Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Corresponsabilità della CGIL

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Corresponsabilità della CGIL

 

Mentre continua implacabile l’attacco a livelli di vita e di occupazione (di cui molte conseguenze si vedranno solo nel prossimo futuro, per effetto dell’allungamento dell’età per la pensione che toglie posti ai giovani disoccupati, e dell’inflazione accelerata dagli aumenti dei carburanti su salari e pensioni senza protezione), mentre Monti addita come responsabili della crisi e quindi come bersagli dell’indignazione popolare ovviamente non i banchieri e finanzieri ben rappresentati nel governo, ma benzinai e tassisti, la CGIL tace. Non solo continua il suo idillio con i sindacati filo padronali e direttamente con Confindustria, ma si preoccupa di colpire con metodi staliniani il dissenso interno: ad esempio sospendendo per sei mesi dalla segreteria regionale CGIL delle Marche marchigiana Giuseppe Ciarrocchi, che oltre ad essere il segretario regionale della FIOM è anche il coordinatore dell’area programmatica di minoranza “La CGIL che vogliamo”.

La sua colpa sarebbe stata una risposta poco diplomatica a un invito a discolparsi per aver fatto circolare un documento critico nei confronti dell’accordo del 28 giugno. Pare che Ciarrocchi, impegnatissimo nella vertenza che ha costretto la direzione Fincantieri a rinunciare (per ora) allo smantellamento del cantiere di Ancona, si sia espresso in modo irrispettoso, forse con un secco vaffan…,  nei confronti del membro della Commissione interregionale di garanzia (“garanzia” per i burocrati, non per gli iscritti…) che invece di preoccuparsi della difficile lotta in corso chiedeva conto delle presunte mancanze alla disciplina interna…

 

Non sono novità, io stesso ho sperimentato personalmente nel 1970 a Bari qualcosa di peggio, un’espulsione per aver partecipato all’organizzazione di un’assemblea di iscritti e dirigenti di categoria autoconvocati nella sede della Camera del Lavoro di Bari, per celebrare il 1° maggio, che in quella città per la prima volta dalla Liberazione non prevedeva cortei o comizi. La ragione era che si voleva compiacere la CISL, impegnata nel festeggiare il ventesimo anniversario della sua fondazione.

Tra i più di cento partecipanti alla riunione c’erano due segretari della FIOM, uno degli alimentaristi, altri di categorie minori, (io stesso ero nel direttivo del sindacato scuola, che avevo contribuito a fondare). Quelli che avevano dietro di sé una categoria forte come la FIOM (che da Roma li difese) non furono toccati, io solo fui espulso (“per attività antisindacali”!), mentre il segretario provinciale degli alimentaristi fu sospeso per un anno, ma perse il posto di funzionario, ed essendo stato bollato pubblicamente come “estremista” non trovò nessun lavoro in Puglia, e fu costretto a emigrare a Milano, dove lo ritrovai all’Alfa Romeo.

Quando dopo alcuni anni ero stato chiamato a collaborare alla commissione internazionale della CGIL, alcuni compagni tra cui Sergio Giulianati tentarono di aprire una procedura per l’annullamento dell’assurda sanzione, e scoprirono che era praticamente e “tecnicamente” impossibile: era prevista l’uscita di chi disturbava i burocrati, non il suo rientro e meno che mai l’ammissione che la misura era stata ingiusta.

Ho ricordato questo modestissimo episodio per i compagni più giovani, che magari rimpiangono ingenuamente “la CGIL di un tempo”. Ma anche per sottolineare, che c’è una novità importante: oggi ci sono nella minoranza della CGIL dei compagni come Cremaschi che non hanno reticenze, e nella stessa FIOM c’è chi non teme di restare in minoranza. Già pochi giorni fa in appendice a Cremaschi critica Camusso e Landini, avevo riportato anche la mozione presentata da Sergio Bellavita in contrapposizione a quella di Landini. La novità quindi è che ci sono compagni a cui gli incarichi di responsabilità (Cremaschi è presidente del comitato centrale FIOM, Bellavita membro della segretaria nazionale FIOM) non tolgono il coraggio della differenziazione esplicita, quando ci vuole. Sosteniamoli, la loro lotta non è facile, di fronte alla santa alleanza tra burocrazie sindacali e padronato.

(a.m. 20/1/12)

 

 

Rifondazione capitalista

di Giorgio Cremaschi 

Ma l'Italia è diventata un paese dove trionfano i diritti dei lavoratori?

