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L'Honduras (e Obama) un mese dopo il golpe

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L'Honduras (e Obama) un mese dopo il golpe

 

Subito dopo il golpe, avevo scritto un breve commento che cercava di spiegare come mai Obama lo aveva condannato, e altrettanto avevano fatto la maggior parte dei governi europei indipendentemente dal loro colore politico. Tra le diverse ragioni, il fatto che Manuel Zelaya non aveva origini esattamente "di sinistra" (appartiene allo stesso partito liberale del suo vice, Micheletti, il "presidente" golpista), e si era avvicinato al Venezuela soprattutto per avere aiuti per il suo poverissimo paese, che si regge in gran parte sulle rimesse degli emigrati negli Stati Uniti. Aveva preso comunque alcune misure a favore dei ceti più poveri, che gli avevano assicurato un appoggio popolare, ma non rappresentava un grave pericolo per gli Stati Uniti. Un eventuale appoggio di Washington ai golpisti poteva anzi spingerlo più a sinistra e su posizioni più nettamente antimperialiste, come era accaduto a Chávez dopo il golpe del 2002. Ma subito dopo mi domandavo: "questo vuol dire che davvero gli Stati Uniti sono estranei al golpe? È poco verosimile. I legami tra settori del Pentagono e i militari reazionari dell'America latina sono profondi e duraturi, e possono prescindere dalle decisioni di un presidente. Anche se il golpe fosse stato ispirato da miopi considerazioni locali, ci possono essere sempre settori degli apparati USA tentati dall'appoggiarlo".

 

Un mese dopo, l'analisi di fondo è stata confermata.

I settori apertamente di destra negli Stati Uniti sono rimasti minoritari, anche se rumorosi (solo 18 congressisti su 400 hanno chiesto di non considerare golpista la giunta di Micheletti e di sconfessare "l'estremista" Zelaya), ma comunque sono venuti allo scoperto. E si è chiarito che con loro c'era anche l'ambasciatore Hugo Llorens, che era stato mandato nella sede di Tegucigalpa (non certo la più ambita al Dipartimento di Stato) in quota repubblicana, e si era subito collegato, da buon impresario, a settori dell'oligarchia locale. Ma non è da lui che è partita la manovra attualmente in corso, che nella sostanza dà man forte ai golpisti (anche se questi tuttavia fingono di rifiutarla, per ottenere di più), proponendo una via d'uscita che assicuri in altra forma l'obiettivo che si proponeva il golpe: impedire che Manuel Zelaya ritorni con i pieni poteri che gli sono stati dati dagli elettori, e possa sottoporre al voto popolare la sua proposta di referendum consultivo.

Micheletti e tutti i poteri forti (si fa per dire) del minuscolo paese centroamericano, esercito, gerarchia cattolica, associazioni degli industriali, magistratura, il comando della base militare di Soto Cano, le multinazionali dei farmaci (che controllano l'82% del mercato), ecc. avevano motivato il loro golpe (vero) con le presunte tentazioni antidemocratiche di Zelaya, che avrebbe voluto modificare la costituzione per poter essere rieletto. Era un argomento semplicemente ridicolo: Zelaya chiedeva agli elettori solo se erano d'accordo sulla necessità di una riforma elettorale e sulla possibile modifica di una costituzione arcaica e dettata da pochi oligarchi. Chi non era d'accordo con la proposta poteva votare no già al primo referendum consultivo, e casomai respingere nell'Assemblea Costituente la proposta di una seconda candidatura nelle elezioni presidenziali (che è prevista in quasi tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti, e che comunque, ovviamente, rende possibile ma non obbligatoria la rielezione). Di quale dittatura parlavano?

La preoccupazione dei dinosauri conservatori non era Manuel Zelaya, che non è un pericoloso rivoluzionario, ma la possibilità che - come è accaduto in Venezuela, Ecuador e Bolivia – un'Assemblea Costituente acceleri la politicizzazione delle masse (che in Honduras durante il primo periodo di presidenza di Manuel Zelaya non era stata molto forte).

A risolvere il problema è stata Hillary Clinton, che ha proposto una strada insidiosa: la mediazione del presidente del Costarica e premio Nobel per la pace Oscar Arias.

Non ho mai avuto grande fiducia nei premi Nobel per la pace in genere. Molti premi infatti sono stati assegnati a noti guerrafondai. Rinvio per questo al mio articolo Lo scandaloso premio Nobel a Kofi Annan e all’ONU: una sorpresa?, sul sito (nel blocco Ipocrisie e dimenticanze), e in particolare al saggio sui Premi Nobel per la Pace e le due guerre mondiali, riportato in appendice.

