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Ecuador, bilanci dopo il voto

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Ecuador: risultati contraddittori, ma un bilancio è possibile

 

Dopo più di due settimane, in Ecuador ancora non ci sono i dati ufficiali sui risultati del Referendum/Consulta voluto da Correa. La vittoria tecnica del presidente sembra certa, non così quella politica. Del referendum avevo parlato in Latinoamerica: aggiornamenti, e prima ancora in Correa vince?, articoli in cui spiegavo dettagliatamente qual’era la posta in gioco; ora è arrivato questo commento di Decio Machado che mi sembra molto interessante. La mia preoccupazione per la situazione interna di un paese piccolo e apparentemente marginale come l’Ecuador può apparire esagerata, ma ha due spiegazioni: la prima è personale e dipende dalle speranze maggiori che avevo riposto nell’esperienza ecuadoriana; la seconda è legata all’emergere di tendenze “decisioniste” (per non dire “caudilliste”) anche negli altri due paesi chiave della “rivoluzione bolivariana” e del “socialismo del XXI secolo, Venezuela e Bolivia (per non parlare di Nicaragua e Cuba).

Come al solito mi allarma il ritardo con cui la sinistra registra la non corrispondenza tra i propri desideri e la realtà complessa di situazioni importanti su cui è giusto puntare, ma senza nascondersi mai problemi e possibili inversioni di rotta. (a.m. 25/5/11)

 

Ecuador – Dopo la vicenda referendaria,

lo stato della sinistra sociale e politica

Decio Machado*

(22/05/2011)

I risultati di questo plebiscito non stati favorevoli per la Revolución Ciudadana

 

Con un conteggio ancora non terminato, ma già con dati che fanno intravedere quello che sarà l’esito del “Referendum/Consultazione” svoltosi lo scorso 7 maggio in Ecuador, sia i sostenitori del SÌ, sia quelli del NO, filogovernativi [“ufficialisti”] e oppositori, intonano inni trionfali, non corrispondenti ai risultati reali.

Il plebiscito auspicato dal presidente Rafael Correa ha suscitato una campagna politicamente molto confusa, in cui il governo ha sostenuto un “Vota Sì” appoggiato da alcuni movimenti sociali (reti clientelari, in molti casi) e da una parte dell’obsoleta struttura sindacale del paese.

Il voto NO, da parte sua, si è diviso in due fronti: quello progressista, in cui sono confluiti importanti movimenti sociali (alcuni senza sviluppare nessuna iniziativa pubblica per timori accumulati in seguito a precedenti minacce) e organizzazioni sindacali insieme al Movimento Popolare Democratico (MPD), la CONAIE, il Pachakutik e le varie separazioni che ha sofferto la formazione maggioritaria nell’ultimo triennio; e quello conservatore, nel quale si è articolata la vecchia partitocrazia priva di legittimazione nel paese, insieme ad alcuni outsiders che la destra intende piazzare in vista delle presidenziali del 2013.

La campagna articolata da Alianza País e dal governo della “Rivoluzione Cittadina” si è basata su un voto di fiducia nei confronti del presidente Correa (che in varie occasioni durante la competizione ha ripetuto “Abbiate fiducia in me”, prima di parlare del contenuto dei quesiti), abbinando la spiegazione delle ragioni per cui votare SÌ alle “conquiste” ottenute in questi quattro anni e mezzo del suo mandato. L’opposizione conservatrice, per parte sua, ha auspicato un voto antigovernativo, ignorando in larga misura i contenuti del Referendum/Consultazione. È stato il Movimento indigeno, guidato dalla CONAIE, nonché dai vari gruppi che hanno rotto con la formazione maggioritaria, molti dei quali guidati da fondatori originari del movimento governativo Alianza País, ad avere articolato un discorso rigorosamente incentrato sui temi impostati dalla consultazione del governo, senza cadere nella retorica anti-Correa dell’opposizione conservatrice.

C’è da supporre, come auspica il presidente Correa, che il SÌ vincerà nei 10 quesiti, ma i risultati di questo plebiscito non sono stati fausti per il governo della Rivoluzione Cittadina.

Vediamo perché:

Sebbene la percentuale dei voti non sia mutata eccessivamente rispetto alle ultime presidenziali, la lettura geografica è molto negativa e dimostra chiari segni di indebolimento del governo. Il voto SÌ ha vinto in tutta la zona Costa ecuadoriana, dove vi sono stati gli indicatori maggiori di investimenti pubblici e di riduzione della povertà (tramite politiche clientelari di sussidi) nei quattro anni e mezzo di governo Correa. Nella Sierra, tuttavia, la maggioranza governativa è riuscita a vincere solo in 3 della 10 province presenti, e in Amazzonia in una soltanto. Questa situazione divide geograficamente il paese, dischiudendo uno scenario in cui si prevedono importanti conflitti nelle zone con popolazione indigena in cui si sviluppano attività estrattive destinate a intensificarsi nell’immediato futuro e dove non si è fatto quasi nulla per lo sviluppo dello Stato Plurinazionale riconosciuto nella Costituzione di Montecristi.

