale alla classe politica e la politica professionale e la critica, non sempre ben articolata e coerente, all’attuale modello economico e ai poteri finanziari. “Capitalismo? Game over”.

Verso il futuro

Il futuro del movimento cominciato il 15 maggio è imprevedibile. A corto termine la sfida è di continuare ad ampliare i campi base in corso, avviarli nelle città dove ancora non ci sono e ottenere che, per lo meno, continuino fino a domenica 22. A nessuno sfugge che il 21, giorno di riflessione, e il 22, giorno delle elezioni, saranno decisive. In questi momenti l’acquisizione di un carattere di massa dei campi base è fondamentale.

È necessario anche porsi nuove date di mobilitazione, nella galassia del 15 maggio, per continuare a tenere il polso. La sfida principale è mantenere questa dinamica simultanea di espansione e radicalizzazione della protesta che abbiamo vissuto negli ultimi giorni. E, nel caso specifico di Catalunya, cercare sinergie tra la radicalità e le ansie di cambio di sistema espresse il 15 maggio nei campi base, con le lotte contro i tagli sociali, in particolare nella sanità nell’educazione. L’accampamento di Piazza Catalunya si è trasformato in un punto d’incontro, una potente calamita, di molti dei settori in lotta più dinamici. Si tratta di trasformarla in un punto d’incontro delle resistenze e delle lotte, che permetta di costruire ponti, facilitare dialoghi e spingere con forza le mobilitazioni future. Stabilire alleanze tra le proteste in corso, tra gli attivisti non organizzati, e il sindacalismo alternativo, il movimento dei vicini, i collettivi di quartiere… è la grande sfida dei prossimi giorni.

“La rivoluzione comincia qui…” scandivamo ieri in Piazza Catalunya. Bene, ciò che comincia è almeno un nuovo ciclo di lotte. Ciò di cui non ci sono dubbi è che, più di una decade dopo l’ascesa del movimento no global e due anni dopo lo scoppio della crisi, la protesta sociale è tornata per restare.

* Josep Maria Antentas è Professore di Sociologia dell’Universitat Autónoma de Barcelona (UAB). Esther Vivas partecipa al Centro de Estudios sobre Movimientos Sociales (CEMS) dell’Universitat Pompeu Fabra (UPF).
Sono autori di Resistencias Globales. De Seattle a la Crisis de Wall Street (Editorial Popular, 2009) e partecipano al campo base di Piazza Catalunya.

Traduzione di Solidarietà Ticino
 

 



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