Ma in Óscar Rafael de Jesús Arias Sánchez ho ancor meno fiducia, proprio per la ragione che spinse ad assegnargli il premio nel 1987: il suo ruolo nel cosiddetto "processo di pace" di Esquipulas. In sostanza gli accordi che imposero ai sandinisti di far rientrare nel paese la "contra", e di non sostenere più la lotta rivoluzionaria del Salvador. Gli accordi mettevano sullo stesso piano il Frente Farabundo Martí del Salvador e i mercenari della "contra" ritornati in Nicaragua con le tasche piene di dollari, mentre il "pluralismo economico" consigliato dalla socialdemocrazia internazionale affamava i proletari sandinisti.

Il premio (riflesso dell'interventismo della socialdemocrazia scandinava in America Latina, nel quadro della competizione tra l'imperialismo europeo e quello degli Stati Uniti), era "ben assegnato": quegli accordi, insieme alle pressioni dell'URSS agonizzante, del PCI italiano, e di altri cattivi consiglieri, contribuirono notevolmente a preparare la sconfitta dell'eresia sandinista (quel che c'è ora sotto questo nome, è un'altra cosa, ma è anche un altro discorso...).

Comunque, anche senza tener conto del suo passato, che molti potevano anche ignorare, non c'è dubbio che la proposta di "mediazione" di Arias ha avuto un effetto nefasto. Di fatto, dopo aver chiesto il ritorno di Zelaya, la proposta ha cancellato la parola "incondizionato", mettendo tra le condizioni l'accoglimento di parte delle richieste dei golpisti: un governo di unità e riconciliazione nazionale, l'anticipazione a ottobre delle elezioni presidenziali, che rende impossibile il referendum (a cui comunque Zelaya deve rinunciare formalmente), l'amnistia per i reati politici commessi durante il golpe, e la creazioni di commissioni miste per la verifica degli accordi con i golpisti. Sembra una delle tante proposte "unitarie" del nostro presidente Napolitano...

La mediazione di Arias, accettata dal povero Zelaya, che continua ad aspettare un intervento provvidenziale della Clinton, ha avuto comunque l'effetto immediato di disorientare le masse, che vedono che Zelaya resta fuori, e i golpisti rimangono dentro il paese.

Anche la sceneggiata del rientro del presidente destituito a "Las Manos", uno sperduto posto di frontiera a 100 chilometri da Tegucigalpa, durato pochissimi minuti il 25 luglio, è servito soprattutto a far saltare una mobilitazione popolare con sciopero generale decisa dai sindacati e dalla parte più radicale del Frente Nacional contra el Golpe de Estado, che doveva svolgersi proprio il 24 e 25 luglio, e che è stata sostituita invece da una scomoda gita tra le montagne al confine con il Nicaragua. Tra l'altro all'esercito è stato facile bloccare l'accesso a una parte dei manifestanti, e poi intrappolarne altri in una zona poco abitata, senza cibo né acqua, e in cui non c'erano testimoni delle violenze dei gorilla.

Quella che è stata definita la "capitolazione di Zelaya" è frutto prima di tutto della sua inconsistenza politica e morale (altro che Allende del Centroamerica!) ma anche di forti pressioni internazionali.

Infatti è risultato evidente che, dopo aver condannato unanimemente il golpe (lo stesso presidente colombiano Uribe, che sottobanco aveva approvato Micheletti, ha poi negato di averlo fatto) i presidenti latinoamericani si sono schierati secondo le ormai abituali divisioni tra radicali e moderati. Alla riunione del Mercosur svoltasi in Paraguay, a cui partecipavano i presidenti di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay e Uruguay, e i rappresentanti di Colombia, Ecuador, Perú e Venezuela, è emersa subito una differenziazione concreta sulle iniziative da prendere.  

Hugo Chávez, presidente del Venezuela (paese che si sta integrando solo ora come membro effettivo del Mercosur), aveva proposto di invitare Zelaya come segnale di appoggio esplicito, ma il Brasile aveva rifiutato, e Chávez ha deciso quindi di non partecipare al vertice di Asunción (svoltosi venerdì 24). In cambio Chávez aveva preferito inviare in Nicaragua il suo ministro degli Esteri, Nicolás Maduro, per accompagnare Zelaya mentre tentava di nuovo di rientrare in Honduras.

È interessante segnalare che la "presidenta" argentina Cristina Fernández, che era già andata in Nicaragua e negli Stati Uniti per seguire e sostenere i primi tentativi di Zelaya di ottenere appoggi, è ancora convinta che se il presidente honduregno non viene rimesso al suo posto subito ci sono rischi di creare il precedente di un "golpe morbido" da legittimare subito dopo con elezioni "libere" . Per questo la Fernández aveva proposto di imporre ai golpisti un termine di 96 ore per lasciare il potere, ma la sua mozione non ha trovato sufficienti appoggi. Decisivo l'atteggiamento del Brasile: il ministro degli Esteri Celso Amorim ha dichiarato che il suo paese "ha fatto quel che poteva contro i golpisti", ma ha concluso che solo gli Stati Uniti hanno il potere di piegarli attraverso l'asfissia finanziaria. La rappresentante del Venezuela nel Mercosur, Isabel Delgado, ha tentato di opporsi a un paragrafo della risoluzione del vertice, presentata da Cile, Brasile, Uruguay e Colombia, che elogiava la gestione di Arias. Per la Delgado la mediazione del presidente del Costa Rica non aveva più ragione di essere, e doveva considerarsi conclusa. La mozione alla fine ha espresso un ringraziamento ad Arias, evitando però di dire se la mediazione dovesse continuare ancora.