Per quanto l’allontanamento dei ceti medi urbani della Sierra – nel caso di Quito, anche di profilo moderatamente progressista- dal governo Correa fosse un fenomeno già visibile nelle ultime presidenziali (aprile 2009), ora questa situazione si rafforza, comprendendo vari settori popolari che facevano parte dello zoccolo duro dei votanti correisti.

L’opposizione conservatrice, che era politicamente disarticolata dopo le varie vittorie elettorali del presidente Correa, si è agglutinata durante la campagna, e dalla sua intelligenza dipenderà il consolidarsi di un’alternativa comune per le prossime presidenziali. Si stanno già giocando nomi di vari outsiders che potrebbero guidare un’alternativa politica conservatrice, ad esempio quello dell’ex atleta Jefferson Pérez o del banchiere di Guayaquil Guillermo Lasso.

La scissione di tre gruppi della maggioranza che hanno fatto campagna per il NO (Montecristi Vive di Alberto Acosta, ex ministro ed ex presidente della Costituente; Partecipación, di Gustavo Larrea, ex ministro; e Ruptura 25, di Maria Paula Romo, parlamentare), insieme alla posizione antigovernativa del MDP, e il movimento indigeno guidato dalla CONAIE, lascia prevedere la possibilità di uno scenario di ricostruzione a partire dalla sinistra politica e sociale, cosa che potrebbe anche sfociare in un’alternativa elettorale con personaggi molto riconosciuti per la loro traiettoria nella sinistra ecuadoriana.

Finora, in nessuno dei quesiti in cui ha vinto, il SÌ supera il 50% dei voti espressi (SÌ, NO, nulli, bianchi). Tenendo conto che 5 di essi modificano la Costituzione di Montecristi (64% dei voti espressi era stato il risultato a favore del referendum per la sua approvazione del 28 settembre 2008), anche se il SÌ vince i 10 quesiti, la sua legittimità resta evidentemente messa in discussione.

A questa situazione dobbiamo aggiungere il fatto che le tensioni interne all’esecutivo continuano ad aumentare, indipendentemente dall’indiscutibile leadership di Correa. Basta, su questo, portare ad esempio alcuni elementi dell’attuale congiuntura politica: forte polemica fra i settori che propugnano la firma dell’Accordo di Associazione all’UE e quelli contrari; contesa – di fronte all’imminente riforma di gabinetto – di poltrone ministeriali tra i settori più pragmatici e quelli che mantengono ancora un certo discorso progressista; come pure l’attribuzione di varie responsabilità di fronte al fallimento politico del governo in questo Referendum/Consultazione.

Potremmo concludere che il governo della Rivoluzione Cittadina ha vinto perdendo il Referendum/Consultazione promosso dallo stesso presidente Correa. La situazione apre un bivio per il futuro del paese, in cui Alianza País, il presidente Rafael Correa e il suo governo debbono decidere quale sia la via da seguire per quanto resta del 2011 e per il prossimo anno, prendendo atto che lo scenario politico si è mosso radicalmente.

Il presidente Correa ha davanti due scelte possibili:

Quella meno probabile: tornare all’incontro con i movimenti sociali, con il mondo indigeno e le rotture da sinistra che è andato subendo il movimento Alianza País; tornare a mettere in discussione l’atteggiamento ogni volta più totalitario da parte del governo (che si plasma visivamente nelle forme stesse del mandatario), stimolando logiche connesse alla partecipazione, all’orizzontalità nella presa di decisioni e a un processo di consultazione che consenta alla cittadinanza ecuadoriana di decidere su questioni dell’importanza della deprivatizzazione dell’acqua, della riforma agraria, del modello produttivo, dell’estrattivismo, ecc.

Quella più probabile: una svolta più radicale verso il pragmatismo politico con alleanze con settori di centro destra (raggruppamenti di profilo provinciale), di destra (Madera de Guerrero) e l’acquisto di voti in parlamento, accettando le pressioni dei gruppi di potere economici del paese con la loro proposta di sottoscrivere quel Trattato di Libero Commercio mascherato che è l’Accordo di Associazione all’UE, già ratificato dalla Colombia e dal Perù; inasprimento delle misure giuridiche contro i leader comunitari processati per lotte di resistenza (contro le politiche estrattive, riforme del lavoro e altre forme di dissenso); incremento della repressione generalizzata; regolamento di conti in Sierra e Amazzonia; pagamento di favori a gruppi di potere locale nella Costa.