Così parrebbe, vedendo quello che sta succedendo in questi giorni. La protesta sociale dilaga tra i tassisti e gli autotrasportatori, tra le categorie colpite dalle liberalizzazioni. E' questo il quadro reale del paese? E se non è così, chi ha la responsabilità di questa falsificazione? Da un lato è evidente che il governo Monti ci sta semplicemente prendendo in giro, con grande abilità peraltro. Far credere che i tassisti o i benzinai o anche i farmacisti, sono al vertice della crisi e che sconfiggendo le loro resistenze corporative l'Italia ripartirà, è una stupidaggine poco inferiore a quella di sostenere che Ruby fosse la vera nipote di Mubarak. Eppure tutta la grande informazione italiana segue queste vicende come se attorno ad esse ruotasse il futuro economico e sociale del paese. Bravo il governo a depistare dalle questioni vere, il peso del debito, la Germania che ci manda a quel paese, il lavoro che non c'è e che non ci sarà, ma pessimi anche tutti coloro che si prestano a questo incredibile gioco.

Tra le cose pessime metto a questo punto anche il documento e l'approccio di Cgil, Cisl e Uil al confronto con il governo. Il sindacato confederale avrebbe dovuto già esser in piazza per la catastrofe delle pensioni, per la caduta dell'occupazione, per le previsioni di recessione. Invece ha fatto un documentino all'acqua di rose, prodotto da qualche confuso ufficio studi a cui è stato detto di essere il più morbido possibile. Il sindacato confederale non chiede sostanzialmente nulla a loro, se non di non esagerare, di attenuare, di aggiustare un pochino. Sembrerebbe davvero che in Italia fossimo immersi in un socialismo nel quale i lavoratori godono di diritti e benessere tali da avere ben poco da chiedere. Il governo ha aumentato di alcuni anni l'orario di lavoro, che effetti avrà sull'occupazione? E le politiche di liberalizzazioni e privatizzazioni, su cui il governo si sta scatenando, non interessano al sindacato confederale, che di solito si occupa di tutto? La privatizzazione delle grandi aziende comunali va bene al sindacato confederale? Il fatto che nei trasporti ferroviari siamo l'unico paese continentale che sta seguendo la catastrofica linea dei governi inglesi degli ultimi trent'anni, cioè la privatizzazione, non rappresenta un punto di scontro e di conflitto? Invece di tutto questo non si parla e il tavolinetto tra governo e sindacati deve affrontare la riforma del mercato del lavoro.

Anche qui si prepara una colossale ipocrisia, la difesa dell'articolo 18 attraverso il suo smantellamento. Se è vero ciò che il governo annuncia, cioè che si verrà assunti con un periodo di prova di 3 anni, con la piena libertà di licenziamento, bisogna dire che questo non è una riduzione della precarietà, anche perché tutti gli altri contratti precari non vengono cancellati ma, forse, solo un po' più regolati. Bisogna invece dire che sull'articolo 18 è cominciato lo stesso discorso che hanno vissuto le pensioni, il contratto nazionale e prima ancora la scala mobile. Si comincia col negare un diritto a una parte, spiegando che serve per salvarlo per tutti. Fra un po' si dirà che coloro che l'hanno conservato sono dei privilegiati che non meritano di averlo più. Il contratto unico è semplicemente la leva per cominciare a smantellare l'articolo 18 e per questo andrebbe respinto come un autentico imbroglio. Abbiamo invece la sensazione che nulla di tutto questo accadrà, e che Cgil Cisl Uil, così come gran parte del centrosinistra, diventeranno i più solidi appoggi per il governo Monti e la sua strategia liberista. Nello stesso tempo, invece, nella Confindustria cresce lo spazio per le posizioni più brutali. Questo anche perché una parte rilevante del padronato italiano ha come primo problema il recupero di Marchionne, prima ancora che di quello di un serio confronto sindacale. Per questo Alberto Bombassei, sentendo lo spirito dei tempi, ha lanciato la sua candidatura proponendo una rifondazione in senso ancor più aggressivo della Confindustria: rifondazione capitalista.

Se non vogliamo precipitare nel disastro, questo è il momento di dire basta a questo ruolo inutile e subalterno del movimento sindacale italiano rispetto al governo Monti e al grande padronato. E se questo significa rompere con le mummie del centrosinistra, beh, questa è una ragione in più per farlo.

di Giorgio Cremaschi