Secondo alcuni commentatori la soluzione adottata è frutto di un'intesa tra Lula e Obama, su cui la stampa si è sbizzarrita in occasione di diversi incontri diretti (uno dei quali all'Aquila, durante il G8 allargato).

Non è un mistero che il Brasile ha concordato con gli Stati Uniti le mosse per il rientro condizionato di Cuba nell'OEA. Un esponente di primo piano della politica di Washington, Thomas Shannon, segretario aggiunto al Dipartimento di Stato e probabilmente futuro ambasciatore a Brasilia, ha detto di recente che Lula è senza dubbio "il leader dell'America Latina", ed affermazioni simili sono state fatte, in implicita polemica con le ambizioni di Chávez, da Michelle Bachelet e dal presidente del Paraguay, il vescovo Fernando Lugo. D'altra parte a Lula è stato proposto da Obama di agire come "mediatore ufficioso" tra Stati Uniti e Iran (ha in programma per il 2010 un incontro con Ahmadinejad. Lula, che ha ambizioni non solo continentali, ha precisato subito che auspica che l'Iran segua l'esempio del Brasile, dotandosi di una tecnologia nucleare a fini pacifici. In poche parole, ha spiegato che il Brasile non chiederà di sospendere la ricerca nel settore nucleare come fanno Stati Uniti e gran parte dei paesi europei (a parte quelli che all'Iran forniscono sottobanco tecnologia).

In effetti Lula, ora con Obama, ieri con lo stesso George W Bush, ha evitato di scontrarsi e ha cercato (e ottenuto) di avere un certo margine di manovra per conquistare legittimità e prestigio tra i paesi del "Terzo mondo". Così nel marzo del 2003 ha criticato l'invasione dell'Iraq e mantenuto relazioni diplomatiche con il governo di Saddam Hussein, e nel 2008 ha patrocinato la creazione del Consiglio di Difesa Latinoamericano, come esplicita risposta alla riattivazione della IV Flotta. In questo quadro va visto il recentissimo scambio di ambasciatori con la Corea del nord. Insomma l'irruzione del Brasile come protagonista della scena mondiale non è legata solo all'ubiquità di Lula, ma al suo peso crescente nell'economia. Rinvio per questo ai due testi sul Subimperialismo brasiliano, nel sito (nel blocco L'America latina e Cuba).

Ma le convergenze  con gli Stati Uniti hanno un prezzo: e in questo caso è stata la soluzione ambigua della crisi dell'Honduras. Lula voleva che Zelaya tornasse, e Obama (o la Clinton, visto che il presidente ha ben altre preoccupazioni in politica interna ed estera per seguire da vicino il piccolissimo Honduras) voleva che non si fermasse; la soluzione (affidata al "mediatore" Arias e peraltro non ancora realizzata per l'ottusità e i timori dei dinosauri golpisti) è quella che torni, ma per andarsene tra pochi mesi senza poter realizzare il referendum. Qualcosa di analogo a quello che era successo, con altri presidenti, e sempre con complicità brasiliana, ad Haiti...

Così la momentaneamente rivitalizzata OEA è rimasta ostaggio del Costa Rica. In caso di intesa (alle spalle di Zelaya e soprattutto del popolo dell'Honduras) l'OEA avrebbe un ruolo nell'avvio e nell'attuazione dell'accordo, mentre in caso di fallimento rimarrebbe esposta a un coro crescente di critiche.

Ma soprattutto, se il ritorno di Zelaya fosse (giustamente) percepito come un successo dei golpisti (il "golpe morbido" di cui ha parlato la "presidenta" Cristina Fernández), il pericolo è per tutti i nuovi governi latinoamericani che, anche i più moderati, appaiono sempre troppo "radicali" a certi settori delle vecchie oligarchie locali e a quei militari che, anche in Venezuela, Bolivia, Ecuador, sono sempre gli stessi, formati nella Scuola delle Americhe e legati a filo doppio ai settori sociali più conservatori e retrivi. Ogni tanto è stato rimosso qualche generale, ma il grosso del corpo degli ufficiali è rimasto quello di prima. È questo – concludevamo nel primo commento a caldo – "che rende più fragili queste rivoluzioni rispetto a quella cubana, che anche se ha fatto tanti errori in diversi periodi, ha retto a mezzo secolo di assedio e di aggressioni proprio perché aveva eliminato il capitalismo e distrutto il vecchio apparato militare, ricostruito su basi nuove a partire dall'Ejercito rebelde formatosi nella lotta sulla Sierra".                                                                    (a.m. 28/07/09)



Tags: Barack Obama  Lula  Honduras  Brasile  

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