Nell’agenda politica della sinistra ci sono: la riforma agraria richiesta dal movimento indigeno che il governo fa resistenza a intraprendere; la costruzione di uno Stato Plurinazionale, che fino ad ora è carta straccia; lo sviluppo deciso e convinto di un’economia popolare e solidale, che introduca reali cambiamenti nel sistema di accumulazione; la deprivatizzazione dell’acqua (una delle tante inadempienze costituzionali), ecc.; e l’approfondimento dei cambiamenti strutturali che richiede qualsiasi processo voglia chiamarsi “rivoluzionario”, al di là delle riforme congiunturali dettate dalla realtà di ogni giorno.

 

Spiegazione e situazione della sinistra sociale e politica dopo il Referendum

 

La differenza tra il 25% del voto dello zoccolo duro della destra e i risultati del NO (intorno al 41-45% sarà il risultato finale) nel Referendum/Consultazione dello scorso 7 maggio indica la capacità che hanno avuto le opposizioni più progressiste – sia di natura partitica sia dei movimenti sociali coinvolti in un modo o nell’ altro nella campagna – di dire. “Questa volta, NO presidente”.

La frammentata sinistra ecuadoriana “perde vincendo” in questa contesa elettorale, poiché durante la campagna si è prodotta una qualche riarticolazione, sia nelle organizzazioni sociali, sia nei partiti politici. Facendo una breve analisi, la CONAIE ha insediato una nuova direzione che si è consolidata internamente intorno al NO durante la campagna. La situazione ha consentito alla più importante organizzazione sociale del paese di avanzare nella cicatrizzazione delle ferite precongressuali: anche se queste non si sono ancora rimarginate del tutto, lo sviluppo interno del rafforzamento della nuova direzione indigena è notevole.

Pachakutik, strumento elettorale del movimento indigeno, continua ad essere in condizioni di debolezza, ma il trionfo del NO nei territori con maggiore popolazione indigena contribuirà indubbiamente alla catarsi interna di questa organizzazione, prevista negli indirizzi immediati. Anche un’organizzazione classica della sinistra ecuadoriana come il MPD ha ripreso l’iniziativa politica, malgrado le forti sfide subite nel suo feudo elettorale (provincia di Esmeraldas) dopo i fatti di La Concordia e le sue ultime sconfitte nel campo dell’istruzione e dell’associazionismo universitario. [La Concordia è un grosso centro sorto recentemente ai margini della provincia di Esmeraldas, e che ha rifiutato di essere annesso a quest’ultima. L’associazionismo universitario era fino a poco tempo fa una specie di “feudo” del MPD].

Va considerata la costruzione di tre nuovi ambiti organizzativi a livello nazionale:

Participación: un’organizzazione sorta da una scissione di Alianza País guidata dall’ex ministro Gustavo Larrea, e che raccoglie gente di una certa collocazione politica, con capacità strategiche e una forma classica di intervento nella politica istituzionale. In questo spazio si sono raccolti, almeno durante la consultazione, il Pachakutik, il MPD e altre forze sociali, in particolare la CONAIE.

Ruptura 25: un’organizzazione che non è mai riuscita veramente a inserirsi appieno in Alianza País, guidata dall’ex ministro Juan Sebastián Roldán, dall’ex costituente ed attuale consigliere comunale di Quito, Norman Wray, e soprattutto dall’ex costituente e attuale parlamentare María Paula Romo. Questo collettivo soffre una forte crisi interna dopo la sua uscita dal governo, ma ha le condizioni per ricostituirsi e rivolgere i propri messaggi a un target molto concreto e interessante della società ecuadoriana.

Frente Ciudadano Montecristi Vive: formatosi in fretta per l’imminenza del Referendum e capeggiato dall’ex ministro ed ex presidente dell’Assemblea Costituente Alberto Acosta. Pur piccola, questa organizzazione ha un enorme potenziale per la sua costruzione, gode di larghi appoggi e simpatie in vari territori ed è la più vicina ai movimenti sociali e alla comprensione politica di questi.

Nell’ambito dei movimenti sociali si sono ricostituite alcune illusioni sulla possibilità di riuscire a incidere sulla politica istituzionale. Si comincia a parlare di promuovere consultazione in vari territori su tematiche di interesse sociale, in vari territori si dichiara il diritto costituzionale di resistenza e si sono consolidati alcuni spazi legati alla difesa dell’ambiente, alla questione di genere e all’economia popolare e solidale.

Tutto questo non è poco in un paese in cui circa duecento “difensori della vita” sono imputati di delitti di sabotaggio e terrorismo, in un paese in cui il terrorismo non c’è. Un paese in cui si prevedono logiche più repressive a partire dall’arrivo delle multinazionali estrattive minerarie e in cui l’articolazione delle Circoscrizioni Territoriali Indigene e della Circoscrizione Territoriale Amazzonica comporterà conflitti con comunità indigene e governi locali.

 

[* Decio Machado è un analista della Fondazione tedesca Rosa Luxemburg in Ecuador. La traduzione è di Titti Pierini]



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